La Regione Ticino - 3 agosto 2001
L'onda di Genova
Come può il "popolo di Seattle" passare dalla protesta al progetto
L'incomunicabilità tra potere e cittadini mina la democrazia
Che mondi si sono scontrati a Genova? Da una parte il G8, dall'altra il popolo di Seattle. Così è stata raffigurata - e troppo semplificata - la scena. Otto Grandi da un lato, ma qualcuno corregge e dice: sette più uno - ovvero, i sette paesi più industrializzati (Usa, Canada, Francia, GB, Germania, Italia e Giappone) più il parente povero (la Russia) che però non si può fare a meno di invitare. Altri, ancora più critici, correggono ulteriormente e dicono: uno (gli Usa) più sette (tutti gli altri), per meglio chiarire i reali rapporti di forza e di potenza esistenti all'interno del Club dei ricchi. Otto Grandi, otto leader, rappresentanti di otto democrazie, tutti democraticamente eletti. Meno legittimo è invece il fatto che in otto decidano (da ormai un quarto di secolo) di riunirsi tra di loro con sorniona ma ferrea presunzione, prescindendo e bypassando il resto del mondo e le sue istituzioni. Un club, il G8, un direttorio, forse un consiglio di amministrazione, forse un consiglio della Corona. Era nato come riunione informale attorno al caminetto per trovare il modo di uscire dalle crisi petrolifere degli anni settanta; è diventato col tempo un evento monstre (a Genova la delegazione Usa era formata da seicento persone!). Lo spettacolo prevale dunque sulla sostanza. Ma perché stupirsi? Il narcisismo mediatico è diventato, questo sì, il solo vero motore che fa funzionare questi vertici e tutta la scena politica. Nell'era dello spettacolarizzazione della politica, ovvero della "realtà che si fa spettacolo" e dello "spettacolo che viene percepito come realtà" senza più differenza, questo esito era inev itabile. Per una propria intrinseca legge lo spettacolo deve infatti diventare sempre più imponente, scenografico, teatrale e quindi surreale e fasullo, proprio come certi spettacoli televisivi dove deliberatamente si confonde reale e immaginario. Il prossimo G8, è vero, si nasconderà tra le montagne canadesi per evitare contestazioni, ma anche questo sarà spettacolo: la spettacolarizzazione della fuga del potere davanti alla realtà, ma quel potere si rafforzerà anche nella sua apparente assenza, il pubblico si abituerà alla teatralità del potere (come a Genova) ma anche alla sua claustrofilia e incontrollabilità. E il pubblico (noi) non vede più differenza tra gli spettacoli politici offerti. Perché Genova è stata blindata? Perché i Grandi si sono rinchiusi, reclusi, esclusi, protetti dentro la zona rossa? Certo, esisteva un forte rischio-terrorismo. Ma il potere, i potenti: chi sono? In democrazia siamo noi cittadini il vero e solo potere. Loro invece sono e solo pro tempore i nostri provvisori governanti: ed è a noi che quotidianamente dovrebbero rendere conto. E da noi, soprattutto, dovrebbero farsi vedere, in nome di una trasparenza del potere senza la quale il potere si delegittima. Questo e solo questo è la vera democrazia liberale. E dunque: quando i rappresentanti della sovranità popolare (ovvero di quel potere politico che appartiene sempre e solo ai cittadini) si chiudono dentro e lontano e invece lasciano fuori i cittadini, allora il potere che era demo-cratico rischia di diventare potere auto-cratico. E un potere autocratico (il potere sono io) è anche e necessariamente un potere autistico: autismo è la perdita del contatto con la realtà e la corrispondente costruzione di una propria realtà immaginaria, che viene anteposta o sovrapposta alla realtà vera. Un esempio di questa incapacità di vedere la realtà costruendosene una tutta immaginaria? Il G8 ha stanziato, per combattere malattie come malaria e aids (problema vero e reale), l'equivalente di un decimo del costo della sola sperimentazione (non della realizzazione) dello scudo spaziale di Bush (difesa contro un nemico immaginario o immaginato). Chiudersi dentro la zona rossa è stato un po' come il re che si chiudeva a Versailles. Tra Giappone e America (passando per l'Europa), anche sul G8 non tramonta mai il sole, ma chiudersi significa negarsi all'ascolto, significa pericolosa autosufficienza, significa rischiare di perdere il contatto con la realtà e viverne una assai diversa da quella reale e quindi fantasiosa e surreale ("solo il mercato risolverà la povertà del mondo", hanno detto). E fuori dalla zona rossa? Lì premeva e cercava visibilità il cosiddetto popolo di Seattle - sotto il vestito temporaneo del Genoa Social Forum - quel movimento sociale globale che si oppone a questa globalizzazione, ai suoi meccanismi e alle sue procedure. Meglio sarebbe dire popolo di Pôrto Alegre, città del Brasile dove il movimento antiglobalizzazione si è rifondato, lasciando la mera critica (quella espressa appunto a Seattle, quando fallì il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio) per passare