
SECONDO DOSSIER CHIAPAS
Inchiesta sulla situazione dei diritti umani 15-25 Novembre 1999
Documenti e testimonianze raccolte dalla Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani
(CCIODH)
a cura del Consolato Ribelle del Messico - Via Luzzago 2/b 25126 Brescia
telefono 03040181
1. Introduzione
Questo documento, è un dossier che raccoglie le impressioni della Commissione Civile Internazionale di Osservazione per i Diritti Umani (d’ora in avanti
CCIODH) ottenute dalle richieste, denunce e aspirazioni che ci hanno fatto pervenire le comunità visitate, insieme alle opinioni raccolte nelle interviste sostenute con differenti interlocutori, durante la seconda visita d’osservazione che la CCIODH ha realizzato in Messico tra il 15 e il 25 novembre 1999.Questa seconda visita è stata motivata dalla volontà di comprovare sul campo se, trascorso un anno e mezzo dal primo dossier, si sono prodotti cambiamenti nella situazione dei diritti umani in Chiapas e nel senso degli stessi. D‘altra parte, si tratta anche di una manifestazione dell‘impegno e delle responsabilità assunte da questa Commissione per quanto riguarda la continuazione e il monitoraggio delle raccomandazioni espresse a seguito della prima visita.
Per la realizzazione del compito di osservazione, la
CCIODH ha potuto contare, questa volta, su 41 persone di 10 differenti paesi, provenienti, seguendo la filosofia che ha accompagnato la sua creazione, da un’ampia gamma di settori della società civile: movimenti sociali, università, chiese, partiti politici, ONG, sindacati, giornalisti, intellettuali e studenti. È convinzione condivisa da tutti i suoi membri che la difesa e la promozione dei diritti umani, così come dei diritti collettivi dei popoli e delle minoranze etniche, sono principi base dell’umanità per il conseguimento di una vita dignitosa e giusta per tutte le persone e per tutti i popoli.A differenza della prima visita della Commissione, in cui tutti i suoi componenti avevano potuto usufruire del visto
FM3 (concesso dalle autorità migratorie che riconoscono il lavoro di osservatore internazionale), in questa seconda visita della Commissione sono stati concessi solo 11 visti. Questa circostanza ha provocato che non si abbia potuto godere delle garanzie amministrative necessarie per il normale svolgimento del lavoro della Commissione, così come per il libero transito sul territorio messicano. In questo senso, bisogna precisare che, nei posti di controllo della polizia migratoria e nei posti di blocco militari dai quali la commissione è passata, siamo stati oggetto di costanti e ripetuti controlli della documentazione, così come dei bagagli dei suoi componenti, oltre il fatto che, la maggioranza di questi, è stata filmata e fotografata. Egualmente, nelle interviste sostenute con i rappresentanti delle strutture governative sono stati accettati come interlocutori solo quei membri in possesso del visto FM3.

2. Riassunto delle attività
Nei dieci giorni di lavoro di questa seconda visita della Commissione, che sono quelli permessi dalla normativa, abbiamo realizzato tre tipi d’attività.
Da una parte, abbiamo sostenuto delle interviste con rappresentanti d’istituzioni ufficiali che hanno competenze all’interno del conflitto chiapaneco; dall’altra, con rappresentanti di organizzazioni e collettivi della società civile messicana.
Infine, abbiamo realizzato un ampio itinerario che ha toccato diverse comunità indigene, dove ci siamo incontrati con le loro autorità e abitanti.
Quest’itinerario ha incluso la maggior parte delle zone di conflitto:
las Cañadas, la Zona Norte, Los Altos e la Selva, i cinque Aguascalientes, così come i prigionieri politici dei CERESO di Yajalón e Cerro Hueco, quindi, in linea di massima, abbiamo ripetuto le visite dell’anno precedente.A queste visite va aggiunta l’osservazione realizzata nelle comunità che sono state lo scenario di conflitti durante tutto quest’anno, com’è il caso di Amador Hernández, Taniperla, La Trinidad o San Juan de la Libertad.
Nella gran parte dei casi, ci siamo incontrati con le autorità comunitarie di opposizione, i Consigli Autonomi e il Comando Generale dell’
EZLN. Nello stato del Chiapas, abbiamo avuto incontri con le organizzazioni della società civile: Ong, organismi dei Diritti Umani, movimenti sociali e rappresentanti delle comunità; inoltre con la Croce Rossa Internazionale, il PRD e con l’équipe del governatore Albores Guillén.Allo stesso modo, a Città del Messico abbiamo intervistato organizzazioni della società civile: Ong, organismi dei Diritti Umani e movimenti civili, sociali e studenteschi; inoltre la Croce Rossa Messicana, membri della
COSEVER, Samuel Ruiz; a livello istituzionale, ci siamo incontrati con i membri della COCOPA, "Instituto Nacional de Migración", la Commissione dei Diritti Umani del Congresso dell’Unione, il Coordinatore del Governo per il Dialogo in Chiapas e la Commissione Nazionale dei Diritti Umani.Ci rammarichiamo profondamente della mancanza di risposta alle richieste d’intervista che, per iscritto, abbiamo trasmesso alla Presidenza della Repubblica, al Ministero degli Interni (
SEGOB), alla Procura Generale della Repubblica, alla Presidenza della Commissione dei Diritti Umani del Senato della Repubblica e alle autorità militari.
3. Interviste
3. A. Interviste con rappresentanti istituzionali
Per una miglior comprensione del contenuto delle interviste effettuate con realtà istituzionali, crediamo sia utile precisare prima una serie di questioni. In primo luogo, si deve richiamare l’attenzione sulla congiuntura in cui la Commissione ha realizzato la sua visita. Essendo effettuata nel novembre del 1999, sia il governo messicano, sia il partito al potere (
PRI) e l’insieme delle forze politiche con presenza istituzionale, in un modo o nell’altro, si trovano nel pieno del processo che porterà alle elezioni presidenziali, che avranno luogo nel luglio del 2000. È anche il momento in cui l’Unione Europea e il Messico, stanno compiendo gli ultimi passi per la definitiva ratifica dell’Accordo globale di cooperazione. Infine, la nostra visita è avvenuta pochi giorni prima della visita dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, signora Mary Robinson.
1. Intervista con la Comisión de Concordia y Pacificación (
COCOPA)Carlos Payán (
PRD): Noi riteniamo che c’è un elemento che impedisce al processo di pace di avanzare è l’interruzione del dialogo, dovuto alla mancata attuazione da parte del governo degli Accordi di San Andrés e, al rifiuto dell’EZLN di tornare a trattare con un governo che non ha mantenuto la parola data. D’altra parte gli zapatisti, in un accordo precedente, avevano adottato il principio secondo cui nessuno avrebbe interrotto il dialogo per nessuna ragione e poi loro lo hanno interrotto. Allora ci sono qui due violazioni rispetto al dialogo. Le attività della COCOPA si sono viste così ridotte al minimo. Consideriamo di estrema importanza come si sono perseguiti delitti come quello di Acteal ed El Bosque, dove le responsabilità delle autorità a più alto livello non sono state sottoposte a giudizio. Il governo, si mette in contatto con la COCOPA e procede alla liberazione di prigionieri, di cui noi vorremmo sapere di quali reati si accusano.Vorremmo saperne di più sul ruolo della
COCOPA in questo momento. Che effetti ha provocato lo scioglimento della CONAI nello scenario attuale? Che cosa pensate della lettera proposta da Diódoro Carrasco? Come valutate la militarizzazione in Chiapas e la situazione della paramilitarizzazione? Credete davvero che l’esercito svolge la funzione di pacificatore, di assicurare i servizi sociali, contribuendo quindi alla soluzione del problema? Come vedete il ruolo dell’osservazione internazionale in Chiapas? Qual è la vostra opinione sul programma di pianificazione Progresa? Ed infine, la COCOPA tiene in considerazione i risultati della Consultazione del 21 marzo?Membro della
COCOPA: Non c’è una posizione unica della COCOPA rispetto a queste questioni. Le opinioni variano secondo le posizioni politiche di ognuno di noi. Pertanto le informazioni che vi daremo sono quelle dei singoli membri e non della COCOPA nel suo complesso.Carlos Payán (
PRD): Il problema della paramilitarizzazione è la sua crescita. In Chiapas i gruppi paramilitari sono protetti e finanziati per occuparsi dei lavori più sporchi. Sono già state fatte denuncie al ministero degli Interni perché sia impedita ogni loro attività. Riguardo al ritiro dell’esercito federale, non ci sono possibilità fino a quando l’EZLN non ritiri la sua dichiarazione di guerra. Quello che si è chiesto è un riposizionamento perché lo schieramento utilizzato è eccessivo. Ma poiché una delle parti non dialoga è difficile percorrere questa strada. D’altro lato è importante chiarire alcuni concetti: la guerra; non c’è guerra, non c’è un confronto armato tra le due parti. Questo silenzio da ambedue i lati armati è garantito dalla legge creata dalla COCOPA. C’è un altro tipo di guerra che è quella di bassa intensità, la guerra in cui si creano i paramilitari, in cui si cerca di dividere le comunità. Ci sono le violazioni dei diritti umani, e non mi riferisco solo a quello che è accaduto ad Acteal, ma alla situazione in generale delle comunità indigene, la grave situazione di oblio in cui si trovano queste comunità.Luis H. Alvárez (
PAN): Io ho fatto parte di questa commissione sin dall’inizio. Concordo sulle violazioni dei diritti umani, giacché un ampio settore della popolazione del Chiapas, prevalentemente quello indigeno, patisce la povertà e la miseria. E questo è un dato di fatto. Però gli scontri che accadono in quei luoghi rispondono ad interessi diversi e sono possibili per l’atteggiamento tenuto da entrambe le parti: da un lato il governo che non ha avuto la capacità di imporre un disarmo generale, ma anche la decisione unilaterale dell’EZLN di sospendere il dialogo. E all’assenza del dialogo si deve anche il ruolo limitato che sta svolgendo la COCOPA in questo momento. E per questa stessa ragione la scomparsa della CONAI non ha significato molto. Riguardo alla militarizzazione, concordo sull’impossibilità di un ritiro dell’esercito fino a quando permanga la dichiarazione di guerra dell’EZLN e nelle comunità ci sono diverse opinioni a proposito della permanenza o meno dell’Esercito Federale. Rispetto alla Consultazione, i suoi risultati erano prevedibili.Benigno Alandro (
PAN): Riguardo alla questione degli osservatori internazionali di diritti umani, il fatto di presentarsi con dei visti turistici affermando di essere degli osservatori, per il proprio beneficio di gruppo, ha provocato molti problemi e questo non è accettabile in nessun paese al mondo. Gli osservatori di diritti umani, per noi, sono benvenuti però riguardo alla loro attività, attenzione, perché non hanno imparato a utilizzare il linguaggio che noi stiamo cercando di implementare in questo conflitto. Non c’è guerra nello stato del Chiapas e la nostra commissione ha svolto attività per la pace. Siano benvenuti gli osservatori accreditati, come il fatto che non rendano dichiarazioni che possano danneggiare il paese.Carlos Payán (
PRD): Vorrei chiarire alcune cose: se la Costituzione del mio paese afferma che qualsiasi persona al momento dell’entrata in esso ha diritti concessi dalle leggi, allora tutti i turisti e gli osservatori acquisiscono gli stessi diritti di osservare, dire, e opinare ciò che vogliono.Il tema degli osservatori è interessante, poiché noi ci consideriamo osservatori dei diritti umani, lo siamo in qualunque angolo del mondo. Le Ong dei nostri paesi non hanno mai affermato che lì si tutelano i diritti al 100%. La legittimità che ci viene dal preoccuparci per i diritti delle minoranze dei nostri paesi, con questa stessa pensiamo che voi, noi e qualunque cittadino democratico del mondo, deve poter entrare ed uscire liberamente. Il visto
FM3 è un requisito sufficientemente discusso da Amnesty International e da Global Exchange, e ce lo hanno concesso in modo selettivo. Siamo stati seguiti da macchine senza targa e quando questo succede, evidentemente la politica che si sta seguendo in Messico è abbastanza questionabile ed è molto facile tirare in ballo la questione del nazionalismo, ma pensiamo che la lotta per i diritti umani sia una lotta di tutto il mondo democratico e che sia necessario aprire le porte in qualunque paese.Membro della
COCOPA: Vi risponderò con un detto messicano: "L’asina non era ombrosa, le bastonate l’hanno resa tale". Voi sapete bene che sono arrivati dei turisti che si sono fatti passare per osservatori e che hanno espresso giudizi sulla politica del paese. Questo ha obbligato le autorità migratorie ad esercitare le loro funzioni.Javier Gil (
PRI): Voi siete appena rientrati dal Chiapas, mi piacerebbe conoscere le vostre impressioni e sapere quali violazioni dei diritti umani sono state compiute.Abbiamo visto che esiste davvero una guerra di bassa intensità in Chiapas e le conseguenze le subiscono soprattutto gli indigeni; abbiamo ricevuto molte lamentele e denunce, di cui la maggior parte per la presenza dell’esercito su terreni comunitari, lo accusano di portare violenza, droga e prostituzione. Le donne e i bambini hanno paura di uscire. È stata inoltre denunciata la presenza di gruppi paramilitari, soprattutto nella regione de Los Altos e nella Zona Norte; denunce sulla violazione del libero transito, sorvoli a bassa quota e inquinamento dei fiumi. Abbiamo visto le comunità di desplazados, Polhó, Acteal, Guadalupe Tepeyac, dove denunciano la perdita delle loro terre. Queste sono le principali denunce. D’altra parte il governo dello Stato non riconosce l’esistenza dell’impunità e dell’ingiustizia. A noi preoccupa che sia un conflitto congelato e che è possibile risolverlo con il dialogo.
Javier Gil (
PRI): Chi è contro chi, in questa guerra di bassa intensità e come lo avete costatato?I principali attori sono l’esercito e i paramilitari contro gli indigeni, con esempi come Acteal ed El Bosque. È una guerra di bassa intensità perché ci sono atti di non guerra ma è in ogni caso una forma di aggressione verso le comunità, ad esempio l’occupazione di terreni, i sorvoli a bassa quota, l’inquinamento, ecc.
Javier Gil (
PRI): Quanto voglio dirvi è che lì esiste un conflitto intercomunitario tra coloro che hanno ventilato la soluzione ai loro problemi attraverso la via armata e coloro che non hanno scelto questa via; avete potuto registrare anche questo? C’è molta gente che non ha intrapreso la via armata per la soluzione dei suoi conflitti; avete registrato anche che l’EZLN non ha l’adesione assoluta in tutte le comunità e che c’è un grande dissenso su questa via e che questa gente sta pagando le conseguenze di un conflitto. C’è inoltre gente che esige la presenza dell’esercito affinché non ci siano dispute come quelle di Acteal. La questione è se ci sia o no la capacità di analizzare la problematica con obiettività e trarne un giudizio imparziale. Voi registrate la guerra ma non registrate il grande sforzo di questo paese affinché non ci sia guerra: la cosa più importante è che lì non ci sono combattimenti, nonostante esista una dichiarazione di guerra e nonostante esista un gruppo di messicani che imbracciano il fucile, ed è preservato il diritto alla vita; questo paese è da oltre cinque anni che cerca di risolvere il conflitto in pace ed esiste una legge che esige che questo si risolva per la via del negoziato. Nonostante che la controparte del potere esecutivo non si presenta al tavolo da tre anni, non sono eseguite denunce giudiziarie contro queste persone. A pagarne le conseguenze sono le centinaia e migliaia di bambini che non possono avere una risposta alle loro molteplici necessità. Noi l’anno scorso siamo andati dalla dirigenza zapatista e abbiamo detto loro: "Lavoriamo ad un’agenda di lavoro per arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto", ma fino ad oggi non ci hanno risposto.L’
EZLN non ha dato risposta all’ultima proposta emessa dal ministero degli interni, nonostante abbia già pubblicato diversi comunicati. Noi ci chiediamo se davvero l’EZLN vuole risolvere la questione. Per favore registrate che gli sforzi sono per la pace e non per la guerra. L’esercito è lì perché nonostante una dichiarazione di guerra non ci sia la guerra, e do responsabilità l’EZLN per non aver fatto nulla per continuare i negoziati. In tutti gli Stati del paese ci sono indigeni, l’unica questione complicata che abbiamo è in Chiapas, dunque, non c’è guerra di sterminio contro gli indigeni del paese, non è contro le comunità, bensì su qualcosa di molto concreto.Le facciamo notare che in questi giorni abbiamo lavorato con la persecuzione di automobili che ci hanno inseguito; la persecuzione e il ricorso alla violenza l’abbiamo sentita nelle comunità priiste e così non è possibile fare né le interviste né svolgere il lavoro di osservazione.
Soledad Baltazar (
PAN): La COCOPA non ha potuto fare molto e la scomparsa della CONAI ci ha lasciati in una situazione ancora peggiore. Il comunicato del ministero degli interni lo consideriamo un’apertura formale ma consideriamo anche che l’EZLN, non rispondendovi, non vuole riprendere il dialogo, per lo meno in questo sessennio. Secondo noi questo comunicato però non rispetta le cinque condizioni che ha posto l’EZLN per riprendere il dialogo e dimostra anche che non c’è apertura per discutere nel dialogo. La situazione è andata man mano deteriorandosi: ora c’è un eccesso di militari ma allo stesso tempo l’esercito non può andarsene per via dell’iniziativa del governo. Non siamo d’accordo con il fatto che debba essere l’esercito a far rispettare la legge sulle armi, essendo questo un compito che riguarda Seguridad Pública. Affidare certe responsabilità all’Esercito, in cui viene a contatto con la cittadinanza, significa da un lato mettere in pericolo i diritti dei cittadini e dall’altro che i civili siano trattati come non dovrebbero. L’esistenza di gruppi civili presumibilmente armati ha provocato una recrudescenza del conflitto. Riguardo al progetto Progresa, ne ignoro i contenuti. Dal nostro punto di vista, la Consulta è stato un teatrino montato per far rispondere molte comunità ad un questionario parziale e quindi i risultati della consulta zapatista non meritano alcun appoggio.Mi piacerebbe sapere se vi siete incontrati con qualcuno dell’
EZLN e come credete che la COCOPA potrebbe agire. Noi non vogliamo la guerra ma la pace.In diverse comunità abbiamo registrato lamentele riguardo al fatto che vari ospedali offrano denaro alle donne perché si sottopongano all’intervento di legatura delle tube oppure a farsi fare iniezioni per non avere figli e questo è stato denunciato come parte del programma Progresa in varie zone del Chiapas.
Per quel che riguarda le interviste con l’
EZLN, abbiamo incontrato Tacho e Marcos. Quest’ultimo ha fatto un intervento di circa due ore in cui, tra l’altro, ha parlato di una guerra di sterminio contro le comunità indigene che servirebbe a controllare le risorse naturali dello Stato del Chiapas. Riguardo alla ripresa del dialogo, ha affermato che i membri del CCRI non hanno preso una posizione rispetto alla proposta fatta dal ministero degli interni. Il nostro suggerimento alla COCOPA, considerando le nostre esperienze in altri conflitti del mondo, è che quello che non si deve mai perdere è la vocazione a lavorare intensamente per il dialogo. Crediamo che questa vocazione non può essere considerata né un’intromissione né un essere eccessivamente pretenziosi.FelipeViscencio (
PAN): Considero deplorabile il fatto che siate stati ostacolati nel vostro lavoro di osservazione. Il conflitto è frutto della decomposizione sociale che si vive nella zona e che ha avuto origine nell’ingiustizia del modello che ha prevalso nel paese. Quando è scoppiato il conflitto armato le posizioni si sono esacerbate; posso capire questa scelta armata ma non la condivido. I problemi che hanno dato origine al conflitto non sono stati affrontati a fondo, le autorità hanno peccato di omissione in più occasioni. Non condivido quanto dice Javier Gil quando afferma che l’EZLN non vuole una soluzione del conflitto. Io penso che l’EZLN voglia trovare una soluzione ma è giunto alla conclusione che non vuole proseguire per la via del dialogo con il governo attuale, il che mi sembra irresponsabile perché, al di là dei calcoli politici e delle strategie, qui è in gioco la vita della gente. Il paradosso è che due forze contrarie si trovano a rafforzare lo stesso schema. Per cui considero inaccettabile l’atteggiamento dell’EZLN di fronte al dialogo. Questo è il dilemma che ci troviamo ad affrontare come COCOPA. Mi sembra sui generis che il dialogo sia stato inscritto in una cornice legale, il che non ha alcun parallelo con altri conflitti. Se per qualsiasi ragione le parti in conflitto ritengono che in questo momento la via del dialogo non è percorribile, svuotano di contenuto questa commissione. La sua eventuale paralisi non si deve alla mancanza di capacità o di volontà ma alla chiarissima mancanza di una volontà di dialogo da entrambe le parti. Le competenze della COCOPA sono limitate, non siamo il fattore decisivo per la pace. Mi sembra inconcepibile che l’EZLN si neghi ad avere qualsiasi contatto con istanze che coadiuvano il dialogo; questo è, per noi, un colpo mortale. L’intransigenza zapatista si trasforma in un perfetto pretesto per il governo federale che non compie quei passi che sarebbe suo dovere compiere.Aurora Bazán (
PVEM): Noi siamo molto preoccupati per gli indigeni, l’ingiustizia e la guerra di bassa intensità. Ma sino a quando le due parti non mostreranno volontà di dialogo, la nostra commissione non potrà fare niente, e difficilmente si giungerà ad una soluzione per il Chiapas.In precedenza la
COCOPA aveva fatto una proposta sugli Accordi di San Andrés: attualmente la COCOPA continua con lo stesso impegno verso questi?Felipe Viscencio (
PAN): La COCOPA non acquisisce alcun impegno senza le parti. La COCOPA nel suo limitato margine di manovra, ha assunto obblighi che non le competono, ma lo ha fatto perché entrambe le parti l’hanno richiesto e abbiamo fatto lo sforzo più onesto per plasmare in legge ciò che concerneva agli Accordi di San Andrés e che le parti avevano l’obbligo di accettarla, ma una delle parti non l’ha accettato. La responsabilità della COCOPA è di sperimentare altre alternative, insistere su una via che non è stata approvata da una delle parti, non ha alcun senso.Javier Gil (
PRI): Nel settembre del ‘96 l’EZLN ha deciso di sospendere il dialogo, in seguito la COCOPA si accinge a ricostruire questo dialogo e ottiene via libera per elaborare una legge basata sugli Accordi di San Andrés. Nel marzo del ’97 la COCOPA fissa la sua posizione, e realizza una serie di consultazioni di giuristi che le annunciano che il documento in questione era perfettibile. Non era obbligo nostro portare il progetto di legge al Congresso, poiché questo è un testo che volevano entrambe le parti, e negli Accordi di San Andrés è stabilito che sarà l’Esecutivo a portare gli stessi alle istanze di dibattito nazionale. Questo testo non fu portato al Congresso affinché questo progetto prendesse la qualità di iniziativa, né per l’Esecutivo, né per i governatori, né per i senatori, né per i membri della COCOPA. La negazione al dialogo dell’EZLN sta solo puntando ad una linea di deterioramento della società. In questa zona è danneggiata la vita familiare, comunitaria, religiosa. La comunità di Amador era una base molto importante ed oggi ti trovi con una comunità che è li, ma senza direzione, e il danno ai suoi costumi viene da qualcosa di nuovo, dal potere del fucile, uno con il pretesto di risolvere la questione e l’altro per mantenere l’ordine e tutto questo preme sulla comunità. Ed il responsabile, in questo periodo di sospensione del dialogo, è l’EZLN.Membro della
COCOPA: Io affronterò rapidamente il tema del programma nazionale PROGRESA, che è un programma di lotta alla povertà, programma di salute, istruzione ed alimentazione, nelle zone più emarginate. È in atto da oltre tre anni e non ha nulla a che vedere con i programmi di pianificazione familiare. Il programma PROGRESA riguarda i bambini e le bambine: nelle comunità indigene si festeggia la nascita di un bambino, mentre se si tratta di una bambina non è un fatto degno di nota, il bambino è alimentato meglio ed è mandato a scuola, alle bambine l’alimentazione non arriva mai allo stesso livello, non vanno a scuola e a 13-14 anni sono già incinte. Quindi questo programma serve ad aiutare a risolvere questa diseguaglianza di genere e alla madre che è incinta e alle bambine è offerto cibo; per quanto riguarda l’istruzione sia i bambini sia le bambine devono frequentare la scuola e, se c’è una borsa di studio, questo è uno stimolo perché le bambine frequentino la scuola e l’altra condizione è che si rechino al centro sanitario. Non ha niente a che vedere con la pianificazione familiare. All’interno dei programmi di salute ne esiste uno mondiale riguardante la pianificazione familiare e contro le malattie veneree, nelle nostre comunità rurali l’AIDS è un fattore in aumento per l’espatrio di migranti verso gli Stati Uniti che quando ritornano, infettano le donne della comunità. Questo programma di salute e pianificazione è gratuito e volontario. L’iscrizione al PROGRESA non è condizionata alla pianificazione familiare. In Chiapas esiste un forte rifiuto verso ogni genere di programma di sviluppo sociale, istruzione e salute. Non vogliono nulla che sia di origine governativa, quando, proprio all’origine del conflitto, c’era la mancanza di tutto questo. Si rifiuta tutto, come, ad esempio, la strada che si voleva costruire ad Amador Hernández, una strada sollecitata da circa quindici anni.A questo punto mi piacerebbe affermare che senza dialogo non esistono possibilità di risolvere il conflitto, la nostra funzione non è di intermediazione ma di coadiuvanza, ed è veramente triste sapere che nonostante tutto lo sforzo che si fa, c’è un evidente silenzio
ed è di una delle parti, l’EZLN quali siano le sue ragioni. Dall’altra parte sì c’è apertura, ci sono stati incontri con l’Esecutivo federale, con il ministro degli interni, è tangibile la loro apertura. Mentre però continua il silenzio dall’altra parte, non si potrà fare niente, né riguardo ai paramilitari né riguardo al riposizionamento militare, ecc.Dunque, vi ringraziamo per l’interesse dimostrato e per aver preso in considerazione la
COCOPA.2. Intervista con il coordinatore governativo del dialogo Emilio Rabasa Gamboa e con Alan Arias
Rabasa: Dopo quanto accaduto ad Acteal, la strategia del governo si è modificata totalmente poiché, oltre al dialogo con l’EZLN, esistevano altre problematiche. Ha esteso la strategia a sette ambiti che includevano il dialogo con l’EZLN ma anche l’affrontare le cause del conflitto creando progetti d’assistenza sociale alle comunità indigene; quindi si stabilì un meccanismo di coordinamento tra il Governo Federale, gli organismi dipendenti dal Governo Federale, coordinati dal ministero degli interni, e il Governo statale per far giungere alle comunità i programmi d’istruzione, sanità, comunicazione, acqua potabile, ecc. Ciò era in atto già dal 1995 però da quel momento si comincia a dar loro un maggior volume di risorse, si accelerano e si concentrano nelle zone più povere e di maggior emarginazione. Un aspetto del mio lavoro è stato quello di occuparmi delle cause del conflitto; a me tocca coordinare questi organi, controllare il bilancio una volta approvato dal Congresso. Vi consegno un documento che contiene i risultati ottenuti in questi cinque anni nel campo educativo, sanitario, sviluppo della produzione e preservazione delle risorse naturali, aspetto importante dato che in Chiapas esiste la maggior riserva ecologica del Messico e la quarta al mondo, i "Montes Azules" e le zone limitrofe.
Un altro aspetto importante, è che noi crediamo che non si possa dare soluzione al problema con il dialogo, se permangono le cause del conflitto e lo stesso Marcos lo ha riconosciuto. Non abbiamo ancora risolto questa questione perché sono stati molti gli anni d’abbandono, di politiche sbagliate in materia di sviluppo sociale della regione, però si è avanzati in aspetti molto importanti come la questione della terra, si è creata una politica agraria basata su accordi con organizzazioni contadine e indigene per evitare occupazioni e dare ai membri di queste organizzazioni la sicurezza e la certezza del possesso delle loro terre. Sono stati sottoscritti più di 200 accordi con circa 60 mila persone e ora il problema agrario è in sostanza risolto, non ci sono grandi estensioni di terra da ripartire e se è vero che in alcune zone ci sono ancora piccole occupazioni, anche nella zona dei "Montes Azules", queste non sono rilevanti dal punto di vista numerico. Quella agraria è una questione fondamentale in questo problema, poiché una delle ragioni che hanno provocato la sollevazione, è stata proprio la mancanza di certezza riguardo alla terra e alla sua proprietà, e in questo si sono fatti dei passi avanti. Per quel che riguarda l’istruzione, 86 bambini su 100 possono andare a scuola, mentre nel ‘94 erano meno di 70. Ora ha accesso alle strutture sanitarie pubbliche l’89% della popolazione totale dello Stato, il numero dei maestri è aumentato a 10.000 in questi quattro anni così come quello del personale sanitario. L’acqua potabile arriva già a più di 2.600.000 chiapanechi su una popolazione di 3.000.000. Il problema non è risolto ma lo sforzo è stato costante e le risorse di bilancio non sono state ridotte.
Un altro problema che si è aggiunto sono state le inondazioni nella zona costiera che hanno provocato 200 morti e una grave distruzione della base economica della regione, per fare fronte alla quale, sono stati stanziati circa 2 miliardi di pesos fino all’anno 2000. In questo modo il Chiapas ha smesso di essere il fanalino di coda degli Stati più arretrati, ora è salito di due gradini e si trova sopra gli stati di Veracruz e Guerrero. Questa politica non ha cessato di avere problemi in alcune zone dove, anche se sono molto poche, l’EZLN ha le sue basi d’appoggio zapatiste che non hanno permesso l’arrivo dei programmi educativi, sanitari, ecc., e questo ha creato una situazione molto precaria, molto spiacevole per queste comunità che stanno peggio che nel 1994. Il Governo non vuole forzare ad accettare questi programmi ma non può neppure disinteressarsi delle condizioni di questa gente. Allora, per far fronte a questa situazione, abbiamo preso accordi per un interscambio di note con la Croce Rossa Internazionale, con i suoi uffici a Ginevra, riportandola sul territorio. Questa si è coordinata con la Croce Rossa Messicana per poter entrare in comunità quali Polhó, Acteal, Xoyep in cui non si vuole la presenza governativa. Una questione molto importante è quella di evitare il diffondersi di epidemie e si è lavorato intensamente per la diffusione delle vaccinazioni. Purtroppo nel 1996 nella zona di Las Margaritas, a La Realidad, l’EZLN ha espulso la Croce Rossa Messicana, e quindi quella Internazionale. Qui c’è un problema molto serio perché circa 10 mila persone non stanno usufruendo di alcun tipo di servizio medico nonostante siano presenti due centri di attenzione medica della Croce Rossa Messicana, appoggiata dalla Croce Rossa Internazionale, ma che ora sono chiusi, nonostante le nostre insistenze e nonostante il pericolo di epidemia di dengue, soprattutto nella zona di Las Margaritas. Noi abbiamo insistito con la Croce Rossa Messicana e con quella Internazionale, affinché tornassero nella zona, e cercato di convincere l’EZLN che la mancanza di un programma sanitario nella zona espone la popolazione a molti rischi. Purtroppo non è stata ricevuta alcuna risposta. Questa è una delle strategie: la politica sociale.
