Manifesto 2 giugno 2001 Contro
i loghi comuni del capitale
NAOMI KLEIN - In Italia per presentare il suo
libro, manifesto di denuncia contro i "padroni della terra", parla la
giornalista autrice di "NoLogo"
BENEDETTO VECCHI
Un sito con pochi fronzoli ma zeppo di articoli, reportage, notizie,
commenti sullo stato del mondo. Qualcuno vi condanna l'arresto di un "attivista
mediatico" canadese colpevole di aver denunciato le brutalità della polizia di
Quebec City nel corso della protesta contro il meeting dei capi di stato Usa; un altro
segnala che "è accaduta una cosa inaudita. In Italia ha vinto Mr. Berlusconi, un
magnate dei media a capo di una coalizione di destra": "è la vittoria del
cyberfascismo", commenta un navigatore bolognese. A differenza di molti siti pieni di
effetti speciali, l'unico elemento "effimero" è un sondaggio sulle preferenze
politico-culturali dei navigatori che sono incappati nell'indirizzo www.nologo.org.
E' la home page che si rifa esplicitamente all'omonimo libro di Naomi Klein, giornalista
canadese poco più che trentenne che da un decennio segue con attenzione e passione le
vicende di un arcipelago di associazioni, reti sociali, sindacati di base, organizzazioni
non governative, ecologisti radicali e ecologisti sociali e battezzato impropriamente
"popolo di Seattle" perché scoperto dai grandi media solo due anni fa, durante
la contestazione a un incontro del Wto.
Ma la lettura del libro di Naomi Klein, pubblicato dalla casa editrice Baldini &
Castoldi (pp. 464, L. . 32.000. il manifesto ne ha già parlato il 21 novembre del
2000 e il 4 maggio di quest'anno) dimostra che quel movimento internazionale esisteva, in
realtà, già da molto tempo. E' infatti alla fine degli anni '80 - quando le stelle di
Ronald Reagan e Margaret Thatcher brillavano nel firmamento dei "potenti della
terra" - che iniziano le prime campagne contro la Banca mondiale e i controvertici
che hanno di mira il G7 e il Fondo monetario internazionale.
L'obiettivo della giovane giornalista canadese tuttavia è, al tempo stesso, meno
ambizioso della ricostruzione della genealogia e geografia del "popolo di
Seattle" e più lungimirante. Con lo stile asciutto del reportage, Naomi Klein vuole
infatti descrivere, senza per questo avere la pretesa di una analisi generale, alcune
tendenze dello sviluppo capitalista. Punto di partenza di NoLogo è, infatti, la
"politica del branding", cioé della valorizzazione economica dei marchi
nella produzione capitalista da quando, alla fine degli anni Ottanta, il famoso logo di
una multinazionale del tabacco crollò miseramente in borsa. E' la fine dei marchi,
sentenziò più di un analista. Non era così. La perdita di valore di quelle azioni
segnalava, semmai, il contrario: la "politica del branding" iniziava a muovere i
primi passi.
Lo spiega bene Klein: le imprese sovranazionali - Nike, Adidas, Microsoft e financo
McDonald's - vendono merci che rappresentano stili di vita ancorati all'immaginario della
cultura della strada. Se un modo d'essere è incarnato in una scarpa, riuscire a
rappresentarlo con un logo vuol dire conquistare il primato nel mercato. E se la cultura
della strada decreta che la tendenza è cambiata, il logo deve avere la capacità di
adeguarsi rapidamente. Tra immaginario collettivo e produzione di merci c'è quindi un
legame stretto e quasi indissolubile che solo le tecniche produttive just in time
possono adeguatamente gestire.
E questa politica di valorizzazione del marchio vale anche per le grandi catene della
distribuzione e della ristorazione. Si pensi a McDonald's, che affitta l'uso del suo logo,
imponendo regole ferree di comportamento tanto agli affittuari che agli uomini e donne che
lavorano nella "catena del marchio".
E' questo il capitalismo globale descritto da Naomi Klein nei suoi lati più oscuri:
precarietà nei rapporti di lavoro, outsourcing a livello planetario (nel Sud del
mondo per molti giovani operi e operaie questo significa lavorare in una condizione quasi
schiavistica), mercificazione della nuda vita operata dai cool hunters, i
cacciatori di tendenza che si aggirano nei ghetti delle metropoli alla ricerca di uno
stile di vita emergente. Per Klein "sono dei segugi che contribuiscono con il loro
lavoro a privatizzare la vita e gli spazi pubblici della città. Il loro ruolo è di
tradurre la cultura di strada in un plot per uno spot pubblicitario".
