La Stampa 8 agosto 2001
Scarcerati i due militanti del furgone
Mercoledì 8 Agosto 2001

«MANCANZA DI INDIZI» PER IL SIRIANO E IL TORINESE ACCUSATI DI AVER DISTRIBUITO SPRANGHE
Il pm Franz: c’era un piano degli hacker per sabotare il G8
GENOVA
TERRORISMO informatico?». «Forse la definizione è un po’ forte, ma il senso è quello: azioni di sabotaggio telematico durante il vertice del G8». E’ la nona, segretissima inchiesta della Procura della Repubblica, coordinata dal pm Sergio Franz, alla quale collaborano sia i carabinieri che la polizia postale, per rintracciare gli hackers responsabili di una serie di tentativi per interrompere le comunicazioni durante i giorni del summit e dei disordini di piazza.
Ed avrebbe quindi a questo punto una spiegazione la scomparsa di computer e dischetti dalla scuola Diaz, ovvero l’edificio che ospitava il centro stampa del Genoa Social Forum, adiacente la Pascoli, insanguinata dall’irruzione della notte di sabato 21. I computer e il resto del materiale non sono stati sequestrati durante l’irruzione notturna, finalizzata alla ricerca di armi e presto interrotta alla Diaz, prima che gli agenti raggiungessero i piani superiori. «Siamo andati sul posto con il magistrato il giorno successivo. Esiste un preciso verbale di sequestro con l’elenco di quanto è stato portato via» chiarisce uno degli investigatori. L’ipotesi sulla quale stanno indagando i carabinieri è allarmante: dai computer del centro stampa potrebbero essere rimbalzati i messaggi e gli impulsi per minare il sistema di comunicazioni durante i giorni del summit.
Esperti dei carabinieri e tecnici della polizia postale si sono incontrati nei giorni scorsi in Procura per fare il punto della situazione e procedere con i rispettivi accertamenti. «Non si tratta di singoli individui - dice uno degli esperti al lavoro - ma di un gruppo, un’organizzazione specializzata».
Il tentativo di sabotaggio era stato annunciato da una serie di messaggi nei mesi immediatamente precedenti il vertice. Di conseguenza erano stati messi sull’avviso i provider cui dipendeva la rete informatica genovese. «Hanno alzato le barriere e questo ha permesso di evitare i danni». I tentativi sarebbero stati quindi bloccati, più volte, durante lo svolgimento del summit. Una difesa non sempre totale, in quanto le comunicazioni di polizia e carabinieri, collegati in videoconferenza, sarebbero andate in tilt per alcuni minuti dalle 16 di venerdì 20.
E mentre le inchieste proseguono, con l’acquisizione di nuovi filmati, tra cui quelli forniti dall’Associazione e dall’Ordine dei giornalisti, compreso il video realizzato dal primo operatore entrato nella scuola Pascoli dopo il pestaggio, il Tribunale del riesame ha deciso ieri la scarcerazione di Mohamed Tabbach, 45 anni, siriano residente a Torino. E la detenzione è stata trasformata in arresti domiciliari per l’altro torinese, Andrea Rostellato, 18 anni, anche lui del centro sociale Askatasuna, anche lui accusati di concorso in devastazione per aver distribuito mazze da un furgone bianco durante gli scontri del 21 luglio nel quartiere di Sturla. Come prova era stato esibito un filmato realizzato dall’elicottero della polizia, risultato non completo durante l’udienza di lunedì e recuperato poi ieri mattina grazie all’invio dello spezzone mancante da parte di un’emittente televisiva. «Mancanza di indizi» la giustificazione della scarcerazione di Tabbach, il quale è portatore di un grave handicap, e deambula grazie a una protesi. «Nel filmato - ha precisato l’avvocato difensore, Simonetta Crisci - non si nota alcuna persona zoppicare». Per sfumare la posizione di Rostellato, il suo avvocato, il torinese Cavallito, ha presentato un attestato di buona condotta dei boy scout.
Oggi il Tribunale del riesame dovrà affrontare altre quindici istanze di presunti black blockers arrestati dopo gli scontri.
Ieri, infine, l’avvocato Silvio Romanelli ha consegnato alla Procura una memoria redatta da Vincenzo Canterini, comandante del reparto mobile di Roma coinvolto nell’irruzione alla scuola Pascoli. La posizione di Canterini è particolarmente delicata e l’inchiesta della magistratura sta tentando di stabilire se siano stati davvero i suoi uomini a entrare per primi nell’edificio, dando inizio all’insensato pestaggio, o se, come sostiene lo stesso Canterini nella sua deposizione, siano stati invece i poliziotti dello Sco di Gratteri, l’alto dirigente già defenestrato, il quale ha dichiarato davanti ai magistrati esattamente il contrario.
Nella memoria presentata ieri, Canterini intende smentire un filmato, o meglio il commento a un filmato proposto dal Tg5 lunedì sera, in cui si vedono alcune fasi dell’irruzione, presentate come il momento iniziare, l’ingresso dei primi poliziotti, inequivocabilmente gli uomini del reparto mobile. Le obiezioni sono essenzialmente tre: «Tutte le testimonianze erano concordi sul fatto che al momento dell’irruzione la luce era spenta, mentre nel filmato risultava accesa, il commentatore sottolineava che non c’era alcun lancio di oggetti, ma i poliziotti avevano gli scudi alzati sulla testa, quindi il lancio poteva essere stato appena concluso. Infine, si vede una porta sola, mentre ce n’erano altre due. In conclusione, le immagini sono vere, ma riferite a momenti successivi all’irruzione vera e propria».