La Repubblica 17 giugno 2001 SE
L'ASSEDIO E' INEVITABILE
dal nostro inviato ANTONIO POLITO
GOTEBORG
UN GRUPPO di potenti assediato. Un manipolo di gladiatori che dà battaglia. Un
esercito di poliziotti, cani e cavalli di frisia. E una popolazione presa in ostaggio.
Quello che è accaduto a Goteborg è una metafora medievale del mondo dopo Seattle, di
questa linea d'ombra che è scesa tra governanti e governati.
E, quel che è peggio per noi italiani, è una pallida rappresentazione di ciò che può
accadere a Genova tra poco più di un mese, al punto da aver riacceso un dibattito per il
quale non c'è più tempo: fare o non fare il G8, spostarlo o non spostarlo? Del perché
tutto ciò succede si è già detto molto.
L'Occidente, che sembrava potersi ormai godere la fine della storia nel benessere dei suoi
salotti, è incappato in un nemico formidabile per radicalismo politico e tenuta militare,
composto dai propri figli in passamontagna nero e bandiera del Che, tecnologici ma
ecologici, futuribili e nostalgici allo stesso tempo.
«Gli eroici ragazzi di Goteborg», come li chiama Sepulveda: alimentando un mito
pericoloso.
Ma del come fermarli non si è detto ancora niente. Goteborg è stato uno spartiacque. I
capi di governo hanno vissuto un'esperienza umiliante, privati della libertà di movimento
e di cena al ristorante, trattati come soggiornanti obbligati. Sono chiaramente sotto
choc. E hanno dichiarato guerra. Blair li ha esortati a «non cedere un millimetro al
circo anarchico itinerante». Persson ha sibilato un «adesso basta», sconvolto da una
scena che la Svezia non aveva mai visto. La tradizione pacifica, civile e garantista del
suo paese gli si è rivoltata contro. Là dove la polizia non è autorizzata a usare
cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, ha finito per sparare ad altezza d'uomo con le
pistole. Quando Chirac ha incontrato Persson, ieri mattina, era fuori di sé: «Ma così
potevate uccidere qualcuno!». L'hanno quasi ucciso: un ragazzo versa in gravi condizioni
in un ospedale.
Che fare? Ci sono i fautori del dialogo, da Amato a Ruggiero, nuovo ministro degli Esteri.
È giusto e necessario. È evidente che bisogna dialogare con la parte «buona» del
«popolo di Seattle», che preferisce essere chiamato il «popolo di Porto Alegre», dal
summit brasiliano dove è nata l'ala riformista dei contestatori, e che ha dimostrato ieri
di saper protestare pacificamente nelle vie della città svedese. Ma non basterà a
fermare i violenti, nemmeno a Genova. Anche Persson ci ha provato, prima del vertice, e
guardate come è finita. L'Europa sembra incapace di spiegare ai suoi figli in rivolta che
li sta ascoltando. In fin dei conti, a Goteborg è stata decisa la ratifica degli accordi
di Kyoto e l'avvio di una svolta ecologica che garantisca uno «sviluppo sostenibile». In
fin dei conti, a Goteborg i Quindici si sono impegnati a frenare la voglia di scudo
stellare di Bush, ingabbiandola in una diplomazia internazionale che non butti a mare il
bambino della pace con l'acqua sporca degli «stati canaglia». In fin dei conti, a
Bruxelles siede l'unica autorità mondiale che possa tagliare le unghie a un gigante del
capitalismo americano come la General Electric. È una tragica incomunicabilità. Il
dialogo, dunque, serve. Ma nessuno si illuda che consista in un paio di riunioni con i
leader delle Organizzazioni non governative. Il dialogo è il messaggio: che cosa è
l'Europa? Un complotto del potere o una convenienza delle genti? Una burocrazia o una
democrazia? Come vi si esprime la voce del popolo? È triste che siano proprio dei governi
di centrosinistra, da Parigi a Berlino, a non riuscire a fare questo salto di qualità.
E poi, qualsiasi dialogo non convincerà i «casseurs», antropologicamente rivoluzionari.
Il guaio è che sono diventati loro i nuovi «padroni» dei summit. Sono loro a stabilire
il timing e a lanciare il messaggio, non più i potenti che queste riunioni convocano.
Fino a qualche anno fa, un «vertice» era soldi, alberghi pieni, ristoranti prenotati,
tassisti contenti, città risanate. I napoletani legano ancora oggi la loro rinascita al
ricordo di un G7. Ora è l'opposto. L'abbiamo visto a Nizza, l'abbiamo sentito a Goteborg,
l'odio popolare per questi weekend, considerati inutili passerelle che hanno l'unico
effetto di rovinare la vita della gente, lasciando dietro di sé paura, feriti,
coprifuochi, vetrine in cocci e saccheggi. Non c'è città al mondo che oggi si
candiderebbe per ospitarne uno.
C'è però una città che non ha più scelta, e quella è Genova. Nonostante sia come
presa in ostaggio tra la voglia di Bertinotti di far saltare il vertice e il quotidiano
bombardamento di Berlusconi che la ritiene inadatta, è difficile che scampi al suo
destino. Il ritardo per il G8 di fine luglio è molto grave.
Le delegazioni non sanno neanche ancora dove alloggeranno. Il vertice dei ministri degli
esteri è stato in tutto fretta spostato da Portofino per approdare Roma, dove si
incrocerà con i problemi di sicurezza creati alla visita di Bush. La città è un dedalo
di carrugi, il contrario di quella piazza d'armi che sognerebbero i pianificatori
militari. Eppure il disegno militare è già scattato, il nuovo vice presidente del
consiglio Fini ha detto chiaro ai generali e agli 007 di ritenerli responsabili
dell'esito. Ieri è stata annunciata la chiusura totale del porto per quattro giorni e lo
sgombero di tutti i natanti agli ormeggi. Per quanto se ne sa, stessa sorte toccherà
anche all'aeroporto, le due stazioni ferroviarie e le autostrade. Genova sarà una
«città chiusa». Nell'Europa che ha fatto Schengen per assicurare la libera circolazione
delle persone, ormai le frontiere si sprangano in occasione dei vertici. Qualcuno ha
persino immaginato di spostare il tutto a Monza, magari in un fortilizio nella pianura con
un'unica via d'accesso controllata militarmente, sulla falsariga dei giapponesi, che il
loro summit l'hanno sistemato sull'isola di Okinawa. Servizi stranieri ci hanno avvisato
del rischio di attentati.
Il nuovo presidente del Consiglio italiano ha tutto il diritto di criticare la scelta
della città e l'organizzazione, sicuramente fin qui lenta e caotica.
Ma forse ormai dovrebbe smettere di recriminare sul passato, se non vuole fornire
argomenti a quegli stessi Centri sociali che giocano sulla paura per far saltare tutto.
Né può lavarsene le mani, dicendo che «meriti e responsabilità ricadranno sul governo
precedente». La gestione dell'ordine pubblico sarà sua. La scelta militare, se ci sarà,
sarà sua. Ha un mese di tempo per fare del suo meglio. La continuità e la credibilità
di un paese consistono anche nel comprendere che se Genova sarà come Goteborg o peggio,
il mondo non distinguerà tra Giuliano Amato e Silvio Berlusconi, ma darà la colpa
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