Corriere della sera 16 giugno 2001

 

ASSALTO AL PALAZZO GLOBALE

di FRANCO VENTURINI

La polizia svedese spara per difendersi, gli agenti a cavallo indietreggiano sotto una pioggia di sassi, decine di feriti raggiungono a fatica gli ospedali di Göteborg, e il pensiero vola a Genova. Se questo vertice europeo doveva essere una prova generale per il G8 italiano di fine luglio, le preoccupazioni che Silvio Berlusconi ha condiviso con gli altri partecipanti appaiono più che fondate. Anzi, risultano ingigantite. Perché il «popolo di Seattle» sfugge ormai a ogni definizione, serve da copertura alla violenza anarcoide di frange incontrollabili e non pare rendersi conto dei successi che ha già ottenuto. A Göteborg i potenti sotto assedio hanno parlato di difesa dell’ambiente, e su questo hanno anche garbatamente litigato con Bush.
Il dibattito sui prodotti transgenici è all’ordine del giorno. Dopo Okinawa la piaga della povertà sarà affrontata a Genova, dove sono in programma la riduzione dei debiti dei Paesi più diseredati, l’apertura dei mercati, la guerra all’Aids. In meno di due anni molte bandiere della protesta di Seattle sono entrate nell’agenda dei governi. Ma l’istinto dell’assalto al Palazzo Globale non sembra temere il paradosso di una lotta in parte già svuotata.
Soltanto in parte, è vero. La globalizzazione è capace di redistribuire benessere, ma intere zone del mondo sprofondano nell’abisso dell’esclusione. Le aggregazioni tecnologiche, finanziarie o geopolitiche mettono sotto pressione malintesi nazionalismi e ataviche gelosie regionaliste. Serpeggia l’angoscia dell’appiattimento, di una perdita di identità che sarebbe anche perdita di libertà.
Per tutti questi buoni motivi occorre «governare» la globalizzazione facendole riscoprire la politica al di là dell’economia e della finanza.
Occorre dare una impronta sociale e umanitaria all’utilizzo delle risorse che la fine della guerra fredda ha liberato. Occorre fare buon uso del mondo senza muri che il superamento dei blocchi ha quasi ovunque aperto agli scambi.
Ma non è appunto il «governo» della globalizzazione, che i Grandi provano a delineare nei loro incontri? E’ forse una cattiva notizia, per il «popolo di Seattle», che un miliardo e passa di cinesi stiano per varcare la soglia dell’Organizzazione mondiale del commercio? Il dilemma che si porrà a Genova, più che mai dopo il brutale promemoria di Göteborg, nasce da questa doppia anima che alberga nel movimento anti-mondializzazione: la prima ragionevole, generosa almeno nelle intenzioni e a modo suo libertaria; l’altra cieca e violenta perché figlia delle frustrazioni più varie che credono di aver finalmente trovato il nemico.
Non possono e non devono, questi due «popoli», essere trattati allo stesso modo. Il governo Amato aveva impostato un doppio binario tra libertà di espressione e sicurezza anti-sommossa. La formula resta valida per il governo Berlusconi che al G8 sarà padrone di casa, purché vengano rispettate un paio di esigenze ulteriori. La protesta accettabile deve distinguersi dai violenti e collaborare con le autorità, perché altrimenti le ragioni dell’ordine pubblico prevarranno giustamente su tutto. E deve finalmente decollare l’organizzazione logistica del vertice, perché le confusioni e i ritardi accumulati sono altrettanti inviti a fare di Genova una replica di Göteborg. In grande.