breve
storia del P2P
1) L'evoluzione della specie: da Napster al social networking
Quando Napster raggiunse nel 2000, in poco piu' di 1
anno, i 60 milioni di utenti, il file sharing esplose come fenomeno
di massa catturando l'attenzione del grande pubblico, dei media
e di tutte le major.
In realta' Napster non fu il primo software di file sharing
realizzato (di gran lunga preceduto dalle IRC), ma ebbe sicuramente
il merito di catturare l'attenzione degli utenti, grazie alla
sua semplicita' d'uso ed intrinseca viralita'.
Caratteristica tecnica di Napster era la struttura "centralizzata"
della propria rete; in altri termini Shawn Fanning - inventore
di Napster - aveva predisposto un'architettura basata su un
server centrale di riferimento - una sorta di motore di ricerca
- cui potevano collegarsi tutti i client.
Ogni volta che un utente si collegava, riceveva le indicazioni
dal server sugli utenti con cui poter scambiare file e stabilire
a quel punto una connessione diretta (peer to peer).
Questa struttura, per quanto tecnicamente vincente, rese pero'
Napster facilmente vulnerabile agli attacchi delle Majors.
Infatti fu sufficiente individuare e bloccare il server centrale,
per mettere fuori uso Napster.
Napster fu chiuso, salvo risorgere di recente, ma questa volta
come servizio a pagamento.
Dalla chiusura di Napster in poi, proprio a causa dei potenziali
rischi giudiziari, gli sviluppatori di software di file sharing
hanno iniziato a creare sistemi sempre piu' delocalizzati,
cosi' da evitare che la chiusura di un unico server potesse
compromettere il funzionamento dell'intera rete.
Ecco nascere, quindi, reti ibride e reti completamente decentralizzate,
caratterizzate da diversi software client in continua evoluzione
(WinMX, Kazaa, Emule, ecc).
La presenza di reti "senza testa" mise subito in
luce l'impossibilita' di stoppare i sistemi di file sharing,
come era invece stato possibile con Napster.
Come e' possibile, infatti, bloccare un sistema composto
da centinaia di milioni di pc autonomi, sparsi in tutto il mondo,
che scambiano miliardi di file alla settimana?
La soluzione, scelta in primis dalla RIAA, l'associazione delle
case discografiche americana, e' stata allora quella di procedere
con cause e denunce a 360° (v. cap.2); questo ha pero' provocato
un ulteriore sviluppo dei sistemi di file sharing nella direzione
di software, oltre che delocalizzati, anche in grado di garantire
privacy e anonimato.
Un esempio recente e' Mute.
Basato sullo studio delle formiche (!), questo sistema:
- utilizza crittografia (Blowfish) per proteggere il contenuto
dei file scambiati;
- rende anonimo l'utente trasformando l'indirizzo IP in un
IP virtuale;
- non mette in connessione diretta i pc degli utenti che scambiano
file tra loro (l'utente A, in base a un algoritmo random, scarica da B passando
ad esempio per C e D).
In sostanza i software di nuova generazione sono in grado di
usare crittografia; nascondere l'indirizzo IP di chi si collega
attribuendo un indirizzo virtuale diverso ogni volta che si
scambia un file; creare connessione indiretta tra chi scambia
i file passando attraverso altri "nodi" (= pc collegati)
che non sono a conoscenza della destinazione finale.
E' evidente che sistemi di questo tipo (crittografati,
anonimi e indiretti) rendono l'individuazione degli utenti decisamente
complicata ed estremamente onerosa (occorrono specialisti, strumenti
tecnici di alto livello, risorse e tempo).
In ogni caso, anche volendo ammettere che le task force governative
di turno, riescano a compiere le suddette attivita' di
controllo velocemente e a costo zero, il problema non sarebbe
risolto.
Anzitutto anche individuando l'indirizzo IP di una macchina
non c'e' certezza di individuare l'utente.
Infatti l'indirizzo IP puo' corrispondere a decine o
centinaia di utilizzatori (pensiamo ad esempio alle Universita'
o agli Internet Cafe'); l'intestatario del contratto puo'
essere un soggetto diverso dall'utilizzatore (contratto intestato
al padre, mentre l'utilizzatore e' il figlio); l'indirizzo
IP puo' essere usato abusivamente (ad esempio facendo
war driving su una rete wireless; in altri termini ci si collega
abusivamente a una rete wireless intestata ad altri e la si
usa per i propri download).
E ancora.
Ammettiamo per un momento, a prescindere da ogni questione
di diritto e concernente la privacy, che venga sviluppato un
sistema "perfetto" in grado di monitorare con certezza,
velocita' e precisione tutti gli utenti che scambiano
file illegalmente.
Anche questo strumento sarebbe inutile.
Infatti le reti di social networking (negli Stati Uniti la
nuova "big thing" del web), caratterizzate dall'avere
un accesso limitato ai soli invitati secondo la teoria dei 6
gradi di separazione, potrebbero ad esempio essere usate per
scambiarsi file in sicurezza lontano da sguardi indiscreti.
Conclusione
I sistemi di file sharing si sono evoluti passando da una struttura
trasparente e centralizzata ad una invisibile/mascherata/crittografata/decentralizzata.
Tale nuova struttura rende di fatto impossibile
controllare, in modo facile e economico, gli utenti e i relativi
contenuti scambiati.