Un altro problema sono le vie di comunicazione, non solo per il transito delle persone ma anche per la costruzione di scuole e per portare l’elettricità. Alcuni mesi fa nella comunità di Amador Hernández si è cercato di impedire la costruzione di una strada. L’EZLN si è opposto, in un primo momento con circa 60 persone, argomentando che sarebbe servita a far passare l’esercito. L’argomentazione è assurda perché lì vicino, a 12 chilometri, è situata la caserma di San Quintín che non ha bisogno di quella strada. Poi da 60 sono passati a 250 persone, minacciando la popolazione di Amador Hernández che era favorevole alla strada; così, si è presa la decisione di difendere la popolazione e gli addetti alla costruzione, che ci fosse la presenza di tre compagnie di polizia militare e questo ha provocato un po’ di tensione. Abbiamo cercato di arrivare ad un accordo, tramite un funzionario politico dello Stato, per cercare di convincerli a darci garanzia che la popolazione di Amador Hernández non sia attaccata né aggredita in caso di ritiro della polizia militare, ma non si è giunti ad alcun accordo. Il Governo Federale ha preso, quindi, un’altra decisione importante: interrompere la costruzione della strada. Questo è un caso molto indicativo di come si è cercato di frenare lo sviluppo sociale della zona.
La costruzione delle strade è stata sollecitata più di dieci anni fa oppure di recente? I programmi non sono stati adattati ai bisogni delle comunità, ma sono stati pensati per creare divisioni e imposti da una delle parti in conflitto verso le comunità…
Rabasa: sì, così è stata la controversia… Il procedimento che si segue per determinare la costruzione di una scuola, ecc., è quello di tenere una serie di riunioni tra lo Stato e le comunità, poiché loro decidono in modo collettivo e non individuale ed è impossibile fare qualcosa contro la volontà della comunità. Perfino la Croce Rossa Internazionale ha avuto problemi ad entrare in alcune comunità come Sabanilla semplicemente perché la comunità non si fida di loro. L’elaborazione dei programmi si decide dalle assemblee comunitarie. Non si può forzare una comunità senza che poi si producano dei problemi molto seri. Non abbiamo scelto, quindi, tra comunità priiste o perrediste oppure con criteri ideologici derivanti dal conflitto, zapatisti inclusi. Siamo stati molto attenti a superare il clientelismo. I criteri sono l’emarginazione e la povertà. Nelle comunità che non vogliono che entriamo, noi non entriamo.
Un membro della comunità di Amador Hernández ha chiesto perché, dato che la costruzione della strada è stata sospesa, rimangono le forze di sicurezza militari?
Rabasa: perché c’è un altro settore della comunità maggioritario che vuole la strada e allora, normalmente, quando si producono conflitti di questo tipo, la gente che non è d’accordo con gli zapatisti chiede protezione per poter continuare a vivere lì. La COCOPA, durante la sua permanenza nella comunità, ha realizzato numerose interviste e la sensazione che ne ha tratto è quella di una profonda divisione nella comunità.
Secondo le informazioni di cui disponiamo, quelli che chiedevano la strada erano gente della "ARIC Independiente" che poi cambiarono opinione al riguardo.
Rabasa: però ci sono anche altre organizzazioni… L’ARIC è l’organizzazione più antica presente in "Las Cañadas" e la più estesa. È stata creata dopo il Consiglio Nazionale Indigeno degli anni ‘70, per la difesa dei diritti politici, sociali e, soprattutto, per la questione della terra. A causa del conflitto si è divisa in tre parti: una piccola parte che appoggia gli zapatisti, un’altra piccola parte, circa il 10%, è la "ARIC Independiente", che è quella cui voi vi riferite, mentre la parte maggioritaria è a favore della strada perché ne trarrebbe dei benefici per il commercio. Ma, per rispondere direttamente alla vostra domanda, il fatto è che l’esercito non starebbe lì se ci fosse stato un accordo tra di loro, vi resterà. fino a quando la base zapatista, che tra l’altro non è la maggioranza della popolazione e proviene da altre comunità, non giunga all’accordo che non ci saranno atti di vendetta verso coloro che erano a favore della strada. Noi non possiamo disattendere il resto della popolazione che non è zapatista.
Mi sembra che di questi problemi se ne dovrebbe occupare la Seguridad Pública, non i militari…
Rabasa: In primo luogo, non si tratta di militari ma di polizia militare. La polizia si trova in una fase di ristrutturazione che non è ancora conclusa giacché si sta incorporando una forza femminile che dovrebbe dedicarsi ad azioni dissuasive. Questo processo però non è ancora terminato e pertanto non si può disporre di elementi dello Stato per garantire la sicurezza di fronte alla presenza di 250 zapatisti; la polizia militare è presente come forza ausiliaria a quella pubblica, il che è previsto dalla legge fino a quando il conflitto non si sarà risolto.
Questa consegna di terre, riguarda anche gli zapatisti che le hanno occupate? Gli zapatisti affermano che effettivamente il Governo ha comprato delle terre ma che la consegna dei titoli di proprietà a queste comunità è una questione in sospeso fino alla ripresa del dialogo.
Rabasa: Non abbiamo alcuna obiezione nell’estendere questo programma alla base zapatista. Anche il Ministro per la Riforma Agraria lo ha fatto loro sapere. Noi siamo disponibilissimi ad integrarli ma loro non vogliono.
Arias: Non è che le terre in Chiapas non abbiano proprietari. Il problema è che c’è stato un accumulo di generazioni, un’esplosione demografica che ha provocato sempre più generazioni di contadini che richiedono la terra; ma la terra non è inesauribile. Il Governo mediante un programma di "Fideicomiso" ha acquistato delle terre da privati che ha poi ridistribuito e che in certi casi corrispondevano a terreni occupati. Inoltre esiste una riserva di un buon numero di ettari riservati al momento della firma degli accordi di pace con l’EZLN per beneficiare i militanti, non le basi d’appoggio, ma la milizia dell’EZLN che fossero interessati a un pezzo di terra da coltivare. Non ci sono discriminazioni; molte delle organizzazioni che hanno firmato il patto sono simpatizzanti zapatisti.
Si può essere d’accordo o no sulla presenza dell’esercito, ma cosa succede con i paramilitari? Nessuno Stato di Diritto permette sul suo territorio la presenza di forze paramilitari. Allora, perché ci sono paramilitari? La polizia non può o non vuole agire? Dal punto di vista dei diritti umani è molto preoccupante che esistano questi gruppi civili armati. Qual è la sua opinione e la sua analisi al riguardo?
Arias: La mia opinione è che la presenza di gruppi armati è illegale, che il Governo e, ovviamente, l’esercito non li stanno né creando né appoggiando e che si tratta di una questione molto complessa. Tutto ciò obbedisce ad un fenomeno di autoprotezione poiché gli zapatisti hanno raggruppato gente come miliziani, allora la popolazione che non vuole seguire la via armata e non è d’accordo con i metodi degli zapatisti, si è sentita minacciata e, di fronte alla crisi di Seguridad Pública dello stato del Chiapas, ha dovuto ricorrere alle armi come metodo di difesa. Il Procuratore di Giustizia ha riconosciuto l’esistenza di circa 12 o 14 gruppi, ma non tutti sono antizapatisti, ce ne sono anche pro zapatisti. Il disarmo, così come lo vuole realizzare il governo, è attraverso la "Ley de armas" ma arrivando anche ad un accordo con l’EZLN, perché se si disarma un gruppo, l’altro rimane più vulnerabile, il che non significa che si tolleri questa situazione per mantenere un equilibrio di forze, quello che fa il governo è indagare e, quando trova qualcuno, lo arresta. E con l’EZLN si è insistito per sederci ad un tavolo e trovare una soluzione ma loro non hanno voluto. In ogni caso abbiamo già compiuto un ulteriore passo lanciando una lettera aperta in cui proponiamo anche un ufficio per le denunce con protezione speciale per i testimoni.
Ciò che richiama l’attenzione con questi gruppi è che i morti, come ad Acteal o a El Bosque, sono sempre dalla stessa parte…
Rabasa: Le statistiche assicurano che dove c’è un gruppo paramilitare ce n’è o ce n’è stato uno zapatista, e se ti trovi in una zona dove la maggioranza è zapatista ti andrà molto male e viceversa. Nelle statistiche ci sono più morti antizapatisti che zapatisti. Il caso di El Bosque è molto particolare e non rappresenta uno scontro tipico tra gruppi civili armati. Il periodo più duro è stato ne ’97, nella Zona Norte, perché lì non c’era l’esercito. Dove zapatisti ed esercito si trovano a faccia a faccia, come a La Realidad, le statistiche mostrano che ciò è meno frequente, mentre avviene dove non esiste forza pubblica. Accettiamo che ci sono dei gruppi paramilitari come nel caso di "Paz y Justícia" e la sua grande rivale è Ab’xuc, e nel caso di Chenalhó ed Acteal, e noi del governo lamentiamo che nella zona non c’era stata maggiore presenza di Seguridad Pública. Per quanto riguarda l’impunità, esistono però dei casi isolati mentre nel caso di Acteal ci sono stati 100 arresti di antizapatisti. La spiegazione fornita dalla PGR è che si è trattato di una vendetta seguita a una serie di 17 assassinii di persone antizapatiste avvenuta in precedenza. Si è già giunti a sentenze di condanna: è stato arrestato e condannato con il massimo della pena il Presidente Municipale. Poi sono stati inoltrati degli ordini di cattura verso prozapatisti per i fatti precedenti alla strage di Acteal ma non sono stati messi in pratica poiché il diritto si applica sempre e solo quando non provochi un male maggiore. Così come c’è molta gente di organizzazioni civili che esprimono simpatia agli zapatisti, c’è anche un altro settore molto ampio in Messico che li osteggia e che chiede al governo di intervenire contro di loro. Il punto politico fondamentale è che senza la partecipazione dell’EZLN al disarmo sarà impossibile disarmare altri gruppi.
Però è strano che se si consulta la banca dati del Centro Fray Bartolomé de las Casas si nota l’enorme sproporzione nel numero di morti tra gli zapatisti e gli altri. Si tratta di dati in cui compaiono nomi e cognomi…
Rabasa: Io vi inviterei a creare una banca dati dopo aver visitato la zona di Los Altos, perché non è affidabile una banca dati di un’organizzazione che evidentemente è a favore dello zapatismo. Se fosse fatta un’indagine più profonda vi rendereste conto che la lista del Fray Bartolomé è molto lontana dalla realtà. Con ciò non voglio mettere in discussione il lavoro del Fray Bartolomé nella difesa dei diritti umani, però loro sono a favore degli zapatisti. Nelle organizzazioni per i diritti umani esiste ancora una questione di immaturità rispetto al loro lavoro di difesa, anche se questo si può dire anche del governo che ha maggiori responsabilità, però nei diversi dati che ci offrono le Ong c’è confusione tra la denuncia e la documentazione: per esempio, il Fray Bartolomé non si occupa di quei reclusi di Cerro Hueco che sono stati incarcerati per la strage di Acteal, se sono violati i loro diritti umani, al Fray Bartolomé non interessa. E questo è l’andazzo, perché non hanno denunciato le 21 morti precedenti la strage di Acteal?
Lei ha parlato di una proposta di legge per il disarmo generalizzato…
Rabasa: No, non è ancora una proposta di legge. L’anno scorso il governo ha lanciato un’iniziativa per il disarmo che doveva però passare attraverso il Congresso dell’Unione ma che poi non è passata. Quando parlo di iniziativa lo faccio a livello politico, poiché una soluzione sostanziale del conflitto non può che riguardare il disarmo, compreso quello dell’EZLN.
Come responsabile per il dialogo fino a dove arriva il suo potere propositivo? Penso a El Salvador dove fu creata una forza di polizia congiunta, l’entrata in campo di una forza di interposizione…
Rabasa: Fino a dove sia necessario, non ho alcuna limitazione. Entrambe le parti sono d’accordo sul fatto che non ci sia bisogno di una forza internazionale per risolvere il problema. In ogni caso io sono aperto a qualsiasi proposta. Durante i dialoghi di San Andrés il governo propose la creazione di 7 corridoi al cui esterno fossero presenti forze militari ma al cui interno fosse l’EZLN ad occuparsi della tutela del territorio. Purtroppo l’EZLN ha deciso che il disarmo fosse una questione da trattarsi alla fine del dialogo.
C’è un’iniziativa di legge per il disarmo derivata dagli Accordi di San Andrés, quindi: perché non assumere la proposta elaborata dalla COCOPA su cui entrambe le parti si trovavano d’accordo e assicurare quindi un consenso, oppure la proposta della COCOPA non era di vostro gradimento?
Rabasa: Perché il Governo stima che un terzo della proposta della COCOPA non è fedele al contenuto degli Accordi di San Andrés. Per quel che riguarda la questione della terra, la COCOPA ne propone la collettivizzazione totale nelle comunità indigene. Ora, l’ejido, la proprietà comune della terra, rappresenta la porzione maggiore, mentre la proprietà gestita esclusivamente dalla comunità rappresenta solo il 13% del territorio. Inoltre ci sono anche le proprietà private e quelle che appartengono alla nazione. Cercare di passare da questo 13% al 100%, disconoscendo l’ejido e il resto, creerebbe un problema sociale gravissimo. E questa legge si applicherebbe non solo in Chiapas, bensì in tutte le comunità indigene del paese. La COCOPA vuole subordinare il municipio, terzo livello di governo, all’esistenza del popolo indigeno. Si pensi ai problemi che ciò provocherebbe per identificare i popoli: il popolo maya, per esempio, si estende per tutto il sud est; si tratta di organizzazioni precedenti la Conquista e che furono poi divise in Stati, e questo non si è pattuito a San Andrés, dove quegli Accordi prevedono un’ampia partecipazione dei popoli indigeni nella struttura municipale. Un’altra differenza molto importante è che la proposta della COCOPA prevede che l’uso dei mezzi di comunicazione avvenga senza licenza. Queste sono le differenze di base tra il governo e la COCOPA. Il governo ha detto: non sono d’accordo su questi punti ma sono disposto a negoziare. L’EZLN rispose che non era d’accordo. Per sbloccare la situazione è stata redatta quindi questa lettera aperta, prendendo in considerazione gli Accordi di San Andrés affinché gli zapatisti non siano esclusi. Solo che a questo punto né loro riusciranno a convincerci della bontà della proposta della COCOPA né noi convinceremo loro di quella del presidente, quindi che sia il senato a decidere e allora abbiamo inviato la lettera.
Dall’esterno, questa rottura del dialogo è difficile da capire e si percepisce come unilaterale...
Rabasa: Farò alcune precisazioni, gli Accordi di San Andrés sono stati firmati dall’EZLN e dal Governo Federale e ciò che è ancora in discussione è la loro applicazione, poiché non erano state previste le modalità di esecuzione. Una volta scritti gli Accordi, è sorto il problema su quale sia la loro interpretazione adeguata nei confronti della Costituzione. Allora entrambe le parti hanno deciso di affidare questo compito alla COCOPA e non si è mai detto: "il progetto che elaborerà la COCOPA è quello buono", essendo questo solo un pre-progetto da sottoporre a entrambe le parti. Gli zapatisti lo hanno valutato pur non essendo totalmente d’accordo, mentre il governo dice: "non sono d’accordo su questi punti, non su tutto, ma andiamo avanti nei negoziati.
Passando ad un altro argomento, perché queste restrizioni all’osservazione internazionale?
Rabasa: Non abbiamo voluto restringere le possibilità di osservazione. Le regole furono introdotte dopo il conflitto con il gruppo italiano che non è venuto a fare osservazione, bensì attivismo e, nonostante le regole, il numero di osservatori l’anno scorso non è diminuito, ma è aumentato a 400 presenze di 29 organizzazioni con visto. Sono completamente d’accordo sulla necessità di discutere le regole affinché i visti siano per 10 o 15 persone oppure riguardo al numero di giorni. Il governo stesso ha offerto di presentare alle Ong che ponevano questi problemi il progetto con i nuovi regolamenti prima di metterlo in pratica.
Arias: Grazie al nuovo regolamento sugli osservatori si sono evitati conflitti con loro, il che dimostra la bontà del regolamento. Molti dei gruppi che vengono non sono di osservatori ma di simpatizzanti e la nostra Costituzione è molto pignola sul fatto che gli stranieri non possono partecipare alla vita politica. In ogni caso noi stessi, quando la situazione è molto tesa, proponiamo le visite nello Stato.
Rabasa: Io non credo proprio che se entrassi in Spagna come turista e cercassi di incontrare qualcuno del Ministero per discutere dell’ETA e del problema basco, sarei ricevuto in quanto turista? Ovviamente no! E allora perché il Messico deve accettare per forza che persone che non sono neanche osservatori, bensì turisti, discutano di problemi politici? Tuttavia sì che parlo volentieri con gli osservatori, anzi, voi l’anno scorso avete pubblicato un dossier e noi, questi dossier di osservatori veri, li prendiamo in seria considerazione. Brevemente, vi riassumerò le iniziative intraprese sulla base delle conclusioni cui siete giunti nel vostro dossier: cosa è stato fatto? A metà giugno si è fatta una proposta di dialogo diretto alla presenza del ministro degli interni che la COCOPA ha portato a La Realidad il 17 giugno 1998. A tutt’oggi questa proposta è stata ignorata dall’EZLN. Poi, dal 20 al 22 novembre si è svolta una riunione a San Cristóbal de las Casas in cui la COCOPA ha consegnato all’EZLN un’altra proposta di dialogo e l’EZLN l’ha rifiutata adducendo che loro non sono la commissione di intermediazione. Ecco, io non condivido questa argomentazione, ma la rispetto. Allora il coordinamento, nella persona di Alan Arias, ha insistito per consegnarla personalmente, ma l’EZLN ha rifiutato. Rispetto all’attuazione degli Accordi di San Andrés, abbiamo fatto la proposta della lettera aperta, un ulteriore passo, in cui, per la prima volta, abbiamo risposto ad ognuna delle condizioni poste dall’EZLN. Fino ad ora non ci hanno risposto. Riguardo al progetto della COCOPA, il governo nella lettera aperta non vi si oppone, propone uno schema che includa l’EZLN e che sia determinato dal Senato in base agli Accordi di San Andrés. Rispetto alla proposta di consolidare la CONAI, questa si è sciolta senza consultare le parti; ha soltanto presentato il suo atto di scioglimento. Nella lettera aperta proponiamo una nuova intermediazione che sia nazionale, apartitica e civile. In questo senso abbiamo già nominato i rappresentanti governativi per la COSEVER. Rispetto al mettere fine alla militarizzazione e alla paramilitarizzazione, il governo è disposto a trattare con l’EZLN riguardo le posizioni tattico-operative; noi siamo disposti a discutere le posizioni. Quando mi dicono che le proposte della lettera non hanno seguito per la presenza dei militari, rispondo che nelle 5 condizioni poste dall’EZLN non è chiesto il riposizionamento dell’esercito, il che ci porta a dubitare sull’atteggiamento positivo dell’EZLN rispetto al dialogo.
Arias: L’EZLN ha dichiarato guerra allo Stato, quindi è normale che uno Stato persegua un gruppo armato ed eviti scontri con le comunità. Rispetto alla raccomandazione riguardante l’accesso alla giustizia e la fine dell’impunità, il governo ha promosso, dall’agosto del 1998, una crociata nazionale contro la violenza e l’impunità con un ampio programma concertato tra la Federazione e gli Stati, e questo si sta già applicando. Per quel che riguarda il Chiapas, sull’accesso alla giustizia nella zona indigena, stiamo lavorando alla creazione di tribunali indigeni che non esistevano. In quanto all’amnistia, nella lettera si sollecita la liberazione di prigionieri politici e dal 7 settembre fino ad oggi sono state liberate 48 persone. Ritorno dei desplazados: dal 1998 ad oggi, si è ottenuto il rientro del 30%; si continua il programma sanitario del governo lì dove ci lasciano entrare. Tra il 1998 e il 1999 sono morte 4 persone di salmonellosi, due minorenni e due adulti, per non aver voluto far entrare il servizio sanitario. In Messico è stata creata una commissione interministeriale per i diritti umani cui partecipano il ministero degli esteri, degli interni, la Marina, l’esercito e la PGR. C’è stata anche una riunione del Senato che ha concesso piena autonomia alla CNDH (Commissione Nazionale per i Diritti Umani).
Rabasa: Rispetto a un relatore dell’ONU, il governo del Messico ha insistito affinché venisse la signora Mary Robinson. Con questo, in un certo senso, siamo venuti incontro alle vostre raccomandazioni e siamo a vostra completa disposizione.
3. Intervista con il responsabile dell’Instituto Nacional de Migración (INM) Alejandro Carrillo Castro
26 novembre 1999.
Quest’intervista si è svolta nella sede dell’INM, a Città del Messico, cui hanno partecipato, oltre al signor Carrillo Castro, altri funzionari di questo dipartimento del Ministero degli interni (SEGOB).
Carrillo Castro, sin dall’inizio, ha condotto l’intervista in un tono cordiale, affermando, più volte, la buona disposizione dell’Amministrazione messicana nei confronti dell’osservazione dei diritti umani, dal momento che, il governo del suo paese non ha nulla da nascondere e che, peraltro, si trova nettamente schierato tra i difensori dei diritti umani in tutti i forum internazionali. Dopo questa sua introduzione, Carrillo Castro si è mostrato disposto a rispondere a qualsiasi tipo di domanda.
Abbiamo iniziato con il fargli presente che, quanto meno, sembrava contraddittoria la politica restrittiva del suo dipartimento nei confronti dei gruppi e delle persone osservatori dei diritti umani con la difesa, di quegli stessi valori, che il governo, rappresentato dalla sua persona, diceva di incarnare.
Carrillo Castro ha risposto ripercorrendo la linea lungo cui si è mosso, durante gli ultimi anni, il suo dipartimento rispetto ai gruppi di osservatori dei diritti umani. Ha indicato che la Costituzione del 1917 era, effettivamente, diffusa, nella sua stesura, riguardo alla "non intenzionalità politica" che si esigeva agli stranieri in Messico. Per questo era necessario concretizzare la proibizione al fine di rendere chiari i limiti di ciò che si considerava "espressione politica" permessa agli stranieri. In questa direzione, quindi, l’articolo 11 riconosce il libero transito degli stranieri, salvo i casi contemplati nelle Disposizioni che lo sviluppano.
Fin dal 1994, sempre secondo Carrillo Castro, l’Amministrazione ha deciso di aprire la strada alla presenza di osservatori nei processi elettorali, aprendo un dibattito interno sull’ampliamento di questa all’ipotesi di ambiti non elettorali - e qui rientrerebbe l’osservazione dei diritti umani – e sui limiti – zone di conflitto, numero dei componenti del gruppo, comportamento rispettoso della vigente legislazione - che questa estensione dovrebbe contemplare. Durante questo processo, determinate organizzazioni messicane… il Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de las Casas si è arrogato la competenza di concedere "visti di osservatore", fatto che, secondo lui, eccedeva, evidentemente, dalle competenze legali dell’organizzazione emittente e situava gli stranieri, possessori di detto accredito, alcuni di questi in modo ingenuo e ben intenzionato e altri non tanto, in una situazione di illegalità.
Abbiamo, quindi, manifestato il nostro disaccordo rispetto alla sua lettura dei fatti, argomentando l’assurdità che, in una qualsiasi democrazia occidentale, ci fosse bisogno di un permesso per verificare in situ la situazione reale dei diritti umani. Come esempio della contraddittorietà delle sue posizioni, gli abbiamo esposto i problemi che la CCIODH aveva avuto per realizzare il suo lavoro, date le restrizioni alla concessione del visto FM3 ai suoi componenti.
Carrillo Castro ha espresso che il problema radicava nell’atteggiamento che i gruppi di osservatori avessero adottato, differenziando chiaramente tra coloro che venivano a svolgere un lavoro serio e a non creare problemi – tra i quali ha citato la CCIODH -, e quei gruppi – ha posto come esempio la visita della Commissione italiana "Ya Basta" – il cui obiettivo reale non era l’analisi della situazione dei diritti umani, ma, bensì, l’appoggio a gruppi armati insorgenti e il creare problemi all’amministrazione messicana. Nei casi come il nostro, la CCIODH, l’Amministrazione adottava un atteggiamento generoso, come avevamo potuto comprovare noi stessi, dal momento che, a costo di non attuare la normativa che limita a dieci il numero massimo di concessioni del FM3 per ogni gruppo di osservatori, nel nostro caso, avevano rinunciato a "realizzare una lettura restrittiva della normativa", ampliando a 11 il numero degli FM3 e permettendo ai membri della CCIODH che non possedevano il visto di svolgere liberamente il loro compito
Gli abbiamo risposto che non ammettevamo alcun tipo di restrizione all’osservazione dei diritti umani ma che, giocando ancora sul suo terreno, la CCIODH non era un gruppo bensì una "piattaforma" di gruppi, il che impone un’altra interpretazione della norma. Al tempo stesso, abbiamo fatto notare che non era vera l’assenza di ostacoli, dato che l’insicurezza ci ha accompagnato per tutto il viaggio, sia per il rischio di essere espulsi sia per le condizioni, come, ad esempio, i forti controlli militari in Chiapas e l’inseguimento di gruppi di nostri osservatori da parte di veicoli senza targa che hanno fotografato, con un atteggiamento di sfida, i membri della CCCIODH.
La sua risposta è stata che, anche se l’Amministrazione aveva mostrato chiaramente una disposizione al dialogo con la CCIODH, non poteva essere responsabilizzata degli eccessi di alcune persone che, d’altra parte, senza alcuna prova stavamo collegando ai corpi di polizia.
Ha insistito sul fatto che il numero massimo di dieci persone per gruppo e la limitazione dei giorni di permanenza nel paese, erano misure orientate, esclusivamente, a garantire l’efficacia e la sicurezza dei membri delle organizzazioni non governative straniere sul suolo messicano. L’Amministrazione, però, è aperta all’apprendimento e all’esame mutuo con organizzazioni che, come la CCIODH, dimostrino serietà e responsabilità. Inoltre, su questa linea, attualmente stanno studiando la possibilità di aumentare a più di dieci il numero degli osservatori per gruppo.
Infine, gli abbiamo chiesto in che modo influivano su quelle che, per noi, restano delle misure restrittive poste dall’Amministrazione messicana al lavoro di osservazione, le recenti sentenze favorevoli ai ricorsi presentati da osservatori stranieri espulsi dal Chiapas.
Dando per conclusa la riunione, Carrillo Castro ha preferito non pronunciarsi sui temi giuridici che ora sono competenza dei tribunali, ma ha di nuovo insistito sulla disponibilità del suo governo ad agevolare il lavoro di qualunque gruppo di osservazione disposto a rispettare le leggi messicane e a svolgere la propria funzione con rigore ed indipendenza.
4. Intervista con il governo dello stato del Chiapas
22 novembre 1999
Una delegazione della CCIODH si è incontrata nella città di Tuxtla Gutiérrez con alcuni rappresentanti del governo statale del Chiapas. All’intervista hanno partecipato i seguenti funzionari: Alfonso Utrilla Gómez, Segretario per lo Sviluppo Agricolo; Eduardo Montoya Lievano, Procuratore Generale della Giustizia del Chiapas; Cesar A. Corzo Velasco, Segretario per lo Sviluppo Turistico; Ismael Delfín Cristiani, Segretario Tecnico di Governo; José Alfredo Castellanos Domínguez, Sottosegretario per lo Sviluppo Sociale; Lourdes Morales, Coordinatrice dell’Area dei Diritti Umani. Quanto segue è la trascrizione dell’intervista:
Governo del Chiapas: Riguardo all’assistenza ai desplazados, il governo dello Stato è intervenuto nel campo della salute e dell’istruzione, dove ha messo a disposizione tutti i servizi necessari alle comunità. Si sta lavorando ai rifornimenti in coordinamento con la Croce Rossa. Stiamo collaborando con loro, offrendogli un lavoro organizzato che si sta conducendo nelle comunità di Polhó, Acteal, X’oyep, Tzanembolom, Tzajalchén, per citarne alcune. Tutto questo avviene in un ambito generale per intervenire sul tessuto sociale delle comunità, svolgendo un lavoro adeguato quando i desplazados devono rientrare nei loro villaggi. Nel lavoro inerente al loro ritorno, abbiamo un atteggiamento imparziale verso quelle comunità che accolgono di nuovo le persone sfollate. Stiamo quindi dando un’assistenza egualitaria, un’assistenza contundente, in tutte quelle azioni governative che si stanno realizzando nell’ambito della salute, istruzione, distribuzione e somministrazione di alimenti. Queste azioni sono attuate in modo coordinato dalla Croce Rossa Messicana, dalla Croce Rossa chiapaneca e dal governo dello Stato, attraverso la segreteria della protezione civile, oltre che in modo programmatico, ben definito rispetto a come arrivare alle comunità, portare assistenza e rifornimenti sufficienti. Questo è quanto facciamo in materia di assistenza.
Penso che, fondamentalmente, ciò che dobbiamo rendere evidente è che gli interventi del governo derivano da una volontà condivisa con le comunità, convinte e non obbligate, a prendere la decisione di incorporarsi nuovamente ad una vita armonica, perché le attuali condizioni di sicurezza, di rispetto, dei diritti, permettono che questo possa avvenire con garanzie per tutte le persone. È importante ricordare qui che l’assistenza sanitaria, educativa, abitativa, alimentare e di opportunità lavorative si svolgono in modo equilibrato tra chi è rimasto e chi fa ritorno. Non abbiamo chiapanechi di prima o di seconda classe! Chi torna è benvenuto, non è obbligato a farlo, ma le condizioni sono migliorate e molti desplazados stanno ritornando, per propria volontà, reintegrati e reinseriti nelle proprie comunità. Questo è un fatto di grande importanza e lo potrete riscontrare nelle vostre osservazioni e nelle vostre visite.
