La Repubblica 3 agosto 2001 Casarini:
"Si rischia la deriva armata"
"Rivendico le barricate: ci siamo difesi, volevano ucciderci"
Il leader delle tute bianche accusa: "Vogliono militarizzare il movimento, ma noi
siamo contrari"
ANAIS GINORI
vanzo
Anais ginori
ROMA - «Rivendico di aver fatto le barricate a Genova. Era legittima protezione. C'è
stato un momento in cui abbiamo dovuto salvaguardare la nostra vita. Le forze dell'ordine
volevano ucciderci». Luca Casarini racconta la sua verità sul weekend di paura che ha
sconvolto l'Italia. «Sì, è vero ammette . Le Tute bianche hanno partecipato alla
guerriglia che si è scatenata nel pomeriggio di venerdì 20 luglio, quando è stato
ucciso Carlo Giuliani, uno dei nostri fratelli. E sabato non erano più soltanto i black
bloc a tirare i sassi, ma migliaia persone».
Il portavoce dei centri sociali del Nord Est e leader delle Tute bianche, 34 anni, ammette
dunque violenze scatenate dallo stesso movimento e avverte: «Dopo Genova, nulla sarà
più come prima: c'è il rischio di una militarizzazione del movimento, gruppi o individui
possono mettersi in testa la cazzata di affrontare i prossimi appuntamenti del movimento
armati».
Iniziamo dai black bloc: secondo testimonianze raccolte da Repubblica ci sono state
trattative tra le Tute bianche e i gruppi più violenti.
«Io non metto in discussione che qualcuno all'interno del movimento abbia raccontato
questa storia. Ma non ho incontrato black bloc a Genova, anche perché black bloc non è
un'organizzazione, non ha né gerarchie né capi. Black bloc è un comportamento
individuale scelto dai singoli, in Italia come in Europa».
In un vostro documento si sollecita un dialogo con i black bloc in vista di Genova.
«Abbiamo fatto questa proposta dopo le manifestazioni di Quebec City. Non c'è nulla di
segreto, è sul nostro sito. Abbiamo chiesto che a Genova ci fosse un unica grande
protesta, senza blocchi suddivisi in colori come era accaduto a Praga. Volevamo scendere
in piazza tutti insieme, dai cattolici ai black bloc».
Non è pericoloso legittimare questi comportamenti violenti?
«Io non legittimo niente. Prendo atto che questi comportamenti esistono da almeno dieci
anni. Penso che la strada imboccata dai black bloc sia cieca e perdente, ma non si possono
ignorare. Sono una realtà storica, il sintomo di un forte disagio sociale. All'estero
questo dialogo esiste, soltanto in Italia non ci siamo riusciti».
E' una critica al Genoa Social Forum?
«C'è stato un peccato di presunzione: pensavamo che il Genoa Social Forum potesse
rappresentare tutta la protesta. Forse siamo stati anche un po' ingenui. Abbiamo perso
troppo tempo parlando degli strumenti da portare in piazza e non abbastanza degli altri
gruppi estranei al Gsf».
E' vero che il corteo delle Tute bianche è stato lo "spogliatoio" di molti
black bloc?
«Non lo so, non credo. Certo siamo stati una salvezza per tanti manifestanti isolati».
Avete innalzato barricate e aggredito le forze dell'ordine.
«Siamo stati aggrediti a freddo, quando il nostro corteo era assolutamente pacifico. Ci
hanno caricato prima con i lacrimogeni e poi con i blindati, senza lasciarci vie di fuga.
Venerdì pomeriggio, è scoppiato l'inferno e la gente ha avuto paura di morire. Noi,
allora, rivendichiamo di aver fatto le barricate».
Avevate promesso una simbolica disobbedienza civile.
«Fino a che abbiamo potuto, abbiamo resistito. Ma quando sono iniziati i caroselli dei
blindati, quando si sono sentiti i primi spari, abbiamo reagito proteggendoci dietro ai
cassonetti, lanciando sassi».
Anche molotov?
«No, le molotov no».
Carlo Giuliani stava assaltando una jeep dei carabinieri.
«Carlo e i suoi amici hanno reagito con rabbia perché si sentivano in trappola, in
quella piazza non c'erano vie di fuga».
Sabato la vostra guerriglia si è ripetuta.
«Sì, perché l'aggressione della polizia è continuata. Voglio precisare che non è mai
successo nella storia di questo paese che dopo che un manifestante sia stato ucciso in
piazza, le forze dell'ordine invece di ritirarsi alzino il livello della violenza. Per noi
è stata legittima difesa, anzi legittima protezione: evitiamo i termini degli Anni
Settanta».
Ecco: si rischia di tornare ai cortei autodifesi, come allora?
«Lo temo molto. Ci sono individui e piccoli gruppi che potrebbero essere tentati di
trasformarsi in avanguardie armate. E' questo che il paese, intendo le istituzioni e la
società civile, devono comprendere. E' questo il baratro che possiamo avere davanti nei
prossimi mesi, se non cambiamo subito strada. Dobbiamo evitarlo a tutti i costi. La nostra
storia ci insegna che lungo quella strada perderemo tutti. Migliaia di giovani a Genova
hanno avuto paura di essere uccisi dalla polizia e adesso hanno di fronte due alternative:
o rinunciare a scendere in piazza o andarci armati. Non so che cosa abbia capito di tutto
questo l'onorevole D'Alema. So che quando parla di un'Italia simile al Cile spinge la mia
generazione verso la seconda ipotesi. Io sono convinto che c'è una terza scelta».
E quale sarebbe?
«Dopo Genova, nulla sarà come prima. Noi dobbiamo sapere se bruciare un campo
transgenico della Monsanto può costarci la vita o soltanto un giusto processo. La
risposta a questo interrogativo decide il percorso del movimento. Violante pensa che
questa può essere una questione da affrontare soltanto con il codice penale. Io dico che
soltanto la politica disarma chi oggi vuole armarsi. L'altra strada che ci viene offerta
è quella del confronto militare che ha lanciato Fini».
C'è invece una terza via?
«Sì, che per noi rimane la disobbedienza sociale. Ma non vedete che a Genova c'è stato
uno straordinario risveglio dell'etica della responsabilità? Centinaia di avvocati si
sono mobilitati non perché sono comunisti ma perché credono nello stato di diritto.
Centinaia di medici ci hanno soccorso, decine di giornalisti hanno cominciato
controinchieste ancor prima della magistratura. Ognuno ha disobbedito all'interno della
propria categoria. Speriamo che continui».
Che ruolo svolge la politica in questo percorso?
«Credo che il Parlamento debba accettare come interlocutori i movimenti civili, che sono
la grande novità di questi anni».
E le forze dell'ordine?
«Non credo che basti tagliare qualche testa ai vertici della polizia. Anche perché il
nostro corteo è stato massacrato dai carabinieri, e ripeto: dai carabinieri, che non sono
oggetto di alcuna verifica. Il problema non è tra chi dirige ma tra chi esegue. Bisogna
spiegare agli agenti nelle caserme che chi spacca una vetrina non merita la pena di morte
e chi è fermato in uno scontro di piazza deve essere processato in un tribunale. Se
queste regole non valgono più, irresponsabilmente si consegna un'altra generazione allo
scontro armato». |