La Repubblica 4 agosto 2001

Andreassi: il mio errore?
Non lavorare prima sul G8

"A Genova bisognava cominciare sette mesi fa". Il monito: "C'è un nuovo fermento eversivo"

CLAUDIA FUSANI


ROMA - Se lo aspettava. Si era messo in ferie anche per questo il prefetto Ansoino Andreassi, da un paio di giorni, nonostante le accuse vere o presunte. D'altra parte lo stile dell'uomo è quello di obbedire se è lo Stato che chiede e se ci sono in ballo «questioni di opportunità» come le ha definite il ministro. «Me lo aspettavo» dirà dopo a un collega, «se non era ora sarebbe accaduto a settembre, ma doveva succedere». Una decisione forse non giusta ma necessaria. Andreassi ha ubbidito.
L'ex vicecapo della polizia Ansoino Andreassi e il direttore dell'Antiterrorismo Arnaldo La Barbera sono stati destinati all'ufficio ispettivo dei prefetti. «Fatti fuori» è la sintesi degli addetti ai lavori. Ma non si sa mai, perché l'amministrazione potrebbe sempre avere bisogno di loro. E decidere altri programmi. Loro aspettano, silenziosi servitori dello Stato.
Dopo il colloquio con il ministro, Andreassi non ha più messo piede in ufficio, ha staccato i telefoni e ha parlato solo con pochi fedelissimi. C'è un momento in cui ha capito che sarebbe toccato anche a lui farsi da parte. E molto presto. «Mercoledì sera - ha raccontato - quando il ministro ha chiesto altri approfondimenti sul terzo dossier, quello sugli incidenti in piazza, nelle strade». Era chiaro, a quel punto, che veniva messo in discussione tutto l'apparato preventivo e organizzativo del G8 fuori dalla zona rossa. E che quindi il cerino sarebbe rimasto in mano a lui che il capo della polizia aveva nominato responsabile sicurezza del vertice. Solo un mese prima del summit, però, un altro punto di rammarico perché «avrei dovuto cominciare almeno sette mesi fa».
Era un lavoro duro. Scivoloso e pieno di rischi soprattutto per il clima politico che si era creato intorno al vertice. C'è un'immagine di quei giorni a Genova che anticipava quello che sarebbe successo due settimane dopo. Domenica 22 luglio, intorno all'ora di pranzo, via XX settembre, il salotto di Genova, cuore della zona rossa. Andreassi e La Barbera, l'Intellettuale dell'antiterrorismo e il John Wayne dell'antimafia, scendono a piedi, uno accanto all'altro. Le immagini della perquisizione finita nel sangue alle scuole Diaz stanno già facendo il giro del mondo. Le facce dei due prefetti sono la fotografia di un vero guaio. «Era una perquisizione ripete Andreassi avevamo segnalazioni di presenza di black bloc e armi. Ma doveva essere solo una perquisizione come mille altre che abbiamo fatto in questi giorni». Quasi quotidiane ma sempre indolori. Guarda le reti alte cinque metri che ingabbiano la zona rossa: «Anche per queste reti, quante polemiche, ma se non le avessimo messe avrebbero distrutto tutto anche qua». E poi una riflessione preoccupata, che aveva il sapore dell'ultima analisi: «C'è un nuovo fermento eversivo molto pericoloso perché non è guidato da un'ideologia precisa. Una volta potevamo sapere dove avrebbero potuto colpire. Adesso no, questi blocchi neri possono essere tutto e possono colpire ovunque».