Riflessioni sulla solidarietà oggi
E se tutti fossimo capaci di unirci, perché i nostri colpi fossero più solidi e sicuri, perché l'aiuto di ogni genere ai popoli in lotta fosse più efficace, come sarebbe grande e prossimo, il futuro!
(ERNESTO "CHE" GUEVARA)
Per l'Europa, per noi stessi e per l'umanità, compagni, bisogna trasformarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di mettere in opera un uomo nuovo.
(FRANZ FANON)
L'ingiustizia oggi cammina con passo sicuro. Gli oppressori si fondano su diecimila anni. La violenza garantisce: com'è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
(BERTOLT BRECHT)
INTRODUZIONE
Un nuovo spettro si aggira per il mondo; il suo ordine
monopolizzante è opprimente; la sua insolenza ispira rispetto,
indignazione, terrore o ammirazione fra le genti, e questo in stretto
legame con la collocazione ed il ruolo a loro imposto dall'ordine
egemone. Un nuovo ordine democratico, all'apparenza. Nemmeno per tutti
però, solo per una netta minoranza: dopo avergli tolto la capacità di
vedere e di comprendere.
Il sapere viene sempre più parcellizzato
e capitalizzato, sì che la scienza e la tecnologia, che oggi potrebbero
dare lavoro, sviluppo e dignità a tutti, di fatto, sono poste al
servizio della criminalità: legale, paralegale e anche di Stato quale
espressione politica di questo potere.
Il problema determinante è
la dipendenza culturale; "l'ideologia della classe dominante finisce per
diventare dominante" e, l'induzione alla semplificazione, all'illusione
e conseguentemente all'errore è l'arma contro la quale è più difficile
vincere; "è impossibile liberare uno schiavo che crede di essere
libero".
Si è creduto per migliaia di anni che il sole fosse una
fonte perfetta ed inesauribile di luce, ma non per questo ciò è vero!
Nella realtà il sole è in una situazione di estremo caos, brucia ed
emette convulse ed enormi vampate in una insensata autoconsumazione, in
un folle spreco di energia. È una gigantesca bomba all'idrogeno al
rallentatore, nato nella catastrofe, si consuma alla temperatura della
sua distruzione e il suo futuro ha solo due varianti: o l'esplosione o
l'implosione.
Si è creduto per migliaia d'anni che il sole
illuminasse il centro dell'universo, ovvero la Terra ritenuta tale, oggi
sappiamo di essere in un insignificante pianeta, nel contesto di un
piccolo sistema stellare, ai bordi di una galassia posta fra miliardi di
altre galassie.
L'apparenza, l'ovvietà, la razionalità e l'evidenza
ci permettono di guardare e ritenere oggettivo (cioè reale) ciò che è
solo soggettivo, ovvero ciò che sembra tale, questi sono abbagli dai
quali è impossibile liberarsi se non attraverso la ricerca costante, la
determinata ribellione alle abitudini e la assidua battaglia contro
l'inganno della superficialità.
La realtà è sempre più complessa di
quello che superficialmente possa apparire e anche quando la si
raggiunge non è per sempre in quanto è in continua trasformazione,
dialetticamente legata alle situazioni determinate dalla globalità e
complessità di un dato momento, sì che è necessario mantenere con essa,
quando la si è raggiunta, un costante rapporto di relatività e di
confronto basati scientificamente sulla verifica della pratica. Ogni
cosa, ogni situazione non può che essere severamente contestualizzata
per poterla comprendere per ciò che è, senza la deformazione di ciò che
vorremmo che fosse e che quindi ci appare.
Nemmeno la solidarietà
sfugge a questa regola, per comprenderne le ragioni, gli scopi ed i
mezzi da utilizzare per attuarla bisogna inserirla nel contesto storico
ed economico che ha prodotto le motivazioni della sua necessità, che è
divenuta tale attraverso la constatazione della creazione di vastissime
aree di sottosviluppo in tutto il pianeta, determinate da sistematiche
rapine perpetrate da parte di paesi militarmente più potenti che, in
secoli di conquiste e genocidi nei confronti di quelli più deboli, hanno
imposto la loro supremazia ai quali tuttora, e con maggior ferocia,
viene imposta. Civiltà e popoli interi sono ancora soffocati
dall'egemonia di rapporti di produzione determinati dalle leggi del
capitale e non da capricci della natura.
I problemi sociali
dell'oppressione, della discriminazione e dello sfruttamento, non sono
casuali o caratteristiche specifiche della specie umana, la
subordinazione della donna non sta nel rapporto uomo-donna, così come il
problema del razzismo non sarà mai affrontato seriamente se lo si
individua nel rapporto tra bianco e nero, né il problema della terra o
della casa sta nell'agricoltore o nel senza-terra. Il problema sta
esclusivamente nelle forme di organizzazione e di convivenza, cioè di
sfruttamento e dominazione create e attuate dalle società che,
attraverso i tempi, legittimano la presunta "superiorità" e la
conseguente dominazione degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri e
della classe dominante sulla classe popolare. Sono i medesimi meccanismi
che costringono masse e popoli interi nell'incertezza del futuro,
nell'affanno di un domani sempre peggiore, in perenne contrapposizione
fra loro fino all'odio più profondo, fino alla guerra, convinti di
uccidere il nemico che invece si trova tra loro, vittime inconsapevoli
che i bisogni dei popoli, al sud quanto al nord, ad est come ad ovest,
sono la certezza del lavoro e della dignità, ovvero di una ripartizione
equa delle ricchezze disponibili. Ma quest'ovvietà viene
sistematicamente soffocata: dividere è una vecchia tattica per imperare
e una irrinunciabile esigenza della società in cui viviamo che perpetua
la sua violenza finalizzata alla smoderata ricchezza di pochi, in una
frenetica corsa di lupi, nella quale si può arrivare soltanto grazie
all'oppressione di molti.
LA SOCIETÀ CAPITALISTA
"La società in cui viviamo, partita due secoli orsono dalle premesse e promesse di libertà, fratellanza e uguaglianza, nell'illusione empirica che la libertà, da sola, avrebbe condotto inevitabilmente agli altri due obbiettivi della trilogia, si è trasformata nella tragica caricatura di sé stessa, divoratrice dei propositi che le diedero la nascita. In realtà non si può essere fratelli senza essere uguali e non si può essere uguali senza essere ugualmente liberi dal bisogno e dall'oppressione".
La società borghese "identifica la libertà degli affari con la libertà delle persone", la quale, indipendentemente dalla volontà dei suoi operatori, è finalizzata all'arricchimento illimitato di pochi, in una lotta scientificamente spietata di ognuno contro tutti, assolutamente non preposta alla soluzione dei problemi sociali che affliggono miliardi di persone. Mente sapendo di mentire quando dice di voler risolvere: ogni produzione, ogni servizio, ogni sviluppo si ferma se manca il profitto e ognuno può consumare solo in ragione del denaro che possiede, sino a morire abbandonato come un cane se non ne ha. Nella parte industrializzata del globo (definito eufemisticamente "civilizzato") i consumi vengono indotti e imposti dalla persuasione pubblicitaria che invade e colonizza la mente con la benevola protezione delle istituzioni, ed i cittadini vengono così utilizzati come bestie da ingrasso, dominati dall'ipocrisia, dal denaro, dalla convenienza. Chi paga con un supplizio spietato e quotidiano, senza la speranza di un domani, sono i popoli definiti ipocritamente in via di sviluppo, in realtà schiavi dell'impero del denaro, delle sue leggi di mercato e delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
Questo stato di cose può essere imposto e mantenuto solo attraverso la più spietata violenza (come accade nel cosiddetto Terzo Mondo) oppure con una parcellizzazione tale del sapere che, anche onesti intellettuali e scienziati, specialisti di una piccola parte della conoscenza, perdono la visione generale delle cose e non riescono a vedere che, convinti di lavorare per la ricerca e lo sviluppo, di fatto sono al servizio dell'interesse dittatoriale e totalizzante del denaro che vi sta dietro.
Paradossalmente: il "Nord ricco" detiene il monopolio dell'alimentazione del "Sud povero" che, a sua volta, perseguitato dallo spettro della fame è costretto a produrre il superfluo per i Paesi ricchi.
Di fatto, il "Sud povero" paga l'opulenza e lo spreco del "Nord ricco".
È indispensabile lottare contro ciò che appare ovvio e razionale per riappropriarsi della cultura persa, per abbattere la barriera che divide i popoli, divenendo costruttori consapevoli che le iniziative politiche ed economiche che quotidianamente vengono intraprese dai "Paesi ricchi" nei confronti del "Sud del mondo" non sono eque né solidali, difficilmente possono essere utili ad entrambi (questa remota probabilità è comunque determinata solo dalla capacità contrattuale, ovvero la capacità di lotta dei popoli), la logica capitalista del profitto poggia la propria ricchezza sulla creazione e lo sfruttamento della povertà degli altri, ed ogni sua azione non può prescindere da questo; inevitabilmente, anche quando si dice mossa da sentimenti di solidarietà. Le leggi del "libero mercato" prevaricano gli eventuali propositi o sentimenti di reale libertà, uguaglianza e fratellanza che, necessariamente, strumentalizzano e stravolgono.
A testimonianza di ciò basti riflettere sulla fine del GATT e sulla conseguente nascita (in pompa magna e fra solenni dichiarazioni), al vertice di Marrakesh in Marocco il 14 aprile del 1994, dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO): un accordo nel quale la protezione ambientale è considerata un ostacolo al libero commercio e perciò messa sotto accusa; un accordo che impone un aumento della competizione tra i Paesi del Terzo Mondo; un accordo nel quale, i Paesi industrializzati detentori della tecnologia, impongono al resto del mondo il cosiddetto "trade-related intellectual property rights" più semplicemente la "proprietà intellettuale" e il brevetto di tutte le forme di vita sui generis: in definitiva, in agricoltura (ma non solo) significa la possibilità di brevettare sementi ottenute attraverso l'ingegneria genetica, il che vuol dire dare alle aziende multinazionali il monopolio sulla produzione di sementi definite "ad alto rendimento". Questo è il naturale sviluppo di una politica che si protrae da decenni e che iniziò negli anni '60 nel programma denominato impropriamente e tendenziosamente come "rivoluzione verde". Queste sementi "ad alto rendimento" rispondono bene solo con un massiccio uso di fertilizzanti e pesticidi, con la conseguenza di accelerare il degrado ambientale, la salinizzazione dei suoli, l'inquinamento delle fonti d'acqua e la dipendenza dei contadini sia dalle forniture di sementi (controllate appunto dalle multinazionali), sia dai sussidi per fertilizzanti e pesticidi.
L'Ufficio Brevetti Europeo ha già brevettato la soja geneticamente modificata a favore della multinazionale nordamericana Agracetus e tra le altre cose, sono in prossimità di brevetto il riso e il mais: alimenti irrinunciabili dei due terzi della popolazione mondiale. È chiaro l'obiettivo finale di ottenere il controllo dell'alimentazione di tutta l'umanità da parte di poche multinazionali, le quali, se non vi sarà una forte opposizione, determineranno in modo sempre più preciso chi dovrà consumare le sempre più scarse risorse del pianeta. In questo quadro diventa evidente che in un prossimo futuro, la coltivazione che oggi è attuata nei Paesi industrializzati, in terreni sempre più ristretti e sfruttati, a costi sempre più alti, potrà essere spostata nei Paesi del Terzo Mondo con la totale sicurezza dell'impossibilità di questi di ottenere l'autosufficienza in quanto i prodotti ottenuti dalle sementi "ad alto rendimento" hanno la caratteristica di essere ibridi, quindi non riutilizzabili per la semina.
Dobbiamo riconoscere che la nostra ricchezza è la conseguenza del più grande e barbaro sistema scientifico di oppressione e di sfruttamento dei due terzi dell'umanità; dove le decisioni, formalmente di molti, in realtà sono solo di pochi; viviamo in una situazione di spietata guerra economica che avviene sopra le nostre teste; nel perenne pericolo di cadere anche noi nella medesima situazione in cui abbiamo costretto quelli; viviamo in un sistema economico e politico responsabile di crimini contro l'umanità di cui mai nessuno prima d'ora si era macchiato in quantità cosi elevata ed estesa, ed il riscatto da questa situazione può avvenire solo attraverso la solidarietà fra tutti i popoli.
IL "TERZO MONDO"
La borghesia è talmente consapevole della necessità dell'unità, della collaborazione e della solidarietà fra i popoli, che ha diffuso capillarmente ogni aberrazione storica e pseudo scientifica pur di seminare diffidenza, xenofobia e razzismo verso i popoli sfruttati, sì che si è generalizzata la convinzione secondo la quale i paesi poveri sono tali in quanto incapaci di imboccare una strada che li porti a superare l'arretratezza con uno sviluppo autonomo come è stato per l'Europa negli ultimi 150 anni. Il fatto è che oggi le condizioni sono diverse da quelle di allora, e la rivoluzione industriale che richiamava abbondante manodopera è un fatto irripetibile in quanto i Paesi industrializzati, servendosi del vantaggio che gli deriva dal detenere le nuove tecnologie e servendosi dei dazi doganali, rendono impossibile qualunque produzione indesiderata nei Paesi del Terzo Mondo. Anzi, i prodotti tecnologici vengono esportati nei Paesi arretrati creando così nuova dipendenza ed esodi dalla campagna, provocando enormi concentramenti di bidonvilles ai margini delle città con il miraggio di una impossibile vita migliore. Già 250 milioni di persone abitano in mostruose baraccopoli in Africa, Asia, America Latina.