Ora l'autrice è in Italia per presentare il suo libro: ieri alla casa della cultura di
Milano dove l'abbiamo incontrata, oggi all'università di Venezia (facoltà di
Architettura, campo dei Tolentini, ore 16) e domenica nuovamente a Milano per un seminario
alla Libreria delle Donne (Via Pietro Calvi 29, tel 02/7006265). Infine lunedì
parteciperà a un incontro organizzato dal centro sociale romano Corto circuito (Via
Filippo Serafini 57, ore 17). E, con modestia, afferma che con NoLogo non ha inteso
certo scrivere una analisi esaustiva del capitalismo globale, quanto affrontare alcune
tendenze dello sviluppo capitalistico, "trovare cioè la strada che permette di
immetterci nel labirinto dell'economia mondiale. E forse anche la via d'uscita". Per
esempio Genova e l'annunciata mobilitazione contro il G8? "A Genova ci sarà tanta
gente. Non si possono fare previsioni su quello che accadrà. Da Seattle in poi, il
movimento ha registrato numerosi successi, basti pensare alla sentenza di Pretoria che ha
dato ragione al governo sudafricano e torto alle multinazionali dell'industria
farmaceutica. Allo stesso tempo, in ogni incontro di organismi internazionali - dal Fondo
monetario internazionale alla Banca mondiale - i 'potenti della terra' hanno preferito
rinchiudersi in zone off limits per non ascoltare le ragioni della protesta. Questo
atteggiamento di chiusura peserà nelle manifestazioni contro il G8 di Genova che
potrebbero rappresentare l'occasione per la più grande manifestazione internazionale
contro la globalizzazione".
Nel suo libro vengono descritte le trasformazioni che hanno investito il
capitalismo e che lei "esemplifica" con i fenomeni del branding e
dell'outsourcing. Può spiegare cosa intende esattamente col termine branding?
Il branding è lo swoosh - il simbolo - della Nike che sostiene di produrre
cultura più che scarpe e t-shirt: semplici accessori, secondo il suo padrone e guru, che
vengono presentati come espressione dell'immaginario collettivo. In questa filosofia
imprenditoriale, la Nike dà corpo ai desideri di una vita sana, di un'esistenza scandita
dalla cura di sé. Per i giovani del ghetto - poco importa se vivono a Los Angeles, New
York, Parigi o Londra - che sognano di fuggire dal loro quartiere, lo swoosh è
espressione e simbolo di questo desiderio di fuga. Ogni loro gesto, modo di essere,
comportamento è, al tempo stesso, adesione piena al luogo nel quale vivono e che spesso
non abbandonano mai e sogno di evasione. La Nike, attraverso le sue campagne
pubblicitarie, dà corpo a questo stile di vita. Provi inoltre a immaginare il legame
stabilitosi tra produttori di capi di abbigliamento - ma lo stesso discorso vale per la
Coca-Cola o la Pepsi-Cola - e il mondo dello sport. Il caso più eclatante è quello di
Michael Jordan, il giocatore di basket diventato il simbolo della politica del branding
negli Usa. Afroamericano, cestista famoso che in un primo momento ha ceduto la sua
immagine per le campagne di pubblicità di questo o quella scarpa da ginnastica, ha finito
per fare di se stesso un vero e proprio logo. Ma la politica del branding è anche altro.
Le grandi imprese transnazionali considerano la valorizzazione del marchio come una
attività produttiva a tutti gli effetti e che, come tale, richiede ingenti investimenti.
Questo non significa che la produzione di merci passi in secondo piano. Più semplicemente
viene decentrata in aree del mondo dove giovani operaie e giovani operai lavorano per un
misero salario, anche se la tendenza attuale non è tanto il decentramento quanto
l'appalto vero e proprio. Il lavoro viene così cancellato dall'agenda delle priorità
della impresa. E questo vale non solo per il Sud del mondo ma anche per i paesi
sviluppati. Basti pensare ai McJobs, cioè ai lavori precari o interinali pagati
pochissimo che vengono propagandati come occupazioni occasionali e che poi finiscono per
diventare il lavoro precario di tutta una vita. E non è solo la Nike che opera
così ma gran parte delle grandi corporation. Si arriva addirittura al punto che la
stessa ricerca scientifica - e dunque la sua imparzialità - venga sottoposta, tramite le
sponsorizzazioni, ai vincoli della valorizzazione del marchio.
In un articolo (che sarà pubblicato nei prossimi giorni su "il manifesto")
l'attivista filippino Walden Bello ha sostenuto che lei non parla mai di ciò che rimane
di antico, di tradizionale, di "old economy" nel capitalismo. Che ne pensa di
questa critica?
Ho letto l'articolo di Walden Bello e lo condivido in molte sue parti. Ne ho parlato a
lungo con lui. Ripeto, per me era importante sottolineare alcune novità della produzione
capitalista e, del resto, ciò che sostengo non è esaustivo dei problemi che il
capitalismo globale produce.
