Corrire della sera 2 agosto 2001
IL RETROSCENA

La partita del Viminale: salvare la faccia senza affondare De Gennaro

L’obiettivo è quello di evitare terremoti Ma nel mirino c’è proprio la squadra del capo

ROMA - Scegliere tre superispettori al di sopra di ogni sospetto anche per l’opposizione. Accertare i fatti. E poi, come primo passo concreto, colpire il livello intermedio dei dirigenti ritenuti responsabili di «errori» e «omissioni», salvaguardando comunque la truppa per non aizzare i sindacati interni. Individuare i funzionari scorretti collocati a metà della catena di comando, lasciando però aperta una «uscita di sicurezza» sui comportamenti «non esenti da censure» dei pezzi da novanta inviati a Genova dal prefetto De Gennaro. In altre parole, punire sì i colpevoli, per tutelare l’immagine della polizia italiana, ma evitare a tutti i costi la forte scossa di terremoto che molti, fuori e dentro il Viminale, auspicano per defenestrare il capo della polizia e la sua squadra. Sarebbe questa la strategia di un’inchiesta ad alto rischio. Ma sono tanti, troppi gli elementi da misurare con il bilancino. Fin da lunedì 23 luglio, quando il ministro Scajola annuncia al Senato di aver affidato a De Gennaro un’indagine sugli eccessi della polizia filmati a Genova da tutte le tv, si capisce subito che l’«inchiesta interna» sarà un parto travagliato e difficile. Tant’è che la prima versione non va bene: poliziotti genovesi e i funzionari in genere non sono disposti a pagare per tutti. E nella polizia riprende forza il partito anti-De Gennaro che parla di «intoccabili» e di «zone franche» annunciando pure controinchieste.
E adesso che i primi risultati sono da molte ore sulla scrivania di Scajola (chieste per ora le teste del questore di Genova, Colucci, del capo del reparto mobile di Roma, Canterini, e di altri funzionari semi sconosciuti), i poliziotti più navigati dicono che questa era la strada obbligata per non far saltare in aria tutto il fortilizio del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.
E’ vero, i prefetti Andreassi e La Barbera, i collaboratori più stretti di De Gennaro, restano sulla graticola: pur con sfumature diverse (a Genova, prima del blitz alla «Diaz», ci sarebbe stato anche un battibecco tra la «colomba» Andreassi e il «falco» La Barbera), vengono offerti come possibili «agnelli sacrificali». Ma è l’ultima spiaggia: farli cadere significa mettere in crisi il capo della polizia, la sua squadra, le sue scelte. Non fu De Gennaro a volere, contro il parere di molti, l’esperto di mafia La Barbera alla direzione della polizia di prevenzione?
Al Viminale, dunque, si prende tempo «per ulteriori approfondimenti». Ma nella maggioranza tornano a volare i falchi che chiedono un repulisti generale: il ministro Gasparri (An) spara a zero su Roberto Sgalla, il questore scelto da De Gennaro per mantenere i rapporti con giornali e tv, mentre i senatori leghisti infilzano il prefetto Roberto Sorge confermato da Scajola sulla poltrona di capo di gabinetto. Azzerare tutto e subito è comunque rischioso: per Berlusconi e Scajola significherebbe ammettere che a Genova molte cose sono andate male. Ma nel centrodestra sono forti le spinte per chiudere il conto con il superpoliziotto De Gennaro che insieme ai suoi uomini è stato protagonista di una stagione della lotta alla mafia e dei grandi processi con imputati eccellenti come Andreotti, Dell’Utri, Previti e Berlusconi.
Ci sarà dunque il terremoto al Dipartimento della Pubblica Sicurezza? Il senatore azzurro Lino Jannuzzi ha una sua tesi, che riproporrà su Panorama : «Ma come mai i suoi perseguitati, le sue vittime di ieri, non protestano? Hanno dimenticato? De Gennaro ha fornito loro garanzie che non lo farà più, o magari, che domani potrà fare per loro contro i loro avversari ciò che ha fatto contro di loro a favore dei loro avversari?». Conclusione: «Sarebbe come se De Gennaro fosse il nostro piccolo Fouché, il ministro dell’Interno che dopo aver servito la rivoluzione e Napoleone spalanca le porte di Parigi a Luigi XIII».
Dino Martirano