Manifesto 7 agosto 2001

Musical e pallottole a Locarno
In piazza Grande il film indiano "Lagaan", aspettando il documentario sugli scontri di Genova, che infiamma già il festival. C'è chi vorrebbe censurarlo, come è successo in Francia a un'intervista di Straub-Huillet, riproposta qui
ANTONELLO CATACCHIO - LOCARNO

Dopo essere stata strapazzata da temporali che sembravano essere d'origine monsonica, la piazza Grande di Locarno ha preso la sua rivincita. 6300 spettatori l'hanno affollata domenica per assistere a Lagaan, film indiano di tre ore e quaranta minuti. Forse la proiezione più affollata che un film bollywoodiano abbia mai avuto in un paese occidentale. E il paradosso sta proprio nei monsoni. La vicenda del film infatti parte proprio da lì, dai capricci dei venti che non portano pioggia, costringendo alla miseria i contadini. E il primo brano musicale del film è proprio un numero di trascinante entusiasmo legato all'illusione dell'arrivo di nuvoloni neri carichi di pioggia.
Un musical quindi, secondo tradizione. E, visto che siamo verso la fine del secolo scorso, un musical che ironizza sull'arroganza dei militari britannici che, loro sì, possono fare il bello e il cattivo tempo a piacimento. Con il momento clou legato a un incontro di cricket, tra gli indiani, che lo chiamano in altro modo, e gli inglesi che lo considerano un rituale quasi religioso, che deve decidere le sorti del villaggio. Se vincono i rappresentanti di sua maestà il lagaan, l'imposta, per i contadini sarà addirittura tripla in tempo di siccità, ma se dovessero vincere gli indiani l'imposta verrebbe annullata. Un mix di musical, sport, melo e grande spettacolo davanti a una platea che in larga misura aveva forse solo sentito parlare di queste produzioni, come ha argomentato il regista Ashutosh Gowariker presentando il suo lavoro al pubblico. Lavoro che ha come sottotitolo "C'era una volta in India", per sottolinearne il respiro epico, e Gowariker ha voluto ricordare come il contesto storico non sia tanto lo sfondo pretesto per l'ennesima storia d'amore contrastato alla fine vittorioso, ma il quadro in cui si inseriscono gli eventi raccontati.
Un tratto che contraddistingue molti dei lavori presentati nelle diverse sezioni. Pur con risultati diversi il tentativo di leggere la realtà delle cose nel loro contesto storico sembra quasi diventare una tendenza. Quando addirittura non si tratti di materiali documentari che affrontano direttamente le questioni. E' il caso del montaggio che riguarda materiali realizzati a Genova durante i giorni del G8, che approderanno al festival domenica. L'interesse dei giornalisti stranieri, tedeschi prima di tutti, è altissimo, altri sono rimasti invece più perplessi per questa sorta di "contaminazione" festivaliera con immagini destinate a scatenare dibattito. C'è da aspettarsi l'ennesima levata di scudi, speriamo senza manganelli, da parte dei giornali conservatori. Ma la neodirettrice Irene Bignardi è stata determinata nel voler presentare questi materiali perché "il cinema è anche e soprattutto testimonianza del reale e la cronaca di oggi è la storia di domani". Due ore di materiale appena montato come videodiario sulla base delle riprese di una quindicina di registi e cineasti che erano andati a Genova per raccontare una festa multiculturale e giocosa e si sono invece trovati di fronte a sangue, sequestri, aggressioni e pestaggi.
Un altro episodio la dice lunga sul clima, politico, che stiamo attraversando. Il festival ha dedicato un omaggio a Jean Marie Straub e Danièle Huillet con la proiezione del loro film più recente, Operai, contadini, oltre a tre video dedicati alla loro opera e realizzati da Harun Farocki, Jean-Charles Fitoussi e Andreas Teuchert.
A completare l'omaggio lo Studio Elisarium ospita la mostra realizzata da Dominique Paini dal titolo "Jean Marie Straub et Danièle Huillet - des films et leurs sites". E qui finiscono le buone notizie e cominciano quelle meno buone, in cui il festival non ha alcuna responsabilità, ma è divenuto teatro per una denuncia. La rivista Hors-Champ pubblica infatti un'intervista di François Albera ai due cineasti. Intervista che era stata commissionata dalla Biblioteca Pubblica di Parigi in occasione di una proposta di film legati al 1968 che avrebbe affiancato la mostra degli Anni Pop organizzata presso il Centre Pompidou. L'accento dell'iniziativa della Biblioteca voleva essere sul cinema militante. Quindi sulla politica. Ma, evidentemente, intervistati e intervistatore hanno preso la cosa troppo seriamente e i committenti hanno cercato di fare pressione per far rivedere alcuni passaggi, operazione che è stata considerata dai protagonisti come censoria.
Espulsa quindi dalla pubblicazione ufficiale, l'intervista viene ora integralmente proposta dalla rivista svizzera con il titolo Cinéma (et) politique: faucille et marteau, canons, canons, dynamite!, messa in vendita nel chiosco del Festival. Citiamo solo una frase della coppia di registi "siamo in un mondo in cui si sta tentando di evacuare la morale e di fare regnare il cinismo".