Un altro tema che abbiamo trovato di interesse nel vostro dossier, è quello relativo ad aspetti della giustizia. Emergono varie parti di questa nota sulla giustizia e relative a questo tema, che è molto connesso a quello della sicurezza; desidereremmo che il signor procuratore commentasse questo punto. Sappiamo che in seguito vi riunirete con il Presidente del Tribunale che potrà comunicarvi maggiori informazioni sull’aspetto propriamente della giustizia, sull’ambito della divisione dei poteri esistente in Chiapas, dove viene rigorosamente rispettata; ma, poiché un fatto è così legato ad un altro, chiediamo al signor procuratore di fare un qualche commento al proposito, perché esistono ordini di cattura, c’è un miglioramento nelle condizioni di sicurezza e si è ristabilito un clima di fiducia.
Funzionario: Riguardo al primo tema, quello dei desplazados, è importante farvi conoscere che nei giorni scorsi, il presidente municipale di Chenalhó - l’area con maggior incidenza di popolazione sfollata - ha fatto una serie di dichiarazioni, messe per iscritto e firmate anche da sessantatré agenti municipali di Chenalhó, dove danno avviso a tutti i desplazados chiedendo loro di tornare ai luoghi d’origine. Questo documento da loro firmato verrà consegnato alla CCIODH, nel caso non siate ancora stati a Chenalhó, altrimenti ve lo darà qui il presidente municipale. In esso viene offerta protezione a tutte le comunità del municipio di Chenalhó, si rispettano su tutto ciò che corrisponde alle aree in cui hanno piantato il caffè, si appoggia la popolazione e le vengono restituite le abitazioni; inoltre viene data la sicurezza richiesta affinché vengano bene accolti e possano così reinserirsi nelle loro comunità d’origine.
Questo è importantissimo, perché prima non esisteva questa comunicazione diretta tra i desplazados e le autorità municipali. Proprio per questo, questa attenzione che si vuole offrire, e che si sta già offrendo, ai desplazados di tutta la zona di Chenalhó, è stata manifestata tre volte al governatore dello Stato e resa pubblica su tutti i mezzi di comunicazione. Questo è molto importante e gli si sta dando priorità.
Eduardo Montoya Lievano: Signori, io rappresento ciò che è la procura della giustizia nello Stato del Chiapas e, sicuramente, dopo la sicurezza interna dello Stato, è quella di maggiore importanza e al tempo stesso, la più dibattuta.
So che voi venite qua con mezzi leali. So che voi siete gente pensante. Sicuramente sapete che quando il governatore Albores inizia a farsi carico del Chiapas, del potere esecutivo, si trova davanti, tra altre cose, il problema più grave di tutti: la sfiducia. Una sfiducia generata perché dal 1994 al 1997, le autorità incaricate di offrire sicurezza giuridica a tutta la popolazione, hanno sicuramente equivocato la politica di buona fede del governo federale, nel senso di privilegiare il dialogo. Tuttavia, questo privilegio è andato a gruppi di delinquenti, dal 1994 al 1997, sotto "protezione" tra virgolette, perché il governo dello Stato non ha mai fatto connessione tra l’EZLN e i gruppi di delinquenti. Nondimeno, abbiamo riconosciuto e l’opinione pubblica se n’è accorta, gruppi di delinquenti organizzati dediti al sequestro, al contrabbando, all’assalto, al furto, all’omicidio, cresciuti in modo incredibile all’ombra del movimento sociale. Questo, lo ripeto, sotto il pretesto del movimento armato. In un dato momento, l’autorità ha avuto paura di applicare la legge poiché temeva avrebbe compromesso il dialogo. Si è trattato di un’interpretazione erronea della buona fede del governo federale. Perché un’interpretazione erronea? Perché con questo si è generata impunità. L’impunità è la mancata applicazione della legge al suo momento contro i delinquenti. Questo cos’ha provocato? Ha provocato, tra altre cose, che la gente decidesse di farsi giustizia da sé. Volete un esempio? Acteal. Questo triste esempio di Acteal, ha fatto sì che il governatore Roberto Albores sentenziasse che nel Chiapas non dovrà più accadere una cosa simile. Da lì il suo impegno è stato: "Applicheremo la legge".
Vedo che voi siete in buona fede, come vi dicevo prima, ho letto i vostri precedenti e so che mi capirete nella mia figura di procuratore della giustizia. Noi non perseguiamo idee, né religioni, né posizioni politiche. Questo è stato messo bene in chiaro. Voglio dirvi che sotto la guida di Roberto Albores Guillén, la procura della giustizia dello Stato si è rigenerata. Innanzi tutto si è pulita da sé. Abbiamo dovuto incarcerare molti poliziotti corrotti, dei pubblici ufficiali che non facevano il loro dovere. Ora abbiamo dato loro la preparazione necessaria. Cosa è stato detto, però, all’opinione pubblica? Quello che asserisce il sistema di sicurezza nazionale. Abbiamo già quasi il 100% dei sequestratori in carcere, coloro che da tempo erano all’opera. Abbiamo già quasi del tutto sradicato il contrabbando e l’agguato sulle strade. Sì, questo aveva messo in fuga il capitale dal Chiapas e ci aveva danneggiato tutti senza distinzioni: impresari, indigeni e meticci. Senza l’arrivo di capitali in Chiapas, eravamo un popolo sempre più impoverito e, nonostante che qui generiamo ricchezza, energia elettrica e petrolio, siamo un popolo povero. In questa situazione, la cosa più importante di tutto, è stata la determinazione del governatore: la legge viene applicata senza distinzione alcuna. Non permetteremo un altro Acteal. Le autorità non commetteranno più omissioni. La cosa più importante, però, è che il governatore Albores riconosce, e ha riconosciuto fin dall’inizio del suo mandato, che la causa che ha dato origine alla ribellione armata era giusta. Il governatore Albores ha assunto come proprie le bandiere della giustizia sociale, della giustizia di fatto, e così, il portare il progresso alle comunità. Quindi, l’unico modo perché il Chiapas potesse uscire dall’impasse è far sì che le istituzioni facciano il loro dovere. Sfortunatamente, però, i gruppi più radicali hanno voluto trovare, per ognuna di queste buone azioni, dei pretesti per affermare che il governatore Albores vuole far scontrare i gruppi tra loro, mentre, in fondo, quanto voleva fare il governatore era: facciamo giustizia, affinché non accadano più altre stragi come Acteal; facciamo sì che l’autorità compia il proprio dovere morale, affinché la società creda in noi. Ora, signori, siamo il secondo Stato del sud est della Repubblica Messicana con il minore indice di delinquenza. Le statistiche parlano da sole. Questo è avvenuto in soli diciannove mesi ed ha implicato uno sforzo enorme. Tuttavia, questo non ha nulla a che vedere con la determinazione politica di continuare ben disposti al dialogo, e voi ora ne siete a conoscenza. Il suo servitore, il procuratore della giustizia, su ordine del governatore del Chiapas e in relazione alla lettera aperta inviata dal governo federale per la ripresa del dialogo, ha prosciolto 48 persone in attesa di giudizio, tutti simpatizzanti zapatisti. Questo è appena accaduto, gli ultimi prigionieri sono usciti 36 o 48 ore fa. Non sono stati assolti, ma li abbiamo liberati in assenza di reati di sangue. Il governatore Albores ha preso questa decisione, quella di fare il primo passo, e noi continueremo a farne molti altri. Stiamo lavorando con il potere giudiziario del Chiapas che è un potere diverso, è un potere indipendente dal nostro. Sul tema della sicurezza, stiamo lavorando insieme al presidente del tribunale di qua. Ci saranno centinaia di casi da esaminare. Speriamo che la settimana prossima io abbia in mano un elenco per poter così, con l’autorizzazione del governatore, desistere dal procedere e, altri simpatizzanti zapatisti che non sono incorsi in gravi reati, possano essere liberi di uscire. Perché, vi ripeto, noi non perseguiamo alcuna ideologia politica, che questo sia ben chiaro, stiamo perseguendo i delinquenti. Siamo stati criticati in molte occasioni, ma senza alcuna giustificazione. So che voi capirete il messaggio di chi ha la responsabilità della sicurezza davanti alla legge, davanti alla società e davanti al governatore del Chiapas. La storia ci giudicherà come un governo che in questo momento sta cercando di fare il proprio dovere. La società altrimenti non crederebbe più in noi. L’allevatore era già sul punto di comprare la sua pistola per difendere il suo rancho, perché non entrassero a rubargli il bestiame. Il contadino voleva già comprare il suo modesto fucile calibro 22 per difendere il suo ejido. Questo non poteva continuare ad accadere in Chiapas. Recentemente, poco tempo fa, da alcuni giorni, si è verificato un conflitto grave tra contadini che avevano imbracciato il piccolo fucile calibro 22 per un problema di terre. Abbiamo arrestato le autorità dell’ejido. Sia ben chiaro, per noi è uguale mettere in carcere un politico, un ricco o un campesino che non hanno capito che non possono più farsi giustizia da sé. È un lavoro difficile, ma ci stiamo riuscendo. Le statistiche parlano da sole. Speriamo che questo sia il cammino perché, se continuiamo a toccare troppo soavemente la società tutta, allora arriveremmo alla conclusione che la legge è di troppo, che non avrebbe più ragione di esistere nella Costituzione una legge penale; di conseguenza, la legge della giungla ci danneggerebbe tutti e, in poco tempo, nascerebbero gruppi di civili armati e ognuno di loro difenderebbe il suo modo di pensare, la sua religione, il suo partito politico. In Chiapas, questo, non deve accadere. Qui, il governatore Albores, contrariamente a tutto quello che hanno detto i gruppi che vi hanno informato dall’estero, vuole che noi li disarmiamo tutti. Inoltre, voglio dirvi che ogni giorno abbiamo il nostro personale sparpagliato, l’avete sicuramente visto sulle strade. I nostri poliziotti, perfettamente identificati, non più quel genere di poliziotto inetto, sgarbato, no, ma quello che tratta tutti nello stesso modo. Dall’auto di lusso al camion, gli agenti chiedono in modo rispettoso, il permesso di svolgere il controllo, affinché non trasportino armi o droga. In questo senso, in Chiapas si è molto abbassata la percentuale dei decessi per morte violenta. L’ideale, però, sarebbe che tutti, un bel giorno, deponessero qualche piccola arma che possiedono perché non hanno fiducia nella legge. Perché compro la mia pistola? Perché la polizia non fa niente. Noi vogliamo dimostrare loro che la polizia, sì, agisce e che è onesta, e non tollera più che io vada in giro con la mia arma, perché non ce n’è bisogno, perché il mio avversario merita rispetto.
In Chiapas ci sono villaggi come Agua Fria. Conoscerete sicuramente il problema di Agua Fria. Toccò a me, occuparmene, quando ero viceprocuratore operativo. Vi andai di persona il giorno che accaddero i fatti e vi dico che, quasi personalmente ho arrestato il responsabile. In tutti i villaggi avviene che tra fratelli - in un paesino di appena dodici casette - si odino tanto tra loro, perché non sono capaci di accettarsi: tu sei perredista, e non te lo perdono; tu sei priista, e non te lo perdono. Questo genere di odio si era generato anche qui. Ora si sono già abituati ai nostri pattugliamenti, si sono già accorti che non li facciamo oggetto di persecuzione. È per la loro propria sicurezza. Agua Fria non voleva la presenza della polizia. Andai a parlare con loro in tre occasioni, su ordine del signor governatore, e, credetemi, mi fa molto piacere sapere che adesso la polizia va e viene da lì e che gli agenti ricevono sia dai perredisti sia dai priisti, l’invito a bere una bibita; a volte portiamo loro degli aiuti. La causa dell’odio, era perché questo ragazzo (José Tila, assassinato nel 1998, cui è stato dedicato il precedente dossier della CCIODH, N.d.T.) è stato oggetto di un’imboscata tesa in modo così scaltro e questo fatto avrebbe portato come conseguenza che, se non intervenivamo, in poco tempo tutta la famiglia dell’assassino sarebbe stata trovata morta, perché c’era la necessità di vendetta. Attraverso la nuova politica del signor Roberto Albores, si è riusciti ad evitarlo. Questo è, a grandi linee, una parte del progetto che riguarda la procurazione della giustizia, signori.
Cesar A. Corzo Velasco: Nella riunione che si è tenuta ieri, voi avete mostrato interesse a conoscere, oltre ai temi specifici che hanno trattato l’ingegnere e il signor procuratore, un altro tema relativo al vostro precedente dossier: qual era e qual è l’azione e l’orientamento del governo in relazione ai diritti umani? Molto brevemente, per non abusare del vostro tempo, vorrei fare alcuni commenti aggiuntivi. Uno di questi, forse da cui parte tutto il resto, si riferisce al tema citato dal procuratore: garantire l’applicazione della legge e stabilire lo stato di diritto. Questa è una delle priorità che l’amministrazione del governo di Albores ha fissato come uno degli obiettivi di maggiore importanza. Per riuscirvi, abbiamo avuto un primo incontro con tutto il popolo del Chiapas. È stata fatta una grande consultazione, una votazione senza precedenti, in cui tutta la società, i campesinos, gli impresari, gli allevatori, gli indigeni, gli studenti, hanno espresso quale fosse il loro reclamo più urgente, e il maggiore è stato l’ordine, l’applicazione della legge, lo stato di diritto, la sicurezza. In quella direzione, si è focalizzata la prima azione del governo. Evidentemente, affinché questo fosse congruente, c’era la necessità di rafforzare l’aspetto legislativo e di dotare tutta l’azione del governo di un ambito giuridico. In quest’ambito giuridico, abbiamo trovato soluzioni molto importanti: come la legge sui diritti e la cultura indigeni, che ha apportato un significato specifico riguardo alle tradizioni, la conoscenza che la comunità indigena ha i suoi propri concetti di vita, e l’inquadramento di questo concetto di vita indigena con i loro stessi costumi, usi, tradizioni e giustizia, in un quadro istituzionale. È cessato lo scontro. Di complemento, c’è stata consapevolezza. Oggi, lo avrete visto nelle comunità indigene, le autorità tradizionali convivono con quelle costituzionali. Siamo riusciti ad ottenere questa possibilità di convivenza. Abbiamo lavorato intensamente, anche nell’avvicinare il governo a tutte le comunità, nel dare un quadro costituzionale a realtà, di vicinanza e di partecipazione nel governo, abbiamo fatto dei passi avanti, e ne stiamo facendo altri. Nell’ambito della creazione di nuovi municipi, la rimunicipalizzazione è all’interno della legge, nel suo rispetto. C’è chi sta cedendo spazi per i nuovi municipi e chi sta cogliendo le nuove opportunità del nostro governo. Sono sette i municipi costituiti giuridicamente e nel pieno rispetto della divisione dei poteri: proposti dall’esecutivo, sanciti dai deputati del nostro potere legislativo. Il governatore fa la proposta, trasmette l’iniziativa e, evidentemente, la soluzione arriva da coloro che hanno il compito di legiferare. In Chiapas e in Messico, è il potere legislativo a legiferare. Abbiamo avuto una certa cura perché ciò si realizzasse in questo modo. Inoltre, abbiamo la giustizia indigena come un esempio da seguire per tutto il resto delle nostre responsabilità con le comunità. Oggi abbiamo tribunali di pace e di coscienza indigena, in cui le autorità tradizionali, nei loro usi e costumi, senza staccarsi dall’ambito costituzionale, hanno la possibilità di trattare le condizioni specifiche, come quelle che necessitano dell’impartizione della giustizia che dia rispetto a questa tradizione e a questo costume.
Evidentemente, è anche importante menzionare quanto prima diceva, con dovizia di particolari, il signor procuratore. Riguardo alla sicurezza, non si tratta solo di far calare l’indice dei delitti, ma la libera circolazione sulle strade del Chiapas, senza blocchi stradali né sparatorie. Con assoluta precisione, possiamo assicurare che, durante l’amministrazione di Roberto Albores, non c’è stato un solo blocco stradale che non sia stato risolto. Preciso che mi riferisco a quelle che corrispondono alla sua amministrazione. Abbiamo continuato, innanzi tutto, a cercare di risolvere quelle situazioni in cui si è imbattuto questo governo e che continuano a presentarsi. Non ci sono più sequestri. Abbiamo indagato tutto e stiamo risolvendo il problema. Non esiste l’impunità verso nessuno, né squilibri nell’applicazione della legge. Si è parlato molto su temi che sembrerebbe non debbano essere trattati ad un tavolo, e men che meno da parte del governo: l’aspetto del disarmo. Che sia chiaro, con questo non si pretende in Chiapas di creare una situazione che disconosca la legislazione federale. Il Chiapas favorisce le possibilità di questo transito alla normalità e al lavoro, perché il governatore e il governo sono convinti che è attraverso il lavoro, il recupero della fiducia, l’opportunità di avere un’entrata, la possibilità che ci siano cibo, salute o vita, che verrà consolidata la pace. La pace non si consolida per decreto. Chi non ha opportunità deve cercarle. In Chiapas stiamo creando le opportunità, senza invadere il terreno federale, essendo un ponte tra chi decide di fare qualcosa e chi ha il compito di risolverlo. Naturalmente non c’è invasione, non c’è alcun disconoscimento o indisciplina. Sono azioni, una dopo l’altra che vanno a dare sempre più senso. Però, perché fare ciò senza un ambito reale? Esiste una commissione statale per i diritti umani. Non ci sono precedenti su quanto ha fatto il Chiapas rispetto alle commissioni di diritti umani. La nostra commissione ha autonomia, non dipende gerarchicamente dall’esecutivo. Possiede caratteristiche di un organismo di Stato che ha la possibilità agire con un proprio criterio e di intraprendere un suo percorso. Il governatore l’ha rispettata e ha trasmesso l’iniziativa al Congresso per conferire piena autonomia alla commissione statale per i diritti umani. La nomina del presidente della commissione statale si svolge su proposta del governatore, con una terna di nomi e viene sancita dal Congresso. Non ci sono precedenti. Nessun altro Stato, oppure se c’è non così chiaramente come il Chiapas, ha preso la decisione di dare alla commissione questo spazio e questa rappresentatività. Il nostro rapporto con la commissione statale è rispettoso, ma stretto. Non la consideriamo come un organismo di fastidio, ma, al contrario, come un organismo di aiuto, di arricchimento. Diamo seguito alle denunce, rispettiamo le raccomandazioni. A volte siamo d’accordo, a volte no, ma li rispettiamo. Anche con la commissione nazionale abbiamo attualmente un esercizio assolutamente istituzionale e rispettoso. Prendiamo in considerazione ciò che può essere imputabile all’amministrazione del governatore Albores, ma quasi non abbiamo ricevuto alcuna raccomandazione su questo esercizio o su questa amministrazione di governo. La maggioranza di quelle ricevute corrispondono a fatti successi prima dell’arrivo del governatore. Siamo istituzionali, con la commissione nazionale abbiamo, tutti i mesi, una riunione di avvicinamento per conoscere come stiamo risolvendo la difficile questione e prendendo credito, non sulla carta, ma nei fatti. Infine, la nostra realtà è buona quanto basta per non disconoscere che in alcune cose siamo in grado, altre no, ma facciamo lo sforzo e tutto quanto ci è possibile. Il Chiapas è un altro Chiapas. Oggi il Chiapas realizza uno sforzo molto orientato all’attività produttiva, alla comunicazione, alla creazione di opportunità d’impiego, all’equilibrio delle comunità, al rafforzamento nel campo sanitario e abitativo. In Chiapas sono state costruite in un anno, o anno e mezzo, più o meno, più di 20.000 abitazioni. Non c’è nessuno che fa altrettanto. In più lo facciamo in modo partecipativo, lavorando insieme alla comunità, con la supervisione del governo, con l’accordo di tutti. La virtù del governo di Albores è di star avvicinando il processo della presa di decisioni alle comunità. Oggi abbiamo i consigli comunitari che sono organi di partecipazione della comunità. Le comunità vengono consultate, le comunità danno la loro opinione, le comunità decidono quali opere e in che luoghi, secondo maggioranza e consenso. Il governo non è autoritario, è un canalizzatore. Come ha giustamente detto il procuratore, l’insurrezione sociale in Chiapas è guidata da Roberto Albores. L’insurrezione sociale, cioè la protesta, la guida il leader dell’insurrezione sociale, che è lo stesso governatore. Noi non ci scontriamo, ma che nessuno venga a fare il leader, perché lo stesso governatore che riconosce ed è lo stesso governatore che arresta. E questo, insisto, è dimostrabile con i fatti. Come si diceva prima, voi siete arrivati in Chiapas da diversi giorni, sapevamo della vostra presenza ma non abbiamo interferito. Vi sarete accorti che nessuno vi stava vigilando, né ci sono state intromissioni da parte nostra. Questo starà a voi, se voi non lo chiedete, non avverrà. Siamo sicuri di essere sulla buona strada. Siamo così sicuri che, né per la vostra visita, né per la visita della signora Robinson, stiamo facendo alcuna dissimulazione. Accettiamo la nostra realtà, siamo quel che siamo e siamo orgogliosi di come stiamo andando. Questo è un po’ il profilo di cosa c’è in Chiapas.
Vorremmo sapere, per favore, dei prigionieri. La CCIODH ha fatto visita ai prigionieri nel carcere di Yajalón: loro dicono, primo, di essere stati ingiustamente accusati di delitti senza alcun fondamento; secondo, di essere considerati come prigionieri politici e, tuttavia, vengono mescolati con i prigionieri comuni; terzo, di non ricevere assistenza medica. Se si ammalano, devono pagare il medico e se non hanno i soldi, non possono curarsi. Cosa pensate di questo?
Credo che questa proposta la trasmetteremo, in tutto il suo contenuto, al governatore. Per quanto riguarda i prigionieri politici, l’esposizione è stata molto chiara. Spero che voi vediate altrettanto chiara la mia esposizione. In Messico, il "Ministerio Público", ossia, la procura della giustizia dello stato, è la sola istituzione che può svolgere indagini e perseguire i reati. L’organo giudiziario, in se stesso, non può farlo. Il "Ministerio Público", per portare davanti a un giudice, deve prima dimostrare che è stato commesso un reato e i reati sono definiti all’interno del codice penale. Il codice penale dice: chi commette reato di omicidio, questo, questo e questo; chi commette reato di contrabbando; chi commette reato di esproprio, ecc.
Normalmente, in Chiapas, ci imbattiamo in casi come quello in cui alcuni membri di partiti politici, incluso il PRI, sono incorsi in gravi reati e in altri meno gravi come il reato di esproprio. Proprio ieri sera, a Yajalón, abbiamo avuto un incontro con i dirigenti dell’organizzazione "La Voz de Cerro Hueco". Ci hanno dato la lista di all’incirca 104 o 110 presunti prigionieri politici e, voglio dirvi, avevamo la migliore intenzione di esaminarla, ma, per cominciare, non esistono reati politici. Ci sono però reati che hanno origine nella questione del possesso della terra, com’è stato qui per molto tempo ma, come diceva il signor segretario del turismo, oggi è una realtà dare sicurezza sia all’ejidatario sia al piccolo proprietario; sì, dare loro la medesima sicurezza di poter lavorare la propria terra senza timori, quello che prima non succedeva. In precedenza c’erano invasioni di ejidatarios nei confronti di ejidatarios, di ejidatarios nei confronti dei piccoli proprietari, di piccoli proprietari che sconfinavano in terre comunitarie, ecc. Sappiamo che questa situazione esiste, ma nel codice è prevista come un reato. Questo tipo di reati hanno iniziato ad essere risolti dalle autorità agrarie a partire dalla nomina di Roberto Albores. Sono stati acquistati dei terreni. Allora, nel momento in cui la parte offesa denuncia: "Mi hanno portato via le terre, mi rivolgo al "Ministerio Público". Il "Ministerio Público" ordina il sequestro, emette il mandato di cattura, vengono messi in carcere coloro che hanno prodotto l’invasione e si restituisce il bene e l’ordine giudiziario. Quando, però, il bene è stato restituito, quando la parte lesa ha ricevuto il suo denaro, cerchiamo di rilasciare i reclusi. Dove non sono stati commessi reati di sangue, tentiamo di aiutare il campesino, la povera gente: non sono prigionieri politici. Ma, purtroppo, nel caso di Yajalón, il 98% sono accusati di omicidio. Il problema qui è che non si tratta di prigionieri politici. Il problema qui è che un priista ha ammazzato un perredista, un perredista ha ammazzato un priista. Questi sono delitti, indipendentemente da quale sia la loro ideologia politica, da qui nasce la confusione. Per consegnarli all’autorità competente, occorrono molte prove, testimonianze, prove giudiziarie, ma tutto indica una presunta responsabilità. È il giudice che ha valutato ed ha emesso una sentenza, ma noi non ci impegniamo a desistere in casi gravi come l’omicidio, lo stupro o il reato di sequestro di persona. Purtroppo, molti di questi reati si trovano nella lista dei prigionieri prima menzionata e quindi non se n’è venuti a capo. È molto diverso gestire una situazione di esproprio e una di omicidio. In breve tempo, se si desiste, la stessa commissione dei diritti umani andrebbe contro il procuratore. Dunque, qui in Chiapas non esistono prigionieri politici. Esistono politici che sono prigionieri, ma di tutte le ideologie. Proprio lì abbiamo politici prigionieri che non sono precisamente indigeni né niente del genere.
Ora vorrei approfittare di questo spazio per fare un commento sui municipi autonomi. Ho inteso che voi avreste fatto delle domande su questo tema e quindi mi porto avanti. Il governatore del Chiapas non ha mai ordinato che si smantellassero questi municipi. Vediamo il caso di Taniperla: nell’ejido de Taniperla sono i fittavoli che si querelano, perché i membri del nuovo governo autonomo hanno toccato le terre degli ejidatarios e questi si sono presentati al "Ministerio Público" e hanno chiesto che si applicasse la legge. In questo caso c’era un reato di danno tra contadini. Nel caso di Aguatinta, non vi siamo andati perché non avevano commesso un’azione punibile, ma avevano fatto solo delle dichiarazioni e noi, per questo, non sottoponiamo a giudizio nessuno. Tuttavia, a Taniperla, tra l’altro, avevano delle carceri clandestine, quasi delle gabbie, e di questo ha parlato la stampa, in cui per 17 giorni hanno imprigionato degli stranieri, dei guatemaltechi. Come abbiamo potuto constatare quando ci siamo andati, è stato per un reato di carattere civile e questo è proibito dalla nostra Costituzione. Nessuno può essere privato della propria libertà per un reato di carattere civile. Allora, tra altri reati, vi era quello della privazione illegale della libertà ai danni di stranieri. In questo caso siamo intervenuti e abbiamo arrestato i responsabili del governo autonomo coinvolti in questo. A quel punto è stato sciolto il famoso municipio autonomo. L’obiettivo, però, non è mai stato quello di colpire chi, per una qualche ragione, cercava di sostenere un’azione politica, ma chi stava commettendo reati sanzionati dal codice penale. Ad El Bosque si sono dovuti compiere ordini di cattura perché erano stati commessi nove omicidi nell’arco di tre mesi. Ad essere danneggiate erano delle persone di un ejido che non simpatizzavano con il resto della popolazione e che sono venute in questi uffici, dicendo: "O intervenite o noi, domani mattina alle cinque, andiamo a farci giustizia con le nostre mani." Siamo dovuti andare e, purtroppo, il governo dello Stato ha dovuto assumersi le proprie responsabilità, vi ripeto, perché non vogliamo più altri Acteal, altri scontri tra civili. Quindi, tutto ha la sua ragione d’essere. Qui non ci sono reati politici, ve lo dico in tutta onestà. Il nostro codice penale – con molto piacere vi farò avere il codice penale del Chiapas – riflette reati gravi che sono quelli che attentano contro l’integrità delle persone o contro il loro patrimonio. Riguardo invece al tema della sanità, sarà il signor segretario ad informarvi.
Segretario: Molto bene, riguardo all’assistenza sanitaria che è stata loro data, in relazione alla domanda da voi posta su Yajalón, posso dirvi che sono stati completamente assistiti. Noi facciamo dei controlli permanenti attraverso ognuno dei direttori di questi centri penitenziari ed inoltre ci sono controlli medici periodici perché venga determinato lo stato di salute di ognuno dei reclusi. Abbiate la sicurezza che, da questo lato, noi non riceviamo delle lamentele permanenti.
Ci permette una domanda? Secondo i rapporti di cui siamo in possesso, pubblicati dal Congresso dell’Unione, dalle testimonianze delle comunità che abbiamo visitato e da quanto abbiamo potuto vedere direttamente, ci siamo resi conto che è in atto una militarizzazione o che è possibile pensare esista una forte militarizzazione del territorio chiapaneco. Cosa potete dirci al riguardo?
Bene, io credo che questa è un’esagerazione. Credo che la presenza dell’esercito abbia due significati: la protezione delle garanzie delle persone di fronte alle aggressioni dei delinquenti, poiché chi oggi sta creando disordine nello stato del Chiapas si è convertito più in delinquente che in ribelle; secondo, questa protezione per poterla ottenere dobbiamo lasciare prova d’istituzionalità e non una casistica di scontri che potrebbero darsi tra le medesime comunità che aggrediscono e gli aggrediti. La presenza dell’esercito non è solo su di un piano armato, è sul piano dell’assistenza sociale, di programmi di collaborazione, di rimboschimento, di assistenza alla comunità, di pulizia del letto dei fiumi, di emergenze in generale. Non va oltre lo stretto necessario, è presente perché ci sta aiutando anche nella costruzione di strade, nella ricostruzione nella zona costiera: abbiamo avuto un gravissimo problema a causa delle inondazioni e l’esercito ha avuto un ruolo fondamentale. Anche nel nord dello Stato, dove stiamo affrontando il problema delle inondazioni negli Stati di Tabasco e Veracruz, abbiamo avuto la presenza dell’esercito, come è successo nel Chiapas. Quanto avviene qua in un senso di collaborazione, viene ingigantito in un senso di disorientamento. Hanno voluto che venisse tolto tutto, hanno voluto avere impunità, hanno voluto ritornare a permettere lo scontro tra le nostre stesse genti, hanno voluto imputare al governo dello Stato le responsabilità di aggressione. Ma noi non cadiamo nella trappola, saremo istituzionali. Sono istituzioni di ambito federale. Non dimentichiamo inoltre che esiste una serie di distorsioni rispetto alla possibilità della legge sul dialogo, che non dà impunità, dà uno status di cui bisogna tenere conto e tutti quelli che hanno cattive intenzioni vorrebbero che li togliessimo, per propiziare di nuovo lo scontro e il disordine. La posizione dell’esercito è rispettosa con la sovranità e con il governo dello stato del Chiapas, come il governo del Chiapas è assolutamente rispettoso con la presenza dell’esercito, nient’altro.
Permettetemi di dire che nella legge federale messicana l’esercito ha alcune funzioni molto chiare: combattere il narcotraffico e far rispettare la legge sulla detenzione di armi ed esplosivi. Il Chiapas, purtroppo, è il passaggio obbligato della droga verso gli Stati Uniti: 1) per via della selva; 2) perché, purtroppo, esiste la convinzione che qui potrebbe avvenire una proliferazione della compravendita di armi. Questo potrebbe mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Si stanno compiendo due obiettivi che è un loro obbligo compiere con questi in tutta la Repubblica Messicana. Con questo la ragion d’essere della presenza dell’esercito si giustifica completamente davanti alla legge. È una menzogna che stia perseguitando le comunità filozapatiste.