Altro fattore importante fu l'emigrazione che permise a 50 milioni di europei di risolvere in qualche modo i problemi di sussistenza, mentre oggi gli emigranti che arrivano in occidente non trovano una società in espansione, ma un sistema in crisi, che non può offrire altro che nuova miseria. Terzo motivo della non ripetibilità oggi di uno sviluppo per qualche aspetto simile a quello Europeo di ieri è la mancanza di popoli da sottomettere ai quali strappare ricchezze e cultura con la colonizzazione come fecero gli europei. Quarto motivo, il colossale indebitamento (mai a favore delle masse) unicamente effettuato con considerazioni di profitto e di valutazioni politiche da governi corrotti e servitori dei Paesi capitalisti, contratto con le banche di questi ultimi porta ad una sudditanza tale che anche nei casi dove con la lotta di popolo si è riusciti a cacciare questi lacchè dell'imperialismo, il ricatto economico strangola l'economia e impedisce la realizzazione di riforme che vadano in direzione dei bisogni popolari.
La rapina sistematica dei prodotti dei Paesi d'Africa, Asia, America Latina e lo sfruttamento delle popolazioni di questi Paesi, provocano in esse un forte sentimento di ribellione che investe innanzitutto quei governi autoritari che sono poi, in definitiva, l'espressione degli interessi dell'imperialismo e causa diretta del perpetuarsi del dominio dei «Paesi ricchi». Certamente gli interessi del grande capitale internazionale di sfruttamento dei popoli per massificare l'accumulazione sono inconciliabili con la volontà di libertà dei popoli e da qui, dalle profonde ingiustizie, nascono i conflitti che devastano il Terzo Mondo. Lo scontro, si dica ciò che si vuole, è tra chi vuole mantenere i propri privilegi sulla pelle degli altri e chi non è più disposto a lasciarsi sfruttare.
Vi è un solo modo per uscire da questa situazione: la modifica dei rapporti di produzione e di scambio fra i Paesi occidentali e il Terzo Mondo, in parole più povere un dialogo fra uguali.
Un dato eloquente sulla dipendenza dei Paesi poveri da quelli ricchi è il constatare come la colonizzazione ha fatto sì che quei popoli non coltivassero più prodotti per la loro sussistenza (e da qui l'inizio della fame endemica) ma quello che serviva e tuttora serve all'occidente opulento. Pensare che nei Paesi dove si muore di fame viene prodotto: zucchero, arachidi, cacao, caffè, the e cotone, tutte cose che soddisfano la sovralimentazione nei Paesi industrializzati è già di per sé mostruoso, ma supera ogni limite l'appurare che i suddetti prodotti, di anno in anno vengono pagati sempre meno, aumentando la sistematica rapina, provocando un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita di quei popoli e anche un aggravio dell'indebitamento.
Sempre più spesso si sente dire che l'origine della fame è l'alta natalità esistente nei Paesi del Terzo Mondo. L'alta percentuale di nati nei «Paesi poveri» ha motivazioni ben precise che si collocano nell'arretratezza e dipende da fattori religiosi, dall'analfabetismo e, per i contadini, dalla necessità di avere un certo numero di figli maschi per famiglia. Un'alta natalità diventa altresì necessaria per supplire alla altrettanto alta mortalità infantile e, l'avere un numero alto di figli aumenta la possibilità di sopravvivenza per i genitori che, diventati anziani non avrebbero più le possibilità di provvedere alla propria sussistenza; in ultima analisi, nei Paesi del Terzo Mondo, i figli rappresentano anche la pensione di vecchiaia.
I Paesi che hanno raggiunto un certo stadio di sviluppo controllano perfettamente le nascite. L'esplosione demografica è, prima di ogni altra cosa, il prodotto della povertà, dell'isolamento, dell'ignoranza in cui i due terzi dell'umanità sono costretti. I Paesi che hanno pianificato l'eliminazione della povertà sono riusciti a dominare l'aumento della popolazione.
È vero che l'incremento demografico è un enorme problema ma non è certamente la causa della fame. Il raccolto dei cereali nel mondo è oggi tale che una distribuzione equa permetterebbe a tutti di sfamarsi, sono in realtà le leggi del mercato che portano i prezzi ad essere inaccessibili per i «Paesi poveri» condannando così centinaia di milioni di uomini alla fame.
Quindi è profondamente sbagliato credere, come molti credono, che la ricchezza dei paesi industrializzati sia la conseguenza di una maggiore laboriosità dei lavoratori ivi residenti o della maggiore efficienza del sistema democratico-borghese, il quale invece agisce solo nell'ambito delle leggi del massimo profitto, sfruttando intensivamente tutte le risorse mondiali senza curarsi del costante impoverimento che necessariamente provoca fra le classi sociali più deboli dei propri paesi ma principalmente fra i popoli che ingannevolmente vengono definiti "in via di sviluppo".
L'IMPERIALISMO
Sembrerebbe paradossale che quelli che vengono definiti "i Paesi a capitalismo avanzato", ovvero, i Paesi che detengono il monopolio della scienza e della tecnologia, possano essere responsabili del decadimento dell'umanità, ma è appunto il consumo sfrenato (che non è progresso) delle risorse, indotto dalla ricerca del massimo profitto, che porta ad un rapido esaurimento delle condizioni ambientali necessarie per la continuità della vita, perché abusa di tutte le risorse tecnologiche disponibili. Ciò dimostra che la scienza, lungi dall'essere indipendente, in realtà è al servizio della classe dominante. Tanto più rapidamente e indiscriminatamente si consumano le ricchezze fossili, energetiche e ambientali, che oggi si trovano ancora in quello che viene definito Terzo Mondo, tanto minore è il tempo che rimane a disposizione per la nostra sopravvivenza. Ovviamente i Paesi "fornitori" di queste ricchezze ne rimangono esclusi dai consumi e non potranno mai raggiungere livelli di benessere, tantomeno di consumismo, paragonabili a quelli dei Paesi a capitalismo avanzato. A causa delle nuove tecnologie nel mondo vengono abbattuti ogni minuto decine di ettari di foreste, ogni anno vengono distrutti 15 milioni di ettari di vegetazione, in meno di un secolo, al ritmo attuale, scomparirebbero le foreste tropicali. Tutto questo grazie all'uso irresponsabile di quella tecnologia che dovrebbe migliorare la qualità della vita.
Il progresso tecnologico e industriale è auspicabile nella misura in cui serve alla piena soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti gli uomini. Il superfluo, ove questo è possibile, è nocivo. La società capitalista considera il progresso solo in termini materiali e, nella lotta che pone gli uni contro gli altri per la corsa al potere, alla ricchezza, al successo, accantona deliberatamente ogni ipotesi di progresso nella cultura intellettuale in quanto quest'ultima ne decreterebbe immancabilmente la fine. Solo in una condizione patologica si può accettare come un fatto normale la lotta e l'incertezza dell'esistenza o, peggio ancora, di vivere nell'opulenza privando gli altri dei loro diritti elementari.
Questa patologia considera il mondo diviso in "paesi ricchi del nord" e "paesi poveri del sud", come se l'arretratezza e il sottosviluppo fossero determinati da fattori climatici e circoscritti al sud del globo, mentre nella parte nord, dove vivono i bianchi, ci sarebbe l'opulenza per i medesimi motivi. Le cose, naturalmente, non stanno così dato che allora non si spiegherebbe (per fare un esempio) come mai la ricca Australia si trovi decisamente a sud e il povero Messico a nord. Le motivazioni per cui esiste una parte del mondo affamata e povera non sono un mistero tantomeno un capriccio della natura. Il sottosviluppo è stato creato e viene tuttora conservato dalla voracità dell'imperialismo.
L'arretratezza di quelli che vengono chiamati "paesi emergenti" (altro eufemismo che vuole ignorare o, meglio, coprire il loro progressivo impoverimento), è la conseguenza più evidente delle conquiste coloniali, del saccheggio, della distruzione di culture e di intere popolazioni come nell'America Latina e della schiavizzazione e deportazione di milioni di neri dall'Africa, che hanno fatto confluire per secoli in Europa e nell'America del Nord ricchezze immense provenienti da ogni angolo della Terra.
Il crescente impoverimento del Terzo Mondo appare ancora più evidente nel diseguale meccanismo di scambio imposto dalle multinazionali, dalle banche e dai governi occidentali (sedicenti democratici), che determinano il costante crollo dei prezzi delle materie prime che ne importano e, addirittura regolarmente, in barba ai vaniloqui sul libero scambio da essi sbandierato, attuano leggi e comportamenti protezionistici. I cosiddetti aiuti economici sono in effetti un ulteriore perverso meccanismo di insolvibile indebitamento in quanto la crescita continua del tasso degli interessi e i continui aumenti del costo delle merci importate schiacciano questi paesi inducendoli a scelte autodistruttive come lo sfruttamento intensivo delle loro risorse e all'abbrutimento del territorio, con conseguenze negative per il futuro di tutta l'umanità, secondo la logica più spietata delle leggi capitalistiche.
È il caso di ricordare che, mentre ci si vuole convincere ad accettare termini tipo libertà, pluralismo e democrazia come altrettante parole magiche con valore assoluto ma dal contenuto indefinito, naturalmente legate inscindibilmente alla società borghese, viviamo, nostro malgrado, nella più crudele società che sia mai esistita, artefice di crimini senza precedenti. Viviamo in una situazione dove il disordinato sviluppo economico e tecnologico, spacciato gratuitamente per progresso (comunque riservato a un gruppo ristretto di paesi), in realtà non è altro che il risultato di una ben precisa logica del profitto a tutti i costi. I fautori e profittatori di tale logica sono incapaci di ammettere che si può parlare di sviluppo solo se questo è attuato a misura d'uomo, cioè in rapporto alle reali necessità di questo. Nella società capitalista, e a maggior ragione nell'odierna fase imperialista, la distribuzione della ricchezza è vergognosamente e necessariamente ineguale. Basti prendere alcuni dati (di qualche anno addietro, ma tuttora validi): gli Stati Uniti d'America, che sono il 5,6% della popolazione mondiale, producono, con tutte le loro pompose industrie sparse in tutto il mondo, il 23,1%, ma si appropriano del 55% di tutte le ricchezze prodotte. Questo è l'imperialismo! Il fatto che il 75% delle popolazioni del Mondo sottosviluppato, beffardamente definito "in via di sviluppo", offre l'80% delle materie prime e ricava solo il 20% di tutta la ricchezza prodotta nel mondo, dà la misura di una situazione che si aggrava e si approfondisce sempre più, anno per anno, come si approfondisce, anno per anno, la differenza tra Nord e Sud. Questi sono dati di partenza per capire cos'è l'imperialismo. Se è vero che in parte, l'accumulo vergognoso di ricchezza, è prodotto attraverso lo sfruttamento delle materie prime comprate sottocosto, un altro aspetto è il pagamento della forza lavoro (locale o di immigrazione) a sottocosto. Nel 1850 gli USA avevano 23 milioni di abitanti e nel corso di un secolo hanno avuto 40 milioni di immigrati, tutti già formati anche professionalmente, portati al livello giusto nei loro paesi d'origine per essere immessi nel mercato del lavoro, 40 milioni che con i discendenti diventano 106 milioni. Ecco da dove viene la grande esplosione di potenza nordamericana. Perché appunto, i grandi flussi migratori (sconosciuti fino all'avvento della società industriale) sono un'altra creazione ed esigenza della grande borghesia. Quindi l'immigrazione e lo sfruttamento della medesima è un ulteriore fattore che determina la ricchezza e l'imperialismo di una nazione. Nell'arco di un secolo gli USA hanno aumentato la propria popolazione di ben nove volte e il corrispondente aumento del prodotto nazionale lordo ha avuto un incremento annuo del 4,1%; mentre in Italia, paese che nel medesimo periodo aveva una forte emigrazione, ha avuto un aumento medio della popolazione dello 0,7% e un aumento medio del reddito dell'1%. Questa è la differenza che passa tra un paese che importa la manodopera ed uno che la esporta come merce, privandosi dello strumento capace di trasformare in beni e servizi la ricchezza delle materie prime.
Vi è infine un'altra forma di rapina finanziaria del Terzo Mondo, di origine locale, quella attuata dalle borghesie interne e dai vari dittatori, pupilli dei grandi monopoli e dei governi occidentali di cui sono la loro espressione politica.
Le multinazionali non intervengono solamente nell'ambito economico dei paesi in cui "operano", ma creano pressioni e condizionamenti a livello governativo e di popolo, con manipolazioni di massa utilizzando giornali, radio, televisione, determinando consensi indotti e deleteri per quei paesi costretti a subire l'imperialismo. Naturalmente le "leggi della giungla riprodotte ed aggravate dalla società concorrenziale", lungi dal riguardare solo i paesi terzi, procurano anche la rovina del proprio paese permettendo l'utilizzo disinvolto dei capitali con l'unica giustificazione della ricerca del massimo profitto. Le oligarchie dei paesi del Terzo Mondo trasferiscono i loro capitali nelle banche occidentali (che poi rientrano sotto forma di "aiuti" e successivamente ritornano definitivamente in occidente per l'acquisto da questi, a prezzi di strozzo, di generi alimentari e/o tecnologici, quando non sono armamenti destinati ad opprimere le opposizioni e a sorreggere regimi antipopolari) in modo del tutto similare, anche dai paesi europei vi è una costante fuga di capitali verso gli USA, non investiti nei propri paesi in modo razionale e al servizio della piena occupazione.
