Mnaifesto 2 giugno 2001 DA
NORDOVEST
Una pipì sul global corner
ALESSANDRO ROBECCHI
Lo so che sembra un gioco di parole, ma se volete buoni motivi per
andare a Genova, venite a Milano.
La distanza tra noi e l'America di Bush è appena un governo Berlusconi, cosa che da qui
si vede a occhio nudo. Milano accelera, Milano rincorre più forte. Come nelle campagne
boliviane, come negli stabilimenti Danone di Francia, come nelle capitali del
flexi-liberismo dove i diritti sembrano ologrammi, anche qui tutto porta a Genova.
La famosa globalizzazione si materializza in ogni angolo. Qualche giorno fa, addirittura,
in un angolo di Piazza Piemonte, dove una mamma ha fatto fare la pipì al suo bambino di 4
anni. Epilogo: diverbio col vigile e multa di cinquantamila lire. Interviene persino il
sindaco Charles De Gaulle Albertini: il vigile è stato troppo severo, ma anche la
mamma... Insomma, si domanda mezza Milano, la signora non poteva andare in un bar? Non
poteva scegliere uno spazio privato (tanto comodo e confortevole!), invece di reclamare
uno spazio pubblico? (spruzzando pipì di bambino, arma di certo non convenzionale!
Ecoterrorista!).
Prima che la faccenda si trasformi in aneddoto da strapaese (come di fatto l'ha
trasformata la stampa cittadina) bisogna dire che non è facile avere quattro anni, oggi a
Milano. Come per tutti gli altri, gli spazi pubblici si restringono, non c'è dove fare
pipì, le scuole estive costano più dell'anno scorso e spesso ti invitano a stare in casa
perché l'aria fa schifo.
In compenso, a sostituire uno spazio pubblico che non c'è più, arriva il Dysney Sport
Fun Nestlé, parcogiochi griffato dove i bimbi possono fare di tutto sotto l'alto
patrocinio e la luminosa protezione di due tra le maggiori multinazionali del pianeta.
Niente paura, se il Comune non lo fa, lo farà Topolino, e certo non mancheranno le
merendine. Piccoli uomini hanno piccoli diritti.
E grandi uomini? Mentre la città dibatte sulla pipì di bimbo, una toccante cerimonia si
svolge all'altro lato della città, al Politecnico. Il prestigioso ateneo annuncia la
creazione di una nuova cattedra (Scienza e tecnologia dei materiali), con un luminare del
ramo (Mario Collepardi) e sponsorizzata dalla Mapei, colosso della chimica
edilizia. Il rettore spiega che siamo solo all'inizio e che i privati presto bivaccheranno
nelle aule universitarie (sorde e grigie?). Lo dice con altre parole, naturalmente.
Intanto Mapei fa più o meno la carità: sgancia 200 milioni l'anno per dieci anni
(totale 2 miliardi), non molto per chi ha un fatturato (in un anno) di quasi 2.000
miliardi. C'è da chiedersi cosa succederebbe se una ricerca (poniamo...) della nuova
cattedra (per assurdo...) trovasse dannosi (è una supposizione...) certi materiali
chimici nell'edilizia (per esempio...). E' in questo modo che molte ricerche sono state
bloccate nelle università americane. E' in questo modo, anzi, che nelle università
americane si indirizza la ricerca verso le esigenze dei grandi gruppi che sponsorizzano
corsi e cattedre.
Se tutto è azienda (l'università, il comune, la regione, il governo del paese),
l'azienda diventa tutto. Anche per questo, da qui, si va fino a Genova.
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