Non esiste, quindi, una mancata attuazione delle funzioni tra esercito e polizia statale?
Per niente, l’indagine sui crimini la persegue esclusivamente il "Ministerio Público". L’esercito c’è per applicare la legge federale sulle armi e gli esplosivi. I suoi posti di blocco hanno questo fine e le sue incursioni servono a sradicare piantagioni del narcotraffico. Voi ve ne sarete resi conto: c’è gente che, approfittando della situazione, si è dedicata a un cattivo uso dei nostri terreni. Quante estensioni di marijuana e papavero abbiamo scoperto, purtroppo!
Crediamo che dopo i fatti di Acteal, che è stato quel triste avvenimento che ha sensibilizzato l’opinione pubblica messicana ed internazionale, tutto il mondo ha valutato come positiva la razionalizzazione politica e anche la sensatezza politica della firma degli Accordi di San Andrés da parte del governo federale, con l’attuazione di tangenza delle autorità locali e statali, e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Queste sue attuazioni, questo modello, questo programma di governo che voi proponete, che ci sembra abbastanza corretto nel testo e negli scopi, si inquadra o no nell’applicazione di questi accordi e, fino a che punto, questo modello di governo ha ricevuto consenso dalla controparte che ha firmato gli accordi, con l’EZLN o con i suoi interlocutori politici? Perché altrimenti, - Lei ha parlato prima del suo consenso - ci sarebbe un chiaro riconoscimento istituzionale, politico, di una controparte in un conflitto, che inoltre porta al riconoscimento, da parte del governatore Albores, delle cause di questo conflitto. Quindi, fino a che punto avete potuto, e avete avuto la volontà politica, che l’altra parte ne divenga attrice perché il risultato sia l’optimum nella linea degli Accordi di San Andrés?
Penso che voi stessi avete la risposta, perché voi siete gente informata. L’appello reiterato, insistente, spesso più insistente di quanto molti vorrebbero, del presidente del Messico e del governatore, viene fatto in tutti gli ambiti, in tutte le regioni del Chiapas e in tutti i forum nazionali. Si è insistito nell’invitare la dirigenza dell’EZLN affinché si sieda a dialogare. Davanti all’intransigenza non si può dialogare. C’è un’intransigenza totale, una mancanza di rispetto verso le loro stesse cause, figuriamoci verso il governo. Verso le loro origini e i loro presunti obiettivi. Non c’è risposta, c’è aggressione, distorsione. Noi insistiamo, il tavolo è pronto, nel momento in cui loro desiderano. Non solo da parte del Chiapas, che è una circostanza a cui bisogna dar credito, ma l’ambito del conflitto con l’EZLN ha un ingrediente, fondamentalmente, a livello federale. Ma la volontà del presidente, del ministro degli interni, in quanto autorità responsabili, è dichiarata. Lo è anche nelle interlocuzioni che hanno stabilito tramite il coordinatore per il dialogo, ed è avallata e, tutti i giorni, ribadita dal governatore. Il governatore, nel suo ambito, sta praticando il dialogo tutti i giorni, con tutti i gruppi. Non con l’EZLN, perché esiste intransigenza da quell’ambito, ma con i produttori, con i coltivatori di mais, con gli allevatori e con le organizzazioni sociali e con chi è a favore e con chi è contrario. Il tavolo del segretario, il tavolo del procuratore, lo stesso tavolo del governatore, è un tavolo di dialogo e di mutua comprensione. Non esiste autoritarismo, né aggressione, né repressione. In Chiapas si governa con il popolo, per il popolo.
Solo un’ultima questione, vorremmo chiedervi qualcosa sulla giustizia per tutti. Siamo stati alcuni giorni fa ad Agua Fria e ci siamo imbattuti, non solo con la testimonianza diretta, ma con una serie di testimonianze e di dati che avvallano che la nostra richiesta sia più insistente. Riguardo alla morte di José Tila, che non è stata accettata, non diciamo la sua morte, ma la relazione tra questa e la nostra visita, perché è stato assassinato nel febbraio del ‘98,poche ore dopo essersi incontrato con noi. Pochi giorni fa abbiamo parlato con la vedova, il figlio e il padre di questo signore. Mentre stavamo tornando, per strada abbiamo incrociato quattro signori a cavallo che il padre ha identificato come gli assassini. Abbiamo qui il nome di sette persone delle quali solo una è stata arrestata, Mateo López Pérez. Gli altri signori che abbiamo incrociato, non li conosciamo, ma ci fidiamo della parola del padre che, come testimone oculare dell’assassinio del figlio, ci ha detto: "Quelli sono gli assassini, si sono dati alla macchia e sono stati nascosti per un anno, ma ora passeggiano da queste parti. Mi hanno minacciato, dicendo che io sono l’unico testimone. Se sparisco io, c’è impunità". Inoltre, il 18 settembre, questi signori, i López Pérez, che sono Mateo, Plácido, Pablo, ecc., hanno preso a colpi di machete la struttura di legno dell’accampamento degli osservatori. Erano ubriachi e dicevano, in sintesi, che non sarebbe stato fatto niente contro di loro perché sono del governo. Queste sono le testuali parole, perché ne abbiamo preso nota. Quindi ve le trasmettiamo per un obbligo morale ed etico, al di là del lavoro di osservatori. Secondo la linea che Lei ha proposto, che non esiste impunità per nessuno, non capiamo come mai questi signori vadano tranquillamente a spasso e continuino a minacciare il padre della vittima. Noi siamo solo un tramite, non posso fare altro, né nomi, né fatti. Non lo certifichiamo, perché non è questo il nostro ruolo, ma abbiamo l’obbligo, nella linea di attuazione che hanno espresso il governo e la cancelleria di fare giustizia per tutti, di chiedervi di intervenire in modo particolare su questi fatti.
Siate certi, la prossima volta che ci vediamo, che saranno stati arrestati.
Lasciateci però dire che questi signori stanno vivendo ad Agua Fria come se niente fosse. Dato che si tratta di una questione che ci tocca da vicino, vi saremmo grati se poteste informarci sullo sviluppo degli eventi.
Ora vi prendiamo i dati.
5. Intervista alla Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH), sede di San Cristóbal de las Casas
Siamo ricevuti dal Coordinatore Generale per le zone di Los Altos e Selva del Chiapas, Dott. Luis Jimenez Bueno, e dai visitatori aggiunti per la coordinazione delle zone Los Altos del Chiapas, Dott. Josè Alberto Sanchez Osuna e Dott. Jesus Ernesto Molina Ramos.
Prima di dare inizio alla riunione, le persone che in quest’intervista rappresentano la CCIODH comunicano che a causa della conferma ricevuta solo oggi, 24 novembre, della concessione dell’intervista, i nostri compagni con visto FM3 sono in viaggio per Città de Messico, e quindi noi, che abbiamo risposto al loro invito, siamo qui in qualità di accompagnatori:
CNDH:
Per noi rappresentanti della CNDH, è molto importante avere la possibilità di confrontare i nostri punti di vista con voi. Io ringrazio, in nome di quest’ufficio, per l’occasione che ci date. Vi ringraziamo per averci preso in considerazione, è molto importante per noi scambiare punti di vista e poterne parlare. Noi qui stiamo vivendo il problema, ne abbiamo una visione, voi però ricevete dell’informazione che ha un’altra prospettiva. Quindi è molto importante che voi la possiate contrastare. Vi ringrazio per questo e speriamo che nelle vostre future visite a questo paese continuiate a prenderci in considerazione. Siamo a vostra disposizione, stimiamo molto il vostro lavoro e lo teniamo in conto. Qualsiasi commento è valido e molto bene accetto.La
CNDH ha competenza in tutta la Repubblica Messicana, principalmente quando si tratta di atti di autorità a carattere federale, pubblici ufficiali a carattere generale. L’unico ufficio che la CNDH mantiene permanentemente in tutta la Repubblica si trova proprio qui a San Cristobal, dove vi trovate in questo momento. - Perché si mantiene la presenza in Chiapas? Precisamente perché si tratta della zona di conflitto. È molto importante segnalare che il coordinamento del movimento zapatista si è creato dal febbraio del 1994, in pratica dal sorgere del movimento zapatista. Da allora ad oggi si mantiene in pratica una presenza in tutto lo stato per venire a conoscenza del rispetto, o delle violazioni dei diritti umani.- Cosa facciamo noi quando riceviamo le denuncie? Bene, riguardo a questo andrò un po’ oltre.
- Come riceviamo le denunce? Secondo la nostra legge possiamo aprire dei fascicoli dalle denunce ricevute direttamente dalle persone che si dicono danneggiate, possiamo iniziare le denunce d’ufficio. Significa che quando veniamo a conoscenza di un problema di competenza della
CNDH, agiamo immediatamente. Possiamo ricevere denunce per telefono, fax, per lettera o con qualsiasi altro mezzo. Una volta ricevute le denuncie diamo il via alle indagini; ci costituiamo nei luoghi ove si suscitano i conflitti e i problemi. Chiediamo informazioni alle autorità considerate responsabili della violazione dei diritti umani. Valutiamo infine tutto il flusso d’informazione che si ha sui denuncianti, testimoni, sulle autorità, ecc.… a quel punto si pronuncia la CNDH. Agiamo soltanto se il soggetto è un’autorità federale. La prima ipotesi si riferisce agli atti tra privati cittadini, noi però agiamo quando si tratta di autorità federali: l’esercito, la polizia federale stradale, che sono i corpi che vigilano sulle strade. I poliziotti giudiziari e gli agenti del ministero della Repubblica, quello pubblico, entrambi dipendenti dalla Procura Generale (PGR). Altri pubblici ufficiali sono i medici e le infermiere dell’Istituto Messicano per l’Assistenza Sociale (IMSS). Sono considerati anche quei pubblici ufficiali a carattere federale che potrebbero violare dei diritti umani. Oltre al caso dei funzionari delle carceri, che non sono federali, è stabilito dalla legge della funzione nazionale dei diritti umani che trattiamo nelle questioni dei penitenziari e allora possiamo quindi intervenire in qualunque angolo della Repubblica anche se l’autorità è ad esempio municipale, nelle carceri di distretto, oppure nei centri di detenzione sociale dei diversi stati. Vi faccio un commento, questa è la competenza formale, ossia in accordo alla costituzione politica degli Stati Uniti Messicani, e al regolamento interno alla CNDH, però facciamo delle eccezioni.Facciamo un’eccezione, conosciamo la situazione che impera nello stato, che è molto delicata. Conosciamo alcuni precedenti molto chiari, che includono atti particolari di una od un’altra persona che in principio non sono di competenza della
CNDH ma che si possono tradurre poi in un conflitto maggiore e in un problema tra famiglie, tra gruppi sociali, tra simpatizzanti o militanti di partiti politici. Oppure tra comunità, cioè, si tratta di una storia reale che abbiamo davanti tutti i giorni. Quindi, ciò che facciamo quando veniamo a conoscenza di un conflitto è intervenire.- Intervenire per cosa? Per informare le persone riguardo a quali istanze possono rivolgersi per risolvere i problemi. Inoltre, informiamo le autorità che hanno a che vedere con quel problema, che è di loro competenza risolvere. Dipingiamo un quadro della situazione perché intervengano e opportunamente intervengano a risolvere pacificamente, nell’ambito dei diritti umani, il conflitto tra le persone.
- Per cosa? Affinché non ci siano conseguenze e non accadano disgrazie di cui lamentarsi come accaduto nel caso di Acteal. Vi dico questo per darvi un esempio in più.
Non ci limitiamo alla competenza formale ma andiamo oltre. Scriviamo subito all’autorità municipale, alle autorità statali e alle autorità statali, ecc., che non hanno a che vedere con il reclamo formale sui diritti umani, che però compete a loro intervenire, e non solo ma addirittura risolvere il problema. Allora, una volta avvisati, restiamo al pendente.
Nel caso di Acteal avevamo sì ricevuto avviso di cosa sarebbe successo, si erano dati dei precedenti a quei problemi; di fatto il governatore dello stato era stato opportunamente sollecitato per l’adozione di misure cautelari. Non vennero però adottate e così è successo quel che è successo. Si è trattato di un fatto annunciato e parte della responsabilità passò alle autorità governative.
Ora la situazione è diversa. Due anni fa accadevano dei fatti di questo tipo, attualmente avviene un altro genere di accadimenti, forse con alcune costanti. Cercherò di essere più chiaro.
- Quali sono le costanti? Quando voi siete venuti, nel 1998, c’erano gruppi di abitanti che erano costretti a fuggire dalle loro comunità per la violenza interna dei loro posti. Attualmente continua a succedere. Esattamente due settimane fa, circa, membri della società civile "Las Abejas" del municipio di Chenalhó furono obbligate a fuggire da Canolán e si trasferirono ad Acteal. Quindi sì, continuiamo ad avere popolazione sfollata; abbiamo qui dei gruppi che continuano ad essere sfollati.
Anche la presenza dell’esercito messicano è una costante. Ci sono altre situazioni che sono variate un po’ negli ultimi mesi, soprattutto durante il 1998. I conflitti più gravi si sono suscitati dal momento in cui il governo ha iniziato a mettere in atto operativi per intervenire nei cosiddetti municipi autonomi.
Ci sono stati dei detenuti, nel caso di El Bosque, persone che hanno perso la vita. L’ultimo fatto di questo tipo è stato El Bosque, avvenuto nel 1998. Da quel momento in poi non ci sono stati operativi di questa portata.
Noi lo interpretiamo, in un certo senso, come una situazione che non ha generato maggiori conflitti. Continuano ad esserci rimostranze delle comunità nel senso che sono oggetto di qualche genere di pressione da parte delle autorità federali, statali, ecc.… Ma il fatto che le autorità governative non abbiano condotto a termine operativi di questo tipo, lo interpretiamo ciò abbia evitato la comparsa del genere di conflitti come quelli avuti nel 1998.
La presenza dell’esercito nelle comunità:
Abbiamo visitato le comunità per indagare quali ne fossero effetti, quando la comunità ci dice apertamente: la presenza dell’esercito mi danneggia per questo, questo e questo. Allora si interviene sull’esercito, si vede, si analizza la questione e infine la CNDH si pronuncia. Qui c’è in atto una situazione molto delicata, sarò molto franco, e sicuramente ne sarete già informati: ci sono comunità che non ci comunicano informazioni. Ci sono istituzioni considerate da loro governative, allora esse si chiudono. Noi arriviamo alla comunità, tentiamo di ottenere informazioni per avere degli elementi, e quindi, potremmo pronunciarci, conoscere esattamente quali sono le ingiustizie di cui sono oggetto, e, a volte, le comunità non ci comunicano informazioni. Spesso c’è chiusura e ciò rende difficile intervenire in questi casi. Però non significa che vi rinunciamo, ci frena, ci ritarda. Dobbiamo allora bussare ad altre porte, dobbiamo prendere contatti con Ong per vedere se hanno qualche contatto per accedere alla comunità. Allora le procedure per risolvere e affrontare questo genere di problemi sono più lente di come si vorrebbe. Vorremmo muoverci subito ma spesso la comunità non ce ne dà l’opportunità. Il fatto che l’esercito istalli un accampamento non è una violazione dei diritti umani. Ciò che noi dobbiamo conoscere è in cosa consiste il reclamo della gente. L’esercito può prendere possesso di un luogo X, però il fatto di entrarne in possesso non è una violazione dei diritti umani. Ci sono quindi molte conseguenze che possono sorgere dall’occupazione dell’esercito messicano, come ad esempio può essere che si sia installato su un terreno che non è di sua proprietà. Dipende da ogni caso concreto. Se lei mi cita un caso concreto io potrò risponderle. Potrebbe darsi il caso che voi ora avete molti casi in mente, ve ne hanno raccontati moltissimi. Ci sono casi di cui noi non siamo a conoscenza, però perché? Per questa chiusura, di cui vi ho parlato. Allora se voi ci informate, noi possiamo intervenire.
Questo è uno dei punti in cui siamo d’accordo, sull’importanza di tenere questo genere di incontri. Ci sono casi di cui voi farete rapporto che noi aspettiamo ansiosamente per iniziare le indagini. A volte i conflitti sono tra comunità e comunità e non per l’intervento delle autorità.
Denunce sull’esistenza di servizi sanitari nelle carceri:
Sono i casi di attività congiunte della Commissione dei Diritti Umani, già da diversi anni ed esiste una terzo ispettorato generale esclusivo per seguire questioni penitenziarie. Questi, senza la mediazione di alcun reclamo, hanno in supervisione praticamente tutti gli edifici penitenziari della Repubblica Messicana.
Quando loro individuano dei problemi, li risolvono e si pronunciano. I casi concreti posso conoscerli anch’io. Cioè, il coordinamento non ha bisogno di supervisioni, se non compete al terzo ispettorato. Quando noi riceviamo una denuncia de un internato, perché non ha ricevuto assistenza medica, ovviamente interveniamo subito, come per tutti gli altri casi che seguiamo. Comunque non ci limitiamo a fare una gestione del caso, ma sempre ci manteniamo attenti e ne diamo un seguito. Manteniamo un costante contatto con l’internato. Andiamo a vederlo tutte le volte che sia necessario fino ad avere la certezza che gli è concessa l’attenzione medica necessaria. Vorrei farvi una richiesta, forse l’avete già considerato: l’anno scorso il dossier che avete realizzato lo avete consegnato direttamente alla CNDH, alla sede a Città del Messico e qui in Chiapas. La richiesta che vi faccio è che se ne avete la possibilità, fatelo ancora nello stesso modo. Mi interessa moltissimo, che al più presto possibile possa venire a conoscenza e così intervenire in modo opportuno. Siamo a vostra disposizione, è un piacere.
6. Incontro con il Comitato della Croce Rossa Internazionale (CICR)
22 novembre 1999, San Cristóbal de las Casas
Il
CICR è stato presente in Chiapas dal 1994 alla fine del 1995.Nei primi mesi del ‘98, dopo la strage di Acteal, la Croce Rossa Messicana è stata investita dalle accuse di faziosità nel conflitto (con posizione pro-governo), di scorrettezze nei confronti dei rifugiati che erano sotto la sua protezione e anche di malversazione di fondi. Questa questione ha dato luogo ad un processo.
Di fronte a questa situazione, un numero considerevole di organizzazioni della società civile messicana ha fatto pressioni affinché la Croce Rossa Internazionale tornasse in Chiapas. Nel maggio del 1998, è stato concluso un accordo tra il governo messicano e il
CICR.Il Dott. Mueller, responsabile di una delegazione del
CICR, che ha preferito che quest’intervista non fosse registrata, ha presentato le diverse modalità d’intervento della sua organizzazione e le relazioni di questa con la Croce Rossa Messicana. Mueller ha preferito non rispondere alle nostre domande riguardanti:La situazione sanitaria nei campi di desplazados; su questo tema ha consigliato di rivolgerci al ministero della sanità e alla Croce Rossa Messicana;
Le informazioni raccolte a Polhó, secondo cui il programma della Croce Rossa in quel luogo avrebbe dovuto terminare alla fine dell’anno (1999);
L’atteggiamento dei rifugiati nei riguardi del
CICR;L’atteggiamento del
CICR verso i costumi, a tutti i livelli, dei rifugiati indigeni.Ha dichiarato che l’assistenza alimentare e medica è coordinata con la Croce Rossa Messicana.
Riguardo al tema dell’alimentazione, si sta provando a variare i cibi, proponendo alla gente la realizzazione di orti di leguminose.
Nell’ambito medico, rispondendo alle nostre domande relative ad alcune preoccupazioni trasmesseci dai rifugiati, Mueller ha preso appunti ma non ha fatto commenti. Gli è stata posta la questione inerente alla sterilizzazione forzata delle donne indigene, compreso il caso di determinati farmaci iniettati alle donne in cambio di un contributo economico.
Cambiando argomento, Mueller ha affermato che gli interventi nel campo agricolo, abitativo, di rifornimento d’acqua e di promozione del diritto internazionale umanitario sono di responsabilità unica del
CICR.Per quanto riguarda l’agricoltura, l’esempio dato è stato quello della fornitura di silos, per conservare il mais e le sementi. Alle domande concernenti il problema dell’accesso dei rifugiati alla terra, Mueller ha risposto che il
CICR lavora con l’obiettivo di favorire trattative su questo punto tra le parti in conflitto.In quanto alla promozione del diritto internazionale umanitario, ha informato che il
CICR sta impartendo all’esercito, in Chiapas e in tutto il Messico, seminari sulla sua applicazione in caso di conflitto.Le zone dove il
CICR sta svolgendo attività sono Las Cañadas e Los Altos. Nella Zona Norte si stanno invece preparando a possibili interventi oltre che delle visite ai prigionieri nel carcere di Yajalón.Riportandogli le testimonianze dei desplazados riguardo alla questione della Croce Rossa Messicana, Mueller ha riconosciuto la parzialità di questa, in altre parole il suo coinvolgimento a lato del governo. Ha inoltre aggiunto che l’immagine del
CICR all’interno dei campi è diversa, è visto come più neutrale.Spiega che il
CICR e la CRM non sono legate da relazioni gerarchiche, anche se il CICR finanzia, prende visione e valuta il lavoro della Croce Rossa Messicana.Sul problema specifico del centro sanitario di San José del Río, sulla strada per La Realidad, segnalato come della Croce Rossa, ha assicurato che gli impiegati non sono né del
CICR, né della CRM. Ha poi aggiunto che si tratta di un caso molto complicato.

3. B. Interviste alle comunità indigene
Questa parte del dossier presenta la problematica del conflitto dal punto di vista delle comunità indigene visitate. Riporta le loro inquietudini, la loro preoccupazione e riproduce le denunce che queste hanno valutato opportuno rendere note all’opinione pubblica nazionale ed internazionale.
Oltre a riunire descrizioni di situazioni particolari, l’intenzione di questo dossier è apportare elementi per una comprensione globale della natura del conflitto e dei suoi effetti. Inoltre, mentre nel primo dossier della Commissione (elaborato nel marzo del 1998) si poneva l’enfasi su fatti puntuali, prodotti dalla situazione del momento, questa volta i nostri interlocutori hanno evidenziato maggiormente il modo in cui la prolungazione del conflitto colpisce la loro vita quotidiana, lede il loro diritto di transitare, produrre e commerciare, e pregiudica la loro libertà di agire secondo la propria cultura e tradizione.
Quest’introduzione serve quindi per chiarire che, sebbene si osservino manifestazioni simili in tutte le comunità, esistono particolarità che hanno a che vedere con l’ubicazione geografica e/o la struttura sociale ed economica di ciascuna comunità o regione. Per questo, cercheremo di precisare meglio il contesto incontrato in ogni luogo visitato, così come di far risaltare alcuni aspetti che ci sembrano caratteristici del conflitto e che vengono illustrati, in modo specifico, in un resoconto o in un altro. Perciò, a San Andrés e ad Oventic, si descrivono le strategie utilizzate per negare e annichilire le strutture indipendenti dal governo, costruite in base agli Accordi di San Andrés. Le relazioni su Polhó e la Zona Norte esemplificano la problematica degli sfollamenti (desplazamientos) a causa della violenza paramilitare con diverse sfaccettature: il concentramento di masse di rifugiati ed i problemi che questo genera nel caso di Polhó, l’impunità di cui godono i gruppi paramilitari e l’insicurezza che ne deriva per il controllo che questi esercitano sulle vie d’accesso alla Zona Norte.
Da parte sua, la testimonianza raccolta a El Nuevo Brillante, (nella zona di Los Altos) documenta la violenza contro le comunità, dove la morte di 8 persone avvenuta durante l’attacco al Municipio Autonomo di San Juan de la Libertad è imputabile direttamente alle forze militari.
Il caso del Municipio Autonomo Ricardo Flores Magón presenta l’installazione prolungata dell’esercito dopo aver fatto irruzione nella comunità di Taniperla, l’11 aprile del 1998, ed il controllo che, da allora, esercitano gli abitanti appartenenti al partito ufficiale - che si estende alle comunità limitrofe – e che arriva al punto di impedire, con metodi intimidatori, qualsiasi visita di osservatori esterni.
Questo, a sua volta, spiega la resistenza alla costruzione di strade - che favoriscono una maggiore penetrazione dell’esercito – riscontrate specialmente ad Amador Hernández (nella regione Selva), come pure nel Municipio Autonomo di San Manuel e nella comunità Patria Nueva (nella regione di Ocosingo).
Infine, a Morelia appaino distintamente gli sforzi delle autorità costituzionali (del vicino municipio di Altamirano) per mantenere uno stato di polarizzazione interna mediante la pratica di una politica di favoritismo verso i suoi affiliati e di minacce alle autorità autonome, mentre a Moisés Ghandhi, si pone l’accento sullo strangolamento economico, frutto del blocco all’accesso alla strada istituito dalle autorità della caserma militare confinante con la comunità.
1. San Andrés Sacamch’en: incontro con il sindico municipal del Consiglio Autonomo e i rappresentanti del Consiglio
Il giorno 19 novembre 1999, una delegazione della
CCIODH si è recata a San Andrés Sacamch’en, nei Los Altos del Chiapas. Dopo aver subito un controllo da parte di funzionari dell’Instituto Nacional de Migración, appostati in una casetta a lato della base dell’Esercito Federale all’entrata del paese, gli osservatori si sono diretti alla presidenza municipale, sede del Consiglio Autonomo, e sono stati ricevuti da alcuni suoi membri guidati dal sindico (vicepresidente) municipale che, in assenza del presidente, si è incaricato di ricevere la comitiva.Il paese di San Andrés ha un’importanza particolare, tanto che, nel 1996, è stato la sede del dialogo fra i rappresentanti del governo federale e i delegati dell’
EZLN. E’ il luogo dove, nel febbraio del 1996, sono stati firmati gli accordi noti come "Accordi di San Andrés", che, in seguito, sono stati disconosciuti dal governo provocando così la rottura del processo di dialogo. Per questo, l’incursione realizzata da Seguridad Pública il 7 aprile 1999 per reinsediare il presidente municipale costituzionale ha assunto un carattere simbolico, tanto più se si considera che l’operazione è stata realizzata solo due settimane dopo la Consulta Nazionale promossa dagli zapatisti su cultura e diritti indigeni, base degli accordi firmati a San Andrés. Le autorità intervistate hanno ricordato i fatti del 7 aprile, ponendo l'accento sulla loro indipendenza dal governo e sul sostegno maggioritario di cui godono fra la popolazione delle 37 comunità che formano il Municipio Autonomo. Hanno messo l’accento sulla mobilitazione di massa che si è prodotta l’8 aprile 1999 e che ha provocato l’espulsione degli effettivi di Seguridad Pública e permesso di recuperare il locale della Presidenza Municipale. Tuttavia, hanno segnalato che hanno avuto grosse difficoltà per mantenere il presidio installato per vigilare la sede del Consiglio Municipale Autonomo – che all’inizio è arrivato a riunire più di mille persone – sia per l’approvvigionamento, principalmente alimentare, che per mancanza di risorse nel trasporto di volontari da altre comunità al centro municipale. Hanno espresso la loro speranza che presto cominci a funzionare la scuola media, attualmente in costruzione nell’Aguascalientes di Oventic. Questa scuola darà un’opportunità ai giovani della regione di ricevere una formazione – nella loro lingua e in spagnolo – alternativa a quella che offre il governo.Durante tutta l’intervista, il tema della mancanza di mezzi è stato indicato come l’ostacolo principale al buon funzionamento del Municipio. È stato menzionato tanto nell’ambito della salute, con la mancanza di medicine, quanto nella manutenzione degli automezzi. La mancanza di mezzi per il combustibile e le riparazioni limita le possibilità di azioni a favore della popolazione del municipio. A questo punto, sono state menzionate le difficoltà che sperimentano gli abitanti a circolare liberamente, a causa dei posti di blocco dell’esercito installati alle entrate del paese.
A questo riguardo, le autorità del municipio hanno manifestato stanchezza per lo stato di occupazione permanente provocato dalla presenza dei militari, che si traduce in perquisizioni, controlli di identità, occupazioni di terreni e appropriazione indebita di risorse naturali, come acqua e legna, da parte dei soldati. Inoltre, hanno segnalato il disagio causato nelle comunità dalla presenza di prostitute al seguito dei soldati. Sebbene abbiano giudicato le attività dei gruppi paramilitari come "calme" negli ultimi tempi, hanno detto di sentirsi minacciati in permanenza, come persone e come autorità autonome. Sospettano che le autorità istituzionali legate al
PRI non hanno desistito dall’intenzione di riprendere il controllo della presidenza municipale e temono che nel futuro possano ricorrere ad azioni di forza affidate a elementi paramilitari piuttosto che alla polizia.Il municipio autonomo di San Andrés funziona in forma indipendente dal governo e le sue autorità sono al servizio della comunità senza ricevere alcuna remunerazione per svolgere i propri incarichi. La loro possibilità di azione e i loro movimenti sono limitati dalla presenza dell’esercito, che interferisce anche nel normale svolgimento delle attività economiche e produttive della popolazione.
Sebbene fossero presenti vari membri del Consiglio Autonomo, alle domande ha risposto spesso il Sindico Municipal, che in qualche caso ha tradotto gli interventi di alcuni dei presenti.
Sindico Municipal: Grazie per la vostra visita, giacché qui stiamo occupando la Presidenza Municipale. Questo è un luogo dove si è costruita una presidenza per volontà maggioritaria della gente di questo paese, il quale prima si chiamava Larráinzar.