Il profitto non ha patria né moralità e l'incontrollabilità delle sue esigenze, i consumi altrettanto incontrollati da esso pilotati, inducono i paesi ricchi a spendere e ad indebitarsi sempre più, in una spirale senza senso e senza fine, certamente molto al di sopra delle reali possibilità, convinti che la passione consumistica sia il fine ultimo delle aspirazioni umane. La società basata sull'effimero è la lampante negazione di sé stessa. Essa ha portato (paradossalmente) gli USA ad un debito complessivo, espresso per ogni cittadino (compresi vecchi e bambini) a 30.000 dollari pro capite, il che vuol dire, rapportato con il debito del Terzo Mondo (che è di 400 dollari a testa), che i cittadini USA hanno un debito 75 volte più grande: e stiamo parlando del paese "guida" del cosiddetto "mondo libero". È evidente che gli interessi dei popoli sono in netto contrasto con quelli dei monopoli e che purtroppo, questi ultimi hanno la capacità di portare alla rovina l'intera umanità. Di conseguenza occorre prendere atto, una volta per tutte, che il modello del neo liberalismo, basato sui privilegi di una minoranza, non è auspicabile, né applicabile all'insieme dell'umanità.
L'iniziativa privata, a causa della competizione che inevitabilmente comporta, nega la collaborazione e il rispetto dei diritti di cui ha bisogno il genere umano per progredire e mantenere le condizioni di vivibilità anche per le generazioni future. Per contro, favorisce in maniera determinante il degrado civile e il decadimento della vivibilità stessa.
Ne è prova il processo di privatizzazione in atto ovunque, il quale non tende a migliorare i servizi (e, infatti, non li migliora), ma solo a renderli più appetibili e più cari e quindi disponibili solo a chi può pagarseli. Le privatizzazioni hanno sempre dato luogo a licenziamenti massicci con le patetiche argomentazioni di (sempre infinite) ristrutturazioni, creando divisioni fra i lavoratori; ben pagati quando inseriti nei settori trainanti dell'economia, sottooccupati o disoccupati e ridotti all'emarginazione quando ciò fa comodo agli interessi del capitale, mentre al contrario, le nazionalizzazioni, se gestite con criteri sociali, garantiscono a tutti la possibilità di soddisfare le proprie legittime esigenze senza discriminazioni di sorta. La privatizzazione annulla queste garanzie e le pone, al pari di una qualunque merce, a disposizione solo di chi può pagarla. Questo spiega come sia possibile una "sovrapproduzione alimentare" con conseguenti distruzioni delle "eccedenze" nei paesi ricchi mentre 40.000 persone al giorno muoiono di fame. la spiegazione è di una semplicità atroce: essi non possono pagare e di conseguenza sono automaticamente esclusi dai consumi e dalla possibilità di giovarsi di qualsiasi servizio. La quantità di denaro posseduta, ovvero il potere di acquisto, è la misura che determina la possibilità della fruizione del benessere fino al consumismo.
In questa società non si ha nulla se non si può pagare.
Questa concezione della vita, spacciataci volgarmente per libertà, non è altro che il prodotto naturale della più reazionaria e antiumana organizzazione sociale "che riduce tutti gli uomini in altrettanti concorrenti in crescente conflitto e li pone davanti ad un bivio: o risolvere l'economia scientificamente, cioè in un servizio sociale pianificato per il bene di tutti e di ciascuno, o lasciarla al servizio privato, cioè un meccanismo sempre più criminogeno, il quale, in prospettiva, ci condanna all'autodistruzione".
I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE
La funzione propulsiva della lotta dei movimenti di liberazione nazionale che ha portato alla fine degli imperi coloniali dopo la seconda Guerra mondiale, è sicuramente uno degli avvenimenti storici di maggior rilievo di questo secolo.
Fin dalla conquista dell'America (tendenziosamente definita scoperta) i popoli che vi abitavano persero la loro indipendenza, la quale fu poi sottratta anche ad Asia e Africa dall'instaurazione del sistema coloniale iniziatosi nei primi anni del XIX secolo e compiutosi tra la fine dello stesso secolo e gli inizi del secolo XX. Alla fine i tre grandi continenti si erano trovati sottomessi alle grandi potenze: sia sotto forma di colonia, con un dominio politico, militare ed economico che annullava ogni traccia nazionale (i francesi e i portoghesi, ad esempio, consideravano le loro colonie "province d'oltremare"); sia sotto forma di semicolonia, ossia possedimenti ai quali si riconosceva il diritto di avere un proprio sovrano (re, o sceicco, o sultano, ecc.), ma che in base a precisi trattati internazionali dipendevano in tutti i sensi dalla potenza imperialista cui facevano capo. La Cina, l'Iran, l'Afganistan, e l'Egitto furono a lungo esempi tipici di semicolonie di questo genere.
Già dal 1917, la Rivoluzione d'Ottobre in Russia apre nuovi orizzonti ai popoli colonizzati e incrina i fondamenti dell'ordine coloniale. I famosi appelli dei giorni d'ottobre sul diritto di autodeterminazione dei popoli e, l'ancor più famoso decreto sulla pace contro le annessioni, trovarono immediata eco, in Cina, in Indocina e nel Medio Oriente.
Insomma, i semi della questione nazionale che germoglieranno dopo la seconda Guerra mondiale, vengono gettati in quegli anni.
Tra le due guerre mondiali sarà tutto un fiorire di partiti, di movimenti, di idee, di iniziative e di scontri, si assiste, in modo convulso, contraddittorio e profondamente diversificato, ad un vero e proprio risorgimento nazionale dei popoli oppressi. La storia (in larga parte ignorata) di questi popoli tra le due guerre mondiali è costellata di lotte, insurrezioni, rivolte, repressioni, spesso guerre di liberazione domate nel sangue, che fanno comprendere meglio le dimensioni assunte dai movimenti di liberazione nazionale nel secondo dopoguerra.
Il primo paese che proclama la sua indipendenza nei giorni stessi della fine della guerra, con la "Rivoluzione d'agosto" del 1945, è l'Indonesia. I colonizzatori olandesi sono lontani e stremati dalla guerra, per cui non sono in grado di rioccupare, come avrebbero voluto, l'arcipelago. Nel frattempo gli Stati Uniti stanno reprimendo l'esercito popolare di liberazione filippino, gli inglesi quello malese. Dal canto loro i francesi reintervengono nel Vietnam. Qui il Fronte di liberazione vietnamita ha cacciato da tutto il paese i giapponesi e il 2 settembre 1945 Ho Chi Minh ha proclamato l'indipendenza del Vietnam e l'avvento della Repubblica Socialista del Vietnam, ma il 22 settembre francesi e inglesi intervengono militarmente e lo rioccupano: ha così inizio la prima e lunga guerra di liberazione vietnamita che si concluderà nel 1954, segnando una svolta decisiva nello sviluppo dei movimenti di liberazione nazionale.
Intanto veniva maturando la "questione indiana". Contrariamente a un luogo comune largamente diffuso, l'India non arrivò all'indipendenza pacificamente. Già nel corso della guerra il governo britannico aveva proceduto a rigorose repressioni del movimento nazionale, nonostante quest'ultimo si fosse risolutamente schierato contro il nazifascismo. Il 9 agosto del 1942 il Partito del Congresso di Gandhi e di Nehru era stato posto fuori legge, e i suoi dirigenti e militanti arrestati (60.000 arresti, circa 1.000 morti e 2.000 feriti). Per due anni si continuerà a lottare con scioperi e insurrezioni (famosa quella dei marinai indiani di Bombay), e da parte inglese a ordire intrighi e operare profonde divisioni etnicoreligiose, ponendo indù contro musulmani, per impedire l'accesso all'indipendenza. Sono due anni tumultuosi, nei quali i conflitti religiosi, divenuti in breve vera e propria guerra civile, favoriscono il permanere dell'influenza inglese nella vita indiana, ma fanno anche precipitare l'intera regione nel caos e nella ingovernabilità. È solo a questo punto che Londra decide di "concedere" l'indipendenza, spartendo l'ex-colonia in due aggregati nazionali a base religiosa: il Pakistan su basi musulmane, l'Unione indiana su basi indù. Milioni e milioni di uomini, donne, bambini verranno spostati da una regione all'altra, e in questo sommovimento vanno ricercate le cause della successiva crisi pakistana e della guerra di scissione del Bangla Desh. In realtà è sullo sfondo di una vera tragedia che l'India giunge all'indipendenza il 15 agosto del 1947.
Mentre nasceva l'Unione indiana, l'indipendenza indonesiana era stata rimessa interamente in questione. Già immediatamente dopo l'iniziativa di Sukarno dell'agosto 1945, gli inglesi erano intervenuti su richiesta degli olandesi, obbligando i nazionalisti indonesiani a un faticoso e difficile negoziato. Ma il 21 settembre del 1947 è l'esercito olandese a rioccupare l'Indonesia nel tentativo di abbattere la giovane repubblica. A mostrare quanto fosse cambiato il mondo, l'opinione pubblica mondiale reagì con particolare sdegno a questa impresa coloniale, e gli olandesi furono a loro volta obbligati a trattare con Sukarno. Ingannevolmente, poiché il 19 dicembre del 1948, dopo un bombardamento di Giacarta, un commando di paracadutisti olandesi fece prigioniero il leader indonesiano e lo deportò in una località sconosciuta. Fu questa una mossa però che sortì l'effetto contrario: tutto il popolo indonesiano insorse, la guerriglia prese dimensioni enormi, gli scioperi dilagarono. Nel giro di due anni gli olandesi furono obbligati a lasciare sconfitti l'Indonesia, che riconquistò intera la sua sovranità nel dicembre 1949.
In Medio Oriente, in quegli anni, l'unica novità di rilievo (ma già densa di gravi conseguenze) era la nascita dello Stato di Israele, che provocava immediatamente la prima delle quattro guerre arabo-israeliane scoppiate nel giro di venti anni. In sede politica, il problema era nato il 2 novembre 1917, quando il governo inglese si era impegnato, con una dichiarazione di Arthur James Balfour, a favorire l'instaurazione di un "focolare nazionale" per il popolo ebraico in Palestina. Dal 1920 in avanti l'Inghilterra resse la Palestina come mandato, ma il paese fu scosso da gravi scontri arabo-ebraici nel 1921, nel 1929, nel 1933 e nel 1936, fino a che nel 1939 gli inglesi presentarono un piano che prevedeva uno Stato palestinese con partecipazione tanto araba che ebrea. Ma nel dopoguerra il Congresso sionista chiese uno Stato ebraico, e alla fine del mandato inglese, il 14 maggio 1948 venne proclamato lo Stato di Israele, che immediatamente si scontrò con la Lega araba.
Ma la vera svolta, lo scoppio del movimento di liberazione anticolonialista, il suo dilagare nel mondo come un processo inarrestabile, in effetti avviene tra il 1949 e il 1955, avendo come esempi due avvenimenti di prima grandezza: l'esito vittorioso della Rivoluzione cinese nel 1949 e la vittoria dei vietnamiti sulla Francia nel 1954. Quando il 7 maggio del 1954 la guarnigione francese di Dien Bien Phu si arrese alle truppe del generale Giap, avvenne un fatto storico: per la prima volta un popolo oppresso, male armato, sconfiggeva sul campo l'esercito coloniale di una grande potenza, con alle spalle gli aiuti dell'intera coalizione dei paesi imperialisti. Fu il segno, questo, più preciso della fine reale e visibile degli imperi coloniali, della loro disfatta. Grande fu anche la funzione di stimolo determinata dalla lotta del popolo coreano che portò alla nascita della Repubblica Popolare di Corea.
Le conseguenze di queste vittorie si può dire che furono immediate. Tra il 1949 e il 1955 la sconfitta del colonialismo tradizionale si delinea rapidamente in tutta la sua portata. È infatti in quegli anni che cominciano a crescere o nascere e ad operare i partiti nazionalisti dell'Africa. L'abbattimento della corrotta monarchia egiziana è del 1952, segue, nel 1954, l'avvento di un nuovo protagonista del nazionalismo arabo: il colonnello Gamal Abdel Nasser. Il mondo arabo si apre così ad una nuova dinamica, più avanzata e più aperta, che sblocca la situazione di apparente tranquillità semicoloniale riscontrabile fino a quel momento. Sempre nel mondo arabo è del 1954 l'inizio della guerra di liberazione algerina che segnerà un altro momento cruciale della decolonizzazione, mentre proprio in quegli anni Tunisia e Marocco si muovono speditamente verso l'indipendenza. Nel 1953 il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq scuote il dominio combinato delle compagnie petrolifere straniere e dello scià Reza Pahlevi: le prime sono nazionalizzate, il secondo è costretto a fuggire. Solo un colpo di Stato militare farà arretrare questo tentativo del popolo iraniano di riappropriarsi delle proprie ricchezze nazionali.
L'imperialismo aveva compreso che non avrebbe più potuto arrestare la decolonizzazione e che, anzi, ostacolandola ne avrebbe radicalizzato le implicazioni rivoluzionarie. Dal 1955 al 1960 si ebbe perciò in Africa una vera pioggia di indipendenza, e nel decennio 1955-65 tutto il continente africano divenne indipendente, tranne che per le colonie portoghesi (Angola, Mozambico, Guinea Bissau), per l'Africa del Sud e la Rhodesia, governate da minoranze razziste bianche, più qualche altro piccolo territorio coloniale.
Alcune conquistate (come quelle del Ghana, della Guinea, del Kenya), altre concesse (grazie a un contesto mondiale che rendeva impossibile il permanere delle vecchie forme coloniali) e quindi negoziate con interlocutori indigeni.
Nell'America Centrale è stata costituita nel 1958 la Federazione delle Indie occidentali nella quale sono confluite le ex colonie britanniche: l'isola di Barbados, le isole Sottovento e Sopravvento (a eccezione delle isole Vergini), le isole di Trinidad, Tobago e Giamaica.
