La Stampa 22 giugno 2001
Venerdì 22 Giugno 2001

Il governo incontra «il popolo di Seattle»
Ruggiero: parliamo della lotta alla povertà, non della «zona gialla»
Francesco Grignetti

LE CINQUE RICHIESTE DEI CONTESTATORI DEL G8
ROMA L’accoglienza ai contestatori di Genova è ormai diventata una proposta del governo. E’ infatti il ministro dell’Interno Claudio Scajola in persona, a sera, dopo la maratona del dibattito sulla fiducia, ad illustrare l’emendamento che stanzia 3 miliardi per «l’accoglienza delle manifestazioni pacifiche che si svolgeranno in occasione del G8 di Genova». L’incontro con i contestatori è fissato al Viminale all’inizio della prossima settimana «per condividere con loro un percorso che garantisca una manifestazione nel rispetto della legge, pacifica e ordinata».
Ma organizzare l’ospitalità è soltanto uno dei capitoli dell’offensiva del dialogo avviata dal governo. Il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, vorrebbe arruolare persino il cantante «alternativo» Manu Chao per avviare un dialogo con i giovani. Intanto il titolare della Farnesina pensa al pre-vertice con i premi Nobel Nelson Mandela e Amartya Sen, con le organizzazioni non governative e con i Capi di Stato dei paesi poveri. «Stiamo avviando i primi contatti - dice - e il problema è quello del calendario».
Al governo arrivano sollecitazioni da ogni parte. Sostiene il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato: «Serve un dialogo intelligente e responsabile con il movimento di Seattle. Abbiamo la responsabilità di dare risposte sostenibili ai problemi che la globalizzazione pone». E’ dalla parte dei contestatori persino il cardinale Dionigi Tettamanzi, presule di Genova: «Finora il fenomeno della globalizzazione è stato dominato dalle forze economiche e finanziarie, ma dovrebbe essere piuttosto governato dalla forza politica. E’ questa la strada necessaria per regolamentare l’economia e la finanza in vista di una maggiore giustizia e solidarietà. Quanto al cosiddetto "popolo di Seattle", si tratta di fare in modo che le loro istanze su una migliore destinazione universale dei beni della terra raggiungano il tavolo del G8 in modo umano e non violento».
E’ un inno generale alla strategia dell’apertura. Il centrosinistra approva le mosse del ministro Scajola. Il verde Francesco Martone chiede però di avere più coraggio e concedere presto la cittadella al contro-G8. Il cossuttiano Nerio Nesi è esplicito fino alla brutalità: bisogna garantire le manifestazioni, ma «intendo dire civilmente: i teppisti devono essere individuati, isolati e messi in condizione di non nuocere». Alla fine è solo Fausto Bertinotti a fare la faccia dura. Non nasconde di considerare l’appuntamento di Genova come avvio di una alternativa. «Noi ci metteremo dalla parte delle tute bianche. Saremo in tanti a dire no al G8. Trovo anch’io interessante il dialogo. Ma sto dalla parte opposta. Non ci proponiamo di impedire una riunione legittima, ma al G8 c’è un governo illegittimo del mondo perché privo di legittimazione popolare».
Tutti d’accordo, insomma. Il ministro degli Esteri va addirittura oltre: «Le manifestazioni ci saranno ed è un bene che sia così. Il solo no che diciamo con forza è quello alla violenza perché non è spaccando vetrine che si risolve il problema della povertà nel mondo. Il nostro lavoro sarà quello di aprire il dialogo. Se poi ci riusciremo non lo so». Il ministro rileva che le manifestazioni anti-globalizzazione stanno raggiungendo molti obiettivi nella sensibilità dell’opinione pubblica mondiale. «Se oggi il vertice del G8 è sulla povertà, l’Aids o lo sviluppo sostenibile, è anche perché ci sono questi movimenti». E fissa una possibile agenda del dialogo: «Nell'ottobre scorso c'è stata una riunione all'Onu in cui 180 Paesi hanno preso impegni per intervenire nei prossimi 20 anni su alcune questioni come la riduzione della povertà, il diritto alla salute, il problema dell'educazione, il problema della carenza idrica. Ecco, questo significa lavorare insieme per risolvere i problemi, questo significa dialogare, la discussione non può ridursi alla zona verde o ai luoghi in cui manifestare».
Alla fine, persino da An viene un placet. Dice il capogruppo alla Camera Ignazio La Russa: «Bene il dialogo, ma non sia indiscriminato. Non con chi ricorre alla violenza e alla prevaricazione».
Ma sono i sindacati autonomi di polizia, tradizionalmente vicini al centrodestra, che si sentono traditi e delusi. Sostiene il Sap, la maggiore sigla degli autonomi: «Il ministro trova il tempo per incontrare quelli dei centri sociali, e non noi. Bene. Visto che hanno trovato con facilità i tre miliardi per accogliere i contestatori, il governo trovi i soldi per pagarci gli arretrati e lo straordinario». Oppure il Lisipo: «Da parte nostra riteniamo che non vi debba essere nessun dialogo. Ci vuole il pugno di ferro. Il governo sta affrontando la sua prima grande prova sul fronte dell’ordine pubblico con scarsa fermezza».