È arrivato il tempo in cui la gente ha cominciato a organizzarsi poco a poco, per vedere dove sta il governo e come sta agendo. Allora abbiamo cominciato ad organizzarci contro il governo e a separarci da lui, perché prima in questo paese eravamo priisti al 100%. Però, quando abbiamo visto come agivano i priisti, abbiamo iniziato ad organizzarci e a formare nuove autorità municipali indipendenti dal governo. Non prendiamo niente dal governo, siamo in resistenza, stiamo lavorando organizzati. Questa presidenza è stata costruita dal governo, ma l’abbiamo recuperata ed è dove ci troviamo ora. Però, ripeto, non siamo in linea con il governo. Abbiamo camminato. È come un figlio che cammina già e non gli piace il governo. Il governo ci è molto ostile perché al nostro Municipio Autonomo appartengono 37 comunità. A quel punto il municipio si è formato ed organizzato. Questo è il progresso che abbiamo fatto. Quando il governo ha visto che eravamo organizzati, attraverso le sue istituzioni come il Seapi (Segretariato Statale per l’Attenzione ai Popoli Indigeni), per esempio, invece di appoggiarci il 7 aprile 1999 è venuto a smantellare questo municipio. Così si sono ripresi la sede della presidenza municipale e, al momento del loro arrivo, noi abbiamo abbandonato il locale. Non c’era altra scelta. Ce ne siamo andati tutti noi del Consiglio, gli anziani e le autorità, perché è venuta Seguridad Pública, la polizia giudiziaria (federale), insieme anche a molti agenti del governo per recuperare la presidenza e così, in tutta tranquillità, è potuto rientrare il presidente municipale priista. Ma, dato che abbiamo l’appoggio di 37 comunità, appena queste sono venute a sapere cosa stava succedendo hanno cominciato a mobilitarsi e ad organizzarsi e così siamo riusciti a recuperare nuovamente il municipio. Hanno invitato la gente e convocato assemblee urgenti perché la presidenza era accerchiata. Allora si sono accordati per realizzare un movimento forte e hanno invitato altra gente da Los Altos del Chiapas perché li aiutassero a recuperare la presidenza. Molta gente è venuta a vedere, a manifestare e ad esigere il ritiro di Seguridad Pública. Non so che gli prese alla polizia, il fatto è che poco a poco è stata accerchiata da vari gruppi. Quando hanno visto che la gente era molta – il piano era di comportarsi pacificamente ma la gente arrivò arrabbiatissima, perfino i bambini – hanno chiesto spazio per uscire ed evitare così provocazioni. Così se ne sono andati, grazie alla forza, all’unità dei molti che sono arrivati. Fu così che recuperammo la presidenza. Abbiamo il sostegno popolare ed è per questo che siamo riusciti a rientrare e finora continuiamo a stare qui. E tutto questo non avviene con tranquillità ma con sofferenza, non abbiamo alcun stipendio, assolutamente, rendetevi conto. Dal movimento dell’8 aprile, la gente continua a presidiare giorno e notte. Vengono uomini e donne da varie parti de Los Altos del Chiapas. Così andiamo avanti, un po’ tristemente, ma fintantoché la gente vuole lottare, noi dobbiamo resistere perché siamo stati nominati dal popolo e non dal governo. Questa è il punto fondamentale. Stiamo collaborando come autorità municipali per decisione della gente, non per decisione del governo né di Seguridad Pública. Ovvio, la polizia viene sempre da queste parti, l’esercito messicano passa e anche gente della presidenza istituzionale. Quando passiamo per la strada ci perquisiscono, di questo voi siete testimoni. In questo centro municipale c’erano cinque posti di blocco. Così è la situazione, non c’è più la tranquillità di prima. Fino al ’94, non c’erano posti di blocco, né militari, eravamo tranquilli, ma è così da quando è cominciata la guerra e questo continua.
Vogliamo approfittare per esporvi i bisogni della gente. Qui abbiamo sette automezzi. Sono stati riparati da noi ma, a parte questi sette veicoli, non abbiamo risorse economiche. Questo è il nostro punto debole. Così, se volete, potete informare qualcuno che forse ci può aiutare in questo senso, perché a causa della mancanza di mezzi non possiamo usare questi veicoli. Abbiamo un camioncino e non possiamo usarlo, neanche il camion da carico che è in officina. La sua riparazione, secondo il preventivo che ci hanno fatto, richiederebbe la somma di 15mila pesos. È abbastanza difficile per noi perché qui non siamo produttori, non arriviamo neanche all’autosufficienza alimentare. Ma la lotta è forte, questo sì. Il problema sta nei mezzi economici ed anche, come ho già menzionato, nel fatto che come autorità non abbiamo salario, ma stiamo lottando insieme alla gente.
Volevo parlarvi anche del presidio. All’inizio c’era molta gente e mandava appoggi, mandava alimenti. Ora non arriva più niente. Questo è il primo punto: riguarda gli alimenti per chi fa il presidio. Se qualcuno ha la volontà di aiutare questi compagni, la cosa è nelle sue mani, può farlo in qualsiasi modo, sia politicamente sia in altra maniera.
Sono venuti anche altri osservatori della società civile, come voi, per appoggiare il presidio, ma ora non c’è gente. Lo striscione sta lì ma non c’è gente.
La verità è che queste sono le necessità di questo municipio. Perché qui siamo nel pubblico, perché qui ci sono due presidenti municipali, quello del
PRI e quello nostro ed è una situazione difficile, ma la cosa principale è dove siamo arrivati. Grazie.Vorremmo conoscere più a fondo la situazione dei diritti umani delle comunità, intendiamo cioè i diritti umani come diritti collettivi. Ci sono stati altri incidenti come quelli del 7 aprile, movimenti dell’esercito e movimenti di gruppi paramilitari?
Adesso i gruppi paramilitari sono calmi, ma ci sono. Secondo le informazioni che ci arrivano, ci sono voci di un loro ritorno, ma non sono confermate.
Ora sembra che stia riprendendo, sono giunte voci alle nostre orecchie di cui noi teniamo conto, perché quando arrivarono il 7 aprile tutto era cominciato così: circolavano voci e notizie, tramite altra gente, sul fatto che i priisti volevano venire a recuperare la presidenza.
È per questo che noi qui stiamo vigilando, sopportando. È per questo che, ripeto, nel presidio non c’è gente.
Durante l’incursione del 7 aprile è stata notata la presenza di paramilitari: sono arrivati prima della polizia, insieme o come?
Il 7 aprile, sono arrivate insieme solo Seguridad Pública e la polizia giudiziaria, i paramilitari non si sono fatti vivi. Qui non si fanno vedere perché sono gente del posto. È venuto solo il presidente priista con la polizia, gli agenti giudiziari e funzionari del governo.
La comunità risente dei posti di blocco militari?
Parlando dell’Esercito Federale, quello che disturba di più è che non rispetta i cittadini. Per esempio, se la gente ha degli alberi sul proprio terreno, i militari non li rispettano, li tagliano senza chiedere il permesso, dicendo solo che, essendo federali, sono loro che comandano. Per di più, sebbene noi siamo tutti di qui, ci domandano dove viviamo, chi siamo, ci chiedono un documento di identità e non credono che siamo del posto e questo ci danneggia. A volte, anche solo per andare ai nostri terreni, a fare la raccolta o qualunque altro lavoro, ci chiedono ancora di identificarci o ci fanno scendere dal veicolo. È così che agisce l’esercito. E se la gente risponde che è del posto, i soldati si arrabbiano ancora di più e fanno più controlli. Lo so anche per esperienza, perché ho viaggiato dappertutto.
Il fatto di non poter circolare liberamente ha pregiudicato la produzione oppure si è potuto raccogliere normalmente il caffè?
I più danneggiati sono i proprietari dei terreni su cui è accampato l’esercito, perché, anche se possiedono poca terra, i soldati non li rispettano, vi si accampano e piantano le loro tende; noi siamo andati a parlarci poiché questo ci danneggia ed è, inoltre, una mancanza di rispetto. Ovvio, non lo fanno tutti, però ci sono dei compagni che, anche se volessero reclamare per il loro terreno, non possono farlo perché quelli che lo occupano sono armati. Questo è il problema.
Vi siete sentiti minacciati direttamente come persone, come membri di questo Consiglio?
Dalla settimana scorsa, il presidente municipale priista con i suoi seguaci si sta preparando per rientrare di nuovo in questo locale, però cercano di farlo in altre forme, non come la volta scorsa. Ci arrivano delle informazioni, ma non sappiamo quanto ciò sia vero. Però, di minacce ce ne sono.
Noi stiamo molto in prima linea, siamo molto esposti, ma non possiamo ancora fare una denuncia come abbiamo fatto dopo il 7 aprile, stiamo aspettando di vedere quello che succede e, se ci sarà bisogno, faremo una denuncia.
I soldati danno il cattivo esempio alla gente perché portano qui delle donne di altre posti, e fanno cose alla vista di tutti, senza rispettare la gente.
In realtà, prima la gente non era così, o meglio, non è gente di qui quella che si comporta in questo modo; però la gente di qui è esposta all’esempio delle donne o delle ragazze che sono portate qui. I soldati non sono disciplinati. Questo succede tutti i giorni, arrivano le donne e vanno con i soldati. Questo è il cattivo esempio che abbiamo visto.
Qual è la situazione della salute qui nel municipio? Avete assistenza?
Qui c’è un centro di salute del governo che però spesso non dà assistenza e, se la dà, non ci sono medicinali. Per quanto la gente ci vada, dicono sempre che non ci sono mezzi per il trasporto dei malati. Ci sono molte necessità. Ci sono addirittura persone che vengono da noi, qui alla presidenza, per chiederci di risolvere il trasporto dei malati poveri, ma non ne abbiamo i mezzi, neanche per la benzina.
Abbiamo promotori di salute, ma mancano i medicinali. È difficile. Quando abbiamo iniziato il presidio, sono venuti dei promotori di salute ed io ho fatto richiesta, tramite Enlace Civil e altre Ong indipendenti, attraverso delle lettere, per ricevere medicinali. Non li abbiamo però ricevuti, allora i promotori di salute hanno chiuso il centro perché non c’è modo di assistere la gente.
Nel centro di salute del governo ci sono dottori? Anche l’esercito ha offerto assistenza medica?
A noi no. L’esercito qui non viene. Nel centro di salute del governo c’è un dottore però a volte non lo conosciamo neanche, non si lascia conoscere. Ma in altri ospedali, ad esempio a Bochil, una donna mi ha raccontato che ad operare le donne è un colonnello. E questo non è ammissibile, la situazione è molto confusa. Se ci fosse un ospedale nostro, un dottore nostro…questo è quello che vogliamo! Abbiamo già una clinica ad Oventic, dove, a volte non ci sono medicine.
E riguardo all’istruzione?
C’è un insegnamento impartito dal governo. Noi non abbiamo un sistema educativo nostro, sappiamo però che ad Oventic stanno costruendo una scuola e siccome stiamo funzionando in modo centralizzato, stiamo aspettando. Certo, è già passato un anno e questa ancora non funziona, ma i ragazzi hanno speranza. Questa sarà la loro scuola, con il loro insegnamento, perché noi siamo separati dal governo. C’è la gente del governo e ci siamo noi. Ora dobbiamo ricorrere all’insegnamento governativo perché ancora non abbiamo un sistema nostro.
Come partecipa la gente della comunità alla presa di decisioni?
Ci sono commissioni nelle quali uomini e donne si sono organizzati.
Quando viene gente da altre comunità a fare il presidio, questo interferisce con i lavori quotidiani?
Il problema principale è quello del trasporto ed è per questo che vengono ormai in pochi. Non ci sono soldi per la benzina.
2. Aguascalientes di Oventic: incontro con il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (
CCRI-EZLN)Nella giornata del 19 novembre 1999, una delegazione della
CCIODH ha visitato l’Aguascalientes di Oventic. Dopo un periodo di attesa, siamo stati accolti da due membri del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno dell’EZLN. La conversazione si è svolta nell’auditorio dell’Aguascalientes.Le domande sono state elaborate per iscritto e, in seguito, risposte dagli interlocutori della
CCIODH.Agli intervistati è stato richiesto di fare una rassegna della situazione dei diritti umani, nel periodo intercorso dalla prima visita di questa commissione nel febbraio 1998.
Nel corso dell’estesa conversazione sostenuta con gli osservatori, gli intervistati hanno toccato temi diversi come la salute, l’istruzione, ma il problema che ha avuto maggiore risalto è stato quello della militarizzazione della zona e le sue conseguenze sulla popolazione. Al riguardo sono state espresse molteplici denunce che presentiamo qui di seguito:
Segnaliamo che la persecuzione verso le comunità, come i suoi effetti secondari, sono percepiti dai nostri interlocutori come una strategia messa in atto dai rappresentanti civili e militari del governo: ad esempio l’escalation di aggressioni è interpretata come diretta conseguenza della presenza di gruppi paramilitari e, che l’incremento della circolazione di armi e l’assenza di controllo sul possesso di queste, ha favorito la formazione di bande di aggressori che agiscono senza venire arrestati dalle forze dell’ordine. Lo stesso fenomeno è osservato e riportato dai rappresentanti delle comunità della Zona Norte, in relazione alla divisione del gruppo paramilitare Paz y Justicia (vedi la relazione della visita a Jolnixtiè, ultimo paragrafo).
Allo stesso modo, non è forse casuale che le denunce di tentativi da parte di individui a bordo di veicoli, di far salire con la forza dei minorenni trovati soli, ciò sia vincolato nel racconto, all’introduzione, nelle comunità, di droghe, alcolici e prostitute, interpretato quindi come una tattica per accrescere la decomposizione sociale delle comunità.
L’insicurezza provocata dai fatti precedentemente citati, nonostante l’imponente dispositivo militare nella regione e il fatto che siano riportati costanti controlli e detenzioni arbitrarie, rafforza – nell’opinione degli intervistati – l’impressione che le forze dell’ordine compiano un ruolo di controinsurrezione e non di protezione della popolazione.
La recente legge sulla rimunicipalizzazione è percepita come l’altra parte di un meccanismo teso innanzi tutto alla divisione tra le comunità affini al governo e le comunità di opposizione, e poi al controllo di queste ultime quando a livello amministrativo sono dichiarate dipendenti dalle prime.
D’altra parte, con l’esempio delle 14 famiglie facenti parte dell’organizzazione Las Abejas che, per non aver partecipato alla consulta interna per l’elezione del candidato presidenziale del
PRI, sono state espulse il 7 novembre scorso dalla comunità di Canolal, gli interlocutori della CCIODH ad Oventic hanno illustrato le possibili tensioni che possono incrementarsi man mano si avvicina il processo elettorale del 2000.Riguardo al tema dell’istruzione hanno espresso che lo Stato mantiene un controllo ferreo sulla nomina dei maestri, annullando addirittura, in alcuni casi, il contratto a coloro che appartengono ad organizzazioni non ufficiali e rimpiazzandoli, invece, con altri che esercitano una funzione di controllo sulla comunità. In seguito, hanno presentato alla Commissione il loro progetto di scuola media alternativa che attualmente si trova in una fase di formazione per i maestri con diploma di scuola media provenienti dalle comunità limitrofe. Anche se hanno espresso la speranza di poter dare il via alle lezioni nel gennaio prossimo, non hanno omesso le enormi difficoltà incontrate per l’ottenimento di fondi sia per la sua costruzione sia per il materiale didattico. La scuola è stata pensata per accogliere i giovani di tutta la regione. Ultimata la costruzione del dormitorio, il problema principale sarà quello di assicurare l’alimentazione dei futuri alunni.
Il controllo esercitato sulle comunità nell’ambito militare, economico, sociale e educativo è aumentato in forma particolarmente inquietante nel campo della sanità attraverso il programma governativo
PROGRESA presentato alla popolazione come attenzione medica verso donne e bambine.Secondo gli intervistati, le donne beneficiarie del
PROGRESA ricevono somme tra i 160 e i 200 pesos messicani ogni due mesi in cambio dell’impegno da parte loro, mediante la firma di un contratto, a sottoporsi a un check-up medico e a ricevere una vaccinazione. Nessuno ha potuto specificare la natura della vaccinazione applicata però gli intervistati hanno espresso una seria preoccupazione riguardo ai possibili effetti secondari che la somministrazione prolungata di questa potrebbe arrecare a chi la riceve; hanno però aggiunto che nessuna famiglia legata allo zapatismo partecipa a questo programma per rispetto all’indicazione di rifiutare qualunque piano e dispensa governativo.Sia nelle comunità sia nelle organizzazioni non governative che operano nella regione, l’assenza di chiare spiegazioni ha risvegliato un crescente sospetto che dietro lo slogan "lotta alla povertà" promosso dal
PROGRESA, si nasconda un programma di sterilizzazione senza il consenso delle interessate. In data 26 novembre 1999, un servizio giornalistico su di un incontro tenutosi a San Cristóbal de Las Casas con donne di tutto lo Stato del Chiapas, cita che il PROGRESA, questo programma ufficiale che si suppone combatta la povertà, nelle comunità di Huitupan, Altamirano, ed Ocosingo, obbliga le donne, a cambio dei 230 pesos assegnati, ad accettare l’operazione (salpingotomia o salpingectomia) affinché non abbiano figli e, se non accettano questo trattamento chirurgico, non consegnano loro il denaro.Allarmata dalle dichiarazioni raccolte ad Oventic e ripetute alcune ore dopo dalle dichiarazioni degli abitanti di El Nuevo Brillante (Municipio di El Bosque), la Commissione ha deciso di indagare sistematicamente riguardo a questo programma, raccogliendo testimonianze sulla sua applicazione in tutte le comunità visitate.
In qualsiasi caso, la portata reale del
PROGRESA e le sue conseguenze dovrebbero essere oggetto di indagini serie ed esaurienti.Come in altre comunità, la preoccupazione per il decadimento dell’attività economica e i suoi tragici effetti sulla popolazione è stato presentato come conseguenza del prolungarsi del conflitto. Al di là di una palpabile stanchezza prodotta dal deterioramento delle condizioni di vita, gli intervistati hanno affermato che ciò non intaccherà la loro determinazione nel continuare la resistenza fino al raggiungimento di una soluzione integrale dei loro problemi.
Membro del
CCRI: La situazione è difficile. Nulla è cambiato né migliorato dalla prima visita della Commissione, al contrario, continuano le provocazioni del governo per mezzo delle sue autorità municipali e locali, come attraverso i suoi poliziotti, eserciti e guardie bianche formati in ogni comunità dove la maggioranza è priista. I primi mesi di quest’anno, in aprile per essere esatti, la situazione si è aggravata, soprattutto negli altipiani del Chiapas ma anche in altre zone dove è presente la nostra organizzazione.Fin da marzo avevamo informazioni sul fatto che il governo volesse colpire i municipi autonomi, ma non erano altro che informazioni, poi però, in aprile, Albores, pochi mesi dopo aver ottenuto l’incarico di governatore sostituto del Chiapas, organizzò la sua gente la quale il giorno 7 aprile, prese e occupò il palazzo municipale di San Andrés. Sapevamo che si trattava di una provocazione cui non potemmo rispondere subito ma ci volle un giorno intero per essere pronti e organizzati. L’8 aprile, tutte le comunità si riunirono e decisero di andare a riscattare la sede municipale perché lì c’erano le nostre autorità. Affermarono che era necessario, anche se non era sicuro, se era possibile o meno, ma comunque ci fu una grande marcia con l’appoggio di diversi municipi della zona Los Altos del Chiapas. Il governo decise per quell’opzione perché credeva che gli zapatisti si fossero già arresi, che fossero in pochi ed ha approfittato di quel momento, perché poco prima di ordinare di occupare l’edificio municipale, il governatore aveva assicurato che gli zapatisti avevano consegnato le loro armi, che si erano arresi e che accettavano l’inganno del governo.
Ma ciò che ricevette il consenso fu di manifestare contro questa azione. Arrivando alla "Presidencia" di San Andrés, le comunità vi trovarono le autorità priiste ed alcuni agenti di Seguridad Pública che presidiavano l’edificio e che uscirono quando videro arrivare la gente. Anche se il presidente municipale era stato eletto costituzionalmente in gennaio – ossia già in aprile avrebbe dovuto organizzare il suo periodo- non ci riuscì poiché alla manifestazione parteciparono circa 7.000 o 8.000 persone e dovette quindi andarsene.
Allora nell’edificio municipale si istallarono di nuovo le nostre autorità e tutto tornò come prima. Il popolo si organizzò poiché la situazione era veramente difficile: circolavano voci che i priisti si sarebbero riorganizzati per rioccupare la sede. Perciò si prese la decisione di fare un presidio ad oltranza anche se poi è man mano diminuita la presenza. Al principio c’erano almeno 1.500 persone ma ora i compagni sono pochi e ciò per diverse ragioni: arrivavano da lontano e spendevano troppo denaro tra cibo e trasporto, inoltre nelle loro comunità esistevano pericoli e situazioni difficili che richiedevano la loro presenza ed inoltre, da giugno fino ai primi di ottobre sono stati mesi in cui ci è mancato il necessario per sfamarci, sono mesi in cui non c’è lavoro, perché in quei mesi i lavori agricoli sono già conclusi. Ma nonostante queste difficoltà il presidio continua anche se si tratta di una piccola commissione.
Inoltre, quanto si percepisce in questo periodo è la provocazione dei militari di ogni accampamento. I posti di blocco sono sempre più duri. Avrete sentito che il governo ha messo gli agenti della Migraciòn in diversi punti dove non permettono che la gente che viene da lontano, come voi, possa arrivare fin qui. Ne hanno espulsi e incarcerati diversi per tentare di nascondere le loro azioni contro di noi affinché voi, e altri come voi, non vi possiate rendere conto di cosa succede in questa zona indigena. I pattugliamenti terrestri proseguono giorno e notte sulla strada. In alcune comunità sono entrati di notte, senza uniformi, facendosi passare per gente qualunque: alcuni di loro erano soldati, altri poliziotti giudiziari. Si dedicano a minacciare la gente, a intimorirla. Ad ogni posto di blocco il transito diventa sempre più difficile, lì non rispettano nulla, ci obbligano ad identificarci, ci trattano come trattano voi, che venite da lontano. Di fatto, passano quotidianamente i compagni per andare a vedere i loro raccolti, nelle milpas, a fare i loro lavoretti ma i soldati li obbligano ad identificarsi.
Come prova di questo, proprio ieri in un accampamento situato a oltre due chilometri da San Cayetano, un compagno della nostra comunità stava tornando dopo aver acquistato una medicina per la sua famiglia, quando gli chiedono se ha con sé i documenti d’identità, lui rispose di no perché vive proprio lì, vicino alla nostra comunità. Ma i soldati non gli credettero e fu obbligato a scendere dal veicolo e non fu rilasciato fino a che uno dei compagni che viaggiava con lui, fu di ritorno con il documento. Rimase quindi detenuto per oltre tre ore. È un fatto grave.
Intanto il governo continua a parlare di diritto, di sicurezza, di volontà di dialogo. Però gli ordini che dà ai suoi soldati sono diversi. Le azioni dei suoi militari sono diverse e questo è quanto più ci colpisce perché sia noi che la gente non vediamo alcuna necessità che i soldati facciano questo, perché i nostri genitori vivevano tranquillamente Non hanno dovuto conoscere, neppure sapevano se esistevano o no soldati, se c’erano carri armati oppure no. Non hanno vissuto così i nostri genitori.. Allora noi, i compagni, ci siamo detti: non abbiamo bisogno della sicurezza che ci offrono i soldati o la Seguridad Pública perché noi siamo in grado di occuparci della nostra sicurezza, anche noi sappiamo organizzarci. Gli altri compagni ci dicono: noi non abbiamo bisogno del governo, perché noi siamo esseri umani, siamo persone! Questo è ciò che hanno manifestato.
Poco più di quindici giorni fa, il posto di blocco da cui siete passati anche voi era massiccio e i soldati erano schierati per oltre trecento metri da dove fermavano i veicoli. I soldati si ponevano molto aggressivi, minacciavano, mettendo paura alla gente, mentre ne approfittavano burlandosi di noi. Così anche dove sono situati altri accampamenti: a Tijera Katé hanno catturato alcune persone innocenti che non avevano commesso alcun reato, mentre non è stata presa alcuna misura contro alcuni priisti che si sono organizzati per tendere imboscate sulle strade, per rubare. Loro vogliono prendere la gente innocente e cacciarla in galera! Non sappiamo come è avvenuta la detenzione giacché non esisteva alcun ordine di cattura. Queste persone sono ora detenute a Cerro Hueco.
Interviene il secondo interlocutore circa la strategia del governo statale nella zona di Los Altos:
Circolano di nuovo voci riguardo il Municipio di San Andrés. Da ieri sappiamo che il governo vuole riprendere il municipio autonomo come avvenne nel mese di aprile. Così i compagni si aspettano nuove provocazioni, ogni giorno ce ne sono di nuove. Per questo vi chiediamo la vostra attenzione perché ci sono già segnali di questo. I posti di blocco sono sempre più duri, com’è avvenuto ieri in direzione di San Cristóbal dove operavano insieme la PGR, la SP, gli agenti federali e quelli giudiziari. Erano tanti, tantissimi a San Andrés e ancora di più nell’ultimo posto di blocco da cui siete passati prima di arrivare qua. Noi abbiamo già visto in altre occasioni che quando è così, è segnale che sta per accadere qualcosa, anche perché aumentano sempre di più i sorvoli aerei. La settimana scorsa, sono passati quattro volte al giorno aerei militari ed elicotteri della
PGR e SP. L’Aguascalientes è il luogo più minacciato, ma anche il villaggio a fianco; ciò è preoccupante. Anche il pattugliamento è molto forte. Probabilmente domani non ci sarà perché voi siete qui, fa parte dei trucchi del governo. Se sono presenti osservatori internazionali la situazione è un po’ più calma, ma una volta ripartiti, tutto torna come prima e ce la fa pagare.Per questo non crediamo che il governo, sia quello del Chiapas sia quello di Ernesto Zedillo, stia lavorando nel verso giusto. Sono tutte menzogne. Non dobbiamo crederci. Quello che raccontano in altri paesi è falso. Anche negli altri municipi de Los Altos del Chiapas ci sono molti problemi. Ci preoccupano un po’ le voci che occuperanno di nuovo San Andrés però questa volta vi andranno armati, cioè le guardie bianche dirette dai militari e dalla Polizia di "Seguridad Pública". Si dice che andranno a catturare la gente che si occupa del presidio. Però loro non agiscono da soli, ma fanno ciò che gli ordina il governo.
Siete a conoscenza dell’attività dei gruppi paramilitari?
Sembrano essersi calmati un poco, ma in realtà hanno seguito una buona tattica di movimento. In questa zona ci sono paramilitari e possono agire in qualsiasi momento, sono presenti in diverse comunità, in alcune più che in altre. Circa un mese fa, Ernesto Zedillo ha cercato di provocare la situazione: nel villaggio di Magdalena, che si trova nel nostro territorio, il governo ha voluto colpirci politicamente, perché secondo Albores e Zedillo questo è un nuovo municipio. Come sapete il governo ha formato sette nuovi municipi e qui nella regione di Los Altos ce ne sono due: uno è Magdalena e l’altro è Santiago El Pinar. Sono confinanti ma hanno poca popolazione, però è lì dove il governo se ne è approfittato per colpirci, volendo dimostrare alla nazione e al mondo che il governo ha la volontà di risolvere i problemi, invece è tutto il contrario.
Concretamente, che significato ha per voi la rimunicipalizzazione?
Per noi rappresenta un golpe del governo perché non beneficia le maggioranze che vivono in questi nuovi municipi perché i problemi continuano ad essere gli stessi: il problema economico, sociale, non cambia assolutamente. È un colpo perché porta altre divisioni, giacché dove compaiono nuovi municipi questi sono soltanto per i priisti. Non includono tutti quanti. Questa è la conseguenza. È un modo per occuparsi solo della loro gente, poiché mettono municipi nuovi solo dove la gente è conforme al governo, è una maniera per farci arrendere, in cambio di niente, solo di promesse. Questo è quanto pretende il governo: ingannare la gente formando nuovi municipi ma dalla loro formazione non ci sono segnali dello sviluppo promesso.
I diritti umani contemplano diritti collettivi come salute, istruzione e il diritto di scegliersi le proprie autorità?
Le autorità priiste si prendono in considerazione solo tra di loro, per lo meno a parole Stanno iniziando a esigerci di aderire a questo nuovo municipio e se non lo facciamo, rincareranno la dose delle minacce, possono arrivare a catturare della gente per obbligarla ad accettare quanto fa il governo. Questo può succedere, ora stanno lavorando nella costruzione degli uffici
Cosa pensate della lettera aperta che il governo ha mandato all’
EZLN proponendogli di riprendere il dialogo?Non è vero tutto ciò che dice il governo. Veramente non sappiamo esattamente cosa dica la lettera, però se non esiste più la
CONAI e se il governo non rispetta la COCOPA, come può essere possibile?Riguardo a questo non possiamo dire granché. Come sapete, per tornare a dialogare noi abbiamo chiesto solo che il governo rispetti le cinque condizioni che abbiamo posto. Fino ad ora non c’è stato alcun segnale e siamo solo in attesa che compia con quanto chiediamo. Non c’è altra domanda né altra risposta.
Il governo ha voluto riattivare le istanze di mediazione, non sappiamo con quali intenzioni e se solo in occasione della visita dell’Alto Commissario dell’
ONU?Anche a questa domanda non possiamo rispondere bene perché il governo può dire molte cose davanti a voi, o ad altri che vengono, ma in realtà non sappiamo cosa pensa davvero di fare. Possiamo solo dire che tutto ciò che chiede il popolo, il governo fa tutto il contrario, non ci sono risposte né soluzioni concrete, non c’è sicurezza, non ci sono diritti..
Neanche sulle elezioni possiamo dire molto, Ci sono persone che stanno facendo la loro campagna per arrivare alla presidenza ma noi adesso non possiamo dire sì o no, se appoggeremo qualcuno oppure no. Perché c’è ancora un anno. I potenti, però, quelli che vogliono andare di nuovo al potere fanno molte cose per ottenerlo, e per questo noi non possiamo dire altro, stiamo aspettando.
All’estero, giungono versioni secondo cui Labastida vuole farla finita con il conflitto intervenendo militarmente. Credete che arrivando alla presidenza potrebbe presentarsi questa strada?
Beh, non soltanto Labastida ma tutti quelli che vogliono il potere. Proprio come Zedillo che non vuole risolvere il conflitto attraverso la politica. Quale è stata la sua speranza? Che sarebbe arrivato il momento di farla finita con tutti noi. Vogliono questo, non hanno un’altra strategia. Per quanto il popolo possa gridare, reclamare, esigere, questo signore non ci sente.
Ora, al di là che vi pronunciate o no sui candidati, pensate che la campagna elettorale qui nelle comunità possa provocare ancora più incidenti per questioni di potere e di guadagno di voti oppure pensate che possa calmare un po’ le acque?
Le elezioni possono portare ancora più tensione. Lo scorso 7 novembre, ad esempio, quando ci furono le elezioni interne del
PRI, a Canolal, vicino a Chenalhó ed Acteal, accadde che invitarono tutti a votare. Ma i compagni dell’organizzazione Las Abejas non vollero votare per nessuno dei candidati. Allora i priisti si organizzarono per espellere le 14 famiglie che non hanno votato. Ora sono rifugiate ad Acteal per non aver votato. Tenete presente che stiamo parlando di elezioni interne, cosa succederà quando arriverà il momento di quelle vere? Sarà veramente grave!Oltre a questo il governo ha anche un altro piano perché, ultimamente, ci sono stati molti agguati sulle strade, sentieri e mulattiere. Soprattutto di notte ma spesso anche durante il giorno. Hanno preso gente anziana. Si dice che anche questa è una forma di distruggere la nostra organizzazione perché hanno preso delle persone di notte e quando si accorgono che sono dei priisti li lasciano andare ma se si accorgono che sono membri dell’organizzazione, non c’è più niente da fare.
