Corriere della sera 2 agosto 2001
«Vogliono
farmi fuori, va interrogato De Gennaro»
Canterini: il capo della
polizia non poteva non sapere. Gli 800 agenti del reparto: comandante, siamo con lei
- ROMA - È una caserma della polizia abbastanza normale. Con la puzza di chiuso, i
corridoi lunghi, i finestroni impolverati, il cortile largo e rettangolare. Al bar, fanno
un caffè espresso che sa di cuoio bagnato. I camion blindati di color azzurro sono
parcheggiati con ordine. E non sono pochi quelli sfregiati, con ancora le lamiere
ammaccate dai sassi, con i vetri infranti. La caserma del Primo reparto mobile ha il nome
di un quartiere: Castro Pretorio. In fondo al viale, la stazione Termini. Dallaltra
parte, luniversità «La Sapienza». Basta affacciarsi dalla finestra che sta nellufficio
del comandante Vincenzo Canterini. Lufficio è spartano. Lui ci entra con passo
deciso. Elegantissimo. Abito blu, camicia in tono, cravatta a pois. Brizzolato, spalle
muscolose. Il viso abbronzato e teso. Una voce forte, sicura: «Vogliono fregarmi: ormai
è evidente, no? Hanno bisogno di qualcuno da dare in pasto ai giornali e alle
televisioni».
Sono le quattro di un pomeriggio torrido. Non dice da dove viene, ma certo è un posto
dove qualcuno deve avergli spiegato cosa e quanto rischia. «Vogliono farmi fuori? Devo
pagare per tutti? Perfetto, va bene: io sono un poliziotto, una guardia come dicono
quelli del Genoa Social Forum. So cosa rischio quando faccio il mio lavoro. Solo che
adesso non possono mettere in mezzo me e i miei uomini, se qualcosa poi è andato storto.
Non siamo picchiatori. Serviamo lo Stato, conosciamo le leggi. Non siamo noi ad aver
sbagliato».
Va alla libreria: cè la fotografia del figlio Cosimo, di 20 anni, che è insieme
alla madre, Sandra. «Mia moglie fa la gioielliera, ha negozi a Firenze. La mia adorata
Firenze». È nato a Roma 53 anni fa, «da padre musicista e con padrino di battesimo il
maestro Enrico Simonetti». Entrato in polizia «35 anni fa, dopo lAccademia, per
poi diventare vice questore di Pisa e finire a dirigere i reparti mobili di Firenze,
Milano e...». Gli viene una smorfia. «Diciamo che ancora sono al comando di quello di
Roma, ma...».
Entra uno dei suoi: «Capo, ha bisogno di qualcosa?». Solerti, affettuosi, protettivi.
Gli agenti del Primo reparto hanno intuito ciò che potrebbe accadere. E lui: «No,
tranquilli. È tutto a posto».
Quasi tutto. Ci sono accuse pesanti, di pestaggi e abusi. «Sì, infatti è meglio che,
prima di cominciare a parlare, io chieda lautorizzazione al ministero dellInterno».
Compone il numero, che conosce a memoria. Si capisce che, dallaltra parte, gli
dicono no, escluso, devi stare muto. Rischi grosso e meno chiacchieri, a questo punto,
meglio è.
Lui comincia a camminare avanti e indietro nel suo ufficio. Le scarpe inglesi
scricchiolano sul parquet. Si toglie la cravatta. Guarda fuori. Si volta.
Adesso, il comandante Canterini ha gli occhi quasi lucidi. Non sembra un tipo capace di
commuoversi, magari è il nervosismo. Non resiste. «Se qualcuno ha preparato la trappola,
se pensano di infangare il mio nome e quello degli ottocento ragazzi che comando, beh, si
sbagliano. La verità verrà fuori. Io ho già raccontato tutto al magistrato di Genova,
il dottor Lalla. Gli ho parlato per tre ore filate. Sa tutto. Tutto quello che è accaduto
dentro la scuola "Diaz". Quando ho finito la mia deposizione, si è alzato e mi
ha ringraziato».
