La Repubblica 25 giugno 2001
E nel cuore di Genova la prova degli scontriFinte
cariche, assalto ai varchi: "Vedrete la nostra scaltrezza"
ALBERTO PUPPO
GENOVA - Dopo la prima carica della polizia vengono fermati in tre. Ma nessuno reagisce.
Solo qualche urlo, e poi un battito ritmato di mani. Al secondo affondo i contestatori si
avvinghiano l'uno all'altro come insegna l'arte della protesta nonviolenta. Volano
manganellate come piovesse. I ragazzi (ma c'è anche chi ha più di un capello grigio)
vengono sollevati di peso e scaraventati senza troppi riguardi dalle scale. E meno male
che è una simulazione. Simulazione di "azione diretta noviolenta". Obiettivo.
Accerchiare i varchi che permetteranno ai delegati del G8 di raggiungere le sedi del
summit. Interpreti: una cinquantina di pacifisti che fanno riferimento alla Rete Lilliput
e quella AntiG8 che, per l'occasione si calano, oltre che nel ruolo canonico di
manifestanti, anche in quello di agenti e passanti. Teatro: piazza San Lorenzo, proprio
davanti alla cattedrale, pochi minuti prima che cominci la tradizionale messa in onore di
San Giovanni Battista, patrono della città, celebrata dal cardinale Dionigi Tettamanzi.
La simulazione termina una decina di minuti prima della funzione, proprio per non turbare
nessuno, ma gli effetti di quel confusionario scontro sono già palpabili. A cominciare da
quel moltiplicarsi di capannelli di fedeli o semplici passanti che si ritrovano, quasi per
inerzia, a discutere pro o contro la manifestazione. Ma anche pro o contro il G8. E
finisce anche che qualche animo si surriscaldi.
Ma l'obiettivo primario dell'iniziativa non era quello di suscitare dibattito. Piuttosto
si trattava di un momento di training, di allenamento, per verificare le proprio reazioni
di fronte ai momenti di inevitabile tensione che si verificheranno nei giorni del vertice,
quando il popolo di Seattle, o almeno le sue avanguardie, cercherà di varcare la fatidica
zona rossa che proteggerà i Grandi. Con i propri corpi, adeguatamente e platealmente
imbottiti, come le Tute bianche, o con azioni di aggiramento, basati sulla rapidità e
l'imprevedibilità, secondo lo stile dei gruppi ieri all'opera. Forse in bicicletta,
chissà. Ieri i pacifisti una buona dimostrazione di autocontrollo l'hanno effettivamente
offerta, non alzando neppure un dito sotto i colpi dei manganelli e evitando anche
qualsiasi accenno di polemica con gli ignari cittadini (finti) che reclamavano la fine del
sitin per poter tornare a casa.
Ma a luglio sarà tutta un'altra cosa. E per questo l'allenamento continuerà a ritmi
sempre più sostenuti. Carlo Schenone, ex consigliere comunale indipendente, da sempre
animatore del movimento antimilitaristi e ambientalista genovese, si concede una metafora:
«Saremo come l'acqua che si infiltra con molta facilità. Utilizzeremo i mezzi che ci
saranno consentiti, magari proprio le biciclette e cercheremo di aggirare i blocchi». E
le protezioni? Niente caschi, giubbetti o copertoni, ma neppure gli ultrapacifisti
combatteranno a petto nudo. «Non useremo alcuna attrezzatura particolare ma ci limiteremo
a riparare le parti più esposte, come i fianchi e i reni. Noi proviamo a capire le
ragioni della polizia ma non siamo neppure dei martiri. Daremo prova della nostra
scaltrezza». |