Perciò adesso c’è paura, soprattutto tra i bambini quando vanno a scuola. È già successo diverse volte che qualche bambino che camminava solo sulla strada l’abbiano voluto obbligare a salire su un veicolo. Fortunatamente non hanno potuto portarli via perché i bambini hanno saputo scappare e si sono salvati, però è dura perché per arrivare a scuola i bambini devono camminare per uno o due chilometri Proprio ieri, a San Cayetano, nel mezzo del villaggio, hanno preso un ragazzino di 14 anni, l’hanno fatto salire su un’auto e lo portavano in questa direzione. Passando poi da un luogo abitato prossimo alla strada, videro una bambina che stava lavando e tentarono di obbligare anche lei a salire, ma senza riuscirci. Mentre erano distratti da questo fatto, il ragazzino ne ha approfittato per scappare via. Noi pensiamo che questi aggressori non agiscono da soli ma obbediscono a un piano del governo, perché sta utilizzando qualsiasi mezzo per attuare i suoi piani Purtroppo la situazione non è cambiata, al contrario, sono state sviluppate nuove forme di provocare altri problemi. Il governo è furbo, può usare molti mezzi per ucciderci, minacciarci e provocarci.
Riguardo al tema dell’istruzione e del progetto di scuola media, vorremmo sapere come sta andando?
Vorrei informarvi prima della situazione dell’istruzione nelle scuole governative perché ci sono dei problemi. Il governo controlla le scuole e i maestri. I maestri democratici sono i più sotto controllo e in qualsiasi momento può essere cancellato loro il contratto perché il governo vuole nominarne altri che verrebbero solo a controllare e spiare la gente delle comunità. C’è anche un problema con i bambini: secondo il programma del governo sono vaccinati senza spiegare di quale vaccino si tratti. Sappiamo bene che ci sono vaccini contro il morbillo, la pertosse, ecc. Ma qui si tratta d’altro. In alcune scuole sono già state somministrate, arrivano i dottori, chiudono i bambini in un’aula e li obbligano a ricevere il vaccino senza però spiegare a che cosa serve. Le vaccinazioni che conosciamo, quelle che ho già citato, hanno il loro periodo e metodo per la somministrazione. Questi vaccini no. A volte le applicano ogni 15, a volte ogni settimana. C’è dell’altro: il governo ha un programma che si chiama
PROGRESA. Dicono che serve ad aiutare la gente indigena, ogni due mesi è dato un po’ di denaro a chi ne beneficia, se hanno molti figli danno dei centesimi. Sembra che ricevono 150 o 160 pesos ogni due mesi però a una condizione: accettare che le ragazzine e le donne vangano vaccinate ogni 15 o 20 giorni. È obbligatorio. Perché? Non lo sappiamo. È terribile, non possono succedere queste cose perché non sappiamo quali conseguenze potrebbe portare poi, né quale sia l’obiettivo nascosto del governo. Per noi è una cosa così inumana! Non è semplice, da quasi vergogna a dirlo e forse si deve all’ignoranza che abbiamo, ma, dicono che quando fanno la vaccinazione alle donne, le denudano, non sappiamo perché. Non è accettabile quanto fa il governo, noi questo non lo accettiamo! Per questo la situazione è peggio di prima, il governo ha sviluppato diverse tattiche, migliori tattiche, per mascherare le sue azioni, ingannandoci dicendo di voler aiutare la gente indigena, a che il popolo possa stare meglio. Ci sono molti abbagli, soprattutto riguardo all’economia: esistono molti programmi, ma in realtà non sono disegnati per aiutare il popolo ma per ingannarlo e umiliarlo, per ammazzare i più poveri, i miserabili!Questo riguarda anche il problema dell’istruzione perché quando vengono a vaccinare lo fanno nelle scuole e non nelle cliniche. Tornando invece alla scuola di Oventic, qui la gente si è organizzata per costruirla. La costruzione, però, non è del tutto ultimata per mancanza di risorse economiche, perché costruire costa molto. Per ora, abbiamo quattro aule, un dormitorio e un refettorio. Stiamo finendo la biblioteca e una sala per i corsi di informatica. L’intenzione era però quella di costruire sette aule, siamo solo a metà del lavoro. Per iniziare la scuola media è necessario che i maestri provengano dalla stessa comunità, che siano gente nostra, ma non è semplice, non c’è sufficiente gente che abbia terminato gli studi, allora stiamo realizzando questo progetto con gente che ha terminato o sta per terminare le medie. Li abbiamo riuniti per ricevere una formazione che è iniziata da circa otto mesi, stiamo avanzando ma manca ancora molto. Le difficoltà ci sono anche perché ci mancano i mezzi, abbiamo alcuni libri ma siamo carenti di materiale didattico e di alimenti. Non ci sono risorse economiche per ottenere queste cose, è lì dove iniziano le difficoltà. Quanto stiamo formando i nuovi maestri affinché possano dare lezione agli alunni della scuola media. L’idea è di concludere il periodo di formazione adesso, in dicembre e abbiamo speranze di iniziare le lezioni nel gennaio del 2000.
Intanto dove si trova la scuola media più vicina?
C’è un istituto a San Cayetano ed un altro a San Andrés. Quello di Cayetano ha poco più di un anno, cioè appena il governo ha saputo che stavamo per aprire una scuola media qui ad Oventic. Fu un altro dei suoi inganni, promisero che avrebbero stanziato borse di studio da 300 o 400 pesos al mese per gli studenti, allora molta gente vi iscrisse i figli quando lo venne a sapere. Ma poi cosa accadde? Non fu regalato nemmeno un quaderno. Promesse sì ma diritti no!
Il fatto che esista questo progetto di scuola non potrebbe essere un pretesto per essere attaccati?
Il governo può fare molte cose, invaderla e farne una caserma, utilizzando le nostre costruzioni ma noi diciamo: se dovesse succedere, il popolo risponderà perché questa scuola che si sta costruendo non è di Oventic, non è di San Andrés e non è dei messicani. Questa scuola è nostra, è di tutti, perché rappresenta lo sforzo di molta gente, vostro e di altre organizzazioni internazionali. La paura di essere aggrediti la dobbiamo affrontare: succeda quello che succeda ma qui c’è il popolo, c’è la nazione, ci siete voi, ci siamo tutti.
Valutate necessario che periodicamente vengano commissioni di osservatori per continuare a seguire la situazione delle comunità?
Queste iniziative possono favorire la situazione dei diritti umani, anche se il governo non vuole capire le ragioni, però la vostra presenza e le visite aiutano davvero perché quando i fatti sono diffusi negli altri paesi, al governo messicano risulta difficile occultare tutto. Finché non circolano informazioni il governo ne approfitta per fare tutto ciò che vuole, ma quando si viene a sapere cosa succede non può già più portare avanti i suoi piani. Per questo diciamo: siamo già al sesto anno di lotta, soprattutto lotta politica, è questo è stato possibile perché altri ci appoggiano con la loro presenza, diffondendo la nostra lotta. Senza di questo, il governo sarebbe avanzato di più. Allora è importante e se si riuscisse a fare visite ogni tre o quattro mesi, oppure ogni sei, al governo farebbe molta paura, teme molto tutto questo, non vuole che si realizzi
Potreste parlarci un po’ del funzionamento della clinica?
C’è bisogno di molti fondi per acquistare le medicine e gli strumenti, per questo ci sono problemi ad assicurare il mantenimento della clinica, però vale proprio la pena avere una clinica. Ci ha aiutato molto perché qualsiasi persona può venire qua a curarsi. Però il governo inganna la gente sostenendo che la clinica di Oventic non è una buona clinica, che lì vi nascondiamo le armi. Questo lo dicono i priisti, ma quando ci entra qualcuno, si accorge cosa c’è realmente lì. Continua a funzionare, anche se con pochi farmaci e materiale insufficiente alle cure. Bisognerà anche ampliare le strutture della clinica e, secondo l’opinione di alcuni medici che vi hanno lavorato, alcuni messicani e alcuni di altri paesi, ci sarebbe da modernizzare e cambiare alcune cose perché la costruzione non è stata progettata per usarla come ospedale, si è fatta e basta. Non è stata disegnata da un architetto ma è stata pensata dalla gente stessa. Sta funzionando ma l’idea e che diventi un ospedale dove ci siano buoni medici par curare la gente. Era la nostra speranza ma fino ad ora non siamo riusciti a realizzarla perché non abbiamo medici, spesso sono arrivati pazienti gravi, soprattutto a causa d’incidenti, e non abbiamo potuto accoglierli e bisogna mandarli a San Cristóbal e lì sorge un altro problema. Non c’è maniera di trasportarli. Ma, anche così, stiamo facendo tutto ciò che si può. Abbiamo diversi promotori sanitari, sono circa settanta in tutta la regione di Los Altos. Stanno ricevendo formazione e poi si distribuiranno per aiutare la gente. Alcuni possiedono già delle valige di pronto soccorso, altri no perché non sono ancora in grado di usarle. La clinica non potrà però mantenere e rifornire tutti i piccoli centri sanitari che ci sono nelle diverse comunità. Abbiamo molte idee ma mancano ancora tante cose da fare! Ci sono così tanti ostacoli! Abbiamo anche pensato di costruire delle cliniche in diverse comunità, non sappiamo se si potrà fare, abbiamo però molta speranza.
Potreste parlarci dell’opera che svolge la Croce Rossa Messicana o quella Internazionale?
Sono venuti, hanno annunciato che possono fare visite ogni mese oppure ogni due mesi, però hanno aiutato poco soprattutto perché sanno che esiste la clinica. Ci hanno portato un po’ di medicinali. Il vero beneficio è che il governo ha saputo che questa clinica è conosciuta dalla Croce Rossa.
In sintesi, la situazione politica è grave. Il governo sta facendo molte promesse false, sta ingannando. La cosa peggiore, però, sono i militari. Di conseguenza ci sentiamo minacciati, emarginati, controllati o, per meglio dire, perseguitati. Il nostro popolo soffre la fame e la miseria. I nostri compagni sono consapevoli e non si arrenderanno agli inganni. La resistenza continua e continuerà. Non accetteremo l’inganno. I nostri compagni si mantengono fermi. Costa molto. In questi ultimi mesi, molti compagni non avevano da mangiare neppure una tortilla! Non si sa più dove andare per trovare lavoro. Ma nonostante tutto, la gente continua a resistere fino a che il governo comprenda che il nostro popolo non ne può più d’inganni e promesse, resisteremo fina a che ci sarà una soluzione completa del problema.
3. El Nuevo Brillante, incontro con i membri della comunità
19 novembre 1999.
Durante la visita all’Aguascalientes di Oventic abbiamo richiesto di poter raccogliere informazioni riguardo alla situazione del Municipio Autonomo "San Juan de la Libertad".
Siamo venuti a conoscenza della situazione verificatasi l’anno scorso nel Municipio San Juan de la Libertad, cosa ne pensate al riguardo?
Sarebbe un bene se voi poteste visitare questo municipio anche se non esiste più la sua sede, in ogni caso le autorità autonome stanno funzionando in un altro luogo. Loro conoscono meglio la situazione.
Per limiti di tempo, la delegazione non poté spingersi oltre El Nuevo Brillante dove si è svolta un’intervista con gli abitanti della comunità, in assenza delle autorità locali. È importante segnalare che, dato la loro gravità, i fatti accaduti il 10 giugno del 1998 nelle comunità di Unión Progreso, Chavajeval ed El Bosque, facenti parte del Municipio Autonomo San Juan de la Libertad, avrebbero meritato in questo dossier un maggiore spazio, includendo più informazioni e testimonianze delle famiglie delle vittime.
Tuttavia su questo tema è possibile consultare il dossier elaborato da un gruppo di osservatori della città spagnola di Sabadell, datato luglio 1999, così come il documento presentato dal "Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de las Casas" all’Alto Commissario dell’
ONU, Mary Robinson e pubblicato nell’inserto Masiosare del quotidiano La Jornada in data 28 novembre 1999.La presente testimonianza, anche se tocca solo in parte i fatti del 10 giugno 1998, offre un panorama più generale della situazione del municipio e della comunità. E’ qui riprodotta tale e quale, eliminando alcune ripetizioni e rendendola di più facile lettura.
Primo intervistato: Racconterò prima i fatti del 10 giugno e poi passerò al tema della comunità. Qui a San Juan de la Libertad, il giorno 10 giugno dell’anno scorso è accaduta una cosa gravissima. Il fatto peggiore è successo nel villaggio che è sede del Consiglio Municipale Autonomo e nella comunità di Chavajeval. Anche a Unión Progreso ci sono stati dei gravi scontri. Furono colpite varie comunità e molta gente.
Quel giorno, verso l’una di notte, iniziarono ad arrivare migliaia d’effettivi di Seguridad Pública, Esercito Federale, Polizia Giudiziaria in direzione della sede municipale ed un gruppo verso Unión Progreso. Vennero durante la notte perché l’intenzione era di cogliere di sorpresa le nostre autorità. Qui ad El Brillante abbiamo visto passare centinaia di veicoli. Stavamo in allerta per vedere cosa stesse succedendo e abbiamo visto arrivare soldati a piedi. Un altro gruppo ancora si diresse a Chavajeval.
Da San Juan portarono via varie persone fino al carcere di Cerro Hueco. In totale ne furono arrestate 24.
Li presero in strada o in piazza poiché la gente stava fuggendo dalle case. Una volta arrivati a Chavajeval, dalla strada, i soldati iniziarono ad usare le armi. Entrarono sparando e donne, bambini, anziani, fuggirono dalle case verso i sentieri e i letti dei fiumi. Tutti i catturati furono picchiati.
Da qui, potevamo sentire il rumore degli spari e il rombo degli aerei e degli elicotteri che arrivarono fino a Chavajeval, da dove provenivano anche colpi d’arma da fuoco. Le donne, i bambini e gli anziani cercarono rifugio in montagna, arrampicandosi su un dorsale inseguiti dai soldati.
La sparatoria durò dalle otto di mattina alle due del pomeriggio circa e lo stesso accadde ad Unión Progreso, dove iniziarono alle sette del mattino. Un gruppo di compagni, che stavano andando al lavoro e non si erano accorti di nulla, s’imbatterono negli agenti di Seguridad Pública i quali spararono contro di loro, provocando sei perdite, sei morti tra coloro che stavano andando al lavoro. Alcuni riuscirono ad andarsene dalla comunità, ma altri no. La maggior parte di questi ultimi fu concentrata nel campo sportivo, obbligata a stendersi al suolo e, in seguito, maltrattata. Furono tutti interrogati con le mani legate. Li spogliarono di tutte le loro cose, le case furono svuotate. Tutto quello che i poliziotti di Seguridad Pública trovavano sul loro cammino lo saccheggiarono: attrezzi da lavoro, biancheria, vestiti. Rubarono come 25 .000 pesos dall’emporio collettivo, da cui portarono via anche le bibite. I maiali e gli animali da cortile se li portarono via tutti, li ammazzarono e poi se li mangiarono. Lasciarono Unión Progreso nella desolazione, con alcuni morti e altri fatti prigionieri. Da qui abbiamo visto tutto, essendo la nostra comunità a sole due ore a piedi di sentiero. Anche noi ce n’andammo da qui perché le donne erano allarmate. Le truppe non passarono da questa strada, ma giunsero da Bochil dove c’è una grossa caserma: Puerto Katé. Lì giorno e notte ci sono posti di blocco dove controllano tutto e tutti.
Interviene un’altra persona: Tutti quelli che morirono erano giovani. Non avevano idea di ciò che sarebbe successo, andavano tranquillamente al lavoro nei campi con gli attrezzi in spalla, quando si trovarono davanti gli agenti di Seguridad Pública, in questo modo le loro giovani vite sono state falciate. Due di loro erano sposati, gli altri quattro no. È terribile quanto è successo ad Unión Progreso ed è per questo motivo che ancora oggi continuano ad arrivarvi accampamentisti internazionali, perché la popolazione di Unión Progreso ha chiesto che la loro presenza sia permanente, perché non succeda più una cosa simile.
Lì è tutto molto triste.
Primo intervistato: Dopo che gli uomini di Seguridad Pública si furono ritirati, trascorsero due giorni prima che, il 12 giugno, la gente iniziasse a raccogliere quello che le era rimasto, i fagioli sparsi al suolo, gli utensili da cucina ancora utilizzabili.
Nella notte del 12 arrivò in tutte le comunità l’avviso che alle famiglie sarebbero stati restituiti i cadaveri. Ci recammo quindi tutti a Unión Progreso per attendere l’arrivo dei corpi. Erano tutti molto preoccupati, arrabbiati. A due signori anziani avevano ammazzato i due figli. A due vecchietti!
Il 13 mattina si concentrarono tutti gli abitanti dei villaggi per ricevere i cadaveri mandati dal governo. Venne molta gente, delegazioni da altri municipi. Non sapevamo però come ce li avrebbero consegnati, credevamo che sarebbero arrivati…interi! Aspettammo così fino alle ore dodici, poi, all’una del pomeriggio iniziarono ad arrivare i veicoli dalla strada che svolta da El Bosque. Venne la
CNDH a consegnare i corpi ed anche il "Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé". Arrivarono anche altri signori e diverse commissioni. Arrivarono otto morti, i sei di Unión Progreso più due di Chavajeval. Erano sullo stesso camion che li aveva portati via il giorno 10. I familiari e la gente che stavano lì, raccontarono di aver riconosciuto un funzionario della CNDH che era presente il giorno degli scontri, era vestito in modo diverso ma fu comunque riconosciuto; la gente iniziò a discutere.Poi arrivò il momento di scaricare dal camion i cadaveri per consegnarli ai familiari. Per svolgere questo lavoro nominammo delle commissioni. Le bare mandate dal governo erano molto lussuose, molto eleganti.
Furono collocate in modo da permettere ai familiari di riconoscere quali erano i loro parenti, figli, mariti .. E quando furono aperte le bare, questo noi ve lo diciamo chiaramente, vi diciamo la verità, non si notava assolutamente che si trattava dei nostri compagni, perché ciò che ci mandarono non erano più delle persone. Posso dirvelo perché eravamo lì, e li abbiamo visti. Non avevano più gli occhi, la bocca, uno dei cadaveri aveva una gamba in parte al corpo, un altro era senza braccia. Altri cadaveri erano sventrati. Secondo noi, non è un governo questo che opera in Chiapas! Cadaveri con la pancia aperta, distrutti, da non riuscire più a distinguere se sono persone. Davvero non so cosa gli hanno fatto perché questa gente è arrivata grossa, molto gonfia. Sappiamo che erano come noi ma arrivarono con la faccia enorme. Ce li hanno mandati nudi, senza niente indosso. Così il governo ha mandato i cadaveri a Unión Progreso, come se li avessero bruciati o gli avessero gettato sopra acqua bollente, non so! Ora non si poteva più dire cosa fosse successo a Unión Progreso. Per questo passarono a vederli i parenti, per riconoscere se erano i loro mariti, i loro figli, ma non poterono farlo. Chiusero le bare e dissero: non sono loro! Non sono loro!
A quel punto tutta la gente iniziò a piangere perché non riuscì a capire se si trattasse dei nostri compagni. In seguito il governo mandò le fotografie numerate, ma non si riuscì a capirlo neppure con le foto. Furono aperte di nuovo le bare per vedere se i corpi potevano infine essere riconosciuti, alcuni lo furono, altri no!
Successe proprio così, fecero questo ai morti. Allora, in queste condizioni, li abbiamo ricevuti e seppelliti ad Unión Progreso e quelli di Chavajeval li hanno portati nella loro comunità. Il giorno dopo sono stati seppelliti. Certo che durante tutta la giornata del 13 ci furono discussioni con l’incaricato della
CNDH.La gente cominciò a preoccuparsi riguardo a cosa avrebbe mangiato in quel periodo giacché nelle loro case non c’era più nulla. Come faranno le donne cui è rimasto solo quello che avevano indosso, dato che tutto il resto l’ha portato via Seguridad Pública? Noi ci chiediamo, cosa se ne fa la Seguridad Pública poiché molte compagne vestono i loro abiti tradizionali?
Per questo motivo tanta gente proveniente da altri paesi visita il cimitero di Unión Progreso.
La gente di lì è rimasta completamente distrutta. Così le loro case, beni, animali. Poi hanno iniziato a cercare la maniera di vivere, di recuperare qualcosa. A Chavajeval è successa la stessa cosa: la sparatoria durò molto tempo ma ci furono meno caduti, solo due.
A El Bosque non ci furono morti, però hanno inseguito le autorità autonome per portarle via con la forza, ma nessuna di queste è stata portata in prigione. Le autorità autonome restarono là. Poi, dall’arrivo dei soldati, i priisti hanno cominciato a occupare il centro municipale che è la sede delle autorità autonome. Allora il presidente del Consiglio Autonomo è dovuto andar via dal municipio ma non ha però smesso il suo lavoro.
A El Bosque ci stanno quelli del PRI con i loro elementi, con i loro soldati. Le autorità autonome stanno funzionando comunque, continuando il loro lavoro. Non sono in carcere.
Cosa n’è stato dei detenuti ?
Sono stati liberati dopo 11 mesi.
Quali accuse erano state loro mosse ?
Li hanno accusati di molte cose. Seguridad Pública ha detto che furono loro ad iniziare gli scontri, che avevano armi, che erano trafficanti di marijuana o che rubavano. Molti reati per farli stare un lungo periodo in carcere, ma ora sono tornati a casa. Sono usciti tutti quasi allo stesso tempo.
Molti pensano: come è possibile che il governo ci faccia questo? Quando ci manda i soldati o la Seguridad Pública, non è questo che la gente vuole quando chiede il rispetto dei suoi diritti. Invece di appoggiare, ammazzano. Quando uomini e donne reclamano qualcosa di cui hanno bisogno, il governo risponde con la Seguridad Pública o i poliziotti giudiziari. Per questo ci sono posti di blocco ovunque: a Puerto Katé, San Cayetano, nei pressi di Larrainzar, un altro in un posto che noi chiamiamo Jolnachom, funzionanti giorno e notte. Noi non ce la facciamo più a vivere così. La gente delle comunità lo dice tutti i giorni, non ce la fa più a vivere come in una caserma, la gente campesina non è abituata a vivere cosi vicino alle caserme dei militari, poiché nelle comunità pratica un suo modo di vita, senza soldati. No! Perciò in tutte le comunità c’è preoccupazione, le donne non possono allontanarsi a piedi da sole. Forse nelle città succede così, voi lo sapete, ma qui! Ogni giorno passano sulla strada i soldati sui loro mezzi, carri armati, mostrando le armi e la gente è preoccupata. Quando gli elicotteri volano bassi sulla comunità, la gente si spaventa. Non è certo questo che vogliamo! Non ci si può abituare a ciò, la gente vuole essere libera! Perciò, uomini e donne reclamano, manifestano: Che i soldati se ne vadano dalle comunità e che se ne tornino dal governo!
Nella comunità di Jolnachom i priisti sono il 100% degli abitanti e vivono insieme ai soldati all’interno della comunità che lì hanno montato le loro tende.
Vi ringraziamo per essere venuti ad ascoltare quanto vi abbiamo detto.
Ci sono molte cose con cui non possiamo vivere. Da Los Platanos arrivano soldati tutti i giorni. Vivono insieme a quella comunità. Ma ci sono comunità che vogliono vivere da sole, a modo loro e con le proprie autorità.
C’è dell’altro di cui voglio parlarvi: per esempio, in questo periodo il governo invece di appoggiare le comunità, sta mandando aiuti alimentari ai bambini. Fa parte di un programma, ma ci rendiamo conto che non è quello che dovrebbe consegnare. Manda cose molto semplici e che anche noi possiamo comprare, come sardine in scatola, peperoncini sottaceto, chili di zucchero, olio e latte in scatola che sono già scaduti. Questo è il contributo del governo per i bambini delle comunità indigene perché abbiano più capacità nello studio!
Inoltre: c’è un programma governativo speciale per le donne. Si chiama
PROGRESA. Danno del denaro alle donne, 200 pesos ogni due mesi. La condizione è che si facciano visitare periodicamente da un medico del governo e questi somministra loro un vaccino. Ma molti dicono che il dottore sia in realtà un soldato federale, oppure un agente della polizia giudiziaria che si mette il camice per farsi passare come medico. Così ingannano la gente perché si vaccini in cambio di 200 pesos.Sapete se ciò è fatto in tutta la regione?
Sappiamo solo che si fa in tutte le comunità della regione e che quando consegnano il
PROGRESA sono presenti dei soldati. È rivolto solo alle donne e alle ragazzine. Per i bambini maschi e per le bambine esiste un altro programma che consiste in borse di studio.Riguardo alle vaccinazioni, alcuni dicono che ai bambini non sono somministrate, altri invece dicono di sì. Questa cosa è in atto adesso e le autorità priiste obbligano i membri della comunità ad accettarla dicendo che è per il bene della comunità.
Queste vaccinazioni, come sono? Arrivano in scatola?
Non lo sappiamo perché poi se le portano via e poi qui non le abbiamo volute. Né il
PROGRESA, né il PROCAMPO. Vengono ad offrirci molte cose per far vedere che il governo fa molto ma qui non le accettiamo perché siamo in resistenza.Sembra che il
PROGRESA funzioni da tre anni. Le compagne povere che lo accettano non sanno se faccia bene o male. Altre si sono già abituate, sanno che ogni due mesi arrivano i 200 pesos.Ci sono tanti programmi del governo. Ci dicono altre comunità - poiché qui non arriva- che come sostegno alle donne consegnano macinini per il mais o attrezzi da lavoro del governo.
In altre comunità, il governo sostiene economicamente le donne incinte. Così gli impiegati del governo dicono che stanno applicando integralmente gli Accordi di San Andrés. Ma gli accordi non sono stati firmati per ottenere degli attrezzi da lavoro, un "machete" o un "asadon". Ma il governo racconta questo nelle comunità. Per noi è una cosa ridicola perché sappiamo che gli accordi non sono stati firmati per i duecento pesos del
PROGRESA. Però molta gente è ingannata così!Ultimamente arrivano in automobile o a piedi degli agenti con delle liste in mano, chiedendo il nome alle persone e se queste rientrano nella lista, sono portate direttamente al carcere di Cerro Hueco. È successo la settimana scorsa e molta gente, per la paura, non vuole uscire dalla comunità neanche per recarsi al lavoro. Non sappiamo il motivo di quest’operazione perché non ci dicono niente.
Quale corpo di polizia attua gli arresti ?
La polizia giudiziaria. Loro hanno le liste.
Ora la gente è molto spaventata, ha paura di uscire. Prima, chi non possedeva la terra lo faceva per trovare lavoro in altre comunità, per mantenere la famiglia.
Vediamo anche che i prodotti che dobbiamo comprare diventano sempre più cari. Crolla invece il prezzo di ciò che vende il campesino. Questa è un’altra situazione molto pesante per le comunità. Molta gente protesta, si chiede: dove andremo a finire?
Per esempio, il caffè sta a cinque pesos il chilo, 360 pesos al quintale, così lo comprano a noi i coyotes.
E questo se il caffè non ha macchie perché altrimenti te lo pagano tre pesos. Proprio per questo chi vive della coltivazione del caffè sente la situazione molto difficile. La maggioranza del raccolto è venduta ai coyotes, a Bochil.
4. Acteal, intervista con rappresentanti dell’organizzazione "Las Abejas".
Il giorno 19 novembre 1999 ci siamo recati nella comunità di Acteal, nel municipio di Chenalhó, dove abbiamo incontrato membri dell’organizzazione della società civile "Las Abejas", qui fondata nel 1992.
Il 22 dicembre del 1997, 45 membri di quest’organizzazione, riuniti in preghiera, sono stati barbaramente trucidati dai paramilitari, con la copertura di diverse autorità governative e locali. (vedi dossier della
CCIODH 1998)Come sono le relazioni tra Las Abejas e le basi d’appoggio dell’
EZLN?Non c’è alcun problema tra noi. In quanto società civile siamo molto aperti ma agiamo senza armi, per questo non abbiamo dato una risposta quando i nostri compagni sono stati ammazzati. Diversamente da noi, i compagni dell’
EZLN sono armati, ma noi abbiamo un altro pensiero: non vogliamo utilizzare le armi. Le basi d’appoggio ci parlano e c’informano, anche loro sono attivisti, ma il loro percorso di lotta è diverso, hanno intrapreso quella via e noi ascoltiamo quello che hanno da dirci.Che possibilità di sviluppo hanno i desplazados?
Primo interlocutore: Io non sono un desplazado, ma vengo in rappresentanza dei compagni desplazados che vivono nelle comunità di Acteal, Xo’yep, ecc. Sapete, siamo suddivisi in cinque campi, oltre a quelli dell’
EZLN.Possiamo lavorare liberamente solo se ci accompagnano le brigate di osservatori, poiché i paramilitari sono in agguato ad aspettarci con le loro armi. La terra l’abbiamo dovuta abbandonare perché le nostre comunità sono occupate dai paramilitari. I nostri compagni stanno soffrendo molto per il fatto di non poter realizzare il raccolto, per non poterlo vendere e, come se non bastasse, i prezzi sono molto bassi.
Secondo interlocutore: Io sono un desplazado da due anni, non possiamo andare né a seminare né a fare il raccolto. Abbiamo paura di entrare nelle nostre comunità che abbiamo dovuto abbandonare perché i paramilitari là sono armati, abbiamo paura. Per questo continuiamo a chiedere il disarmo delle bande paramilitari, ma loro restano armati, anche se li arrestano, le loro armi sono utilizzate dagli altri. Non abbiamo denaro e i nostri bambini soffrono la fame. L’anno scorso abbiamo chiesto accompagnamento e alcuni di noi sono riusciti ad entrare nelle comunità, altri invece no; al loro arrivo in una comunità si sono accorti che i paramilitari si erano già portati via il raccolto. Riguardo agli aiuti della Croce Rossa Messicana e della Croce Rossa Internazionale, sì, li stiamo ricevendo; all’inizio c’era solo quella messicana ma poi è arrivata quella internazionale e hanno coordinato le loro attività.
L’esercito messicano vi dà protezione?
Dovrebbero proteggerci, ma non lo fanno; parlano di attività sociale, ma non è così: non sono a nostro favore. Ciò che stanno facendo è cercare il dirigente della nostra organizzazione, offrendoci uova e zucchero, ma in realtà vogliono tornare ad occupare l’accampamento di Xo’yep.
