Manifesto 19 giugno 2001

Il movimento dei movimenti
La novità di Seattle E' finalmente emersa una rete di controculture, di lotte e di rapporti estesi su tutto il pianeta, che ha una storia lunga trent'anni GIUSEPPINA CIUFFREDA

Dopo Seattle e il ripetersi delle contestazioni la domanda di rito è: da dove sono sbucati fuori? Ma il popolo che nell'ultimo anno è apparso a livello mediatico, non è nato come un fungo. A Seattle, il 30 novembre 1999, è emerso un movimento planetario di milioni di persone che ha un retroterra di almeno trent'anni. E'stato un percorso non lineare, con salti improvvisi e ritorni ciclici, ma che può essere suddiviso in ondate di lotte ben indentificabili dentro una vicenda comune perché, per la prima volta nella storia, uno stesso modello economico e culturale è stato esportato in tutto il mondo e in pochi anni, dal dopoguerra ad oggi, ha aperto conflitti aspri ovunque. E'il modello di produzione e consumo, culminato negli ultimi anni nel libero mercato globalizzato, che ha dato il via a una serie ininterrotta di crisi ambientali, ha ripristinato condizioni di lavoro proprie della prima rivoluzione industriale e persino lo schiavismo, ha creato miliardi di affamati, ha tolto valore a identità e conoscenze sedimentate nei secoli. Ma allo stesso tempo ha suscitato in tutto il mondo resistenze e alternative. Ed è l'estensione straordinaria del dissenso verso le politiche economiche mondiali che fa sì, lo rileva Naomi Klein nel suo libro No Logo, che due Grandi non possono più prendere il caffè insieme senza che qualcuno organizzi un contro summit.
I protagonisti di questo "movimento dei movimenti", di cui il popolo dei controvertici è oggi solo l'espressione più visibile, sono proprio i soggetti considerati deboli o impolitici, penalizzati dalle dinamiche di sviluppo economico e di mercificazione di tutto ciò che esiste. In Africa, Asia, America latina e negli stessi paesi del G8, protestano infatti cittadini comuni che si sentono esclusi e vogliono contare, contadini senza terra, indigeni derubati, ambientalisti in lotta continua, lavoratori in difficoltà per il mutare della produzione, difensori dei diritti umani che ormai sostituiscono i politici nel difendere popoli e individui vessati, giovani senza lavoro e che ancora sperano nella vita. Sono soprattutto donne, e questo dato influisce sulla struttura organizzativa, non gerarchica ma a rete. E' un movimento che ha riviste, case editrici, siti Internet. Ha i suoi intellettuali e leader di riferimento: molti, in particolare nel Terzo Mondo, sono artisti, musicisti, attori, scrittori e cineasti. Tantissime le donne. Sperimenta alternative ed ha visioni proprie della realtà e del futuro. E' capace di mobilitazione e di attesa paziente: in India, ad esempio, il movimento che difende il fiume Narmada, e i popoli che vivono sulle sue sponde, da un complesso di mega dighe in costruzione in tre stati, coinvolge centinaia di migliaia di persone da più di quindici anni.
E'un movimento che disillude chi pensava che la storia fosse finita con il crollo dell'Unione sovietica e con la vittoria del libero mercato ma che allo stesso tempo conferma la fine delle avanguardie che si autodefiniscono politiche e vogliono guidare le masse, e l'inutilità di un'unica grande analisi generale del potere. Il dissenso si manifesta oggi su scala planetaria e per questo non può essere compreso e neanche organizzato secondo le modalità sperimentate fino ad oggi. Si tratta di centinaia di migliaia di movimenti locali, radicati nel territorio, con la propria gestione, che si collegano per affinità con network orizzontali e Nord-Sud e, negli ultimi anni, attraverso Internet, la rete per eccellenza, lanciano campagne comuni. O ancora sono circoscritti, nei quartieri delle città o in villaggi sperduti.
E' inutile cercare una linea di azione unica perché, per ora, non c'è e non la vogliono avere: ogni gruppo è un pezzo di un grande puzzle ancora non conosciuto nella sua interezza, per cui nessun gruppo è fondamentale e tutti i gruppi lo sono. Se è difficile organizzarlo, contrastarlo lo è ancora di più proprio perché si muove in modo eccentrico: non ha una testa ma piuttosto una coscienza diffusa. Il modello non è gerarchico e ricalca, forse, l'ipotesi Gaia, la Terra come pianeta vivente che si autoregola.
I soggetti che manifestano contro i Grandi esprimono quindi solo in parte i movimenti diffusi nel mondo, e non hanno certo la delega a rappresentarli. I controvertici fanno parte del nuovo movimento mondiale, ma hanno logiche che non sono quelle dei movimenti locali o dei network. Nella rete planetaria, la guida la prende un gruppo o un evento o una lotta, solo per una fase: Marcos e gli indigeni; Via Campesina e i contadini; il Narmada Bachao Andolan indiano e gli ambientalisti del Nord contro la Banca mondiale; Corpwatch e il boicottaggio della Exxon; Rainforest network e la difesa delle foreste tropicali; London Greenpeace e il manifesto anti McDonald's che ha scatenato la seconda fase del boicottaggio contro le multinazionali (la prima è stata contro la Nestlè, negli anni '80); il libro No Logo di Naomi Klein; l'indigena Mama Yosepha contro la Freeport in Irian Jaya, e così via. Gli assalti frontali sono episodi, perchè la parola d'ordine è piuttosto "accerchiare e spiazzare" su un terreno di scontro che è il mondo intero. E' un errore dunque ritenere che Seattle e gli altri controvertici siano il fenomeno antagonista unico da stroncare o un primo livello spontaneo che deve essere guidato, perché le radici ormai corpose del movimento sono locali e tendono a crescere e a collegarsi secondo logiche non tradizionali.