Il I° gennaio 1959 a Cuba vince la rivoluzione guidata da Fidel, Che Guevara, Camilo Cienguegos e, significativamente, l'isola verrà definita "el primer teritorio libre de America" (il primo territorio libero d'America).
Gli anni sessanta segnano la fine formale del vecchio assetto coloniale. L'indipendenza politica è conquistata (o concessa) e sancisce la nascita dei nuovi Stati nazionali. Una fase storica insomma si chiude. Ma purtroppo la conquista dell'indipendenza non esaurisce il travaglio di quei popoli che si trovano ad affrontare nuove e ben più pesanti difficoltà.
L'imperialismo, è cosa nota, non è stato solo dominio politico-militare, è stato ed è soprattutto una forma di dominio economico volto al prelievo forzoso (ovvero saccheggio) delle materie prime, delle grandi ricchezze presenti nel Terzo mondo. Il dominio politico-militare, ossia la soppressione dell'indipendenza, è stato lo strumento di quella rapina, condotta ai danni delle risorse appartenenti ai popoli oppressi. A questo punto, nel 1960 circa, lo strumento risulta in disuso e rischia anzi di portare a rivolgimenti radicali anche nel settore economico. È per questo che l'imperialismo prende atto della realtà e vi si adegua, cercando però di dominarla in modo da preservare i propri privilegi economici. Si delinea così una duplice tendenza. Prima: concedere una indipendenza negoziata a gruppi dirigenti che non si mettano contro gli interessi economici dell'imperialismo; seconda: stroncare ogni sviluppo rivoluzionario reale che contrasti appunto con quegli interessi.
Lo svolgersi degli avvenimenti infatti è dirompente. L'esperienza cinese e vietnamita naturalmente, ma anche altre esperienze dei giovani Stati indipendenti, sia pure sviluppatesi su basi puramente nazionaliste, cominciano a mettere in discussione i rapporti economici con quei paesi dell'Occidente che usano le risorse del Terzo mondo. Da Nasser a Sukarno il nazionalismo comincia a svilupparsi in senso anche economico e sociale. E in più in America Latina un fatto nuovo scuote una situazione fondata appunto sulla doppia regola dell'indipendenza politica e del dominio economico: la rivoluzione cubana che vittoriosamente infrange il dominio statunitense sull'isola.
Per semplificare si può dire che, finita la lotta per l'indipendenza nazionale e la conquista della sovranità politica, inizia quella per l'indipendenza economica, ossia per uscire dalla morsa della arretratezza e del sottosviluppo. Ed è a questo punto che i movimenti di liberazione si imbattono nel neocolonialismo.
IL NEO-COLONIALISMO
I paesi ex coloniali solitamente si trovano in condizioni di miseria estremi. Economie fragilissime, in genere senza industrie e con agricolture distorte. Il Senegal ad esempio è stato trasformato in un immenso campo di arachidi destinato alla fabbricazione dell'olio di semi,. ma deve importare generi agricoli alimentari. Il Ghana produce cacao per tutto il mondo, ma i suoi abitanti sono sottoalimentati. Alla precarietà economica si aggiunge l'analfabetismo e a questi la fame e la sottoalimentazione, con la conseguenza di malattie endemiche e un alto tasso di mortalità. Eppure questa povertà diffusa non ha ragion d'essere. Quei paesi dispongono di immense ricchezze. I paesi arabi forniscono gran parte del petrolio con cui funziona l'industria occidentale, l'Indonesia fornisce il caucciù, l'Angola ha l'oro e i diamanti, il Brasile il caffè, lo Zambia il rame, il Ghana il cacao, e così via. Ebbene, per qual motivo queste ricchezze non si traducono in benessere per i popoli che le possiedono? Perché l'indipendenza politica non diventa la leva per migliorare le condizioni di vita dei popoli: costruire scuole e ospedali, impiantare industrie, produrre alimenti sufficienti?
Sono queste, le domande che i popoli cominciano a porsi, qualche anno dopo aver conquistato l'indipendenza. L'esperienza che si delinea tra il 1960 e il 1970 è infatti la seguente: non solo la liberazione dal colonialismo non ha migliorato il tenore di vita dei popoli fino a ieri oppressi, ma anzi in generale i paesi ex coloniali sono diventati più poveri, mentre quelli ricchi sono diventati più ricchi. La "forbice" tra sviluppo e sottosviluppo si è allargata, le condizioni sono diventate più disperate.
Il sottosviluppo ha una motivazione molto precisa e una logica facilmente individuabile, si prenda un esempio qualsiasi che potrebbe essere considerato una norma: il Ghana è stato trasformato dal colonialismo in un'immensa piantagione di cacao, ma il cacao non serve ai ghaneesi e quindi deve essere venduto sul mercato internazionale. I prezzi del cacao sono fissati dalle Borse di Londra, Parigi, New York, sulla base della domanda del mercato e quali che essi siano, il Ghana è obbligato a vendere quel cacao che non gli serve per nutrire i suoi abitanti. L'economia ghaneese è così in balia di altre forze che rispondono ad altri interessi. E questo è il primo aspetto del problema, l'altro aspetto è il seguente: il Ghana non ha industrie per trasformare il cacao in cioccolato, il cacao viene esportato, lavorato altrove, e quando un ghaneese vuole comprare una tavoletta di cioccolato deve importarla dall'estero, pagandola naturalmente in valuta pregiata e al prezzo imposto dall'industria che produce il genere. L'esempio fatto mostra, nella sua peculiarità, il meccanismo che genera il sottosviluppo e fa sì che il Terzo mondo sia defraudato: i paesi che sono proprietari di immense ricchezze (le materie prime) sono obbligati a venderle a prezzi estremamente bassi, imposti dall'esterno; ma se debbono comprare un prodotto industriale, una macchina, un vestito, ecc..., debbono pagarlo a prezzi esorbitanti, oppure sono costretti a ripiegare su prodotti scadenti, se non proprio di scarto. Sicché, per dirla semplicemente, i paesi ex coloniali non riescono mai ad avere i capitali necessari per decollare economicamente, per gettare le basi di una loro industria, costruire scuole, ospedali e servizi sociali. Il circolo diventa vizioso e soffocante.
I movimenti nazionali di liberazione giungono all'indipendenza sulla base di una lotta unitaria, nazionale appunto. Ma tutte le forze che vi concorrono non hanno gli stessi interessi. Vi è, anche in questi paesi, una divergenza tra classi sociali e le scelte decisionali possono essere diverse. Dipendentemente dalla classe sociale che detiene il potere si deciderà se nazionalizzare le ricchezze nazionali oppure no, se rompere con la monocoltura o no, se fare o no quelle riforme agrarie che spezzano il legame tra monocoltura e proprietari feudali locali. Vi sono infatti in Asia, in Africa, in America Latina le borghesie locali che si inseriscono nel rapporto neocoloniale e facendone parte ne ricavano privilegi, divenendo a loro volta sfruttatori della maggioranza del loro popolo. E su questa base quindi diventano i sostenitori e difensori del meccanismo neocoloniale.
Dopo la conquista dell'indipendenza politica, insomma, si apre una seconda fase di lotta che questa volta non ha solo dei nemici esterni, ma anche nemici interni. Questione nazionale e questione sociale vengono cioè a intrecciarsi profondamente.
Questo tipo di scontro percorre tutto il periodo che va dal 1960 ai nostri giorni, con momenti esemplari che ne riassumono le caratteristiche, in un alternarsi continuo di vittorie e di sconfitte.
Uno dei grandi momenti di sconfitta è offerto dalla tragedia congolese del 1960. In quell'anno il Belgio concesse l'indipendenza alla sua grande colonia, confidando nel fatto che un movimento nazionale ancora debole avrebbe permesso con facilità il proseguimento della sua presenza imperiale in Africa. L'indipendenza in altri termini doveva essere, per usare le parole di Amilcar Cabral (un grande africano assassinato dai colonialisti portoghesi), "una bandiera, un finto parlamento, una guardia presidenziale e null'altro). Accadde invece che il Congo trovasse in Patrice Lumumba un leader molto fiero e attento ai contenuti reali dell'indipendenza, ossia attento al recupero delle ricchezze nazionali che si trovavano in mani straniere. Furono allora promossi movimenti scissionisti, Lumumba venne assassinato e si instaurò la dittatura militare del generale Mobutu che consentì agli stranieri, in particolare ai belgi, di proseguire indisturbati lo sfruttamento delle risorse congolesi. Una vicenda analoga, ma dalle proporzioni di sangue ben più drammatiche, è accaduta in Indonesia, dove il nazionalismo di Sukarno stava evolvendo verso forme sociali più avanzate come la ridistribuzione agraria. Un colpo di Stato e un terribile massacro (si calcola che siano state uccise circa mezzo milione di persone, ma alcune fonti parlano di un milione) hanno posto, nel 1965, una battuta d'arresto a quella evoluzione, consentendo alle grandi compagnie multinazionali di continuare il loro saccheggio (il nuovo presidente, generale Suharto, restituisce subito le proprietà ai vecchi possessori stranieri e cerca appoggi politici ed economici in Occidente). In questo senso, non molto diversa risulta l'esperienza cilena, dove le forze di sinistra arrivano al potere il 24 ottobre 1970 con una vittoria elettorale, sulla base quindi di uno svolgimento democratico classico, la loro politica investe subito i problemi cruciali del sottosviluppo e dell'indipendenza economica con la nazionalizzazione di alcune miniere di ferro e di rame, ma un feroce colpo di Stato diretto dalla CIA e dalla multinazionale nordamericana ITT porta ad una dittatura sanguinaria l'11 settembre 1973 e che durerà per 17 anni, il tempo necessario per eliminare fisicamente le avanguardie popolari, distruggere la cultura rivoluzionaria e quindi, ritornare beffardamente al formalismo della democrazia borghese. L'esempio cileno è certamente quello che mostra più chiaramente come l'imperialismo se ne infischia della democrazia quando i suoi interessi concreti sono colpiti e rimessi in discussione.
Tuttavia il fatto più emblematico del neocolonialismo resta l'intervento americano nel Vietnam. Qui si ritorna ad una guerra coloniale classica (l'invio di un corpo di spedizione) per impedire ad una rivoluzione nazionale di ispirazione socialista di giungere a compimento dimostrando ai popoli come i problemi del sottosviluppo possano essere risolti nello stretto intreccio tra questione nazionale e questione sociale. In realtà gli Stati Uniti avvertono consapevolmente le novità della situazione apertasi nei tre continenti ex colonizzati, tutti ormai in fermento. Il neocolonialismo infatti può sì frenare i movimenti di emancipazione, ma non può risolvere la contraddizione di fondo in cui i popoli vivono: indipendenza più sottosviluppo. E i popoli ne stanno prendendo coscienza. In quegli anni la rivoluzione cubana si è trasformata in rivoluzione socialista. L'Algeria ha conquistato la sua indipendenza nel 1962 (il Fronte di liberazione nazionale aveva cominciato a combattere nel 1954) e ha proceduto alla nazionalizzazione delle sue ricchezze minerarie nel 1966. Il nasserismo egiziano procede sempre più sulla via dell'indipendenza economica con la "Carta nazionale dei princìpi socialisti" di Nasser, del 1962. In Siria e in Iraq sono stati abbattuti regimi neocoloniali e si tentano nuove strade (riforma agraria in Siria nel 1958, nazionalizzazioni nel 1963 e nel 1965; nazionalizzazione delle banche in Iraq nel 1964). Una guerra popolare divampa nelle colonie portoghesi e i movimenti di liberazione che ne sono alla testa (Fronte popolare di liberazione dell'Angola, Fronte di liberazione del Mozambico) non nascondono di non voler percorrere, al momento dell'indipendenza, il cammino neocoloniale di tanti altri regimi africani. A questo punto il Vietnam diventa, per l'imperialismo, un banco di prova decisivo, un esempio da dare per far intendere che se la fine degli imperi coloniali è stata tollerata, non lo sarà la lotta contro l'assetto neocoloniale.
Ma è proprio questo significato dato alla guerra in Vietnam che si rovescia contro il neocolonialismo. I vietnamiti vincono infatti la loro seconda guerra di liberazione e la vincono contro la più grande e ricca potenza imperialista, gli Stati Uniti, i quali si ritirano sconfitti sul piano militare ma lasciando purtroppo un paese devastato, al quale non verrà mai corrisposto nessun indennizzo di guerra, impossibilitato così, malgrado tremendi sforzi, ad uscire da quella immane distruzione, sì che questo tremendo peso si ripercuoterà successivamente in modo determinante. Comunque come nel 1954, la vittoria del Vietnam dà un nuovo impulso allo scontro in atto per infrangere le forme di dominio neocoloniale: l'Africa, infatti, compie un nuovo scatto in avanti con l'accesso all'indipendenza dell'Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau. Il Laos e la Cambogia vedono l'avvento di nuovi regimi più radicali sul terreno economico e sociale. Ma soprattutto esplode la prima grande rottura dell'ordine neocoloniale: nel 1973 i paesi produttori di petrolio decidono di essere loro a fissare i prezzi del prezioso prodotto, sulla base dei loro interessi e non di quelli dei paesi importatori.
Anche nel continente latino americano si susseguono le rivolte: in Messico, a Panama, nella Repubblica Dominicana, in Bolivia, Colombia, Venezuela; fioriscono i Movimenti di Liberazione Nazionale in molti paesi di tutto il continente, tra i quali spiccano i Tupamaru in Uruguay, il Farabundo Martí di Liberazione Nazionale in Salvador, ed altri come in Guatemala ed in Perù, nel '79 il Fronte Sandinista prende il potere in Nicaragua e da quel momento il popolo nicaraguense deve subire ogni sorta di boicottaggio economico, provocazioni belliche e attacchi mercenari finanziati e guidati direttamente dagli Stati Uniti d'America sì che dopo dieci anni di speranze, anche il sogno nicaraguense si infranse.
