La Stampa
In tribunale i primi 14 ragazzi accusati di associazione armata. Slitta la decisione sulla conferma dell’arresto
Giovedì 9 Agosto 2001

«Credeteci, siamo obiettori di coscienza, non tute nere»
Brunella Giovara
inviata a GENOVA «Mettiamoli in gabbia». «Macché gabbia! Non sono mica cani!», scatta un avvocato. In effetti, a vederli sfilare incatenati uno all’altro, più che pericolosi sovversivi questi ragazzi presunti Black Bloc sembrano piuttosto cani da slitta, e per di più parecchio spelacchiati.
Sette maschi e sette femmine, tutti tedeschi. Entrano nell’aula bunker e aspettano che i giudici del riesame decidano se lasciarli in carcere o rispedirli in Germania, e soprattutto se debbano davvero entrare nella gabbia. Si decide per il no, e allora si accomodano sulla panca accanto ai loro legali. Parecchio stizzito, il capo delle guardie penitenziarie si fa mettere nero su bianco dai giudici che lui era di parere assolutamente contrario.
Dichiarazioni preliminari? Si alza un ragazzo e comincia a parlare, leggendo alcuni appunti. «Siamo venuti a Genova per manifestare pacificamente e, voglio sottolinearlo, democraticamente. Noi non ci riconosciamo nelle tute nere». Fine. Eppure, proprio questi quattordici sono i primi a doversi difendere dall’accusa di associazione armata finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Tradotto, significa Black Bloc, i «neri», quelli che hanno sfasciato a colpi di mazza tutto quello che hanno trovato.
Eppure, questi hanno «facce da ragazzini», ammette persino il pubblico ministero Anna Canepa mentre esce dall’aula. Il che, naturalmente, non esclude che nei giorni caldi del G8 si siano trasformati in Black Bloc. «Macché tute nere! Questi sono studenti, obbiettori di coscienza, pacifisti», spiegano i loro legali. E sciorinano i verbali di sequestro, dove in effetti compaiono anche alcuni indumenti neri: pantaloni, una felpa con cappuccio, un passamontagna (questo sì, sospetto), e un pericolosissimo reggiseno. «Ma chi non possiede almeno un paio di braghe nere? Eppoi ne avevano anche di altri colori».
«Il mio cliente Achim Nathrath è in carcere per il possesso di alcune formule matematiche, e di un disegno che potrebbe essere interpretato come una bomba molotov», racconta l’avvocato tedesco Michael Hofmann. «Ma Achim è uno studente di tecniche automobilistiche, e sta preparando un progetto di marmitta da motocicletta». Veramente gli contestano anche il possesso di quattro litri di nafta. «E’ gasolio, cioé la riserva per il furgone. E non si è mai vista una molotov di gasolio, mi creda». E i filtri di sigarette? E i «numerosi fiammiferi tipo svedesi»? E i cinque martelli da campeggio, più coltelli da cucina»? «E chi non ce li ha, in un camper? Questi avevano anche le tende, e con che cosa li piantavano, i picchetti?», sbotta l’avvocato Raffaella Multedo.
«I filtri li avranno usati per farsi le canne...», aggiunge un collega. «Ma mi sento di escludere che si possano usare per le molotov. Non andrebbe meglio uno straccio? Mai confezionato una molotov in vita mia, sia chiaro. Ma a me risulta così».
«Bombolette spray, colori rosso e nero», sta scritto nel rapporto del Ros (che specifica che le scritte apparse sui muri di Genova erano, appunto, rosse o nere). I legali minimizzano: «Ma scherziamo? L’associazione armata sulla base di 5 bombolette...».
Eppoi ci sono le foto. Sequestrate dai carabinieri, mostrano in sequenza: immagini delle vacanze sui Pirenei e in Francia, uno scatto di una coppia che si bacia sulla passeggiata di Nervi, un gruppetto (peraltro non vestito di nero) immortalato davanti ad una macchina completamente carbonizzata. Per l’accusa è la foto del trofeo di guerra, per la difesa è l’ingenua foto ricordo da portare a casa e mostrare alla mamma: «Siamo stati a Genova, guarda qua cosa ho visto».
Si finisce a pomeriggio avanzato, i quattordici se ne tornano incatenati sul cellulare che li riporta in carcere, e lì aspetteranno la decisione del tribunale. L’aula bunker si svuota, su al nono piano il procuratore aggiunto Pellegrino fa il punto delle indagini. I magistrati stanno cercando di capire se la perquisizione al centro stampa del Genoa Social Forum sia stata arbitraria, come sostiene un esposto. La risposta potrebbe essere positiva. Pellegrino infatti ha affermato che non ci esisterebbero verbali della perquisizione. Si stanno poi esaminando migliaia di fotografie e chilometri di video girati durante gli scontri, per accertare gli eventuali collegamenti tra le tute nere e alcune associazioni anti-global genovesi. «E’ un’indagine che va fatta con calma», dice Pellegrino. I tempi? «Un mese, anche di più».