In Chiapas ci sono più di 70.000 elementi dell’esercito e a noi non servono a nulla, l’esercito non ci protegge, ci mette solo paura. Seguridad Pública sta proteggendo i paramilitari, nell’andare a rubare, a tagliare il caffè, a bruciare le case. Abbiamo visto gli assassini dei nostri compagni mangiare assieme agli altri paramilitari, l’assistenza sociale è data unicamente ai paramilitari. Quando sono entrati a Xo’yep, portavano gli aiuti ma cercavano i dirigenti, allora i desplazados, uomini e donne, si sono organizzati, ma soprattutto le donne sono state quelle che non li hanno lasciati passare.
I desplazados si riforniscono di acqua ad una sorgente ma i militari l’hanno circondata, allora le donne hanno gridato loro di andarsene. Alcuni dei desplazados hanno dovuto fuggire perché erano stati minacciati dai soldati con le armi, ma alla fine, le donne, organizzandosi, non li hanno lasciati passare e li hanno spinti via, ma non sono andati molto lontano, sono ancora lì.
I soldati portano prostitute e anche qui ci sono indigeni che le vanno a visitare e a bere alcol, sono i priisti; alcune donne cominciano ad avere atteggiamenti come quelli delle prostitute, anche loro sono priiste, ma su questo fatto i membri della loro comunità mantengono il silenzio. Noi gente di "Las Abejas" non ci avviciniamo perché conosciamo bene i danni che l’esercito fa alle nostre comunità.
Potreste parlarci in merito al conflitto in Chiapas e al presunto conflitto tra religioni?
Tra cattolici e presbiteriani ci sono differenze di pensiero e di credo. I presbiteriani vogliono che il tempio sia di proprietà federale, invece noi cattolici non vogliamo perché allora la parola di Dio diventa la parola del presidente, del governo, noi non siamo d’accordo. I protestanti assumono le idee del PRI e la parola di Dio passa in secondo piano. Un esempio è che a Pechiquil i presbiteriani hanno benedetto le armi per vincere: per vincere coloro che lottano contro l’ingiustizia. Ciò è estraneo alla legge di Dio. Non è vero c’è conflitto per il fatto di appartenere a una religione o all’altra, ma perché il governo inculca le sue idee e, mentre alcune religioni e sette le accettano, noi cattolici non lo facciamo. Per noi, Don Samuel Ruiz è stato un lavoratore e una gran brava persona, ha mangiato e vissuto insieme con noi, nelle nostre case, ha conosciuto tutte le comunità e la povertà in cui viviamo. Pensiamo che con il suo successore, Raúl Vera non ci saranno problemi, anche se sta appena iniziando a conoscerci. Samuel ha vissuto con noi per 40 anni, anche Vera adesso conosce meglio la situazione degli indigeni e anche noi conosciamo lui, ma non sappiamo cosa deciderà il Vaticano.
Vorremmo conoscere la situazione in merito all’istruzione e alla salute…
Dal 1997 non ci sono scuole, le lezioni sono state sospese a causa delle minacce, accompagnate da spari, dei paramilitari e Seguridad Pública. Sembra che i bambini proseguano l’istruzione però attraverso la Chiesa, nella ricerca di un modo per continuare a studiare, ma sono in pochi.
Ci sono circa 150 bambini, dei quali, solo nel campo di Acteal, 97 sono denutriti; a Xo’yep non sappiamo quanti sono. L’organizzazione "Médicos del Mundo" e la Croce Rossa sono quelle che si occupano dei bambini quando si ammalano, ma parlano solo in spagnolo e questo è un problema. I bambini non hanno accesso all’istruzione, non riescono a recarsi a scuola, allora alcune organizzazioni indipendenti ci hanno aiutato nella formazione di promotori di educazione. Alcuni tra i promotori avevano già frequentato le elementari e le medie, per loro era importante continuare gli studi e adesso stanno già dando lezioni.
Il governo non vuole che i bambini studino per far sì che non possano difendere i loro diritti, le loro terre: questo perché gli conviene. È una menzogna che ci siano già le scuole, le borse di studio: noi non le abbiamo viste. Quelli che hanno potuto terminare le elementari, siccome sono indigeni, non hanno denaro e anche se volessero, non potrebbero continuare a studiare, perché qui non ci sono scuole, al contrario di quanto afferma il governo; invece, in città, le scuole ci sono ma non possono frequentarle perché non hanno i mezzi per andarci, nessuno li appoggia. Gli indigeni, quindi, non possono proseguire gli studi ed è per questo che i giovani finiscono per andare a lavorare la terra, anche se non ce n’è per tutti, allora vanno a lavorare nella milpa dei genitori. Noi, però, stiamo cercando il modo di mandare a scuola i nostri figli: non siamo politicizzati, reclamiamo solo i nostri diritti.
Speriamo che ci sia un seguito a tutte queste, perché dall’ultima visita dell’
ONU, nella persona di Asma Janaghir, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

5. Polhó, incontro con le autorità del Consiglio Autonomo di San Pedro Chenalhó
19 novembre 1999
Autorità del Municipio Autonomo: Rispetto al febbraio 1998, la situazione non è cambiata, l’attività delle bande paramilitari prosegue e l’esercito messicano continua ad incrementare nella zona il numero degli effettivi, che sono distribuiti in 10 basi militari. Vengono anche esercitate pressioni da parte di Seguridad Pública, soprattutto sulle strade e sui sentieri.
Tutte le basi militari sono situate molto vicino agli accampamenti in cui vivono i rifugiati.
C’è preoccupazione per un possibile attacco di paramilitari, come quello che fu perpetrato ad Acteal nel dicembre 1997. Si sa che hanno armi e che si stanno preparando per una nuova strage.
A Polhó vivono desplazados di 14 comunità: Tzanembolom, Aurora Chica, Bajobeltic, Acteal, Chemas, Pechiquil, La Esperanza, Los Chorros, Jochimich, Tzajalhucum, Jibeljoj, Canolal, Puebla, che occupa gli accampamenti numerati dall’uno al sei. In totale, i rifugiati (tutti basi d’appoggio dell’
EZLN) che vivono nei nove accampamenti sono 9.500, cui va aggiunto quelli dell’organizzazione "Las Abejas". In totale, nella zona di Polhó, ci sono 10.430 desplazados. Nelle comunità di Puebla, i paramilitari continuano le loro azioni contro gli abitanti dal maggio 1997, hanno rubato tutti i loro averi, gli animali e hanno distrutto le case. Il gruppo di paramilitari della zona si chiama "Mascara Roja" ed è composto da meticci, tra cui: José Eulogio Gomez Guillén; Celso, Ovidio e Jacobo Gomez Guillén; Emilio e Diego Rodriguez Mendez; José e Mariano Gomez Perez; Mariano Gutierrez Hernandez; Geronimo Perez Gomez.La presenza minacciosa dei paramilitari sulle strade dall’ottobre 1997, impedisce di realizzare la raccolta del caffè. Per il loro trasporto possiedono automobili e camion, passando continuamente sulle strade, armati e sparando, con lo scopo di appropriarsi della produzione delle comunità, come già hanno fatto durante il 1997 e il 1998.
I rifugiati chiedono giustizia, perché tutti sanno chi sono i paramilitari. Il diritto degli indigeni non esiste, sono perseguitati da militari e paramilitari e non sanno più dove fuggire.
Una settimana fa, nove famiglie, per un totale di 42 persone, sono state espulse da Canolal e ora si trovano con i desplazados di "Las Abejas".
Situazione alimentare:
Ricevono qualcosa dalla Croce Rossa Messicana, ma il programma termina nel dicembre 1999 e non sanno se continuerà l’assistenza. Ricevono due chili e mezzo di mais a persona ogni quindici giorni, farina, sapone, olio, zucchero e sale. Quando questi alimenti - di per sé insufficienti - finiscono, ricevono aiuti dalla società civile attraverso Enlace Civil.
Nella zona non ci sono molte possibilità produttive per via della scarsità di terreni e l’esaurimento del suolo produttivo.
Basi militari:
Sono situate a Puebla, La Libertad, Los Chorros (dietro Acteal), Tzanembolom, Pachiquil, Canolal e Pantelhó, dove ci sono circa 200 effettivi per base.
All’inizio del 1999, i militari sono entrati nel campo di desplazados numero sei nord, scortando dei paramilitari. Dal febbraio 1998, la presenza dell’Esercito Federale messicano è maggiore, come pure il numero di rifugiati. Al momento dei fatti di San Quintín e Amador Hernández, c’è stato il ritiro di quattro basi militari, ma poi, la presenza militare e poliziesca è di nuovo aumentata: ogni notte passano due volte dai cinque ai dieci camion che trasportano elementi dell’esercito, che poi non fanno ritorno poiché vanno ad installarsi nei diversi insediamenti.
Ogni giorno ci sono sorvoli d’aerei ed elicotteri e, nell’ultima settimana, ciò si è verificato con maggiore frequenza nei campi numero sette e otto. Le provocazioni e le minacce da parte dei paramilitari e di Seguridad Pública sono costanti, come pure le minacce dei priisti contro le donne che si recano alle coltivazioni di caffè. Non ci sono stati ancora morti perché i desplazados non si allontanano, non escono, dai loro campi.
Da quest’anno, c’è un membro della comunità di Acteal detenuto nel carcere di Cerro Hueco.
I rifugiati non possono tornare nelle loro comunità perché sono stati aggrediti o minacciati: una famiglia di Tzanembolom ha tentato di tornare a casa, ma 15 poliziotti hanno iniziato a sparargli contro. Un gruppo di "Las Abejas" ha cercato di ritornare ma non c’è riuscito. Il resto dei desplazados che vivono nel campo non ha neppure tentato per timore di venire uccisi.
Sono solo tre i paramilitari di Tzajalhucum che sono finiti in carcere per la strage di Acteal: Pablo, Juan e Nicolás Hernández Perez; insieme a: Antonio Sanchez Lopez, Pedro Mendez Lopez, Roberto Mendez Gutierrez, Sebastián Mendez Arias, Domingo Enzin Lopez, Pedro Luna Perez, paramilitari del villaggio di Los Chorros .
Militarizzazione e presenza paramilitare nella zona:
Non porta niente di buono per le comunità, i soldati si dedicano a perseguitarle e ad intimorire i bambini. Gli abitanti non possono transitare liberamente, sentono spari soprattutto durante la notte, quando i paramilitari fanno la ronda con gli agenti della
PGR e la Polizia Militare.Le testimonianze coincidono riguardo alle sofferenze che questi desplazados stanno patendo, come se non fosse già sufficiente l’aver dovuto abbandonare la propria comunità, chiedono quindi che si faccia giustizia verso i paramilitari in modo da poter vivere in pace e poter raccogliere il proprio caffè, giacché è dal 1997 che perdono i loro raccolti. Non hanno soldi e neanche lavoro perché non possono uscire a causa delle continue persecuzioni. È da due anni che sono desplazados.
Una donna di Polhó racconta che ciò che la preoccupa di più è la salute dei bambini e la mancanza di mezzi per dar loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Appartiene ad una famiglia di rifugiati e racconta che è stato molto difficile dover abbandonare la propria comunità, il 19 novembre 1997, di notte, attraverso le montagne, con donne incinte e bambini, alcuni dei quali si ferirono durante la fuga. Ha visto molta sofferenza.
Questione sanitaria e istruzione:
A Polhó esiste una clinica che appartiene al Municipio Autonomo, dove lavora un medico dell’organizzazione "Medicos del mundo". Inoltre ci sono promotori di salute della comunità. Alle medicine provvede il medico tramite la sua organizzazione.
L’acqua rappresenta spesso un problema perché i paramilitari rompono i tubi e, in ogni modo, quest’acqua non è potabile.
Le malattie più comuni sono: diarrea, tosse, malattie gastrointestinali, ma il problema più grave è la denutrizione.
Riguardo all’istruzione, esistono 40 promotori di educazione che stanno realizzando un progetto per dotare ogni campo di una scuola.
Visita al campo n° 2 nord:
Collocato sulla sommità di una collina, da un lato è circondato da filo spinato e dall’altro confina con due basi militari che lo circondano. Abbiamo potuto costatare che a meno di 50 metri dalle abitazioni della gente, esiste un posto di controllo dell’esercito.
Ci sono piccole piantagioni di caffè e qualche banano per l’autoconsumo. L’acqua è presa da un pozzo situato a una certa distanza. Le abitazioni sono di legno e di plastica, generalmente costituite da un solo locale. Ci sono molti bambini, per lo più senza vestiti pesanti e scalzi. Abbiamo potuto osservare la presenza di camion dell’esercito e automezzi della polizia militare.
Alla
CCIODH, è stato consegnato un documento di denuncia del Municipio Autonomo aggiungendo che n’avrebbero inviati altri via fax.
6. Zona Norte, incontro con le autorità rappresentanti delle comunità
21 novembre 1999.
Una delegazione di sette membri della
CCIODH ha visitato la comunità di Jolnixtié, nella Zona Norte; lì ha tenuto una riunione con i rappresentanti delle comunità di Jolnixtié, Masujá Shucijá, Libertad Jolnixtié, Misopá e Cerro Misopá.Gli intervistati hanno rilevato che dalla prima visita della commissione, nel febbraio dell’anno scorso, ad oggi la situazione non è sostanzialmente cambiata. Denunciano soprattutto le violazioni al diritto di libero transito nella zona in cui vivono. Durante la conversazione, un anziano della comunità di Jolnixtié afferma di non potersi più muovere per paura di essere aggredito da membri del gruppo paramilitare "Paz y Justicia".
Secondo i rappresentanti della zona, non si può transitare per Agua Fría, Crucero, Limar e La Curva, ma i problemi maggiori sorgono nel passare per la comunità Miguel Alemán, vicino alla comunità Masujá Shucjá. Il rappresentante di quest’ultima comunità ha affermato che più volte sono stati uditi spari e che, il 20 settembre 1999, profughi di Miguel Alemán sono stati aggrediti mentre si recavano al lavoro nei campi. Alcune pallottole hanno quasi colpito uno di loro. Inoltre i rappresentanti di Jolnixtié hanno affermato che gli assassini di José Tila López García, assassinato il 21 marzo 1998 mentre rientrava dall’incontro con la
CCIODH, sono tornati a vivere nella comunità. Solo uno dei sette è stato processato e si trova ora recluso nel carcere di Cerro Hueco. Il padre di José Tila, testimone oculare della morte del figlio, dovendosi recare a San Cristóbal de Las Casas per testimoniare davanti ad un giudice per evitare la scarcerazione dell’unico processato per l’assassinio, ci ha accompagnato nel viaggio di ritorno dalla comunità. Due minuti dopo essere passati dal luogo in cui fu crivellato di colpi José Tila, e, dove oggi è stata posta una croce, abbiamo osservato alcune persone a cavallo che si dirigevano verso Jolnixtié. Il padre di José Tila ci ha comunicato che si trattava degli assassini di suo figlio.I rappresentanti di Jolnixtié e Libertad Jolnixtié hanno denunciato l’incursione dell’esercito e di Seguridad Pública che è avvenuto il 10 aprile 1999. Hanno affermato poi che, l’11 novembre del 1999, alcuni addetti della società elettrica hanno tagliato le forniture d’elettricità alle chiese delle due comunità. Da un anno, il parroco di Tila, che vive in pratica assediato nella sua chiesa, non può recarsi a visitare i fedeli. I presenti hanno anche fatto riferimento alla situazione dei prigionieri politici rinchiusi nei penitenziari di Cerro Hueco, Yajalón e in quello dello stato di Tabasco. Affermano che i delitti di cui sono accusati non sono altro che montature e che, nonostante le mobilitazioni, tra cui un presidio di 85 giorni a Tuxtla Gutierrez, non hanno ottenuto alcun risultato: le autorità si sono sempre rifiutate di facilitare, in qualche modo, la liberazione dei prigionieri.
Le restrizioni alla libertà di transito colpiscono la popolazione nei seguenti aspetti:
- Non potersi recare al capoluogo municipale per disbrigare questioni amministrative;
- Non potersi recare con tranquillità al lavoro nei campi;
- Non potersi recare alla chiesa di Tila, né poter ricevere la visita del parroco;
- Non potersi dedicare ad attività di commercio e d’approvvigionamento.
Intere comunità si trovano ancora rifugiate e non ci sono garanzie per il loro ritorno. Gli abitanti di Cri Palenque sono ritornati, ma non hanno ricevuto alcun indennizzo per i danni subiti. L’assenza forzata e la conseguente perdita di molti capi di bestiame, ha causato il crollo della fragile economia familiare e comunitaria. Le difficoltà per il sostentamento sembrano essere ancor peggiori dell’anno passato.
I rappresentanti affermano che, a loro giudizio, non esistono le condizioni per una soluzione a breve del conflitto, facendo riferimento alla mancata attuazione degli Accordi di San Andrés.
È necessario segnalare che in tutti i luoghi menzionati, vivono persone che si trovano in condizione di profughi dal 1995 o dal 1996, a causa della violenza paramilitare. Per questo il tema occupa una posizione centrale nell’esposizione. Gli intervistati ci hanno fornito i seguenti dati, riguardanti la distribuzione delle famiglie rifugiate nelle loro comunità (per dati più generali vedi il documento fornito da Enlace Civil A.C. sull’ubicazione della popolazione rifugiata in tutto lo stato del Chiapas):
- rifugiati a Masojá Shucijá: 10 famiglie (56 persone) della comunità Miguel Alemán, dal 28 agosto del 1995; 16 famiglie di Susuclumil (60 persone), dal 17 giugno del 1996; 7 famiglie di Tzaquil (31 persone), dal 3 ottobre del 1995.
- rifugiati a Jolnixtié: 7 famiglie di Agua Fría, dal 17 giugno del 1996.
- rifugiati in altri luoghi: 6 famiglie di Masojá Grande che si sono spostate nello stato di Campeche nel 1996; 22 famiglie di Ojo de Agua, sparse per varie comunità e sul territorio nazionale.
Sino ad oggi i rifugiati non hanno ricevuto nessun tipo di garanzia da parte del governo, che permetta loro di intraprendere il viaggio di ritorno alle loro terre di origine. Durante il periodo in cui era governatore dello Stato, Julio Cesar Ruiz Ferro, alcuni abitanti di Masojá Grande sono rientrati credendo alla parola data dal comandante in capo dell’esercito, Leopoldo Diaz. Ciò nonostante, furono poi vittime di nuovi attacchi che li obbligarono a scappare nuovamente.
Secondo le informazioni raccolte, le famiglie non possiedono terre proprie e sono costrette a prenderle in affitto o in prestito, per seminare e provvedere così alla propria sopravvivenza. La mancanza di terre, li costringe a coltivare lo stesso appezzamento senza lasciarlo riposare, rendendolo così meno produttivo. Ciò implica un’ulteriore diminuzione delle già scarse entrate familiari. Nella maggior parte dei casi, la terra dai cui sono stati espulsi è già coltivata da altri e i rifugiati, non hanno avuto modo di far valere i propri diritti contro l’abuso del quale si sentono vittime.
Le famiglie di Cruz Palenque, che si erano rifugiate a Misopá, recentemente sono potute ritornare alle proprie terre, senza però ricevere alcun indennizzo per i beni abbandonati al momento dell’espulsione.
Nei loro interventi, i rappresentanti delle comunità hanno soprattutto rilevato la situazione economica in cui sono venuti a trovarsi in seguito alla perdita delle loro terre. In più occasioni, hanno consegnato alle autorità competenti una lista dei beni perduti accompagnata da richieste di indennizzo. Non hanno mai ricevuto risposta. L’unico indennizzo che è stato loro offerto, sono stati animali da cortile e pecore. Tuttavia, si dicono contrari all’offerta, poiché affermano di essersi da sempre dedicati all’allevamento bovino. Inoltre, sostengono che le pecore non si adattano alle zone, in cui loro vivono, e così muoiono. Lo stesso vale per gli animali da cortile che, essendo d’allevamento, necessiterebbero di cure particolari, che loro non possono offrire.
I rappresentanti delle comunità si lamentano che la vigilanza costante, esercitata dai membri del gruppo paramilitare "Paz y Justicia", impedisce loro di recarsi in altre comunità, in particolare a Tila, il capoluogo municipale. Gli intervistati hanno espresso il timore di essere picchiati oppure rapiti e fatti sparire nei posti di blocco dei paramilitari. Questa situazione crea, soprattutto, paure tra le donne e gli anziani e, di fatto, molte persone ormai non si muovono più dalla comunità.
I membri del gruppo "Paz y Justicia" controllano l’accesso alle comunità di Miguel Alemán, La Curva, El Limar, Agua Fría, El Crucero e Tila, e fanno scendere dagli autoveicoli, arbitrariamente, tutti quelli che, volendovi entrare, non sono di loro gradimento, siano gente della zona oppure osservatori stranieri. L’unica strada accessibile conduce a Macuspana, nello stato di Tabasco e al suo sbocco si trova il distaccamento militare di Melchor Ocampo. La strada bianca in costruzione dall’anno scorso non è sufficientemente pavimentata e, già dalle prime piogge, diventa intransitabile per qualsiasi autoveicolo. La distanza a piedi tra Jolnixtié e Melchor Ocampo è di 5 o 6 ore. Di conseguenza, gli abitanti devono affrontare dei seri problemi di approvvigionamento. Viene loro impedito il trasporto di malati, anche in caso di necessità, e si complica loro il disbrigo di pratiche amministrative nel capoluogo municipale, Tila. È probabile, che la legge di rimunicipalizzazione promulgata dal governo statale, non contribuisca alla soluzione di questo aspetto del problema.
Un altro effetto negativo provocato dall’assedio, cui sono sottoposte le comunità, riguarda l’impossibilità di partecipare alle attività religiose nel capoluogo municipale - che è un importante luogo di pellegrinaggio - o di ricevere visite del parroco di Tila, che da 4 anni è stato dichiarato "persona non grata" dai membri di "Paz y Justicia". Padre Heriberto Cruz Vera, non può spostarsi per il timore di essere aggredito per strada e, in sostanza, vive segregato nella sua chiesa.
Nella Zona Norte, negli ultimi anni, il diritto alla libertà di culto è stato calpestato più volte. La chiesa di Tzaquil è stata incendiata, quelle di Miguel Alemán e di Limar sono chiuse e, per questo, le messe si celebrano in abitazioni private. Nel 1996, contro la chiesa di Guanal, è stata sparata una raffica di mitra e solo recentemente è stata riaperta. A Cerro Misopá, gli arredi e l’impianto audio della chiesa sono stati rubati. Infine, l’11 novembre del 1999, agenti della compagnia elettrica, Comisión Federal de Electricidad (
CFE), hanno tagliato la fornitura di elettricità, iniziata appena due mesi prima, alla chiesa di Jolnixtié, causando costernazione tra gli abitanti del luogo che, ora, temono venga tolta la corrente anche alle loro abitazioni. I rappresentanti di Jolnixtié hanno riferito alla CCIODH, che la comunità si rifiuterà di pagare l’energia sino a quando le autorità competenti non soddisferanno, in modo soddisfacente, le loro richieste di indennizzo. L’atteggiamento adottato dagli agenti della CFE, di procedere al taglio dell’elettricità senza nemmeno darne notifica, è stato interpretato, dalle autorità della comunità, come umiliante e irrispettoso.Oltre a denunciare le persecuzioni cui sono vittime, gli intervistati hanno espresso la loro indignazione di fronte all’iniquità e alla cattiva amministrazione della giustizia. Il caso della morte di José Tila, costituisce un esempio indicativo dell’impunità di cui godono i paramilitari. Il 21 de febbraio del 1998, José Tila López García fu crivellato di pallottole e poi finito a colpi di machete da sette uomini, mentre rientrava a Jolnixtié in compagnia del padre, dopo aver offerto la propria testimonianza a una delegazione della
CCIODH (il primo dossier è stato dedicato in sua memoria). Gli elementi di Seguridad Pública del distaccamento di Jolnixtié, si rifiutarono di emanare un ordine di cattura contro gli aggressori, nonostante questi siano stati identificati formalmente dal padre della vittima. L’arrivo, tre giorni dopo, del procuratore di giustizia, quando ormai i responsabili del delitto si erano già dati alla fuga, scatenò l’ira della popolazione che espulse i rappresentanti dell’ordine. Da allora, secondo le testimonianze raccolte, elementi della polizia, distaccati in altre comunità, pattugliano la zona ogni tre o quattro giorni. Dopo essersi rifugiati, per circa un anno, in una comunità vicina, i responsabili della morte di José Tila sono rientrati a Jolnixtié. Hanno piena libertà e, addirittura, sono implicati in altre azioni violente. Il 18 settembre 1999, hanno fatto irruzione, in stato di ebbrezza, nell’Accampamento Civile per la Pace e, dopo aver minacciato i presenti, hanno tentato di colpirli con i loro machetes, lasciando anche segni visibili sulla struttura. Il 20 settembre 1999, sempre secondo le testimonianze degli intervistati, hanno sparato contro un gruppo di rifugiati della comunità di Masojá Shucjá, mancando di poco uno degli aggrediti. Mateo López Pérez, originario di Panchuc, è l’unico ad essere stato processato per l’omicidio di José Tila. Attualmente si trova recluso nel Centro di Riabilitazione Sociale di Cerro Hueco, a Tuxtla Gutierrez. A quanto sembra, poco tempo fa, è stata fatta una richiesta di scarcerazione. Il padre di José Tila, che era stato citato a deporre come testimone principale, non ha potuto recarsi in tribunale, sia per mancanza di mezzi economici, sia per paura di venire aggredito durante il viaggio. Ha, quindi, approfittato della visita della CCIODH per giungere a San Cristóbal de Las Casas, dove il Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas si sta occupando del caso. Pochi minuti dopo essere passati per il luogo dove, tra le erbacce, si erge una croce nel punto in cui cadde José Tila, la CCIODH ha incrociato alcuni uomini a cavallo. Il padre di José Tila, si è chinato sul sedile, dicendo, in seguito, di aver identificato quegli uomini come gli assassini del figlio. Visibilmente turbato, ha poi rivelato di ricevere minacce e pressioni, con lo scopo di farlo desistere dalle sue accuse. Per questo motivo, non può mai spostarsi da solo, sia all’interno, sia all’esterno della comunità.La copertura che le forze di Seguridad Pública danno alle persone identificate come membri di "Paz y Justicia", come agli attivisti del partito di governo
PRI, è stata segnalata anche dal rappresentante di Misopà. Secondo la sua testimonianza, il 7 novembre, giorno in cui si è realizzata la consultazione per la scelta del candidato alla presidenza per quel partito, elementi di Seguridad Pública, accampati a Cerro Misopá, hanno esploso colpi d’arma da fuoco nel centro della comunità, insieme a simpatizzanti del PRI, i quali erano guidati da Ruben Reyes, lo stesso che, l’anno scorso, era stato indicato alla CCIODH come il dirigente locale di "Paz y Justicia". L’atteggiamento delle autorità è notevolmente più efficiente, quando i delitti sono imputati a persone identificate con lo zapatismo oppure con il partito d’opposizione PRD: tre persone originarie di Jonixtié e Cerro Misopá sono attualmente detenute in carcere e, nonostante si considerino prigionieri per reati di opinione, stanno scontando lunghe pene per reati comuni, con accuse che gli intervistati definiscono "prefabbricate". L’anno scorso, alcuni membri della comunità, insieme a familiari dei detenuti, hanno realizzato un presidio di 85 giorni davanti alla sede del governo statale di Tuxtla Gutiérrez, per chiedere la liberazione di questi e quella degli altri detenuti dell’organizzazione "La Voz de Cerro Hueco".Gli intervistati hanno parlato di schedature costanti da parte dell‘esercito nei posti di blocco in cui vengono fermati. Hanno raccontato anche dell’incidente accaduto il dieci d’aprile 1999 a Jolnixtié, mentre gli abitanti del luogo stavano celebrando l’anniversario di Emiliano Zapata. Durante la notte, avvenne un black-out, cui seguì l’arrivo di numerosi elementi dell‘Esercito Federale che, con il pretesto che due soldati erano stati aggrediti e privati delle loro armi, perquisirono l’intera comunità, ripetendo l’operazione anche il giorno seguente.
Nel giugno di quest’anno, a Tila, il signor Candido Arcos, mentre stava salendo su un furgone, è stato gettato a terra da due elementi di Seguridad Pública che poi lo hanno picchiato a morte in mezzo alla strada. Uno degli autori del crimine è stato arrestato, l’altro è latitante.
In sintesi, il problema principale nella Zona Norte continua ad essere la presenza di gruppi paramilitari che agiscono in assoluta impunità e con la complicità delle forze armate. Questa situazione è la causa delle violazioni al diritto di libero transito che colpisce la popolazione civile nei seguenti aspetti:
- Non potersi recare con tranquillità al lavoro nei campi.
- Non potersi recare al capoluogo municipale per sbrigare questioni amministrative.
- Non potersi dedicare ad attività di commercio ed approvvigionamento.
- Non potersi recare alla chiesa di Tila, né poter ricevere la visita del parroco.
- Intere comunità si trovano ancora rifugiate e non ci sono garanzie per il loro ritorno.
- Non sono stati indennizzati per i danni subiti.
- L’assenza forzata e la conseguente perdita di molti capi di bestiame ha causato il crollo della fragile economia familiare e comunitaria.
- Le difficoltà per il sostentamento sembrano essere ancor peggiori dell’anno passato.
Nelle loro testimonianze, gli intervistati hanno confermato le versioni diffuse da diversi media riguardo alle divisioni in seno al gruppo paramilitare "Paz y Justicia" e causate dai suoi stessi dirigenti. Hanno anche espresso il timore che la frammentazione possa provocare danni addirittura maggiori., con la formazione di gruppuscoli, incontrollabili, dediti ad attività esclusivamente delittuose, al di là di qualsiasi tipo di logica politica. Attribuiscono il fenomeno all’incomprensione della base, a fronte del cambio di strategia dei suoi dirigenti che, per anni, l’hanno aizzata a provocare scontri nelle comunità e che, ora, pretendono di calmare gli animi.
In queste circostanze, i rappresentanti della comunità manifestano la propria sfiducia nei confronti delle promesse del governo e sottolineano che non esistono le premesse per una soluzione rapida del conflitto, in riferimento alla mancata attuazione degli Accordi di San Andrés.
Primo rappresentante: Le comunità si sono organizzate per esigere dal governo una soluzione ai nostri problemi. Non abbiamo, però, ricevuto risposte.
La nostra prima rivendicazione riguarda i prigionieri politici. Esistono oltre 60 prigionieri politici accusati di omicidio, di delitti che non hanno commesso e che sono stati una montatura (ci sono tre reclusi dell’organizzazione La Voz de Cerro Hueco originari delle comunità sopra citate: uno di Cerro Misopá e uno di Jolnixtié si trovano a Cerro Hueco, il terzo si trova in un carcere del Tabasco. Finora non si è potuto ottenere un suo trasferimento).