Ad una ad una tutte le speranze che hanno sollevato "i dannati della Terra" e che li hanno visti eroici protagonisti del loro riscatto, si sono spente. Poiché in una guerra non vince chi ha la ragione ma chi ne ha la forza; lo strapotere militare, tecnologico ed economico dei paesi imperialisti è riuscito, ancora una volta, a martirizzare la maggior parte dell'umanità e ad umiliare le masse dei cittadini dei propri paesi, assegnandogli il ruolo di supini consumatori, spogliati di ogni pur minima conoscenza delle infamie di cui sono inconsapevoli sostenitori, immemori che in quegli anni di grande speranza e dignità per il mondo intero, milioni di lavoratori e studenti in grandi manifestazioni politiche e di solidarietà, in Francia, in Italia, in Belgio e negli Usa, unendosi idealmente alla volontà di liberazione degli oppressi, dimostrarono che anche nel ventre dell'impero è possibile un risveglio.
Ma le condizioni che hanno generato le rivolte dei popoli oppressi non sono scomparse, e non è possibile soffocare gli ideali di libertà e dignità. La resistenza di Cuba, a 90 miglia dal colosso nordamericano che tenta in ogni modo di strangolarla, lo sta dimostrando concretamente a tutti. Continua ad essere un faro di speranza per tutti gli oppressi del mondo e una nuova possibilità di riscatto delle masse dei paesi capitalistici che decidessero di smettere la recita del ruolo di utili irresponsabili di false democrazie. Il compito minimale che ci compete è di riprendere l'iniziativa attraverso la solidarietà, nell'ottica più genuina e popolare, non vista attraverso gli occhiali deformanti della borghesia che, necessariamente, la manipolano e la trasformano in un nuovo strumento generatore di profitti e di divisione dei popoli.
LA SOLIDARIETÀ OGGI
Fino a poco tempo fa la solidarietà aveva un significato univoco, anche quando si esprimeva in forme diverse. La solidarietà veniva intesa e interpretata in un unico modo. Alcuni dissero che era "la tenerezza fra i popoli" e certamente, nella sua massima espressione, è una forma straordinaria di gemellaggio fra i popoli.
Da un punto di vista politico, rifacendoci al suo originale e stretto significato, essa era praticata nell'ambito dell'identificazione politica con un progetto di sinistra ma, senza dubbio, oggi se ne possono osservare nuove e diverse interpretazioni.
Il termine solidarietà si usa indiscriminatamente e tramite esso, molte volte si nascondono obiettivi molto distanti da ciò che il termine realmente significa. Oggi la solidarietà si utilizza come argomento pretestuoso da parte di Stati oppressori: campagne pubblicitarie di aziende commerciali mascherano con questa parola l'incremento delle proprie vendite, autentiche invasioni militari sono giustificate da intenti di solidarietà... e, a poco a poco, si è modificato e mascherato il senso di ciò che significa "essere solidale" o, per lo meno, sembra che ora esistano molteplici forme per esprimere e praticare la solidarietà verso gli altri popoli.
Se qualcosa contraddistingue l'imperialismo nelle tecniche di infiltrazione, è precisamente l'impiego tendenzioso dei termini lessicali, ovvero il modo disinvolto di servirsi di quei concetti che in realtà intende opprimere alterandone e viziandone il significato più profondo, proponendoli come impegni di principio della propria ideologia. Da parte nostra non sempre facciamo lo sforzo necessario per definirci inequivocabilmente... non sempre ci sentiamo sicuri delle basi delle nostre convinzioni e del nostro impegno sociale e politico. Questo ci porta, in molti casi, a lottare superficialmente, a batterci senza conoscere a fondo la realtà, l'intensità della battaglia e come possiamo vincerla. In queste condizioni diventa molto più probabile perderla.
Questo non vuole dire che dobbiamo collocarci in posizioni intransigenti, consideriamo che oggi è necessario il compromesso e l'unità fra chi, onestamente, è impegnato nell'ambito solidaristico, ma è altrettanto necessaria la chiarezza e ridare alla parola "solidarietà" il suo reale significato: "l'essere solidale dividendo con altri le idee, i propositi, le responsabilità".
Una persona, una organizzazione, è veramente solidale, nel senso più vero del termine, se volontariamente si sente legata ad altri per una comunanza di idee, di propositi e di responsabilità, assumendo la causa di questi come propria. Da qui sorge il grande potenziale degli atti di solidarietà: non solo il popolo che la riceve ne ha un utile, ma anche chi la esercita eleva se stesso infrangendo le frontiere materiali e sub culturali imposte ai popoli da secoli di sottocultura determinata da società basate sul privilegio e sulla lotta competitiva, che elevano a comportamento "civile" la lotta animale per la sopravvivenza, mentre solo la solidarietà e la collaborazione sono i presupposti inalienabili per un futuro dignitoso raggiungibile da tutti.
L'impegno solidaristico ha due aspetti fondamentali, uno di ordine morale e politico e l'altro di ordine materiale. Fino a non molti anni addietro il primo di essi era il più significativo, arrivando perfino ad assumere aspetti eroici, come quando internazionalisti difesero con la propria vita la volontà di libertà di altri popoli in varie parti del mondo. Parlare di solidarietà era, soprattutto, contribuire alla costruzione della storia di un altro popolo. Naturalmente non era esclusa l'altra componente, l'aiuto materiale, complemento necessario dell'impegno assunto.
Da quanto detto appare la indeterminatezza e la difficoltà di capire ciò che effettivamente si intende oggi quando ci si riferisce in modo semplice alla solidarietà. Essa non è più nemmeno patrimonio esclusivo delle organizzazioni popolari. Oggi appaiono altri soggetti, altri strumenti, altre pratiche e contenuti che allargano il contesto nel quale, con frequenza, si usa ed abusa del termine. L'impegno solidaristico degli aiuti, oltre a prendere il sopravvento sull'aspetto politico, è utilizzato sempre più spesso come meccanismo di legittimazione di interventi interessati. In questo modo si va distruggendo il contenuto reale della solidarietà concependola solo nella sua accezione economica, svilendone così il suo significato più grande ed elementare: fare solidarietà non significa più impegnarsi con una causa, né con una realtà differente che possa confrontarsi con la propria. In definitiva, si distrugge la maturità ed il potenziale rivoluzionario in essa contenuto ed acquisito dal popolo che la esercita, in definitiva, il ritorno ai disvalori della sottocultura dominante che pone in antagonismo i popoli.
Con i nuovi concetti di solidarietà le lotte per la giustizia, l'uguaglianza, migliori condizioni di vita, la rivendicazione di una realtà diversa, si dissolvono appiattendo ed omogeneizzando tutte le situazioni. Sotto questo nuovo aspetto, oggi si presenta come unico obiettivo della solidarietà l'intento di sopperire alle carenze alimentari. In questo senso diventa indifferente solidarizzare con Haiti, la Somalia, la Russia... o con Cuba; non si considerano come realtà distinte, bensì solo gli aspetti più evidenti (non importa da cosa causati, tantomeno se ne fossimo, direttamente o indirettamente i responsabili). L'unico impegno sarebbe inviare cose "per che i bambini non soffrano la fame" o "per contenere le epidemie". Dedicarsi esclusivamente a questo tipo d'azione, anche se meritevole (e molto spesso strumentale), è molto distante da ciò che realmente implica la solidarietà.
I cambiamenti di contenuti stanno sminuendo e svilendo le pratiche solidaristiche in modo che, con questi nuovi concetti, la "solidarietà" la esercita non chi desidera farlo e si identifica con gli obiettivi del destinatario, ma chi detiene il denaro per poterlo fare. Da questo punto di vista il bilancio appare chiaro: a maggior capacità economica corrisponde una maggiore "solidarietà".
Ponendo in pratica questo modello, gli organismi internazionali, i governi e le grandi istituzioni finanziarie eleggono i Paesi con i quali si farà "solidarietà" e viene demandato a "tecnici specializzati" il compito di tradurre nella pratica l'aiuto stanziato. Capovolgendo il senso della solidarietà, si arriva al punto di esigere alcune condizioni speciali per poter essere il destinatario dell'aiuto economico. Questa forma di intervento pone i popoli destinatari sul terreno della competizione per la conquista della "solidarietà". È facile indovinare che i Paesi che dimostreranno un atteggiamento di maggior attenzione e adeguamento alle condizioni fissate dai donanti, avranno maggiori aiuti!
I termini della solidarietà sono dunque invertiti, oggi chi ottiene maggiore solidarietà sono coloro che assumono come propri i valori dei donanti. È evidente che l'esercizio di questo tipo di solidarietà "neutra, apolitica, deideologizzata", non è altro che la pratica interessata, di una politica al servizio del grande capitale e che sta permettendo ai governi e alle organizzazioni più potenti di determinare azioni ed interventi economici, ideologici e, sempre con maggior frequenza, militari. La necessità di aiuti per affrontare situazioni d'emergenza è, in queste condizioni, la giustificazione idonea per legittimare gli interventi con qualunque mezzo e, come sempre più spesso avviene, perfino bombardamenti e uccisioni di massa vengono giustificati con pretesti umanitari.
È prassi corrente che pratiche mercantili vengano attuate con la copertura di propositi e di aiuti umanitari. Così, con la tutela di istituzioni umanitarie si attuano, in molte occasioni, copiosi affari, "donando" ai Paesi del Terzo Mondo eccedenze agricole, industriali e prodotti tecnologici ormai svalorizzati nei Paesi sviluppati. I beni che non hanno mercato, si distruggono o si destinano alla "solidarietà".
Risulta chiaro da quanto esposto fino ad ora che un intervento di "solidarietà" di tipo esclusivamente economicistico può essere assunto senza difficoltà anche da quelle forze che si pongono in condizioni critiche, di disapprovazione, o addirittura che sono chiaramente reazionarie le quali, disponendo di maggiori mezzi da destinare agli aiuti, finiscono con il diventare i protagonisti maggiori in un cartello unitario di solidarietà, imponendo ovviamente le proprie condizioni e provocando, a volte, la condizione per la quale i settori più direttamente impegnati con la causa solidaristica si ritrovino esclusi o emarginati per la loro limitata capacità economica e di coinvolgimento culturalmente cosciente o, se non politicamente attenti, indotti ad accettare condizioni mortificanti.
Cuba non si trova fuori da questo processo, anzi, in questo momento è il punto di attenzione prioritario. I primi passi di intenti attuati dalla Comunità Europea per togliere il blocco, si sono tradotti nella realtà con l'invio di aiuti umanitari per i danni provocati dal tifone più grande del secolo che ha colpito l'isola nell'anno '93; e per la neurite ottica apparsa in concomitanza. Questi aiuti materiali, non sono estranei alla pratica di interventi politici ed economici nel quadro del nuovo ordine che non disdegna di utilizzarli in un secondo tempo come arma di ricatto.
Il 16 settembre del '93 il Parlamento Europeo approvò una risoluzione contro il blocco a Cuba e contro l'inasprimento del medesimo, prodotto dalla "Legge Torricelli". Nel suo intervento, durante il dibattito, il commissario Pedraig Flynn si riferì alla preparazione di un programma di azione immediata verso Cuba per: "appoggiare la popolazione cubana attraverso le organizzazioni non governative e produrre informazioni e formazioni per familiarizzare la popolazione con il funzionamento dell'economia di mercato". Non si può essere più espliciti di così!
La manipolazione della solidarietà è arrivata a trasformarsi sempre più spesso in una pratica di interventi e di ingerenze, la solidarietà così intesa si è convertita in uno strumento di oppressione. Interventi militari, embarghi economici e commerciali, blocchi o la politica di cooperazione (controllo mediante aiuti e programmi di cooperazione), si stanno a poco a poco convertendo nei nuovi mezzi di esercitare solidarietà o di concedere aiuti umanitari a Paesi bisognosi. Uno di questi mezzi di aiuto merita una speciale attenzione per la sua sottigliezza e conseguente apparenza inoffensiva: gli aiuti umanitari d'emergenza.
Apparentemente inattaccabili, esempio della "buona volontà" di uno Stato, questi aiuti presentano in non poche occasioni seri inconvenienti per chi le riceve: in primo luogo nessuno consulta preventivamente lo Stato ricevente il quale si vede, per necessità, obbligato ad accettare ciò che arriva. Aggiungendo a questo anche la mancanza di una seria programmazione e di controlli reali nel paese donante, le strade ad ogni manipolazione sono aperte. Conosciamo bene come in molte occasioni siano state inviate eccedenze o merci avariate, delle quali a volte non ne esisteva nemmeno la necessità, ma presentate pubblicamente come la panacea per risolvere quella situazione d'emergenza, acquisendo così il consenso della propria ignara popolazione, e l'amara consapevolezza del Paese destinatario che gli spetta solamente il ruolo di mendicante con la mano tesa ad accettare ogni cosa data, mostrando inequivocabilmente riconoscenza e devozione.
Vale la pena segnalare un esempio della politica di intromissione dell'occidente in questo "Nuovo Ordine Mondiale". Nel luglio del '91, durante il Convegno Iberoamericano di Guadalajara, un punto richiesto da Cuba per essere incluso nella dichiarazione finale fu rifiutato dalle altre delegazioni. Qualificato come il punto della discordia diceva: "riconoscere il diritto sovrano di ogni popolo di costruire, nella pace e nella stabilità, il sistema politico e sociale secondo le propria volontà, i propri valori e sentimenti". Un simile ed elementare proposito figurava come principio inalienabile nella Dichiarazione dell'ONU sul Nuovo Ordine Economico Internazionale.
