La Stampa 7 agosto 2001
Napolitano: l’Italia non può cedere
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Martedì 7 Agosto 2001
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L’EX MINISTRO DELL’INTERNO: PER EVITARE TUTTE QUESTE
POLEMICHE BERLUSCONI AVREBBE DOVUTO PRENDERE ACCORDI DISCRETI CON I PARTNER
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«E D’Alema rischia di giustificare gli attacchi generici
alla polizia»
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ROMA
ONOREVOLE Napolitano, il ministro dell’Interno tedesco Otto Schily ha rimproverato
allo Stato italiano arrendevolezza di fronte alle proteste di piazza. Dalla Farnesina gli
ha risposto Renato Ruggiero affermando che, viceversa, spostare il summit della Fao da
Roma non sarebbe affatto una resa. Lei come la pensa?
«Trovo che in linea di principio Schily abbia assolutamente ragione. Non si può cedere
al ricatto dei gruppi estremistici modificando il calendario della politica
internazionale. A Ruggiero non può sfuggire che la questione dello spostamento del
vertice è nata nel peggiore dei modi, con esternazioni del presidente del Consiglio in
una sede politica».
Il vertice si può spostare o no?
«Il tema poteva essere oggetto di una comune, riservata riflessione con i nostri partner
internazionali. Ma la cosa è compromessa dal modo stesso in cui è stata aperta».
Alla luce di quello che è accaduto a Genova, non sono comprensibili i timori di Palazzo
Chigi?
«Il governo italiano si sta adesso atteggiando in termini di mera preoccupazione e di
puro allarme. Da un lato si considera quasi fatale che qualsiasi incontro internazionale
sia circondato da un clima di violente proteste. Dall’altro, ci si adopera perché in
ogni caso il prossimo di questi incontri non si faccia in Italia. Non è una posizione
seria».
Oltre la Fao a Roma, di incontri di questo genere in agenda per l’Italia ce n’è
una sequela...
«Bisogna rivederne le modalità: servono interminabili sfilate di capi di Stato al
microfono per brevissimi interventi, inevitabilmente molto formali? Occorrono incontri che
affrontino nella sostanza problemi gravissimi di equilibrio mondiale, preoccupandosi assai
meno della esteriorità, dell’aspetto simbolico. Ma intendiamoci: è anche ridicolo
pensare a un vertice della Fao o ad altri come un luogo dove si decida autoritariamente di
un nuovo ordine mondiale. Queste sono mitizzazioni ideologiche».
Tornando al G8: destituendo quei tre dirigenti di pubblica sicurezza, il ministro dell’Interno
ha scaricato delle responsabilità?
«Essendo state molto vaghe le giustificazioni di quelle decisioni, offerte come se
fossero di puro carattere cautelare, si è in un certo senso anticipato lo svolgimento
dell’indagine conoscitiva del Parlamento, e di quelle della magistratura. Forse il
ministro voleva mostrare che non ci sarebbero state indulgenze di fronte ad abusi, che se
necessario si può arrivare a colpire elevati livelli di responsabilità. Ma quello che
manca è una effettiva ricostruzione delle direttive, anche di come sono state impartite,
oltre che di come sono state applicate. Per questo ora inizia l’indagine
parlamentare. E’ molto importante che il centrosinistra chiarisca nel modo più netto
che non si tratta di un processo alla polizia ma di un impegno di ricostruzione dell’intera
vicenda, e che si parte da un punto preciso: le violenze devastatrici di tipo eversivo, in
contrapposizione alle forze di polizia, e anche tolleranze ed errori in seno al movimento.
A cominciare dalla parola d’ordine della violazione della zona rossa. In questo
quadro vanno individuati i comportamenti da sanzionare nelle forze dell’ordine».
E’ stato Massimo D’Alema a parlare, in Parlamento, di «rappresaglie cilene» da
parte delle forze dell’ordine...
«Ho dissentito da quei toni. Quell’espressione non doveva essere usata, perché
involontariamente favorisce rappresentazioni fuorvianti della situazione italiana e anche
campagne indiscriminate di denuncia nei confronti delle forze di polizia in quanto tali».
Questi appuntamenti internazionali hanno riportato in piazza un movimento. Di fronte al
quale l’atteggiamento dei diesse è per lo meno ondivago.
«E’ essenziale che i diesse, che hanno avuto responsabilità di governo
sperimentando l’alto grado di affidabilità democratica delle forze dell’ordine,
mantengano saldo il rapporto con delicatissimi apparati dello Stato».
Nella storia del pci di fronte alla nascita di movimenti ci sono stati due atteggiamenti.
Longo aprì al ‘68, Berlinguer chiuse al ‘77. Nei confronti del movimento contro
la globalizzazione non c’è una presa di posizione altrettanto netta.
«Il ‘68 è stato una cosa, il ‘77 un’altra, oggi un’altra ancora.
Questo movimento esprime ansie, ricerca di valori, di partecipazione che la sinistra deve
saper raccogliere».
Però?
«Non si può indulgere a esaltazione acritica. Questo movimento ha contraddizioni e
ambiguità al proprio interno, è assai eterogeneo, ne fanno parte associazioni i cui
intenti sono senza alcun dubbio democratici, ma anche molte altre componenti. Non è un
nuovo Sessantotto da assecondare. I diesse sono apparsi ondivaghi, e possono aver dato la
sensazione di strumentalizzare a fini interni una tematica così complessa. Questo è un
momento molto difficile. Occorre il massimo sforzo di ponderazione. Non bisogna cadere
nelle fraseologie radicali. Non ho capito per esempio Veltroni, quando dice che la
sinistra deve introdurre "il punto di vista della radicalità nel riformismo", e
nemmeno quando dice che essa deve esprimere "valori e rabbie". Valori e proposte
di alto contenuto ideale e politico sulle grandi questioni delle diseguaglianze mondiali
sì. Rabbie proprio no. Dobbiamo muoverci come forza del socialismo europeo, come sinistra
di governo, che ha una sua autonoma visione dei problemi della globalizzazione».
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