Corriere della sera 6 agosto 2001
La Fao: andiamo avanti con i nostri programmi

«Incredibilmente costoso spostare tutto». C’è però preoccupazione dopo gli incidenti di Genova

ROMA - Non è semplice spostare da Roma il vertice della Fao sull’alimentazione e la lotta alla fame al quale sono invitati, dal 5 al 9 novembre, i capi di Stato e di governo di 185 Paesi. In qualche modo, alla fine, un accordo andrà trovato. Il governo di Silvio Berlusconi non può imporre il tra sferimento di una riunione convocata sì nella capitale d’Italia, ma dentro un palazzo, vicino alle Terme di Caracalla, che gode di uno status extraterritoriale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura, allo stesso tempo, non avrebbe interesse a confermare l’appuntamento qualora le autorità del Paese ospitante comunicassero di non essere in grado di garantire la sicurezza del summit . Ad ognuna delle due parti converrà agire con il consenso dell’altra. Finora non si è arrivati a uno sfratto o a una vera condizione di allarme. Per ottenere una soluzione diversa dal programma attualmente valido, tuttavia, non basta schiacciare un bottone.
Il vertice voluto dal direttore generale Jacques Diouf, senegalese, è stato convocato l’anno scorso dal Consiglio della Fao, l’organo esecutivo eletto dalla Conferenza biennale dell’organizzazione, per altro fissata a Roma dal 2 al 13 novembre. La Conferenza è la cornice più ampia entro la quale si inserirebbe l’incontro dal 5 al 9 dello stesso mese per il quale arriverebbero a fianco alle Terme di Caracalla, per citarne soltanto alcuni, il cubano Fidel Castro, l’egiziano Hosni Mubarak e il francese Jacques Chirac.
Il Consiglio deve riunirsi almeno tre volte ogni due anni, ma la sua prossima seduta è prevista verso fine ottobre. Si può dire: ammesso che la Fao sia disposta al trasferimento del vertice - e Diouf non ha accolto la domanda italiana saltando di gioia - non si potrebbe individuare una via abbreviata, una forma di consultazione più spedita?
In politica tutto è possibile, figurarsi in quella internazionale. Ma è anche vero che esistono cose facili e cose più complicate. Il Consiglio è formato dai rappresentanti di 49 nazioni, mica cinque o sei. L’autonomia dei delegati è relativa: non è che ognuno agisce di testa sua, deve esprimere una posizione maturata nell’amministrazione del proprio Paese. Anche nell’universo della Fao, agosto non è il mese migliore per una consultazione rapida e snella. O si trova una scorciatoia, che fino a ieri non si è intravista, o non sembrano facili nuove decisioni, irreversibili, prima di settembre.
«Noi andiamo avanti secondo i nostri programmi. Fino a questo momento, lavoriamo per far svolgere il vertice a Roma», conferma Nick Parsons, il capo della sezione Media della Fao. «Non possiamo ignorare ciò che è successo al G8 di Genova», ha ammesso parlando con l’ Ansa . Però, come aveva anticipato ieri il Corriere , ha fatto notare che un trasferimento da Roma «sarebbe incredibilmente costoso». Nel palazzo di questo ramo dell’Onu sottolineano per esempio un aspetto: i traduttori, che abitano a Roma, dovrebbero spostarsi nella nuova sede del vertice o essere sostituiti, con un aumento dei costi. E poi dove? Il ministro Gianni Alemanno ha attribuito a Berlusconi la proposta di Nairobi. Lì ci sono strutture per congressi, però anche problemi per l’energia elettrica, per la sicurezza e posti limitati negli alberghi.
Al vertice del 1996, a Roma, parteciparono nell’arco di più giorni diecimila persone. In scala ridotta, il palazzo della Fao è un po’ come il Vaticano: ha ottimi rapporti con l’Italia, non può ignorarne le esigenze logistiche, ma il nostro Paese deve fare i conti con le sue. Il governo, per soddisfare il suo desiderio, dovrà avviare una campagna di persuasione di vari Paesi. Come fanno i lobbisti, i gruppi di pressione, a Montecitorio.
Maurizio Caprara