Per completare il quadro di tutte le azioni intraprese per imporre i nuovi (dis)valori, è doveroso collocare nella giusta posizione il ruolo svolto dagli organi di informazione (leggi manipolazione) di massa, protesi nell'appoggio incondizionato ad ogni intervento, usando la più squallida ed evidente demagogia, sacrificando i fatti alle valutazioni e, se queste arrivano ad essere nettamente in contrapposizione con i primi, ebbene: tanto peggio per i fatti.
Nel concreto, l'immagine che con martellante precisione, i mezzi di comunicazione di massa dei Paesi occidentali danno di Cuba (offendendo la dignità di chi subisce simili manipolazioni), è di un Paese desolato per le necessità causate da un opprimente sistema sociale. Secondo queste valutazioni, le carenze dell'isola sono il risultato logico ed inevitabile del suo modello politico ed economico e, quest'immagine, ripetuta alla saturazione, diviene "realtà".
Quand'anche l'intento denigratorio non è volutamente parte di una chiara progettualità, ovvero nel migliore dei casi, contiene sempre una idea egocentrica comune: "bisogna aiutare il popolo cubano perché ha molte necessità causate dai suoi governanti che rifiutano la nostra democrazia ed il nostro modello economico".
In generale, i destinatari di tali (dis) informazioni non hanno nessuno strumento che li ponga in grado di contrastarle, non posseggono elementi per mettere in dubbio l'unica versione che gli arriva dai differenti, ma uguali negli intenti, mezzi di comunicazione di massa. Non esiste una versione diversa della "realtà". L'informazione di eventuali "aiuti", non si ferma ai medesimi ma è necessariamente completata con la valutazione del fallimento del modello economico e della mancanza di democrazia. Si scodellano le valutazioni già preconfezionate, onde evitare che, qualcuno, di propria volontà, possa arrivare a proprie conclusioni. È comunque chiaro che in questo modo si intendono raggiungere due scopi: condizionare gli aiuti al Paese bisognoso alla capacità di questo di ricezione del messaggio politico e, nel medesimo momento, impaurire i cittadini del Paese donante verso qualsiasi ipotesi di cambiamento del modello esistente.
IL "NUOVO ORDINE MONDIALE"
Il nuovo modo di intendere la solidarietà ha avuto un incremento enorme dalla sconfitta dei Paesi dell'Est europeo e della stessa Unione Sovietica. La rottura dell'equilibrio dei due blocchi ha permesso che si arrivasse a questa situazione. Si è passati da una bipolarizzazione ad una monopolarizzazione che sta generando un maggior squilibrio, dichiarato con risonanza dagli USA come Nuovo Ordine Mondiale.
Nel 1979, all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si approvava la Dichiarazione della necessità di un Nuovo Ordine Internazionale, comprendente al suo interno un Nuovo Ordine Economico Internazionale per risolvere la situazione di profonda differenza economico-sociale e dei problemi di sviluppo dei popoli, esistenti fra i cosiddetti Paesi del Nord e del Sud. In quella Dichiarazione, l'ONU si proponeva di garantire uno sviluppo economico e sociale nella pace e nella giustizia, basato nel pieno rispetto dell'uguaglianza e della sovranità dei vari Paesi, la libera determinazione di tutti i popoli,
l'inammissibilità degli interventi armati (motivo primo, ma oggi calpestato, per cui è nata l'Organizzazione delle Nazioni Unite), l'integrità territoriale e la non ingerenza negli affari interni di altri Paesi. La Dichiarazione riconosceva anche il diritto di ogni Paese di adottare il sistema economico e sociale che ritenesse più opportuno per il proprio sviluppo, senza subire per questo conseguenze e discriminazioni. Non è inutile ricordare che in quegli anni il blocco dei Paesi socialisti e molti Paesi del Terzo Mondo, da poco liberatisi dal colonialismo occidentale, riuscivano a incidere sempre maggiormente nelle decisioni ONU.
Il Nuovo Ordine Mondiale che oggi gli USA stanno imponendo al mondo intero si differenzia dagli intenti ONU praticamente in tutti i punti ed in forma radicale. Gli aspetti dove la discrepanza diventa più evidente, diventando perfino nauseante, è nella pratica aperta e insolente dell'ingerenza negli affari interni degli altri Paesi e nell'uso sempre più massiccio della strapotenza militare (unico incontrastato primato rimasto agli USA dopo la perdita di quelli economici e produttivi carpitigli da Germania e Giappone). L'attuale "ordine mondiale" si caratterizza per la crescente violenza ai danni dei diritti più elementari dei popoli attraverso l'uso demagogico dell'ONU ormai totalmente asservita alla vergogna più grande del secolo: l'essere nata per evitare le guerre e ridottasi a docile strumento bellico della violenza imperialista, con gli USA capobanda, nell'oppressione e repressione dei popoli che non vogliono più accettare una vita da incubo, vittime del "libero mercato", perverso meccanismo economico che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Dall'invasione dell'isola di Grenada nel 1983, gli interventi diretti degli USA diventano una pratica sempre più costante. La nuova situazione internazionale permette l'intervento militare ed economico in qualunque Paese, adeguando la sua struttura politica e, soprattutto, economica secondo gli interessi di chi esercita l'azione "umanitaria". Basti pensare all'invasione di Panama nel dicembre dell''89, la cui conclusione più rilevante (oltre ai seimila civili uccisi) fu l'imposizione di un governo fantoccio (il cui presidente, nella cerimonia d'investitura, ha prestato giuramento in inglese nel comando delle forze d'occupazione USA) che garantisse all'esercito statunitense il controllo indefinito del Canale. Così, supini al nuovo ordine, i governi occidentali (quelli, per intenderci, definiti liberi e democratici) hanno appoggiato qualunque divisione degli ex Paesi socialisti, fomentando la nascita di minuscoli Stati, rendendoli così incapaci di rappresentare un pericolo per l'egemonia di questo nuovo ordine.
L'invasione della Somalia nel 1993, giustificata con le ragioni "umanitarie" di garantire la consegna diretta delle donazioni alla popolazione civile, in realtà serve per controllare il punto più strategico del "corno d'Africa" e per questo motivo ieri si sosteneva il governo del dittatore Siad Barre e, oggi con l'intervento armato "di pace" si sono massacrati oltre diecimila somali. Haiti, l'Angola o la Corea del Nord possono essere i prossimi obiettivi di invasione dell'imperialismo.
Per essere più chiari, ecco un elenco pubblicato tempo addietro dal settimanale Avvenimenti della presenza militare italiana nel mondo: Malta, Ex Jugoslavia, Albania, Cipro, Libano Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Zaire, Namibia, Mozambico, Somalia, Golfo Persico, Pakistan, Cambogia, Laos, nonché in Gran Bretagna e USA per addestramento. Ogni commento è superfluo.
Assieme all'estensione delle ingerenze, si sono andate sviluppando le argomentazioni necessarie per legittimare gli interventi: necessità del rispetto dei diritti umani, privilegiando, non a caso, quelli individuali rispetto a quelli di carattere collettivo ed economico (è doveroso ricordare che alcuni diritti umani collettivi contenuti nella Carta dei Diritti dell'Uomo, non sono mai stati ratificati dagli USA); la richiesta di "democratizzazione politica ed economica", ovvero la democrazia di mercato, alias libertà ai lupi della finanza e della produzione nel nome del profitto e a spese dei popoli.
LA NECESSITÀ DELLA CONOSCENZA
È vero che l'uomo (inteso come specie) è il costruttore del proprio futuro, è altresì vero che gli aspetti economici e di classe sono determinanti ma fortemente influenzati dalla cultura e dal suo livello, l'uomo diviene costruttore attivo della propria liberazione e del proprio futuro quando acquisisce la consapevolezza del suo ruolo, diversamente è il prodotto della società in cui vive ed ognuno, nella società borghese, può ritenersi ciò che vuole ma inconsciamente ne subisce il condizionamento che lo domina fino al punto di fargli assumere come valori di libertà e democrazia rispettivamente la concorrenza al profitto e la concorrenza al potere. L'unica possibilità per uscire da questo circolo vizioso è, per l'uomo, uscire dall'età dell'adolescenza in cui si trova per entrare nella fase adulta, ovvero nell'età matura della sua esistenza e lo può fare solo scientificamente, non improvvisando.
Ernesto Che Guevara riteneva che: "la liberazione dell'uomo non significa solo realizzare la giustizia sociale, non significa solo sconfiggere l'ignoranza, non significa solo sopprimere la disoccupazione... Questo è solo un aspetto della liberazione dell'uomo, ma fino a che non sarà sconfitto l'egoismo, non avremo ancora compiuto la liberazione dell'uomo; e fino a che non avremo compiuto la liberazione dell'uomo, non avremo realizzato i nostri sogni rivoluzionari... La costruzione del socialismo e del comunismo non è solo un problema di distribuzione della ricchezza, ma è anche una questione di educazione e di coscienza... Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale bisogna fare l'uomo nuovo...". L'elaborazione del concetto di "uomo nuovo" di Guevara, così come dell'"intellettuale collettivo" di Gramsci sono due modi di definire un unico pensiero: l'uomo ha bisogno di assumere nuovi e reali valori; quelli impostigli da secoli di schiavitù fisica e culturale non gli appartengono; sono propri di quelle classi che fondano i loro privilegi sulla sopraffazione, che sottraggono ricchezze alla collettività; coperte dall'impunità delle proprie leggi, che si creano alibi definendo impropriamente "mafia" quella parte di loro che, nei suoi aspetti più spettacolari, senza inutile ed ipocrita demagogia, utilizza la violenza apertamente per raggiungere come unico obbiettivo finale il "solito" massimo profitto e le sue collaterali depravazioni: la ricchezza ed il potere personale politico ed economico.
In questo contesto c'è chi, irresponsabilmente, si permette di credere alla possibilità di una collaborazione "fraterna e amichevole" fra tutti; cedendo a concetti e termini seduttori e mistificanti come "politica a misura d'uomo", "capitalismo dal volto umano", che non sono altro che fumo demagogico; diventano convinti propugnatori dell'inconsistenza dell'analisi di classe, ritenuta superata e sono incapaci di capire che invece è una esigenza indispensabile e l'unica che si pone costantemente l'obbiettivo di far leva sulla maturazione, sullo stimolo e partecipazione dei militanti per spingere in avanti il livello di conoscenza; si pongono in posizioni mediatorie e centriste (inconsapevoli che politicamente, il centro è un eufemismo della destra) e, loro malgrado, mossi da una inevitabile volontà di mediazione, che di fatto la conducono esclusivamente solo nei confronti di chi sta alla loro destra; con una altrettanto settaria intransigenza verso chi si trova alla loro sinistra, che liquidano come estremista.
È questo il continuo e lineare comportamento di quei dirigenti politici (presunti o pentiti comunisti) che pur vedendo i devastanti risultati di una loro prolungata condotta egocentrica, fondata su convinzioni e approssimazioni empiriche, contaminazioni culturali funzionali al sistema borghese; in un totale abbandono del materialismo e della dialettica, continuano inesorabilmente, dopo constatazioni retorico-formali della necessità di cambiamento (di autocritica sono assolutamente incapaci), ad autoriproporsi tali e quali, con la incrollabile convinzione di essere il centro dell'universo, mentre in realtà, precipitati nel più profondo squallore culturale e politico, soddisfano solo bisogni propri di protagonismo in un irresponsabile gioco integrato perfettamente nelle regole che dovrebbero e dicono di combattere.
Solitamente si minimizzano questi aspetti e si dà per scontato che chi manifesta solidarietà verso gli altri lo fa con piena convinzione, onestà e buon senso, ritenendo erroneamente che, quand'anche ciò fosse vero, possa essere sufficiente per poterla esprimere positivamente, anteponendo innanzitutto l'aspetto umano/emotivo mediatorio teso all'unitarietà e attraverso il quale, di fatto, si è indotti ad accettare l'ipotesi che attenuando o evitando di pronunciarsi sugli aspetti politici nei confronti della solidarietà, si ottiene un maggiore aggregazione, ottenendo così un ampliamento della solidarietà. Ad evitare che si possa pensare che oggi la solidarietà con Cuba è vasta solo grazie all'apporto di ogni forma di adesione, conviene ricordare che il suo carattere popolare ha trovato e trova la sua più grande argomentazione per il suo significato rivoluzionario e non per la sua attuale situazione di necessità materiale. Basti ricordare l'esplosione di solidarietà che suscitò il trionfo della Rivoluzione Sandinista in Nicaragua e la battuta d'arresto determinata dal decadere della spinta rivoluzionaria, anche se la penuria e le necessità del popolo nicaraguense sono enormemente aumentate.
In ogni modo non dobbiamo dimenticare che in questo momento Cuba ha necessità urgenti che incidono direttamente e gravemente sulle condizioni di vita della sua popolazione, perciò non esiste una argomentazione che possa proporre un freno ad aiuti che permettono di alleviare questa situazione. In queste circostanze si è obbligati a cercare un equilibrio fra le motivazioni che muovono la solidarietà e le reali condizioni determinate dal periodo speciale. In secondo luogo i fattori che concorrono sono tali che impongono l'accettazione di un certo livello di contraddizioni.
In questo contesto e con questo criterio dobbiamo affrontare il nostro lavoro, il che non implica che dobbiamo ignorare o fingere di non vedere che certe azioni avviliscono la solidarietà. È nostro compito lavorare per ridurre o eliminare le contraddizioni, mantenendo la chiarezza e la coerenza con il progetto rivoluzionario cubano e cercando, partendo da questo, il livello più alto accettabile politico e materiale. Nascondere ciò che ci spinge non è un'azione dignitosa e, se veramente siamo convinti che il nostro sentimento di solidarietà si pone più in alto di quella umanitaria non incolpiamo gli altri di non capire questa insufficienza, tutt'al più è, per loro, un'occasione mancata, ai quali comunque, dobbiamo chiarezza.
