Corriere della sera 7 agosto 2001
NEGLI UFFICI DELL’ORGANIZZAZIONE

Roma, tensione nella sede Onu: abbiamo paura

ROMA - «E’ innegabile, i fondi nel nostro bilancio non ci sono. E spostare il summit avrebbe costi altissimi». Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, è volato in Sud America per invitare personalmente i capi di Stato al vertice di novembre. Tocca allora a Kay Killingsworth, bionda assistente del direttore con delega al World food summit , gestire con fermezza e diplomatici sorrisi la delicata questione di un possibile trasloco del vertice. Alla domanda «quanto costerebbe spostare tutto in Africa?», la signora Killingsworth nasconde il viso tra le mani: «Abbiamo risorse limitate, e vanno usate per lo sviluppo. La data è fissata da tempo e un cambio di programma non può non portare problemi, anche perché molti capi di Stato hanno accettato con entusiasmo l’invito. Ma comprendiamo la preoccupazione del governo italiano». Il gigante bianco alle pendici dell’Aventino è semideserto. Vuoti i pennoni che aspettano le bandiere di 192 Paesi, vuoti i corridoi, sbarrata la sala degli incontri ufficiali. «Sono partiti tutti, perché settembre e ottobre saranno mesi caldi», prevedono all’ufficio stampa. Tra chi è rimasto, forse un trenta per cento dei 4.000 dipendenti, non si parla d’altro: Roma come Genova, il summit per la fame nel mondo come il G8... E mentre i dirigenti (i pochi che non rispettano la consegna del silenzio) ostentano una pacata rassegnazione, tanti impiegati sono preoccupati. «Oggi in mensa si scherzava, ma io sto pensando di mettermi in ferie», conferma Stefania Balsamo, consulente informatica.
La parola d’ordine però è «non drammatizzare». Nella bacheca «Fao in the news», piena di ritagli sulla fame nel mondo, non ce n’è uno che racconti lo scontro politico di questi giorni. «I contatti con il governo italiano continuano, ma noi stiamo lavorando seguendo le istruzioni del Segretario generale per la preparazione del vertice a Roma in novembre», dichiara Nick Parsons, capo della Sezione rapporti con i media. La macchina degli accrediti si è messa in moto, il sito Internet della Fao ha mandato in rete obiettivi strategici e consigli logistici e in tanti, da tutti i Paesi del mondo, hanno già prenotato l’albergo. «Annullare tutto? Una follia», taglia corto una segretaria dell’Area delle donne. Il capo del servizio Population Program , Marcela Villareal, sgrana gli occhioni verdi: «Dal punto di vista logistico cambierebbe tutto. Quante persone dovremmo spostare? Quanto materiale? E poi non capisco. Noi difendiamo i poveri, perché dovremmo essere un bersaglio?». Non si tratta solo di comunicare il nuovo indirizzo agli oltre novemila delegati, tra cui 2.800 giornalisti e tremila membri della società civile, bisognerebbe imballare quintali di pubblicazioni, trasferire computer, traduttori elettronici e interpreti in carne e ossa. Senza contare il prestigio della sede e la tradizionale attività di lobbying che si svolge nelle sale private dei singoli Stati.
Gli operai, intanto, lavorano. C’è da mettere a punto il sistema di condizionamento, imbiancare le pareti, ritoccare i pavimenti. Pedro Arias, economista argentino che smista le informazioni sulle emergenze in America Latina, non si scompone: «Sono troppo occupato per pensare al summit. Per me non cambia nulla, posso anche lavorare in corridoio». Per tanti altri cambia, eccome. «La violenza mi fa paura. È proprio necessario questo summit?», domanda ingenua un’impiegata del settore pubblicazioni. «Meglio a Nairobi, qui sarebbe un dramma - riflette una collega -. Peccato, perché nel ’96 andò tutto bene». Non la pensano così alcune addette alle pulizie, che durante il vertice di cinque anni fa dovevano spazzare anche sotto le auto in sosta. «Si temevano attentati - ricorda una signora -, c’erano i cecchini sul tetto, era vietato affacciarsi alle finestre. Vale la pena rischiare per un milione e mezzo?». A sentire tre borsiste andrà tutto bene, mentre uno dei trenta vigilantes in servizio se la prende coi mezzi d’informazione, che avrebbero «pubblicizzato il terrore». Eppure, spostare il vertice sarebbe troppo complicato, riflette un dirigente africano. «La Fao prenderà la decisione giusta». Scusi... il suo nome? «Eh no, non posso dirglielo».

Monica Guerzoni