Dice che forse è il caso di andare al bar. Bisogna attraversare un corridoio lungo oltre
cento metri. È una passeggiata piuttosto istruttiva. Il comandante incrocia i suoi
agenti, i reduci di Genova. Lui che fa le presentazioni: «Il giornalista...». E loro che
stringono la mano in modo forte, significativamente forte.
Poi cè quello ironico: «Lultima intervista, comandante?». Altri vanno giù
duri: «Sono venuti a intervistare i picchiatori?». «Signor comandante, ora e sempre ai
suoi ordini». «Signor comandante, di qualsiasi cosa avesse bisogno...».
Il caffè è un autentico torcibudella. Ma lui, il comandante Canterini, vuota la tazzina
dun fiato. «Sa qual è la verità?». No. «La verità è che ci vorrebbe una bella
commissione dinchiesta parlamentare...». È proprio ciò che chiedono gli
oppositori del governo, è la proposta che stanno avanzando con forza anche molti
comunisti. «È una proposta sensata. Così ci sarebbe qualcuno in grado di porre qualche
domanda anche al signor capo della polizia, il dottor Gianni De Gennaro: perché è
strano, molto strano che nessuno, finora, abbia rivolto qualche domanda anche a lui».
Cosa dovrebbero chiedergli, comandante? «Beh, per esempio se era stato informato o no
della perquisizione di quella notte... Il capo della polizia può non aver saputo
nulla?».
Altri agenti, in borghese, alla fine del turno. Ragazzi sui trentanni, con i capelli
tagliati corti e la faccia nervosa. Lui li indica: «Ecco, quello alto è uno che, in
quella maledetta scuola, sè tolto la maschera antigas per metterla davanti alla
bocca di un contestatore... Perché le telecamere dei tigì non lhanno ripreso?».
«Signor comandante, comandi pure...».
Cè qualcosa di inequivocabile, nei confronti del comandante Canterini: solidarietà
che si fonde a rabbia, mortificazione che diventa sarcasmo. «Signor comandante, vado a
chiamare qualcuno dei nostri feriti?».
Lui, il comandante, dispensa pacche sulle spalle. Poi, dice: «In quella scuola saremmo
dovuti pure entrare per primi: avevo 70 uomini selezionati, una truppa scelta,
meravigliosa per attitudini morali ed esperienza. E invece...». Invece? «Siamo entrati
per ultimi, perché qualcuno, tra le numerosissime altre forze dellordine presenti,
aveva più fretta di noi. Chissà perché...».
Si ferma. Guarda il muro bianco. Alza lindice e comincia a tracciare una mappa: «Mi
devono ancora spiegare chi ha autorizzato quel corteo che tagliava in due la città di
Genova. Una follia». Perché, comandante? «Perché alla fine, noi siamo rimasti divisi,
isolati. Per due giorni abbiamo girato come imbecilli, stradina dopo stradina, senza
riuscire a raggiungere le zone dove i nostri erano in difficoltà». Chi lha
autorizzato il corteo? «Si sa, chi ha detto sì, va bene, sfilate pure dentro quelle
strade. Ma mi piacerebbe che certe domande le formulasse, come ho detto prima, una bella
commissione parlamentare».
Sono le cinque del pomeriggio e, tra poco, il comandante riceverà nel suo studio i capi
dei reparti. Tutti sanno tutto. Lui è stato allusivo: «Ragazzi, desidero solo farvi il
punto della situazione».
Ma ormai i suoi uomini, negli uffici e dentro le camerate, davanti alle tivù accese hanno
letto il Televideo. Sanno che «pesanti provvedimenti disciplinari sono in arrivo», e
nessuno fatica a capire chi possano riguardare.
Lui, il comandante Canterini, è cortese e calmo fino davanti al portone delluscita.
Gli occhi sono ancora lucidi. Ora gli si abbassa un poco anche la voce: «Questa non è
stata unintervista, non posso rilasciarle. Ma nessuno può vietarmi di dire che sono
una brava persona che comanda ottocento brave persone».
Fuori cè un fotografo che ha studiato il latino. «Castro Pretorio viene da Castra
Pretoria , cioè le caserme dei pretoriani della guardia imperiale...».
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Fabrizio
Roncone |
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