Quando si manifesta solidarietà esprimendola fondamentalmente attraverso l'apporto di materiali, è necessario ricordare il pericolo che il resto del problema, contenente l'aspetto politico, non viene automaticamente assimilato e non si diffonde massivamente senza un lavoro ed un impegno costante nel combattere e smascherare le disinformazioni e le calunnie dei tromboni del regime ed informare correttamente, argomentando i reali termini del problema.
In definitiva, utilizzare il metodo scientifico-dialettico di cui molto spesso si parla senza poi tradurlo nella pratica.
Per questo è necessario essere coscienti dei vari aspetti e delle variabili che ogni giorno si presentano e che necessitano un approccio di carattere scientifico e non emotivo, come sarebbe più facile. Per chiarezza: il compito è di fare ciò che è necessario, non ciò che si vorrebbe o che ci appagherebbe; vedendo ed analizzando il problema nei suoi aspetti microscopici come in quelli macroscopici, entrando nello specifico delle cose senza perdere la complessità del tutto, non in modo statico bensì dinamico, ovvero dialettico.
È estremamente complesso combattere contro la dittatura della semplificazione, le idee, spesso più cocciute dei fatti, resistono all'evidenza dei dati e delle prove, ogni certezza soggettiva è ritenuta realtà oggettiva, chi è vittima della "cultura" borghese, ne utilizza gli strumenti per analizzare altre culture e altre società e, nel medesimo tempo si trova completamente disarmato per analizzare la "cultura" che lo opprime, in queste condizioni l'unica possibilità di elaborazione indipendente è di poter accedere alla cultura umanistica, ma non a quella scientifica. Per questo il sentimento "umanitario" è più sviluppato: sembra basarsi sulla "ragione" e sull'evidenza, in verità, convinti di vedere il reale, si riesce a vedere solo la sua ombra; oltretutto non richiede di apprendere grandi conoscenze (e può anche essere utilizzato strumentalmente).
"Vi sono cose che si possono fare senza il bisogno di apprenderle, ad esempio si può mangiare senza conoscere le leggi della digestione, respirare senza conoscere le leggi della respirazione, pensare senza conoscere le leggi e la natura del pensiero, conoscere senza conoscere la conoscenza. Ma, mentre l'asfissia e l'intossicazione si fanno immediatamente sentire in quanto tali nella respirazione e nella digestione, l'errore e l'illusione hanno questo di caratteristico, che non si manifestano appunto come errore e illusione. L'errore consiste semplicemente nel fatto che non sembra essere tale".
UN'ANALISI INELUDIBILE
Ognuno considera vero ciò che lui stesso ritiene tale e considera falso ciò che da lui è creduto tale, ma indubbiamente una valutazione corretta della situazione è un elemento indispensabile. È dunque molto importante sapere in che modo analizzare le tematiche da affrontare al fine di conoscere la verità concreta e rapportarsi correttamente con essa, quindi è necessario porre immediatamente un punto fermo dal quale partire: "la verità è l'accordo del pensiero con la realtà, il criterio di verità deve essere qualcosa che ci permetta di valutare questo rapporto, e questo non può essere che la pratica (prassi) sociale".
Le premesse sono, innanzi tutto, partendo dalla realtà, raccogliere abbondanti materiali d'informazione, il che non significa scegliere qualche esempio e adattarlo alle proprie convinzioni, alla propria fantasia; significa raccogliere materiali completi e dettagliati. Ritenere di partire dalla realtà perché si è scelto qualche esempio, significa adottare un punto di vista metafisico e unilaterale e per giunta voltare le spalle al punto di partenza. "Nel campo dei problemi sociali non c'è metodo più diffuso e inconsistente dell'isolare singoli fatti senza importanza, speculando sugli esempi. Non costa in genere alcuna fatica scegliere gli esempi, ma in compenso quest'operazione non ha alcun valore, se non puramente negativo."
Ma avere a propria disposizione una ricca documentazione non è che la fase preliminare del lavoro di analisi concreta. Se si vogliono trarre conclusioni scientifiche conformi alla realtà, è necessario avere una posizione e un metodo corretto. La posizione corretta è quella di classe, il metodo è il materialismo dialettico e storico. Solo considerando i problemi da questa posizione, e secondo questo metodo, è possibile effettuare analisi corrette, e trarne conclusioni corrette.
Ogni fenomeno sociale ha un contenuto di classe; la democrazia, la libertà, la pace sono la democrazia la libertà, la pace per una determinata classe: non esistono al di sopra delle classi. Se eliminiamo il contenuto di classe di queste nozioni, non restano che concetti vuoti. In realtà la democrazia, la libertà, la pace di qualunque società hanno un contenuto concreto. La democrazia, la libertà, la pace di una società capitalistica sono la democrazia, la libertà, la pace per la borghesia, ma per il proletariato e tutto il popolo lavoratore sono oppressione e sfruttamento. Il popolo lavoratore può avere democrazia libertà e pace solo in un sistema socialista; ma un sistema socialista non concede certamente alla borghesia la libertà d'affari tesa al massimo profitto attraverso l'inevitabile sfruttamento dei lavoratori. Così la democrazia, la libertà e la pace, tanto nel regime capitalista che nel sistema socialista non sono nozioni astratte e al di sopra delle classi, ma presentano uno specifico contenuto di classe. Bisogna dunque fare un'analisi di classe; parlare astrattamente, al di fuori di ogni analisi di classe, significa ingannare, oltre sé stessi, anche gli altri.
L'analisi concreta delle realtà concrete e l'analisi di classe dei fenomeni sociali costituiscono il metodo più radicale per la ricerca della verità, e l'unico per raggiungerla, senza incappare nei vizi di metodo più frequenti, come l'unilateralità, la superficialità e il soggettivismo.
Ciò che si conosce, e di cui si è convinti, è l'interpretazione, ovvero il "riflesso soggettivo", della "realtà oggettiva", la quale è tale indipendentemente dalle nostre convinzioni, le quali sono condizionate dalla qualità e quantità di strumenti ed elementi di cui disponiamo per analizzarla, ne consegue che se non è chiara la differenza tra la "realtà oggettiva" e il "riflesso soggettivo" non è possibile compiere analisi corrette di carattere scientifico. La conoscenza è un processo complesso, il cui movimento non è lineare. Se la dialettica è difettosa, questo movimento complesso si semplifica e si scambia la parte per il tutto, l'apparenza per l'essenza, ci si allontana dalla verità e si cade nell'errore.
La verità consiste in pensieri che riflettono correttamente la realtà oggettiva. Ma come possiamo sapere se il nostro pensiero la riflette correttamente? Per giudicarlo è necessario determinare un criterio per distinguere la verità dall'errore.
È necessario premettere che la verità è dialettica, quindi relativa: ciò che è vero oggi può non esserlo domani. Dunque la verità raggiungibile è comunque sempre parziale e mai definitiva in quanto la realtà che essa vuole riflettere è in continuo movimento ed il metodo scientifico per analizzarla trova la propria straordinarietà, non nella pretesa assurda di poterla raggiungere senza confrontarsi continuamente con essa, ma nel proprio irrinunciabile metodo basato esclusivamente sulla verifica e riproducibilità delle proprie affermazioni che rimangono vere fino a che non si contraddicono, trasformando così la propria debolezza e fallibilità nella propria forza che accetta la nuova realtà oggettivamente, ponendosi inequivocabilmente in antitesi con il dogmatismo, l'idealismo, il soggettivismo.
Le diverse realtà
C'è chi ritiene che la verità non sia altro che "il consenso comune", "l'accordo di molti" o "ciò che è riconosciuto da tutti". A prima vista, può anche sembrare che questo criterio non sia di ordine soggettivo, poiché non è basato su una soggettività individuale, ma sull'accordo di tutti, in realtà è completamente sbagliato considerare soggettivo qualcosa che indichi solamente questa o quella soggettività individuale. "Soggettivo" si applica ugualmente bene sia all'individuo che a più persone. Siccome l'anzidetto criterio di verità è di ordine soggettivo, "ciò che è riconosciuto da tutti", "l'accordo di molti" non potrebbe garantire una giusta e chiara distinzione tra l'errore e la verità. Secondo questo criterio, ogni pensiero può essere proclamato vero, purché abbia "l'accordo di tutti", che rifletta correttamente o no la realtà oggettiva: ed è qui la sostanza della questione. La vita presenta spesso delle circostanze in cui un piccolo numero di persone sbaglia, ma anche situazioni in cui un grande numero di persone sbaglia. Si arriva al punto che errori radicali siano considerati da tutti come verità intoccabili e che proprio la verità sia considerata ufficialmente come errore.
Se consideriamo la storia delle scienze, salta agli occhi che la verità inizialmente è scoperta solo da qualcuno e all'inizio la maggioranza delle persone non la capisce e arriva addirittura a negarla e a combatterla. L'elaborazione di Copernico ne è un esempio. Prima che avesse formulata la sua teoria, si riteneva che il globo terrestre fosse immobile, tutti credevano che fosse il sole a girare attorno alla terra. Copernico fu, nel suo tempo, il solo uomo a sostenere il contrario, e per molto tempo, anche dopo che le sue teorie furono pubblicate, ben lungi dall'essere condivise dalla maggioranza, continuarono a subire ogni sorta di attacco. Le concezioni della maggioranza erano false. Secondo il criterio del comune assenso, Copernico aveva torto! È chiaro che seguendo questo criterio di verità, non si può in nessun modo distinguere giustamente il vero dall'errore; ma, al contrario, si crea una grande confusione, fino a far passare il falso per il vero, il bianco per il nero.
Nella vita reale, una nuova concezione, prima di essere progressivamente acquisita dalla maggioranza, è molto spesso portata avanti da una minoranza; e all'inizio, prima di arrivare ad "essere riconosciuta da tutti", entra spesso in conflitto con l'opinione generale "l'accordo di molti". La stessa cosa accade quasi sempre per le innovazioni scientifiche e tecniche. Se si adottasse il criterio dell'"accordo di molti", bisognerebbe respingere o soffocare le idee nuove e ostacolare le innovazioni e lo sviluppo scientifico e tecnico. E ciò apporterebbe il più grande danno allo sviluppo dell'umanità!
C'è chi considera che il criterio fondamentale per riconoscere la verità sia "la chiarezza" e "la distinzione delle idee". Questo criterio non è meno ingannevole di quello del "consenso comune". È evidente che quando si parla di chiarezza o di confusione, di distinzione o di mancanza di distinzione, è sempre a proposito di concetti e di conoscenze; nello stesso tempo, "chiarezza" e "distinzione" non sono realtà determinate. Ciò che è chiaro e distinto per uno può non esserlo per un altro; ciò che non è chiaro oggi può esserlo domani. È molto "chiaro e distinto", per esempio, in teoria e nella numerazione decimale, che "4 x 5 = 20", chi potrebbe negarlo? Come si potrebbe dubitare della giustezza e della sicurezza di questo criterio? E tuttavia nulla è meno sicuro. Basta riflettere un poco per scoprire che se "4 x 5 = 20" è una verità chiara e distinta per l'uomo di oggi, al contrario, nei tempi primitivi, quando gli uomini non sapevano contare, era per essi estremamente difficile capire che "4 x 5 = 20". Allora per essi non era affatto una cosa chiara e distinta, lo stesso vale per un bambino che non sa contare, e per ciò che riguarda le conoscenze scientifiche specialistiche si deve temere che questo criterio sia ancora più problematico. Molte di queste conoscenze sono molto spesso relativamente chiare e distinte solo per qualcuno; spesso, la maggior parte delle persone non ha che qualche nozione corrente e generica e a volte molto limitata. La teoria atomica ne è un esempio; tolto qualche specialista, la gente non ha affatto una conoscenza chiara e distinta della struttura interna dell'atomo e delle leggi del suo movimento. E si deve ritenere, anzi, che la maggior parte delle persone non ne abbia nozione alcuna.
Se ci si basa su questo criterio per determinare e valutare la verità, non si può arrivare che a questo risultato: una stessa questione sarà verità per quelli che avranno un'idea chiara e distinta, sarà un errore per quelli che non ne avranno; per chi non ha le idee chiare e distinte oggi, ma può averle domani, l'errore diventerà verità. Ciò significherebbe che la verità non sarebbe più oggettiva, ma seguirebbe il movimento dell'apparizione delle idee chiare e distinte nella soggettività delle persone.
Nello stesso tempo, ciascuno potrebbe affermare come verità le più perfette assurdità che gli apparissero in modo chiaro e distinto, quali il carattere inviolabile del sistema della proprietà privata, la perennità del sistema capitalistico ecc. Ci sono alcuni fenomeni "lampanti", come il fatto che il sole sorge ad est, tramonta ad ovest e gira intorno alla terra: è ciò che ciascuno può vedere tutti i giorni, ma è un errore di interpretazione.
Nella società divisa in classi, per la contraddizione che deriva dalle posizioni e dagli interessi di classe, ogni classe ha il suo proprio modo di valutare la chiarezza e la distinzione. Ciò che è chiaro e distinto per la borghesia non lo è per il proletariato. È perfettamente chiaro e distinto per il proletariato che la classe dei capitalisti esiste solo per lo sfruttamento che esercita su di esso, ma i capitalisti non riconoscono questa verità e giudicano, al contrario, che è la borghesia a far vivere il proletariato. Ecco perché se si adotta il criterio delle idee chiare e distinte, ci si allontanerà dalla verità oggettiva e si creerà confusione tra il vero e il falso. In effetti questo criterio è il meno chiaro e il meno distinto.