a una fase progettuale, invocando una globalizzazione dal volto umano. Un movimento dalle caratteristiche del tutto nuove, che spiazza non solo i politici - ancora abituati alla vecchia dicotomia destra/sinistra - ma spesso anche gli analisti sociali. Vediamo alcune di queste caratteristiche del movimento, limitandoci alla sociologia. Movimento globale, in primo luogo e già questa è una novità rispetto ai movimenti nazionali di contestazione del secolo scorso, ma è novità anche rispetto all'internazionalismo comunista di triste memoria. Certo, il sessantotto: ma il sessantotto ha interessato sì molti Paesi contemporaneamente e con una certa comune analisi politica, ma non era globale, non si poneva in una ottica di intervento globale come invece il popolo di Pôrto Alegre. Il sessantotto era poi un movimento politico, non sociale. La differenza è grande. Presente in molti paesi, è un movimento a rete e in rete e nello spazio virtuale e irreale della rete è nato uno spazio sociale assai concreto. Movimento plurale, poi. Resta un mistero come un tale movimento - composito, dalle molte anime, localizzato in mille luoghi diversi, con mille forme diverse - possa stare realmente insieme. Eppure sta insieme, incredibilmente - almeno fino ad oggi. Ambientalisti, sinistra sociale, cattolici, protestanti, buddisti e altri ancora, mondo del volontariato e poi economisti, sociologi, intellettuali, ma soprattutto tanta gente oscura - nel senso di non ben visibile da parte dei media - ma che lavora nel sociale, nei punti deboli del sistema di mercato, con gli esclusi, gli emarginati, per la qualità dell'ambiente. Lavorano dal basso, localmente pur pensando globalmente. Con una idea comune, ma senza più (fortunatamente) una comune ideologia. Movimento inoltre senza leader e senza capi carismatici. Mentre la politica tradizionale sembra incapace di vivere e di pensarsi senza capi carismatici, senza leader riconosciuti e riconoscibili (capi di governo, capi di partito ecc.), il popolo di Pôrto Alegre non ha capi, né leader, semmai - come anche a Genova - una serie di portavoce. La politica tradizionale si trova spiazzata, non riesce a trovare il centro di questo movimento. Questo le sembra in-concepibile, proprio perché fuori dagli schemi della politica tradizionale. Ma questa assenza di centro, questo essere movimento-frattale, questo essere puzzle politico e sociale è in realtà la sua forza. Movimento tipicamente post-moderno, movimento-in-rete, rete-in-movimento. Modellatosi sullo schema della rete telematica, orizzontale quindi, post-fordista, nella logica del link e del networking, non può che scontrarsi con una politica tradizionale rimasta invece ancorata alla logica dei movimenti-massa, verticali, fordisti, piramidali in cui doveva esserci per forza una massa per lo più passiva guidata da un capo o da più capi, veri funzionari dell'organizzazione. Il popolo di Pôrto Alegre invece non è massa e non ha capi. Si modella sulla rete senza però lasciarsene condizionare. Allo spettacolo della politica contrappone una politica ancora umana. Movimento aperto. Tutti i movimenti politici del Novecento sono stati movimenti chiusi in se stessi, organizzati rigidamente, guidati da una ideologia. Coesi all'interno, macchine da guerra del conflitto per essere più efficaci verso il nemico esterno. Nessuna o poca democrazia interna, per non indebolire la forza esterna del movimento. Il popolo di Pôrto Alegre 'sembra' avere invece scelto la strada della apertura, della trasparenza, facendo della non-coesione la propria forza. Popolo dunque, non solo movimento. Comunità aperta, non massa. Sembra un radicale ribaltamento rispetto al modello dei movimenti politici recenti. Che mai avrebbero scelto di definirsi popolo: pretendevano piuttosto di educare il popolo, autistici come il potere che combattevano. Ma dopo i punti di novità e di forza, quelli di debolezza. Lo si è visto a Genova, la contaminazione del movimento da parte degli estremisti che si mimetizzano al suo interno è un pericolo serio. Su questo gioca la politica tradizionale per delegittimarlo e anche infiltrarlo, come sembra aver scelto di fare il governo Berlusconi: equiparando senza distinzione pacifisti e violenti, tacendo della troppa e ingiustificata violenza istituzionale e della propria incapacità di isolare i casseurs. Il popolo di Pôrto Alegre corre dunque gli stessi rischi di altri movimenti del recente passato: la resa alla violenza di pochi che usano il pacifismo dei molti per nascondersi; ma anche il rischio di radicalizzarsi davanti a una politica che non vuole ascoltare. Una politica che preferisce piuttosto ascoltarsi narcisisticamente, invece di ascoltare le voci che salgono dal basso. Tra Palazzo e piazza, tra potere autistico e cittadini reali, tra politica-spettacolo e polis reale deve allora urgentemente tornare il dialogo. E questo è un problema serissimo delle nostre democrazie.