Corriere della sera 19 luglio 2001
IL RACCONTO

Viaggio nella città chiusa: «C’è solo silenzio, come dopo un golpe»

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
GENOVA - C’è questo silenzio, dicono tutti. Soltanto le pale degli elicotteri, il ronzio dei condizionatori, il rumore degli stivali dei poliziotti sul selciato. «Sembra di avere dell’ovatta nelle orecchie», confida una ragazza. Ai genovesi mancano le parole, perché è così duro da raccontare, il silenzio. Non stupitevi: la loro città non c’è più. E’ cambiata in una notte, all’improvviso. «Sapevamo che la zona rossa sarebbe stata chiusa - dice il sindaco Beppe Pericu - ma non eravamo preparati a questa vista, è impressionante». Se ne sono già andati in 250.000, un genovese su tre ha lasciato la città. Dei 1.130 impiegati nei palazzi della Regione e della Provincia, ieri solo trenta erano al lavoro (ferie concordate).
Chi resta ha un peso sul cuore, che non riesce a spiegare. Via XX settembre, ore 12 del primo giorno di Genova città chiusa. Nella strada solitamente più affollata non ci sono macchine, non ci sono negozi aperti, non c’è nessuno che non abbia una divisa. Passano soltanto camion e auto di polizia e carabinieri, i plotoni delle forze dell’ordine pattugliano le strade. «Ti senti osservato, spiato, in colpa per qualcosa che non hai fatto», dice Vittorio Berchi. Sta finendo di sistemare un’asse di legno sulla vetrina del suo negozio, una profumeria. «Quando finisco vado via, perché mi sento inquieto. C’è un pace strana, fastidiosa». Poi dice una frase e allora capisci: «Adesso so perché a Belfast prendono tanti tranquillanti. Vivi male, in una città dove ci sono solo soldati, dove ti fermano per controllarti i documenti ogni dieci minuti». La gente passa attraverso i varchi, mostra i documenti a ragazzi in divisa. «Sette controlli in poche ore, mi sento come se mi avessero portato via la dignità», dice Laura.
Una città che in otto ore è diventata un campo militare. Prima sono arrivati gli addetti del Comune, che hanno portato via gli ultimi cassonetti e i cestini e hanno lavato la strada. Gli agenti hanno controllato per l’ennesima volta i bassi del centro storico, ormai deserti. Poi, le barriere metalliche e i blocchi di cemento hanno avvolto il cuore di Genova e lo hanno consegnato ad altri. Il modo in cui è nata la zona rossa fa venire in mente altre notti più famose. «Cosa vuole, questo è il nostro piccolo muro di Berlino», dice Alfredo Addezio. Non è Nikita Krusciov e neanche gli somiglia. È soltanto il geometra della Elci, una delle sei ditte che dalla mezzanotte di martedì alle 7 di ieri hanno fatto nascere la zona rossa. Una notte di fiamme ossidriche, il frastuono dei gruppi elettrogeni, colpi di martello da far tremare le finestre delle case di fronte. Il caposquadra che al varco di San Giorgio urla: «Saldate più strette quelle griglie». Via Buozzi che sembra una fonderia, mentre un braccio di ferro cala dall’alto due giganteschi container su una massicciata appoggiata ai binari della stazione sotterranea di Principe e un operaio taglia l’acciaio delle reti per fissarle alla volta della galleria (Dice: «Non dobbiamo lasciare neanche un millimetro di spazio a eventuali invasori»). Duecentocinquanta uomini tra fabbri e carpentieri, quindici gru, quindici sollevatori, trenta camion, per disporre in linea sui blocchi di marmo 1.800 metri di grate e chiudere a chiave due chilometri quadrati di città, lasciandoci dentro soltanto pochi abitanti spaventati e poi soldati, poliziotti, carabinieri. Gli altri, fuori. Alle 8 del mattino il signor Felice ha scoperto che per andare a trovare sua madre - vive dall’altra parte della strada, «esattamente venticinque passi da citofono a citofono» - avrebbe dovuto arrampicarsi in auto sulla circonvallazione a monte.
Perché i 25 passi che li separano sono la strettoia della zona rossa, via San Lorenzo, e chi non ha il pass resta fuori, anche se ha una madre di ottant’anni dall’altra parte, a pochi metri di distanza. Non si era mai visto, nel tempo presente. È per questo che dal mattino di ieri a Genova si cercano paragoni nel futuro e nel passato. «E’ come una città post-atomica, quelle grigie e senza speranza dei racconti di William Gibson», dice un ragazzo in piazza De Ferrari, dove la nuova fontana ha smesso di zampillare. Il poliziotto davanti a Palazzo Ducale si toglie il cappello: «Hanno esagerato, ho visto solo cinque persone in cinque ore, dove sono finiti tutti?». Lo scultore Lele Luzzati non parla volentieri di quel che vede dalla sua finestra: «Quelle barriere, quelle grate mi fanno pensare alla guerra, al ghetto di Varsavia, mi fanno sentire triste». Jaime è stato adottato dieci anni fa dal centro sociale Zapata, quando decise di fermarsi in Europa dopo essere fuggito dal Cile: «La mattina dopo la caduta di Allende era così, con le camionette dei militari sulla strada e la gente chiusa in casa».
Durerà solo tre giorni, eppure c’è la sensazione che possa rimanere una ferita, in questa città che da ieri non è più padrona di se stessa. «Una città pulita, ordinata, senza un rumore, senza una macchina, senza un malvivente, proprio a misura d’uomo - dice un’impiegata che fugge a casa dopo il lavoro -. C’è pace, ma è una pace terrificante».

Marco Imarisio