La Repubblica 8 agosto 2001
IN PIAZZA / A marzo la manifestazione con trentamila persone. Minisci, dei giovani comunisti: è arrivato il momento di un salto di qualità

Centri sociali, sinistra antagonista e disoccupati, ecco i piani dei ribelli partenopei

NAPOLI - L’hanno chiamata Rete, ma Internet non c’entra. Rete No Global, perché, spiegano, «siamo un movimento orizzontale, l’intreccio di tante componenti unite dalla lotta contro la globalizzazione». E unite anche da omogeneità ideologica. Qui non ci sono gli scout e i cattolici come a Genova. E non ci sono nemmeno quelli della Sinistra giovanile, i diesse, insomma. La Rete No Global è sinistra antagonista. E’ nata e cresciuta nei Centri sociali, Officina 99, lo Ska. Protesta contro la globalizzazione ma va in piazza anche accanto ai disoccupati e ai lavoratori socialmente utili. Lotta contro la politica economica del terzo millennio ma anche per il diritto alla casa. Perché c’è una differenza tra i No Global di Napoli e il Genoa Social Forum e tutti gli altri: ed è Napoli. E in alcune anime del movimento è una differenza talmente avvertita da rivendicarla anche rispetto ad altre realta del pianeta no global, perché «noi ci muoviamo su bisogni reali. Cose concrete. Se altri parlano di lotta alla povertà, noi stiamo accanto ai disoccupati e agli emarginati», dice Francesco Caruso, portavoce della Rete napoletana.
Caruso è quello che due giorni fa ha detto che a settembre, in piazza, il movimento non si farà trovare impreparato, «dopo i pestaggi del 17 marzo a Napoli e di Genova». «E su queste parole - spiega - si è montato un casino, perché invece che "impreparati", qualcuno ha scritto "disarmati". Ma davvero c’è chi può pensare che un movimento pacifista possa fare una scelta armata? Le uniche armi che abbiamo sono le parole e il ragionamento. Anche se è chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di andare un’altra volta a prendere botte».
E non è solo una questione di difendere la propria incolumità, che pure conta, perché il 17 marzo a Napoli la peggio la ebbero i manifestanti, e soprattutto quelli che non avevano tentato di forzare il muro di poliziotti e carabinieri eretto a difesa di Palazzo Reale, dove si tenevano i lavori del Global Forum. L’atteggiamento da tenere in piazza, oggi, è uno dei punti centrali, nel dibattito interno alla Rete No Global. Di armi non parla nessuno, e c’è da credere che non ne abbia mai parlato nemmeno Caruso, o che comunque abbia voluto usare una metafora rivelatasi infelice. Ma sicuramente il movimento napoletano è cambiato dopo gli incidenti del 17 marzo. La Rete era nata proprio in vista di quella manifestazione, e in quella manifestazione rivelò anche i propri limiti, oltre alla capacità di essere riuscita a mobilitare trentamila persone. Non riuscì a evitare che un gruppo tentasse lo sfondamento, non riuscì a garantire i tantissimi studenti di quattordici o quindici anni che presero parte al corteo.
«Ora è arrivato il momento di un salto di qualità», dice Francesco Minisci, responsabile dei Giovani comunisti di Napoli. E spiega: «Non mi riferisco a un salto di qualità nel livello di scontro, perché le uniche armi che abbiamo sempre portato e sempre porteremo in piazza sono quelle del nostro buonsenso. Ma ritengo che da questo momento si debba lavorare per andare oltre la Rete, per costruire anche qui il Social Forum, il Napoli Social Forum. Dobbiamo aprirci ai cattolici, allargare la partecipazione alla protesta. Soltanto così possiamo rispondere adeguatamente non solo alla repressione di cui siamo stati vittime, ma anche a una provocazione come è quella di riunire i ministri della Nato per parlare di scudo spaziale. Noi quel vertice non lo vogliamo e se ci sarà protesteremo. E sia chiaro: non lo vogliamo non per una questione di ordine pubblico, ma perché la Nato non deve proprio avere il diritto di riunirsi a parlare di armi e di morte».
Sembra fuori dal tempo, uno che dice una cosa così. E però anche questa è una spia di come è fatto il movimento antiglobalizzazione a Napoli. E’ un movimento diverso perché ha radici antiche: nei centri sociali dove ha mosso i primi passi, prima che si parlasse di globalizzazione e di liberismo. Ha respinto parecchi tentativi di sgombero da parte delle forze dell’ordine, fino ad avere poi una sorta di legittimazione dall’amministrazione di centrosinistra. Il movimento dei disoccupati, che è una componente rilevante anche numericamente, ha una storia di manifestazioni e di scontri lunga decenni. «E oggi siamo più forti perché il 17 marzo non è passato inutilmente», spiegano. Il 26 settembre, forse, sarà tutto più chiaro.
Fulvio Bufi