Manifesto 23 giugno 2001 Samba
della miseria
In Brasile, le brave persone hanno sempre
pensato che la povertà fosse una decisione di dio. Ma se l'uno per cento più ricco dei
brasiliani guadagna come il 50 per cento più povero e possiede metà di tutte le terre
disponibili, o se il 35 per cento delle morti tra i giovani è provocato da omicidi, il
mercato e i suoi governanti ci hanno messo la mano. Molto più dello spirito santo.
LUIZ INACIO LULA DA SILVA*
Una volta, le brave persone ritenevano che
la povertà fosse conseguenza di una decisione divina. Oggi sappiamo, invece, che la
povertà del popolo brasiliano non è opera dello spirito santo, ma il risultato di
politiche e comportamenti di diversi governi che hanno privilegiato - e continuano a
privilegiare - gli interessi delle elites che hanno sempre comandato in questo paese.
Voglio dire chiaro che non ho nulla contro la ricchezza, principalmente quando viene
acquisita con il sudore del lavoro onesto e industrioso, di cui beneficia l'intera
società. Non certo quando è frutto di frodi o di corruzione governativa. Ciò che non
accetto è che oltre l'ottanta per cento della popolazione brasiliana non abbia il minimo
accesso alla ricchezza.
E' fuori di dubbio che oggi i brasiliani poveri non si trovano nella stessa situazione
dell'inizio del secolo scorso. Il progresso della scienza e della medicina in particolare
hanno migliorato le condizioni sanitarie e hanno allungato la vita in tutto il mondo. La
diffusione dei vaccini e dell'acqua potabile, come l'apprendimento delle norme di igiene e
profilassi hanno fatto diminuire la mortalità infantile anche nei settori più modesti.
Come dicono le statistiche nazionali recentemente diffuse dall'Istituto brasiliano di
geografia e statistica (Ibge), è stato provato che la mortalità infantile - che nel 1980
arrivava al 69,1 per mille nati vivi - era scesa fino alla metà nello scorso anno.
Qualcosa di simile si verifica in altri settori. Però i miglioramenti, anche questi
registrati in altri indicatori dell'Ibge, non corrispondono a meritori risultati
dell'attuale governo del presidente Fernando Henrique Cardoso, come invece li presenta una
parte della stampa brasiliana.
Il panorama diventa chiaro quando viene analizzato ciò che ogni governo fa o omette di
fare per affrontare qualcosa che non si risolve in modo spontaneo: una divisione più
giusta della ricchezza. Basta chiedersi, per esempio, perché gli anni di scolarizzazione
dei lavoratori brasiliani sono aumentati di così poco e sono meno della metà di quelli
dei lavoratori nei paesi avanzati, o perché circa il quaranta per cento dei nuclei
familiari brasiliani non hanno accesso alla sanità di base, o perché la morte violenta
dei giovani brasiliani è aumentata così tanto. Gli omicidi sono la causa del 35,1 per
cento delle morti tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, contro un indice del 5,4 per cento
della popolazione nel suo insieme, secondo uno studio dell'Unesco che analizza dati del
1996. La situazione ora dev'essere un poco peggiore, visto che una tendenza originata
dalla globalizzazione in corso è l'aumento della disoccupazione giovanile.
In questo paese l'uno per cento più ricco della popolazione accaparra il 13,1 per cento
del guadagno nazionale, quasi uguale al 14 per cento che si distribuisce tra il 50 per
cento della popolazione più povera. Una diseguaglianza simile è uno scandalo in
qualsiasi paese minimamente democratico.
Dal punto di vista tecnico non esiste alcuna difficoltà a promuovere la distribuzione dei
guadagni e migliorare tutti gli indicatori economico-sociali. Basterebbe avviare una
politica di bilancio che incrementi gli investimenti nella sfera sociale e assicuri ai
poveri condizioni essenziali di vita, come l'accesso al lavoro, all'alimentazione,
all'educazione, alla salute, perché gli esclusi acquisiscano cittadinanza e migliorino il
proprio livello di vita.
Naturalmente, perché questo accada il bilancio federale dovrebbe attribuire meno risorse
ai latifondisti, ai banchieri e ai clienti dei governanti di turno, e invece canalizzare
più risorse verso programmi di risanamento, di infrastrutture, di salute pubblica, di
edilizia popolare e verso altre iniziative dirette a favorire i poveri. Nello stesso modo,
la proprietà agraria non dovrebbe continuare a essere tanto concentrata come oggi e
dovrebbe essere distribuita per mezzo di una riforma agraria che doti i piccoli
agricoltori di strumenti di lavoro. I programmi di borse di studio e di reddito minimo,
insieme all'aumento del salario minimo, sono altri esempi di politiche che possono aiutare
a rendere più degna la vita degli spossessati. La concentrazione della proprietà agraria
in Brasile è storica. L'uno per cento dei proprietari possiede quasi la metà delle terre
del settore privato.
Il salario minimo equivale attualmente a meno di ottanta dollari, dopo sei anni nei quali
il governo ha promesso di aumentarlo per lo meno a 100 dollari. Questa è la fonte di
guadagno fondamentale per quasi trenta milioni di brasiliani, tra pensionati e lavoratori
attivi. Le spese sociali del governo di Fernando Henrique Cardoso non arrivano al 13 per
cento del prodotto interno lordo, includendo anche ciò che viene corrisposto alla
previdenza sociale, cosa che forma il 60 per cento del totale. Si tratta di cifre molto
basse per un paese con un'immenso debito sociale e estreme disuguaglianze.
E' evidente come non sia difficile cambiare la situazione in Brasile se esistesse la
volontà di farlo. Il problema è di ordine politico. E di scegliere il cammino che deve
prendere il paese. Il governo di Cardoso ha scelto il camino della subordinazione
dell'economia nazionale alla globalizzazione neoliberale. Ha presentato questa scelta come
se fosse inevitabile e ha promesso che, seguendola, avremo guadagnato sviluppo economico e
giustizia sociale. Non abbiamo guadagnato una cosa né l'altra. I risultati di sei anni di
politica neoliberale si possono leggere nelle statistiche ufficiali mostrate dall'Ibge: il
Brasile continua a essere il campione mondiale della concentrazione del reddito, della
disuguaglianza e dell'ingiustizia sociale. E che non ci ripetano più la favola che questo
è l'unico sentiero. Tutto il mondo sa che è possibile un'altra globalizzazione, nella
quale gli interessi del capitale straniero siano subordinati agli interessi della
società.
*Presidente onorario
del Partido dos trabalhadores (Pt)
|