In ogni caso, anche qualora si riescano a decrittografare i
contenuti e scoprire l'identita' di chi scarica,
in tempi rapidi e a costi contenuti, bisogna considerare che
il numero degli utenti coinvolti e' comunque altissimo
(60 milioni solo negli Stati Uniti), in crescita (nel marzo
2004, Kazaa, il piu' famoso software di file sharing,
e' stato scaricato da 2 milioni utenti) e il rischio poi,
ad esempio, di risalire a minori alla fine dell'indagine, e'
molto elevato.
2) Reazioni nel mondo: risultati e conseguenze
Negli ultimi 5 anni, nel mondo, le reazioni degli aventi diritto
(Major, Associazioni di categoria, titolari del diritto d'autore)
al dilagante fenomeno del file sharing, sono state incentrate
sulla repressione.
Alcuni casi recenti:
- USA, Settembre 2003: 261 utenti sono stati denunciati dalla
RIAA
- USA, Febbraio 2004: 531 utenti denunciati dalla RIAA
- Canada, Febbraio 2004: 29 utenti denunciati in Canada
- USA, Marzo 2004: altri 532 utenti denunciati dalla RIAA
- UK, Marzo 2004: l'associazione inglese - BPI - ha
annunciato che intraprendera' una campagna di informazione
e sporgera' denunce (sono 8 milioni gli utenti inglesi
che scaricano file).
Le azioni legali intraprese non hanno pero' portato il
risultato atteso sotto molti profili.
Il numero di utenti che scambiano files non e' diminuito.
I software di file sharing non sono spariti (come il dopo Napster
sembrava promettere) ma sono al contrario proliferati.
L'esito giuridico delle vertenze sta avendo esiti alterni e
in alcuni casi un effetto boomerang sugli attori che hanno instaurato
le cause.
La recente
sentenza Canadese ne e' un esempio lampante.
La Corte Canadese si e' infatti pronunciata a favore
della legalita' del P2P (la sentenza e' in verita'
ben piu' articolata e ricca di sfaccettature), obbligando
a un brusco arresto la locale CRIA (Associazione delle Case
Discografiche Canadese) e aprendo in questo modo un buco nel
sistema.
Infatti, poiche' il file sharing avviene su scala mondiale,
questa sentenza rende pressoche' vana qualunque normativa
repressiva in qualunque altro paese del mondo (ai big uploaders
sarebbe infatti sufficiente spostarsi in Canada per operare
indisturbati).
Giuridicamente sussistono inoltre notevoli complicazioni sia
probatorie sia per individuare correttamente in giudizio le
diverse fattispecie; tra tutte rileva la differenza tra furto
e scambio, spesso volutamente confusa, ma di fondamentale importanza.
Nel file sharing non si ruba qualcosa a un altro,
non la si sottrae dal pc di un altro utente; la si scambia,
la si baratta, la si condivide con modalita' che possono
cambiare di volta in volta anche in modo inconsapevole.
Le denunce e le cause hanno poi sollevato la curiosita'
dei ricercatori interessati a stabilire fino a che punto il
file sharing incida sul business delle Major e fino a che punto
non siano invece discriminanti altri fattori (il prezzo troppo
alto dei CD; la scarsita' di contenuti proposti; la concorrenza
di altri prodotti multimediali piu' appetibili; la crisi
economica; ecc).
A questo proposito sta facendo scalpore la ricerca
presentata in questi giorni da 2 professori delle Universita'
di Harward e North Carolina [*.pdf] in cui si afferma che
non e' rinvenibile una incidenza statisticamente rilevante
sul calo di vendite dei CD, imputabile all'uso del file sharing.
La ricerca e' stata effettuata su quasi 2 milioni di
file monitorati per 17 settimane e il risultato riportato indica
1 mancato acquisto di CD ogni 5.000 download.
E' importante sottolineare che a questa ricerca ne vengono
comunque contrapposte altre, parimenti autorevoli (es. Forrester),
che invece rilevano una pesante incidenza del file sharing sulla
vendita di musica/video.
I principali players del mercato stanno poi cercando di vendere
musica e video via Internet: Apple ha ad esempio venduto 50
milioni di canzoni tramite il proprio negozio online Itunes
(le canzoni sono vendute a 99 cents) e molti altri protagonisti
stanno aprendo negozi di musica on line (es. Wal mart e Microsoft).
E' da considerare pero' che il rapporto tra file
disponibili su un negozio on line e file presenti nelle reti
P2P e' stimato essere addirittura di 1 a 260!
Infine i produttori di software, come sopra accennato, sono
stati stimolati ad aggiungere funzionalita' per l'anonimato
degli utenti e la crittografia dei file scambiati (con conseguente
rischio di utilizzo di queste tecnologie - nell'impunita'
- per finalita' ben piu' gravi rispetto al file
sharing, quali terrorismo e pedopornografia).
Conclusione
Numerose sono state e sono le denunce/cause intentate sia agli
utenti, sia ai produttori di software di file sharing e prodotti
correlati.
Questa politica da alcuni considerata come "denuciare
il proprio potenziale cliente", non sembra portare risultati
positivi e non lascia intravedere spiragli per il futuro.
A questo riguardo occorre considerare che su Internet e nel
settore dei "dati digitali", ogni tentativo di limitare
l'accesso ad una risorsa, censurare contenuti o proteggere file
e' puntualmente fallito.
Basti pensare all'esempio - forse il piu' eclatante -
del Red Firewall cinese, il sistema che vieta ai cittadini cinesi
di navigare liberamente (sistema eludibile grazie al software
sviluppato dal gruppo di hacktivisti Cult
of the Dead Cow); alla protezione CSS per i DVD (craccata
da un giovane norvegese, per questo denunciato ma
poi assolto); piu' in generale a qualunque software
in circolazione, il cui crack e' facilmente disponibile
in rete.
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