Corriere della sera 3 agosto 2001

 

«E’ un’ingiustizia, adesso corro a Roma»

Il questore di Genova Colucci: non ho commesso errori. Gli agenti: siamo con lui, ci faremo sentire

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
GENOVA - «Non doveva finire così...». Il poliziotto si passa una mano sugli occhi, ha lo sguardo lucido, quasi si scusa: «Mi dispiace, dev’essere l’afa». L’ingresso della Questura, fino a quel momento deserto, si rianima improvvisamente. Una giovane agente chiede al collega: «E il dottore dov’è adesso?». L’altro: «Nel suo ufficio, poveraccio, non se lo meritava proprio». E un terzo, gettando con rabbia la sigaretta: «Maledetto quel blitz alla Diaz e chi ha ordinato di farlo».
Sono da poco passate le 21 e quello che tutta la città dava ormai per scontato, ma che in Questura fino all’ultimo hanno sperato non si avverasse, è accaduto: Genova ha perso il suo questore. Francesco Colucci, 58 anni, nella polizia dal ’68, ex dirigente della Criminalpol milanese, ex questore a Bergamo e a Lecce, è stato travolto dall’onda d’urto del G8. «Destinato ad altro incarico», recita il gelido comunicato del Viminale, dopo che il nome del questore era finito nella lista nera degli ispettori ministeriali con le accuse di «responsabilità oggettiva», «errori nella scelta degli uomini» e «carenze organizzative» per come è stato gestito l’ordine pubblico durante tutti i tre giorni degli scontri, anche se indubbiamente la macchia più scura è stata la perquisizione alla «Diaz» (61 feriti e 93 fermi, di cui 68 non convalidati).
Colucci è nel suo ufficio. Vicino a lui, alcuni dei collaboratori più fidati. Il tono è secco, nervoso: «Ormai la cosa era nell’aria, staremo a vedere. Ma non è giusto...». Tace qualche secondo, un sospiro: «Comunque domani (oggi per chi legge, ndr.) vado al ministero e poi se ne parla». Laconico, ma non rassegnato. Due giorni fa, quando trapelò la notizia che gli ispettori romani avevano proposto al capo della polizia De Gennaro la sua rimozione, Colucci si era detto pronto «a rispondere a qualsiasi contestazione». E ora che la sentenza è arrivata, è più che mai deciso a salvare, se non la poltrona, ormai persa, almeno la sua dignità di tutore dell’ordine.
E neanche lo consola sapere che, oltre alla sua, sono cadute teste eccellenti come quella di Ansoino Andreassi, vicecapo della polizia, e del capo dell’Antiterrorismo, Arnaldo La Barbera, entrambi presenti quella sera davanti alla Diaz. Colucci è convinto, e l’ha sempre detto, di non avere colpe, di essere stato solo l’esecutore di disposizioni che giungevano dall’alto: «Ma quale responsabilità oggettiva mi vogliono addossare? - confidava due giorni fa ai suoi -. Quali sarebbero i miei errori? Ha scelto tutto Roma: gli uomini, le strategie d’azione, i tempi d’intervento. L’hanno visto tutti come sono andate le cose».
E come lui la pensano i suoi uomini. Mai uniti come ora. Mai amareggiati come ora. «E’ una decisione al di fuori di ogni logica - afferma Giovanni Palladini del sindacato autonomo di polizia -. Ma non finirà così». E il collega Salvatore Marino: «La verità è che in quei terribili tre giorni nessuno si aspettava di andare alla guerra. Perché una guerra è stata. Non è giusto questo scaricabarile». Salta Colucci, ma anche altri dirigenti genovesi sono a rischio. Spartaco Mortola, capo della Digos, si limita a dire: «E’ stato lo stesso questore a darmi poco fa la notizia... Lasciatemi in pace». Non una parola dal capo della Mobile, Nando Dominici, e dal vice di Mortola, Alessandro Perugini, che rischia addirittura un’incriminazione penale per aver sferrato un calcio a un manifestante steso a terra. Notte di rabbia tra i poliziotti. «Da sempre nella gestione dell’ordine pubblico nulla accade che il politico non voglia» sibila Aldo Tarascio del Silp. Mai come stasera Roma è sentita lontana, ostile.
Francesco Alberti