Lei afferma che il lavoro deve essere rimosso, cancellato e, nel libro, cita molti
esempi di outsourcing. L'impresa è una "virtual factory", una fabbrica virtuale
che può vendere microchip, computer o capi d'abbigliamento, ma facendoli produrre da
altri. Così, per esempio, racconta della città filippina di Cavite, un
villaggio-fabbrica dove le imprese non hanno nome e sono celate allo sguardo da mura e
filo spinato.
Le grandi corporation fanno produrre altrove le loro merci. A loro spetta di
acquistarle e di venderle. Il successo di una impresa sta nella valorizzazione del
marchio, come recitano i guru della nuova filosofia imprenditoriale. Ma se guardiamo più
da vicino ci accorgiamo che uomini e donne lavorano rimanendo sempre più precari,
semplici lavoratori interinali. Negli Usa e in Canada viene usata l'espressione McJobs
per dire "bassi salari e precariato a tempo indeterminato.
Come alla Microsoft, dove la maggioranza della forza-lavoro è a tempo determinato,
anche se lavora lì da dieci anni. Bassi salari, nessuna copertura sanitaria o accesso
agli "stock option" (l'acquisto facilitato di azioni della società) come i
pochi fortunati a tempo indeterminato. E nel suo libro, tra l'altro, lei afferma come
spesso i manager riescano ad aumentare i propri compensi licenziando migliaia di persone.
Si, avviene proprio questo. Più licenziano, più sono pagati. Questa rimozione e
cancellazione del lavoro è l'altra faccia del branding. Non c'è valorizzazione del
marchio se il lavoro occupa un posto importante nell'agenda di una impresa.
Nel branding e, dunque, nella costruzione delle campagne di marketing delle imprese, la
controcultura e la ribellione rivestono un ruolo importante. Anche lo stile di vita della
rivolta, in altri termini, può essere venduto. Non crede che il branding - senza
l'inclusione del fascino seducente della controcultura e della ribellione - non sarebbe
mai diventato così importante nel capitalismo globale?
Partiamo dal fatto che una controcultura esprime comunque uno stile di vita. Se
un'impresa decide - e dice - di vendere uno stile di vita, anche quello della rivolta può
diventare merce con potenziali consumatori. In NoLogo descrivo, per esempio, il
ruolo dei cool hunters, i cacciatori di tendenza. Sono uomini e donne che vivono in
strada, che guardano a ciò che accade con la stessa attenzione di un sociologo o di un
antropologo. Guardano, annotano e traducono in tendenza ciò che fanno i giovani. E' la
cultura della strada il loro terreno di indagine e, per questo, anche l'anticonformismo
entra a far parte della realtà da loro indagata. Certo, questo è sempre accaduto ma la
politica del branding ha reso più sofisticata persino la tecnica di mercificazione delle
controculture cui - chi esprime ribellione - deve riuscire a sottrarsi. Ci gruppi
culturali o di artisti che usano le stesse tecniche pubblicitarie delle imprese per
denunciare l'inquinamento ambientale o lo sfruttamento nelle città-fabbrica del Sud del
mondo. Ma niente assicura loro il successo. Vale comunque la pena provarci. Nel libro
scrivo che forse c'è già una impresa che sta producendo un capo d'abbigliamento NoLogo.
Non bisogna rifiutarsi aprioristicamente di misurarsi su questo terreno. Semmai quella che
io chiamo "interferenza culturale" può diventare una forma di resistenza - e di
rivolta - contro la politica del branding: sabotare le tecniche pubblicitarie
utilizzandole ma ribaltando il senso del loro messaggio. I sabotatori pubblihe
pubblicitarie utilizzandole ma ribaltando il senso del loro messaggio. I sabotatori
pubblicitari esistono, come anche gli hacker. Possiamo considerarli dei burloni che
vogliono solo mettere in imbarazzo i media; oppure dei sovversivi. E forse sono un po'
l'una e un po' l'altra cosa. Epperò ciò cui assistiamo negli ultimi quattro-cinque anni
è una politicizzazione dell'interferenza culturale che viene sempre più spesso usata
nelle campagne di boicottaggio o di denuncia delle grandi corporation.
Per alcuni, il movimento antiglobalizzazione ha nella rete la sua forma organizzativa,
una forma - secondo molti - che ricalcherebbe, in realtà, proprio l'organizzazione
reticolare della produzione capitalistica. Lei che ne pensa?
Può apparire così. E tuttavia, le imprese saranno pure a rete ma a differenza del
movimento antiglobalizzazione centralizzano le decisioni. Il movimento, invece, è
decentrato, non ha strutture centralizzate che decidono per gli altri. E' molecolare, non
ci sono maggioranze e minoranze. La discussione è continua, anche grazie a Internet.
Quando viene decisa una azione o un boicottaggio, la decisione è quasi sempre unanime tra
i gruppi che l'hanno promossa sebbene non sia vincolante per nessuno.
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