La premessa essenziale di ogni verità è l'oggettività. La chiarezza e la distinzione sono elementi indispensabili per la verità dei concetti; esse danno maggiore rilievo alla verità oggettiva, ma non sono istanze determinanti. Ciò che è determinante è considerare se riflettono fedelmente la realtà oggettiva.
Il criterio delI'"utilità" e delI'"efficacia" gira attorno all'"lo". In altri termini, tutto ciò che mi è "utile" o "efficace" è verità, tutto ciò che mi è "inutile" o "inefficace" è errore. E così, secondo questo criterio, i desideri e i bisogni soggettivi dell'individuo sono l'unica misura della verità. Ogni individuo ha bisogni e desideri diversi e perciò ciascuno ha il suo criterio particolare di verità. L'assurdità del criterio utilitaristico è evidente a prima vista: una qualsiasi fantasia può essere qualificata verità e una qualsiasi teoria scientifica può essere qualificata un'assurdità.
Una verità oggettiva è che il socialismo deve necessariamente sostituirsi al capitalismo, ma con il criterio della filosofia utilitaristica, si può negare questa verità perché non è "utile" a tutti; la borghesia, per esempio, la considera inutile. Poiché non serve i "miei interessi", non è una verità! Al contrario, ogni imbroglio o ogni assurdo sofisma che mi è utile, può essere una verità. Il criterio utilitaristico non è dunque un criterio di verità; è proprio il criterio della confusione, inversione di vero e falso, di bianco e nero e negazione della verità.
La filosofia utilitaristica è una filosofia "utile" all'imperialismo nordamericano, attraverso la cui legittimazione, ritiene suo diritto lo sfruttamento dei popoli, l'aggressione ad altri Paesi.
La verità oggettiva
La verità oggettiva è una e non possono esserci più verità, secondo le diverse classi sociali.
Affermare il carattere di classe della verità significa riconoscere che essa riguarda una collettività, non un singolo individuo, in altri termini la ricerca della verità è senza dubbio condizionata dalle strutture sociali in cui ci si trova; ma ciò non incide in alcun modo sul carattere oggettivo della verità stessa. Il protagonista della ricerca non è, a rigore, l'individuo ma la società a cui egli appartiene. Non ha quindi senso, per esempio, incolpare Galileo o Newton, di essersi lasciati condizionare, nelle proprie ricerche, dall'ambiente in cui vivevano; di avere indirizzato la ricerca scientifica in una direzione anziché in un'altra, a vantaggio di un gruppo ristretto di persone anziché delle masse. Per gli stessi motivi gli scultori ed i pittori del Medio Evo scolpivano e dipingevano esclusivamente soggetti sacri, in funzione del dominio clericale di allora; così come oggi tutto è in funzione del capitale. L'origine comportamentale va ricercata nella classe che domina la società in quel determinato momento.
In altri termini: proprio perché la ricerca della verità è un fenomeno essenzialmente sociale, occorre anzitutto rivoluzionare la società per ottenere quei cambiamenti che erroneamente vengono ritenuti di competenza delle idee, le quali in realtà non sono altro che il prodotto della società che le genera.
Tutte le cose sono costituite da rapporti di tempo e di luogo, nonché dalle condizioni in cui tali cose avvengono. Ne consegue che il voler capire le cose al di fuori del tempo, del luogo e delle condizioni specifiche è un'operazione astratta che conduce inevitabilmente a parecchi travisamenti della realtà.
Tutte le cose sono legate reciprocamente e dialetticamente fra loro e la concezione materialistica della verità oggettiva non teme di essere verificata nella pratica.
Affermare che la verità è una verità di classe, significa riconoscere che la classe reazionaria è, in ultima istanza, la vera colpevole dei limiti che vennero e vengono imposti alla ricerca della verità e conseguentemente il freno per il pieno sviluppo della civiltà umana. Significa riconoscere che questa ricerca può essere veramente libera e responsabile solo in una società che abbia realizzato la piena vittoria sulla competizione in favore della più ampia collaborazione.
Dal tipo di ricerca effettuata derivano le convinzioni da cui parte e si sviluppa un modo (o l'altro) di intendere e di realizzare la solidarietà. Al di fuori di queste nostre analisi (che per alcuni, ovviamente, saranno settarie) non vi sono, come si potrebbe credere, maggiore tolleranza e più aggregazione, ma nient'altro che volontarismo cieco con i rischi terribilmente reazionari che esso comporta. La solidarietà apolitica e deideologizzata è un assurdo, ma non possiamo fare a meno di constatare che questa "scorciatoia" volontaristica in cui culminano spontaneità, semplificazione e mancanza di elaborazione intellettuale, purtroppo trionfa frequentemente. Il cambiamento della cultura "non si produce automaticamente nella coscienza, come non avviene spontaneamente nell'economia. Le variazioni sono lente e non seguono un ritmo; ci sono periodi di accelerazione, altri di rallentamento, e anche, talvolta, di regresso", oggi, indubbiamente, ci troviamo in quest'ultima situazione, perciò diventa inevitabile capire, aldilà delle intenzioni, da quale parte si è collocati e, per chi è già cosciente è doveroso estenderla a chi gli è vicino.
LA SOLIDARIETÀ CON CUBA
Cuba è situata a poche decine di miglia dal più potente (e prepotente) stato del pianeta ed inevitabilmente i cambiamenti che avvengono nel mondo vi si ripercuotono in modo evidente, ma non solo, anche il tipo di solidarietà che riceve si ripercuote al suo interno; può, o almeno tentare, di controbilanciare sul piano politico (ed anche economico) gli interventi spesso devastanti del capitale straniero, ma può anche essere o divenire funzionale agli stessi interessi del capitale. Per questo esercitare la solidarietà con cuba, obbliga la conoscenza reale dei cambiamenti che si stanno producendo a livello internazionale e impone, oggi più di ieri, una scelta di campo, non solo formalmente a fianco della Rivoluzione, ma conseguentemente, sottopponendosi ad un processo cosciente di autoeducazione, appropriandosi della capacità costruttiva necessaria per che l'impegno solidale si concretizzi nella direzione giusta senza scivolare in quello che, aldilà delle intenzioni, potrebbe essere il suo opposto.
Chi ritiene di compiere la scelta solidaria deve avere la precisa consapevolezza che sta assumendo responsabilità di cui deve essere cosciente e consapevole: la solidarietà non è un modo per passare il tempo libero; la possibilità di dimostrare a se stessi o ad altri la propria sensibilità o capacità; tantomeno un gioco. È un impegno che si inserisce concretamente nel contesto in cui agisce e vi si può inserire positivamente o negativamente, risolvere problemi o aggravarli, quindi implica l'assunzione di scelte coscienti e necessarie.
La catastrofe degli ex paesi socialisti, quale epilogo della famigerata perestrojka, e il sempre più violento blocco imposto dagli Usa, ha determinato la sospensione della costruzione del socialismo in Cuba che oggi, in pieno periodo speciale, si pone solo l'obbiettivo della difesa dei diritti conquistati con la Rivoluzione e costringe i governanti a decisioni che mai avrebbero voluto prendere; le contraddizioni a tutti i livelli diventano sempre più evidenti e la soluzione di alcuni problemi determinano l'insorgenza di altri; lo sviluppo intensivo del turismo e l'ingresso di investimenti capitalisti stranieri determinano già l'insorgere di alcuni fenomeni tipici delle società capitaliste come la disoccupazione, la microcriminalità, differenze sociali, la prostituzione; i servizi sociali come l'istruzione e la sanità, fiori all'occhiello della Rivoluzione fino a pochi anni fa, hanno sempre più difficoltà ad assolvere alle loro funzioni; il Partito Comunista è diventato una struttura eterogenea; il sindacato dei lavoratori, nella nuova situazione, deve ridefinire il suo ruolo; i contadini vendono i prodotti alimentari a prezzi di strozzo nei mercati agropecuari; molti giovani, attirati dai turisti stranieri rifiutano il lavoro produttivo per prestare loro alcuni servigi. È indubbio che la situazione cubana, in questo momento, è molto delicata e nessuno può azzardare previsioni sul futuro della Rivoluzione, che comunque, malgrado le enormi difficoltà, è ancora oggi difesa con determinazione eroica da tanti cubani.
Ma questa condizione incerta ha già spinto molti "teorici di casa nostra" ad analisi e conclusioni affrettate poco dialettiche, considerando Cuba ormai avviata irreversibilmente al revisionismo o, peggio, alla restaurazione capitalista, per cui si interrogano sull'"affidabilità" dei cubani, e alcuni giungono alla conclusione che la solidarietà con Cuba è oggi una perdita di tempo e di risorse umane da impegnare in modo più costruttivo.
È vero che oggi è impossibile eludere il confronto amaro con gli avvenimenti cubani; sui gravi colpi subiti; sulle incerte prospettive. Ma le risposte restano, inevitabilmente, fissate nel momento in cui vengono date: nulla è meno significativo delle risposte e delle spiegazioni elaborate in un momento in cui le tensioni e gli equilibri sono nelle condizioni attuali. E c'è anche un altro limite: sono risposte pensate ed enunciate a migliaia di chilometri di distanza, dove è ormai abitudine radicata il cadere nella consuetudine di configurarsi le lotte e le rivoluzioni degli altri, specie di quelli più lontani, come la meccanica proiezione delle proprie idee e ideologie, idealizzando le rivoluzioni altrui, ponendole fuori dalla storia, e misurate con il metro dello schematismo teorico. Oggi si usano questi parametri per Cuba, ma è anche vero che li si sono usati per tante altre realtà, senza preoccuparsi del fatto che coloro che erano i soggetti di turno delle critiche, almeno stavano tentando concretamente e nelle condizioni più difficili, pagando in prima persona, quello in cui credevano, mentre dall'Europa opulenta, dove le condizioni per intraprendere il cammino verso una nuova società erano e rimangono più propizie (almeno non si partirebbe da condizioni di sottosviluppo e di fame), non si è riusciti a dare nessun piccolo esempio concreto, né si intravede una possibilità per che ciò possa avvenire in futuro anzi, purtroppo siamo in una situazione di profonda sterzata a destra in tutto il paese e, se vale anche per noi il medesimo criterio di valutazione che viene utilizzato per gli altri, dobbiamo giungere alla constatazione che la nostra affidabilità è decisamente inferiore, pressochè nulla. Non abbiamo nessuna legittimazione di insegnare ai cubani ciò che debbono fare, tantomeno di ergerci a giudici e far la punta alle rivoluzioni altrui, senza nemmeno pensare alla propria, circondati e molto spesso fruitori dei privilegi che i nostri paesi elargiscono privando la maggior parte dei popoli dei loro elementari diritti.
Un processo sociale non è solo il frutto conseguente della volontà di chi lo costruisce, ma il risultato dialettico determinato anche da chi vi si oppone e, per chi se ne fosse dimenticato, anche da chi si arrende o si estranea da esso. Se crediamo veramente che l'uomo è il costruttore del proprio futuro, abbiamo l'obbligo di compiere il nostro dovere, che non è di constatare quanti cubani abbandonano la Rivoluzione (quindi abbandonare a nostra volta la solidarietà) ma vedere quanti, in questo momento così difficile non hanno un solo attimo di incertezza e, da veri rivoluzionari, come molte altre volte hanno dimostrato, in tanti modi, e in tutto il mondo di essere capaci di soffrire e di lottare al fianco dei più bisognosi, oggi come sempre sono disposti a difendere la loro dignità e la loro Rivoluzione con tutte le forze.
Il Comandante Fidel Castro in un suo intervento di alcuni anni addietro ha sintetizzato meravigliosamente il processo rivoluzionario cubano con le seguenti parole: "... ma la nostra società, solidale e umana non getta nessuno per la strada, non lascia un solo lavoratore senza impiego, divide ciò che ha, e questo è il socialismo, è la giustizia sociale. Se ha molto può dividere molto e se ha poco può dividere poco, ma divide ciò che ha, non lascia nessuno abbandonato."
Se siamo capaci di cogliere lo straordinario valore umano e politico di questo impegno, sappiamo che il nostro compito di solidarietà è al fianco di queste avanguardie della dignità del genere umano, indipendentemente dai risultati positivi o negativi che nel loro paese possono ottenere, indipendentemente dalle vittorie o dalle sconfitte, dai momenti di avanzamento o di arretramento, ma per l'alto valore degli ideali di libertà e uguaglianza che in questo momento loro hanno il gravoso onore di tenere alti, lottando in prima linea, per il riscatto di tutti i popoli.
A questi esempi di internazionalismo dobbiamo, per dovere, la nostra Solidarietà Internazionalista.
HASTA LA VICTORIA SIEMPRE
Potrebbe sembrare pedante, assurdo presupporre una lotta a morte fra la piccola Cuba e i giganteschi Stati Uniti del Nordamerica. Ma non si tratterebbe di lotta fra un paese e un altro; si tratterebbe di lotta fra due ideologie e due modi di pensare diametralmente opposti. La lotta fra coloro che vogliono vivere sullo sfruttamento, discriminando gli uomini per il colore della loro pelle, per la loro religione, per il denaro che possiedono e la lotta di coloro che si battono affinché tutti gli uomini siano uguali, affinché tutte le possibilità siano le stesse e che lottano anche affinché tutti i popoli del mondo - fra cui anche il popolo nordamericano - siano liberi.
Per questo motivo questa lotta acquista carattere mondiale ed è assolutamente una lotta a morte.
Non avrà fine se non quando uno dei due sistemi in lotta verrà liquidato.
(ERNESTO "CHE" GUEVARA)