A Seattle la prima riunione del'Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ritenuto lo strumento principale dei potenti della Terra, è saltata per una serie di circostanze favorevoli ai manifestanti, prima fra tutte la sorpresa. Gli organizzatori del meeting infatti neppure sospettavano che sarebbero affluite migliaia di persone decise a bloccare la riunione, nostante che di questo da mesi si parlasse su Internet. Quando la folla ha impedito ai delegati di uscire dall'albergo ed è entrata a ballare nella sala conferenza, il vertice era ormai fallito. Le divergenze tra Stati uniti e Europa sul WTO e l'ostilità dei paesi del Terzo mondo hanno fatto il resto. Dopo Seattle le proteste si sono ripetute e le reazioni dei governi ospitanti sono state abnormi: blocco delle frontiere, dispiegamento di blindati, botte e arresti indiscriminati, spari. Reazioni che testimoniano la disabitudine della classe politica occidentale al dissenso, soprattutto a quello che si muove nelle strade, e alla partecipazione diretta. Chi ha spaccato le vetrine di McDonald's o delle banche - perché simboli dello strapotere delle multinazionali e del capitale finanziario - è stata sempre una minoranza, anarchica nei sentimenti, presenza fisiologica nei cortei dagli Sessanta in poi. La maggioranza ha difeso il diritto a manifestare e contestato le zone in cui era proibito l'accesso. L'effetto sorpresa è finito e oggi è più difficile bloccare i lavori dei Grandi. Ma il suo compito il "popolo di Seattle" lo ha già svolto, e con successo: rendere visibile nelle cittadelle del potere la protesta potente e drammatica delle periferie, reali e metaforiche.
Ai controvertici partecipano alcuni soggetti fissi (i global-nomadi dell'anti globalizzazione) ma la presenza più forte è quella locale. A Seattle la gestione è stata soprattutto dei nordamericani e degli anglosassoni. Attivi in particolare Global Exchange, Alf-Cio (il sindacato Usa) e l'International Forum on Globalisation (IFG). Ed è proprio l'IFG che dà il segno della storia annosa del movimento. A Seattle infatti, c'erano gli ideatori del Forum, protagonisti negli anni tra il 1980 e il 1995 dell'impegno contro il modello di sviluppo e i suoi strumenti di applicazione, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale. Alla fine del 1995 fondarono a New York la prima rete internazionale sulla globalizzazione, l'IFG. Alla Columbia University c'erano Teddy Goldsmith, direttore della notissima rivista inglese The Ecologist; Ralph Nader, il terzo candidato delle ultime elezioni Usa, esponente del movimento dei consumatori; Jeremy Rifkin, l'autore della Fine del lavoro; David Korten e John Cavanagh, autori entrambi di testi base sulle multinazionali; la scienziata indiana Vandana Shiva; Martin Khor, l'animatore di Third World Network, la rete della Malesia attivissima durante l'Uruguay Round, concluso nel 1995 con la creazione dell'Organizzazione mondiale del commercio (WTO); John Mohawh, capo indigeno del Canada; Randy Hayes, di Rainforest Network, il filippino Walden Bello e tanti altri.
Ma tanta gente era a Seattle sciolta, cittadini comuni che vogliono avere voce in capitolo. Come le due signore californiane di 60 e 80 anni arrivate "perché vogliono tagliare gli alberi e non ci sta bene" o il ragazzo di uno stato del nord che ha una piccola azienda agricola biologica e non vuole semi modificati geneticamente. Sono membri della società civile che ovunque si è organizzata per difendere i giardini pubblici dalla cementificazione, lottare contro l'inquinamento dei fiumi o per impedire il taglio di un bosco o aiutare gli homeless.
In California, pochi giorni dopo Seattle, Julia Butterfly Hill scenderà da una sequoia stanca ma felice: la sua pianta millenaria e anche un'antica foresta di diecimila metri quadrati non verranno tagliate dalla Pacific Maxxam. Per ottenere questo risultato, Julia, una normale ragazza americana di 25 anni, ne ha passati due su una piccola piattaforma a sessanta metri di altezza, resistendo alla fame, al freddo, all'assedio dei vigilantes della corporation. E attorno a lei è nata una rete di sostegno. Come Julia, migliaia di persone nel mondo da anni difendono alberi, animali, esseri umani, popoli la cui vita è minacciata da multinazionali del petrolio, fazenderos, imprese minerarie, industrie del legname, mega dighe finanziate dalla Banca mondiale, commerci ineguali, brevetti. Ed hanno dato per questo anche la vita. Chico Mendes, Ken Saro Wiwa, Dian Fossey, gli Adamson, i contadini indiani e quelli del Carajas...Perchè è dai singoli che nascono resistenze e soluzioni. E i singoli si uniscono in piccoli gruppi di affinità. Così cominciano i movimenti capace di mutare il corso della storia. Anzi, per dirla con l'antropologa Margaret Mead, sono sempre stati loro che hanno cambiato il mondo.
(1. continua)