Manifesto 16 giugno 2001 Il
G8 visto dalle donne
Genova, ieri il convegno su "Punto G,
genere e globalizzazione". Oggi una manifestazione
MARINA FORTI - INVIATA A GENOVA
Il femminismo "è un movimento caratterizzato dalla differenza e
dalle differenze", dice la voce al microfono, imponendosi a fatica sul frastuono dei
cantieri stradali del porto di Genova e sul brusio del salone di Palazzo San Giorgio. Le
differenze qui hanno il volto di alcune centinaia di donne d'ogni età, italiane e non,
venute per partecipare al Meeting internazionale "Punto G", dove la G sta per genere:
ovvero, per discutere di impoverimento e guerre, di liberalizzazione dei mercati mondiali,
di governo globale delle economie dal punto di vista delle donne. "La sfida -
continua Lidia Menapace nonostante il frastuono - è costruire un'azione comune senza
cancellare o ridurre a un'omogeneità forzata tutte le nostre facce".
Ecco dunque quei fenomeni che vanno sotto il termine abusato e generico di globalizzazione
abbordati da angolature diverse, con occhi di donne: perché, di questo tutte sono
convinte, l'apertura globale dei mercati e del lavoro non è affatto neutra, dal punto di
vista del genere. Comincia Christa Wichterich, sociologa che fonda la sua analisi sul
lavoro, anzi sulla divisione sessuata del lavoro. Lei sostiene che le donne "sono le
ragazze-squillo dei mergati globalizzati". Fa notare che uno degli indicatori usati
per sostenere che la globalizzazione "apre nuove opportunità" alle donne è la
femminizzazione dell'occupazione: più donne lavorano, dunque guadagnano autonomia. Che il
lavoro si femminizza è vero, ma la maggioranza delle donne sono spinte in tre settori
precisi del mercato del lavoro, elenca Wichterich: quello operaio malpagato e
supersfruttato delle numerose export zones nel Sud del mondo, dall'Indonesia o le
Filippine al Centroamerica, passando per la Romania. O nel lavoro altrettanto
supersfruttato del nuovo settore dei servizi esterni, call-centers, elaborazione dati,
tele-lavoro, dove le donne sono le pioniere della flessibilità, part-time, contratti
"atipici" o a tempo determinato, cottimo: e questo è il contraccolpo nei paesi
del Nord - lavori flessibili e deregolamentati non riguardano certo le sole donne, che
però vi sono sovra-rappresentate. Poi ci sono le/i migranti: anche l'incredibile aumento
delle migrazioni e la loro femminizzazione crescente sono un tratto caratteristico
dell'apertura globale dei mercati (il salone continua a riempirsi, arriva un gruppetto di
francesi con adesivi per il boicottaggio di Danone). Insomma, le donne sono servite e
tenere basso il costo del lavoro, a ridurre i diritti del lavori, aumentarne la
precarietà: ecco perché "ragazze squillo".
E però è vero che l'ingresso nel lavoro, pure sfruttato, cambia i ruoli e i regimi di
genere - per le ragazze che escono dalle istituzioni patriarcali dei villaggi del Sud, le
mogli che portano a casa un reddito come (o al posto) del marito. Cambia il lavoro pagato
e quello non pagato; la divisione dei compiti di riproduzione e cura però ne risente
poco, salvo se le donne (del Nord) possono delegare a donne migranti la loro parte di
lavoro domestico (di riproduzione). E con la crisi dei sistemi sociali ecco le donne a
fare da air-bag: nel Nord dove si smantella lo stato sociale, nei paesi ex-comunisti dove
è crollato un sistema autoritario ma protettivo, nel Sud dove i piani d'aggiustamento
strutturale si traducono in tagli alla spesa pubblica. Del resto gli interessi di classe e
di genere sono sempre più frammentati, e sempre più spesso annegati in quelli di etnia,
religione, età. Tutto questo illustra Wichterich, in una fotografia didascalica ma
efficace. E nota almeno un effetto positivo di tutto ciò: la globalizzazione ha
equalizzato le strutture economiche e le esperienze delle donne in società diverse. Non a
caso nell'ultimo decennio sono emersi temi e ricerca di strategie comuni, ad esempio in
occasione dei summit delle Nazioni unite. Ecco il primo rinvio alla conferenza di Pechino
del 1995 sulle donne - che tornerà in ogni intervento. Ma "Pechino è cominciata a
Rio", dice Thaìs Corral, che si riferisce al Vertice della Terra del 1992 e traccia
una breve storia delle donne nei movimenti globali, dalla critica allo sviluppo alla
discussione dell'Agenda 21, il piano d'azione per lo sviluppo sostenibile approvato
proprio a Rio (era la prima e più innovativa conferenza della serie che l'Onu dedicò
negli anni '90 a ridisegnare una sorta di patto sociale mondiale). Racconta come nacque
allora la rete Wedo, "Donne per l'ambiente e lo sviluppo" (che lei rappresenta),
che si affianca ed è seguita del resto da altre reti internazionali di donne. Ricorda
come dieci anni fa queste e tante altre "leader mondiali" parteciparono a
elaborare una "Agenda 21 delle donne". Insomma: "non partiamo da zero"
ricorda Thaìs Corral, e invita tutte a riprendere il dibattito su quella piattaforma - in
dieci anni tante cose sono cambiate, "viviamo in in mondo più globalizzato, più
danneggiato e ancora più complesso".
Un mondo, per altro, meno pacifico. E' Elisabetta Donini a sottolineare come "la
globalizzazione è intrisa di guerra". Parla della sua esperienza delle Donne in
Nero, in particolare in Israele/Palestina e nel Balcani. La globalizzazione è intrisa di
guerra, dice, perché la competizione sui mercati è improntata all'antagonismo, con i
potenti tra loro gerarchizzati: basti pensare all'antagonismo per il controllo delle fonti
energetiche (la presidenza di George Bush jr offre un ottimo esempio). Viene da pensare al
principio imperiale che aveva mosso il capitalismo fin dall'epoca coloniale: le cannoniere
proteggono il commercio, il commercio finanzia le cannoniere. Ora però le guerre sono
presentate come "operazioni di sicurezza", sottolinea Donini: eufemismo che
serve a dare una giustificazione etica. Elisabetta Donini tiene però a sottolineare che
"non ci sono dinamiche che portano univocamente alla guerra, o se preferite tutte le
dinamiche che portano alla guerra possono essere smontate". In questo senso le reti
di donne possono avere un ruolo, misurarsi con i conflitti, lavorare per la convivenza -
come le arabe e le israeliane che l'8 giugno a Gerusalemme reggevano il cartello "ci
rifiutianmo di essere nemiche".
Nella sala aumenta la densità dei corpi, molti seduti per terra. Volti di giovani
africane o di indie andine sono testimonianza vivente di quella che Wichterich aveva
chiamato "globalizzazione dal basso". Il dibattito si divide in gruppi a tema,
secondo una pratica consolidata nel movimento delle donne, poi si divide in mille rivoli
(complice la vicina Fiera del commercio equo, con musica e cibo). Oggi si conclude con il
varo di una "Carta di intenti", e poi con un corteo in una Genova ancora non
militarizzata.
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