La seconda rivendicazione riguarda la perdita del bestiame a causa dell’espulsione. I nostri averi e le nostre abitazioni sono stati distrutti e bruciati, il nostro pollame rubato. Abbiamo perso tutto e non possiamo recuperare niente. Vogliamo riavere il nostro patrimonio per assicurare un futuro ai nostri figli, vogliamo poter dar loro una buona educazione. Vogliamo che il nostro problema si risolva in modo pacifico, non vogliamo conflitti con quelli di "Paz y Justicia", che si organizzarono con l’appoggio di Seguridad Pública per perseguitarci ed ucciderci. Molti compagni sono già morti per questo. Ciò nonostante, noi non abbiamo mai espulso nessuno dalle nostre comunità. Vogliamo lavorare in pace, non vogliamo più violenza. Quelli di "Paz y Justicia" appartengono al
PRI. Non abbiamo libertà di transito, nelle comunità di Miguel Alemán, El Crucero, El Limar, Agua Fría, se ci vedono passare ci fanno scendere dai veicoli e ci fanno sparire. L’unica via da cui possiamo passare è quella per Macuspana, in Tabasco, ma se dobbiamo andare a Tila, il capoluogo municipale, non ci lasciano passare. In questo momento, non possiamo lavorare con tranquillità perché ci controllano e ci aggrediscono quando vogliamo andare ai nostri appezzamenti".Secondo rappresentante: Il governo sostiene che non c’è conflitto in Chiapas. Questa è una menzogna. Noi, è dal 1995 che soffriamo moltissimo. A Masojá Shucijá continuano gli spari e le aggressioni contro i profughi che si recano al lavoro nei campi, è la comunità che si trova nella situazione più pericolosa: lì non si può lavorare, quelli di "Paz y Justicia" continuano ad agire, anche se ora non sono più uniti come prima, da loro si sono staccati gruppi che si dedicano a furti ed aggressioni. Pensiamo non ci sia modo di controllarli e questa è la nostra preoccupazione. Il giorno della commemorazione della rivoluzione messicana sono passati lanciando grida. In settembre hanno causato danni all’Accampamento Civile per la Pace, quando hanno inferto colpi di machete alla struttura (gli osservatori per la pace ne sono testimoni e i segni sono ancora visibili). Gli autori sono gli stessi che hanno assassinato José Tila e che non sono mai stati arrestati. Quando hanno ucciso José Tila, qui c’era ancora un distaccamento di Seguridad Pública. Per ben tre volte abbiamo loro chiesto che arrestassero i colpevoli dell’omicidio, ma non ci hanno mai dato ascolto. Per questo motivo abbiamo cacciato il distaccamento che, da allora, non è più tornato. Attualmente, ogni tre o quattro giorni, passa Seguridad Pública insieme alla polizia giudiziaria.
La militarizzazione in Chiapas è aumentata, ma il governo sostiene che in Messico regnano democrazia, giustizia, che non c’è conflitto, che non c’è guerra, che non esistono paramilitari. Noi, invece, diciamo che tutto ciò esiste.
Terzo rappresentante: Ci hanno rubato tutti gli animali, sono entrati nelle nostre abitazioni e vogliono rubarci anche i terreni. Non ci lasciano passare per andare a coltivare la nostra terra. Poiché noi non riusciamo a raggiungere i nostri appezzamenti, ci vanno loro, quelli di Paz y Justicia per rubarci le terre. Abbiamo presentato varie denunce, ma il governo non le ha mai prese in considerazione e continua dire che, qui, non esiste alcun problema, quando noi, qua, continuiamo a soffrire.
Esigiamo l’indennizzo per i beni perduti e il governo ci offre qualche pollo e quattro pecore… ma noi abbiamo perso bestiame, non vogliamo animali da cortile, siamo allevatori. Tra l’altro, il pollame che ci offrono è d’allevamento e ha bisogno di cure particolari, che noi non possiamo offrire. Ci vogliono far fuori tutti per restare soli in queste terre, non vogliono che noi continuiamo a lavorare. È doloroso vedere che, dopo che hai lavorato e sofferto per tirar su qualcosa, loro arrivano e ti portano via tutto. Avevamo appena comprato dei puledri e ce li hanno rubati, questo è successo circa tre anni fa.
Vogliamo che tutto ciò venga chiarito e che tutto il mondo sappia che quello che dice il governo, che in Chiapas non esistono problemi, non è vero. Non deve più succedere quello che accadde nel ’96, quando ci cacciarono dalle nostre case; adesso, che siamo nel periodo del raccolto, potrebbero tornare e rifarlo un’altra volta.
Per questo, vogliamo che il governo trovi una soluzione pacifica. Che ci sia pace e tranquillità nel nostro Stato ed in tutto il Messico, perché i nostri figli abbiano tutte le possibilità, che ci paghino poi i beni perduti, perché i nostri figli possano comprarsi le scarpe per poter andare a scuola. Se il governo non ci paga, da dove tiriamo fuori i soldi per dare un’educazione ai nostri figli? Da anni chiediamo si trovi la soluzione al problema, una soluzione che, però, non è mai stata cercata.
Quarto rappresentante: Voglio dire una cosa sugli animali che ci ha dato il governo: il problema è che non sono adatti a questo terreno. Le pecore in questa regione non resistono e muoiono. Per questo non li accettiamo.
Quinto rappresentante: Vogliamo si conosca la nostra protesta. Il 1996 è stato l’anno più problematico. Prima, la vita, nei quattro municipi di Tumbalá, Tila, Salto de Agua e Palenque, era tranquilla. Tra il ‘95 e il ‘96 hanno cominciato a formarsi gruppi paramilitari, cioè durante il periodo di Julio Cesar Ruiz Ferro come governatore dello Stato. Nel 1995 sono stati espulsi i nostri poveri compagni di Miguel Alemán, Tzaquil, Jolxihá, Ojo de Agua, che, ancora oggi, continuano ad essere profughi e non hanno potuto tornare. A Miguel Alemán sono rimasti solo i paramilitari e chi non appartiene alla loro organizzazione corre il rischio di essere ammazzato.
Qualche giorno fa, venti compagni di Masojá Shucijá volevano recarsi a lavorare nel campo, ma quelli di Paz y Justicia fecero sapere che avrebbero teso loro un’altra imboscata. Ciò ha provocato tristezza, perché i compagni vogliono lavorare e dicono di non volere altri problemi. Abbiamo fatto richieste, ma il governo dello Stato non ci dà ascolto. Dice che troverà una soluzione, ma non fa niente. Qui la militarizzazione è costante, a Libertad Jolnixtié esiste una caserma e i pattugliamenti sono continui.
Ci sono persone che, per la paura, non vogliono più allontanarsi per lavorare nei campi. Prima non conoscevamo né militari né Seguridad Pública, adesso, abbiamo paura di andare a far legna o a lavorare nel campo.
Finora non abbiamo ricevuto alcun indennizzo, nonostante le nostre richieste e i presidi di fronte al palazzo del governo. Ci hanno ingannato promettendoci pollastri e pecore. Noi non vogliamo niente di tutto ciò, noi siamo allevatori!
Sesto rappresentante: Otto giorni fa, l’esercito, Seguridad Pública e la polizia giudiziaria statale (
PJE) hanno cominciato ad aumentare i pattugliamenti sulle strade, passando due volte al giorno, e hanno aumentato il numero degli effettivi. All’uscita del paese, stanno installando un posto di blocco due volte al giorno. Stanno aumentando anche i pattugliamenti di aerei ed elicotteri. Le cose stanno peggiorando.Il 10 aprile del ‘99 è stata celebrata una festa in occasione dell’anniversario della morte di Emiliano Zapata, quando l’esercito ci ha creato un problema. Prima hanno tagliato i cavi elettrici, poi sono venuti in molti a dirci che due soldati erano stati aggrediti e che erano state rubate loro le armi. All’alba hanno perquisito tutta la comunità e lo stesso hanno fatto il giorno seguente. Per cercare le armi, sono entrati anche nella chiesa.
Il 18 settembre gli assassini di José Tila sono entrati nell’Accampamento per la Pace in stato d’ebbrezza e hanno minacciato le persone che vi si trovavano, dicendo, inoltre, di non temere nulla, perché tanto il governo li protegge. Il 20 settembre, gli stessi hanno sparato contro alcuni compagni rifugiati di Susuclumil e quasi ne ammazzano uno.
Continuano i furti: appena due giorni fa c’è stato un furto di bestiame.
L’unico nostro delitto è di essere contro il governo, ma noi non siamo contro il governo, ci stiamo solo organizzando per porre fine all’inganno di cui soffriamo da più di 500 anni, dai tempi dei nostri padri e dei nostri nonni.
Chiediamo salute, educazione, giustizia, democrazia, uguaglianza, e per questo ci stiamo organizzando, per i nostri figli e per tutto il popolo messicano.
Per questo il governo messicano manda ad ucciderci, per questo si sono formati gruppi armati contro di noi, perché non vogliono che ci organizziamo, che prendiamo coscienza, noi, gli indigeni. Dice che vuole il dialogo e la pace, ma non è vero. Non vuole riconoscere i nostri diritti.
Ci battiamo anche per l’attuazione degli Accordi di San Andrés. Questo è quello che noi vogliamo. Inoltre chiediamo ci risarciscano di quello che ci hanno rubato. E che ci rispettino. Siamo stanchi. Non abbiamo cliniche, non abbiamo dottori, non abbiamo educazione, né noi né i nostri figli. Il governo non vuole che abbiamo un’educazione perché teme che, così, potremmo arrivare a farlo cadere. Per questo non ci vogliono dare la possibilità di studiare e di migliorare le nostri condizioni di vita.
Settimo rappresentante: L’11 novembre la Comisión Federal de Electricidad venne a tagliare la luce nella nostra chiesa. È successo all’una di notte circa: approfittando della nostra distrazione, ci hanno rubato il contatore e i cavi elettrici e non capiamo il perché, non capiamo perché stanno facendo queste cose. Adesso la gente ha paura che tornino per tagliare la luce anche alle loro case. Noi abbiamo deciso di non pagare l’elettricità finché non ci saranno risarciti i nostri beni. Dove andiamo a prendere i soldi, se non ne abbiamo neanche per comprare del sapone o per soddisfare le nostre necessità più basilari?
Abbiamo la sensazione che facciano questo semplicemente perché non ci rispettano come persone, perché ai loro occhi non valiamo niente. Per lo meno che ci dicano per quale motivo, che ci parlino, siamo persone e possiamo capire i problemi, forse avremmo potuto trovare una soluzione. Qui è da poco che disponiamo dell’energia elettrica, prima l’avevano solo quelli di Paz y Justicia.
Noi chiediamo solo il necessario per la nostra comunità, questa è la nostra lotta e molti compagni sono morti per questo. Perciò quelli di Paz y Justicia ci minacciano, quando vedono che qualcuno di noi è ben preparato lo ammazzano. Questo è quello che succede qui. Non capiamo il motivo, perché quello che facciamo non è niente di male; vogliamo solo pace e tranquillità per le nostre comunità.
È da tanti anni che è così: i nostri padri e i nostri nonni furono ingannati e uccisi perché si volevano organizzare. Chi si vuole organizzare viene ucciso. Se andiamo a Tila o a El Limar ci ammazzano perché siamo sulla lista di quelli da eliminare. Noi non abbiamo mai fatto nulla di male nelle nostre comunità, né abbiamo mai fatto uccidere chi non fosse dalla nostra parte. Vogliamo un centro sanitario, perché finora abbiamo sempre dovuto trasportare i malati molto lontano, con dei costi molto alti.
A volte accusano noi dei crimini che commettono loro ed esistono mandati di cattura a carico di nostri compagni.
L’anno scorso, a Cerro Misopá, c’è stato un problema con la costruzione di una strada. La gente era contraria perché sarebbe passata su terreni dell’ejido. Inoltre quelli di Misopá si lamentavano per la lentezza con cui veniva costruita la strada proveniente da Emiliano Zapata e del cattivo uso che si stava facendo dei fondi con cui venivano acquistati materiali scadenti per la costruzione. Cos’è successo da allora?
Purtroppo l’impresa costruttrice non lavorava bene ed erano più di 6 mesi che costruiva. Lo studio del terreno non era ben fatto e i fondi a disposizione erano molto scarsi. Il lavoro non fu svolto bene e la strada non è stata pavimentata in modo sufficiente: il rivestimento era di soli 10 centimetri e, quando piove, sprofonda tutto. L’impresa era stata appaltata dalla presidenza municipale. Abbiamo incassato l’assegno per la parte che resta da costruire, perciò abbiamo chiesto all’impresa di rimettersi all’opera non appena siano terminate le piogge. I fondi assegnati sono di 604.000 pesos.
Relazione sulla morte di José Tila, avvenuta il 21 febbraio 1998:
Il giorno dopo l’omicidio siamo andati ad avvisare Seguridad Pública. Gli assassini si trovavano nelle loro case. Gli agenti dissero che bisognava attendere l’ordine di cattura e, a quel punto, gli assassini hanno avuto il tempo di nascondersi. Lunedì 23, tre giorni dopo la morte di José Tila, arrivò il procuratore di giustizia, scortato da tre furgoni di poliziotti. Pensiamo che gli assassini siano stati avvisati dagli agenti stessi perché sono amici loro e perché erano insieme quando la gente è stata espulsa dalle proprie case. Allora gli abitanti delle 26 comunità vicine, si sono organizzati e hanno cacciato via la polizia ed il procuratore, questi, prima di andarsene, chiesero un certo periodo di tempo, ma non fu loro concesso.
I nomi degli assassini sono: Mateo López Pérez, Pablo López Pérez, Plácido López Pérez, Eulalio López García, Juan Bersain Gracia Pérez, Juan José García Pérez e Mateo López Pérez, originario di Panchuc ed è l’unico ad essere stato arrestato.
Gli assassini non sono stati perseguiti Il padre di José Tila è l’unico testimone dell’omicidio, infatti, stava accompagnando il figlio, quando questi fu assassinato, e poté, quindi, vedere in faccia gli assassini. Ora gli assassini sono tornati nella comunità e vivono nelle loro case, dopo essere rimasti nascosti per circa un anno, ed ora pensano che la questione si sia conclusa. Sono gli stessi che hanno causato il problema con gli osservatori. Dicono che non hanno paura perché il governo li appoggia e che, quindi, non gli succederà niente. Sembra si stia sollecitando la liberazione dell’unico detenuto per l’assassinio di José Tila. Poco tempo fa, suo padre fu convocato come testimone a San Cristóbal, ma, fino ad oggi, non vi si è potuto recare per mancanza di soldi per il viaggio. Il Centro Fray Bartolomé De Las Casas si sta occupando del caso. Al momento non è stata ancora emessa una sentenza e, quindi, sono ancora presunti assassini.
Relazione sulla morte di Cándido Arcos, avvenuta a Tila nel giugno del 1999:
Candido si trovava su un furgone. Passò una pattuglia di Seguridad Pública che lo fece scendere e lo prese a calci, fino a fargli perdere conoscenza: morì poco dopo. Tutto questo è successo sotto gli occhi di tutti. Un poliziotto è stato arrestato, l’altro è invece scappato. Da questo si può vedere come i posti di blocco siano solo delle messe in scena, infatti, non fermano gli assassini, ma si dedicano solo a perquisire noi.
Al campo militare di Libertad Jolnixtié Seconda Sezione vanno sempre i bambini e vediamo che gli viene offerta marijuana. Non hanno il diritto di fare queste cose. Portano alcolismo e prostituzione nelle comunità. Un altro distaccamento è a Emiliano Zapata, a Cerro Misopá c’è n’è uno di Seguridad Pública. La presenza dell’esercito in quella zona ci danneggia perché lì nasce il fiume e i militari vi scaricano la loro spazzatura, inquinandolo. Si tratta del fiume che rifornisce d’acqua la comunità. Noi chiediamo che si ritirino e se ne vadano da lì.
A cosa si riferisce quando dice che i membri di Paz y Justicia non sono più così uniti come prima?
Alcuni elementi si sono allontanati e hanno formato dei gruppuscoli che si dedicano ad attività di delinquenza comune.
I conflitti sono ora più personali?
Il capo di Paz y Justicia di Agua Fría, Juan Martinez Pérez, mi ha detto che non vuole più continuare, che ci sono già stati abbastanza problemi, confessando anche che ci sono divisioni tra loro. Ha detto che c’è gente del suo stesso gruppo che non gli dà più retta e che si dedica solo a compiere mascalzonate. Lui, da parte sua, ha ammesso di essere stanco della violenza.
Crede che quelli rimasti ora continuino, più che altro, come un’associazione a delinquere senza scopi politici?
Quando hanno cominciato, nel 1995, erano ben organizzati e avevano i loro dirigenti ai quali obbedivano. Dal 1998, però, la situazione ha iniziato a deteriorarsi. Hanno cominciato a scontrarsi tra di loro. I dirigenti erano Samuel Sánchez Sánchez (deputato statale del
PRI), Raimundo Diego Vasquez e Marcos Albino. Ora ci sono diversi gruppi che non vogliono più la violenza, ma ce ne sono altri gruppi che vogliono continuare e che provocano problemi. I loro dirigenti cercano di controllarli perché il governo ha detto che bisogna fermare la violenza; quindi, i dirigenti di Paz y Justicia, che prima dicevano alla propria base che bisognava far fuori tutti gli oppositori, quelli del PRD e gli zapatisti, ora dicono che bisogna fermare la violenza perché così vuole il governo. Allora c’è gente che si chiede cosa stia succedendo, perché adesso abbiano cambiato opinione. Per questo, alcuni di loro si sono staccati perché i dirigenti ordinavano loro di fermarsi. Hanno detto che non vogliono più violenza, ma rimangono dei piccoli gruppi che vogliono continuare. Questi ultimi non sono più sotto il comando dei propri dirigenti, ma operano per conto loro. Sono delinquenti comuni.A Cerro Misopá chi crea problemi è Seguridad Pública. Il 7 novembre, giorno della consultazione interna del
PRI, alle undici e mezza di notte, nel centro del paese, hanno esploso colpi di arma da fuoco e raffiche. Ci sono stati incidenti durante la votazione interna del PRI, perché questi appoggiano Roberto Madrazo, l’antagonista di Labastida. Ruben Reyes, capo di Paz y Justicia a Cerro Misopá, è stato colui che ha organizzato la votazione interna al PRI.
7. Municipio Autonomo Ricardo Flores Magón, incontro con i rappresentanti della comunità
L’incursione delle forze militari a Taniperla, centro del Municipio Autonomo "Ricardo Flores Magón", all’alba dell’11 aprile 1998, ha segnato l’inizio di una serie di attacchi violenti contro i Municipi Autonomi. Quanto iniziato a Taniperla ha avuto un seguito quattro giorni dopo nella comunità "10 de abril" (nella zona di Altamirano), il primo maggio nel Municipio Autonomo "Tierra y Libertad" (nella regione di frontiera con il Guatemala), ai primi di giugno nel municipio costituzionale "Nicolás Ruiz" (amministrato dal
PRD) e infine l’11 giugno, nel Municipio Autonomo "San Juan de la Libertad".In tre dei casi riferiti, l’obiettivo sembrava essere lo smantellamento del Municipio e la cattura delle sue autorità designate. Ogni volta, però, ha richiamato l’attenzione la sproporzione tra le forze mobilitate ed il numero di arresti che si pretendeva realizzare. Nella comunità "10 de abril", per esempio, dove il pretesto era "verificare la situazione migratoria" di tre cittadini di origine norvegese, la comunità è stata invasa da varie centinaia di elementi di Seguridad Pública.
È da segnalare inoltre che, da quella data, le espulsioni di osservatori stranieri sono state più frequenti e più numerose. Taniperla probabilmente detiene il record di espulsi per il solo fatto di essere passati da quella comunità. D’altra parte, però, l’atteggiamento sommamente ostile nei confronti di qualsiasi visitatore adottato dagli abitanti appartenenti al
PRI –che oggi, insieme ai militari, controllano la comunità- ha sicuramente contribuito a ridurne il numero. Di fatto, la delegazione della CCIODH non ha potuto recarsi in questo luogo perché avvisata in anticipo della presenza di paramilitari decisi ad impedire che svolgesse il suo compito.Dopo quasi due anni, una parte degli abitanti permane lontana dalla comunità. Il testo in cui si presenta la situazione del Municipio Autonomo, viene riprodotto tale e quale come è stato consegnato a due membri della Commissione.
MUNICIPIO AUTONOMO IN RIBELLIONE "RICARDO FLORES MAGÓN"
19 novembre 1999, Chiapas, Messico
Ai nostri fratelli e sorelle della "Confederación General Del Trabajo"(
CGT) componenti della CCIODHSorelle e fratelli della
CGT spagnola,vi mandiamo il più forte saluto di dignità e lotta che possa venire dai nostri cuori rivoluzionari e autonomi. Accogliamo di nuovo con allegria la vostra presenza nel nostro territorio e nelle comunità indigene in resistenza, perché insieme con voi sarà possibile costruire un mondo dove ci sia spazio per tutti, dove tutti ci si possa guardare, parlare e ascoltare come fratelli nell’uguaglianza e rispetto, dove tutti possano vivere con dignità. Inoltre ci rallegriamo perché voi siete già parte della nostra lotta e ci avete aiutato molto nel proseguirla.
Sorelle e fratelli, queste vostre comunità sorelle, del Municipio Autonomo "Ricardo Flores Magón", vi vogliono mandare un saluto speciale attraverso la nostra parola e il nostro cuore sinceri, con la nostra ragione e volontà di difendere, lavorare e lottare per il diritto storico e sociale all’autonomia dei popoli indigeni e spiegarvi perché cerchiamo una vita con dignità per tutte e tutti noi che viviamo nelle nostre comunità, villaggi e rancherías. Ma anche una breve spiegazione dei problemi che ci costringe ad affrontare la guerra silenziosa, problemi per portare avanti il municipio e l’impegno preso insieme con voi.
Perciò vi mandiamo alcune parole per farvi comprendere il nostro lavoro e struttura municipale. La nostra comunità campesina e indigena è una forma di vita e di cultura, perciò la comunità è un qualcosa di proprio che trova il suo significato nelle famiglie che si uniscono per garantire la loro riproduzione, il loro benessere, la loro dignità e a questo scopo hanno formato una comunità che ottiene un senso comune e si guida da sé come un unico cuore per assicurare una vita dignitosa a tutte le famiglie. In modo collettivo ci articoliamo, conviviamo, lavoriamo e costruiamo nei nostri villaggi, i nostri interessi comuni si fanno e le decisioni si prendono in assemblee comunitarie cercando innanzi tutto l’accordo che benefici tutti, cercando che tutti coloro che partecipano ne siano contenti, che tutti partecipino, che la gente si parli, esprima la propria opinione, che cerchi una soluzione, e se alcuni non sono d’accordo, allora si continua a cercare l’accordo fino a quando ci si arriva, e se non ci si riesce, si cerca il modo migliore, quello che non causa divisioni; inoltre stabiliamo sistemi di cooperazione, di mutuo appoggio e di ridistribuzione della ricchezza, e collettivamente ci occupiamo delle necessità, creiamo la cultura e prestiamo regolari servizi di solidarietà in beneficio della comunità. L’assemblea nomina le autorità d’ogni comunità e così le commissioni, e queste possono solo comandare e cercare di portare a termine gli accordi e i progetti decisi, non hanno l’autorità per decidere da soli quello che si deve fare, ma ciò che il popolo vuole fare.
Questo sentimento di sentire e sentirci in comunità, di costruire un ambito comune, è la base su cui costruiamo e diamo significato al nostro Municipio Autonomo, rispettando la nostra cultura, tradizioni, sogni e costumi, per questo per il Municipio ogni comunità, villaggio o ranchería è come una famiglia, dove ogni comunità ha cuore e significato solo in rapporto alle altre comunità, nel suo lavoro comune con altri villaggi. E così, gli ejidos non sono più ejidos, ma un territorio comune poiché sono uniti e in relazione tra loro, quindi sono parte di una comunità più ampia dove le loro terre, acque, cieli, cammini sono già più grandi, sono autonomi, degni e ribelli.
Costruire la nostra autonomia e adempiere le necessità e ai sogni comuni delle nostre comunità, villaggi e rancherías, rispettando ciò che siamo, è un compito grande e gravoso e per questo abbiamo creato il Consiglio Autonomo che concentra le diverse autorità nominate sia dagli uomini, donne, bambini ed anziani, basi d’appoggio dell’
EZLN che dai membri delle organizzazioni indipendenti presenti in ogni comunità, che in modo volontario hanno deciso di appoggiarlo. Abbiamo continuato a lavorare da quando abbiamo dichiarato il nostro Municipio: abbiamo costituito il Consiglio per la Salute, incaricato del benessere del popolo in quest’aspetto, e la Commissione Agraria, incaricata di proteggere e vigilare il nostro territorio autonomo e ribelle, che, in forma congiunta e insieme al nostro popolo, rappresentano, creando e cuore, il nostro Municipio Autonomo in ribellione "Ricardo Flores Magón". Le autorità municipali sono incaricate di applicare gli accordi, trovare le risorse, occuparsi delle necessità e proporre progetti di beneficio comune, consultandosi, appoggiandosi e rispettando, in ogni momento, le comunità, la loro volontà, necessità, proposte e potenzialità, promuovendo l’articolazione e il lavoro congiunto per costituire un popolo con autonomia e dignità.Per prendere accordi tra le comunità, si è creata l’Assemblea Regionale, che è formata dalle autorità nominate in ogni comunità, secondo i propri costumi e necessità, che sono gli Agenti Autonomi. Queste autorità portano il pensiero e l’accordo della loro comunità, nel modo in cui abbiamo detto, e si cerca l’accordo tra tutte loro come nell’assemblea comunitaria, non portano la loro posizione personale, ma, sì, la loro esperienza e lavoro. Dall’Assemblea Regionale escono gli accordi, necessità e progetti municipali, che ritornano alle comunità per l’ultima parola, se c’è malcontento generale sono rivisti, fino ad arrivare all’accordo buono. Il Consiglio Autonomo, quindi, applicherà questi accordi regionali e cercherà il coordinamento comunitario per adempiere la sua funzione collettiva.
Nel Municipio, come nelle comunità, le autorità e commissioni non sono stipendiate, non ricevono alcun compenso per il loro lavoro, lo fanno per il bene di tutti, perché sanno che un domani altri si occuperanno di loro e lavoreranno insieme con loro, compiendo questa stessa volontà e impegno comune. Rispetto al Municipio e al Consiglio Autonomo, ogni comunità ha anch’essa autonomia per risolvere i suoi problemi, per creare ai suoi propri lavori, prendendo i suoi propri accordi, sempre e quando rispettino la volontà e l’accordo più ampio cui si sono unite, ossia alla volontà regionale. Il Municipio serve ad appoggiare e a rendere più grande lo sforzo d’ogni comunità, per facilitarlo, per superare i limiti d’azione di un solo villaggio, per cercare di risolvere e costruire ciò che la comunità da sola non può fare, così come una famiglia non può farlo senza la comunità.
Uno dei lavori che più ci occupano in questo periodo, e che il Consiglio sta cercando di mettere in atto, è il coordinamento tra tutte le comunità, per risolvere le differenze e i problemi tra l’una e l’altra, per esempio i problemi della terra tra gli ejidos, che sono molti. Ciò si deve alla cattiva ripartizione delle terre fatta dal mal governo, che in molti casi ha dato in dotazione la stessa terra a diversi ejidos, per creare divisioni tra noi. Tramite accordo, perciò, è stata creata la Commissione Agraria, che è stata incaricata da un lato di risolvere questi problemi di terre, e dall’altro di ridistribuire le terre recuperate con la nostra lotta dai latifondisti e dai possidenti terrieri, affinché oggi siano lavorate dalle comunità indigene campesine. L’altra gran responsabilità della Commissione Agraria è di vigilare e difendere il nostro territorio, come elemento indispensabile alla costruzione della nostra autonomia indigena; protegge le nostre risorse naturali dallo sfruttamento e saccheggio, affinché questa ricchezza sia per tutti; ha a che fare con il problema forestale, d’inquinamento delle acque dei nostri fiumi e lagune, avendo cura anche dei luoghi che sono importanti per lo sviluppo della nostra cultura e tradizione. Il tutto seguendo e rispettando il mandato dei popoli e le leggi che si stanno creando nelle assemblee regionali.
Il Consiglio per la Salute ha iniziato il suo lavoro dopo il 10 aprile 1998 ed è incaricato di occuparsi del problema sanitario nelle nostre comunità, poiché è uno dei problemi che maggiormente ci colpisce, come sapete. Questo Consiglio per la Salute ha operato principalmente nella formazione di promotori comunitari che oltre ad offrire assistenza medica ai malati, con le poche risorse a disposizione, devono creare la coscienza e le condizioni di salubrità ed igiene nelle nostre comunità, ossia occuparsi della prevenzione. Sono stati costruiti, con le poche e precarie risorse, alcuni piccoli centri sanitari nelle comunità destinati ad essere area di lavoro dei promotori e un luogo dove la comunità possa trovare uno spazio per riflettere sulla sua salute e sulle cose che possono essere migliorate con le proprie risorse. Questa è una delle aree con maggiori problemi perché come sapete abbiamo bisogno di molte risorse che non abbiamo ed è difficile ottenerle dall’esterno, dato che richiedono molta gente e un’attenzione costante, tuttavia anche se la sua attuazione non è ancora visibile, è una delle aree dove si è lavorato di più, dato che può contare su una buon’organizzazione e i promotori da parte loro hanno dato molto.
Tra l’altro il Consiglio Autonomo appoggia e si coordina con queste commissioni, oltre ad avere il compito di trovare e risolvere i problemi che affliggono di più la popolazione, senza fare preferenze, ma cercando di risolvere per prima cosa le necessità delle comunità meno favorite, come quelle, per esempio, quelle con mancanza di tubature per l’acqua corrente. Così come deve anche cercare e creare altri consigli e commissioni che si dovranno incaricare dei problemi e necessità della popolazione come: l’istruzione, la produzione, la cultura e tutto ciò che man mano sarà necessario alla costruzione della nostra autonomia come popolo indigeno e della vita dignitosa dei suoi membri.
Sappiamo bene che è solo l’inizio e che abbiamo problemi e questioni non ancora risolte a causa della guerra e dei problemi interni, che è un primo battito del nostro cuore come popolo indigeno autonomo, che siamo ancora lontani dal nostro sogno, però abbiamo la volontà, il cuore fermo, che cresce perché è di molti e vuole continuare a lavorare e lottare. Per questo siamo movimento, lotta, conflitto, siamo la pura verità della nostra realtà, siamo un calore locale che s’innalza a nazionale, siamo l’immagine scomoda della patria, siamo, insieme con voi, la speranza di creare questo mondo dove ci sia spazio per tutti.
Questo è il cuore e la volontà con la quale siamo insorti e abbiamo costruito questo nostro Municipio Autonomo in Ribellione "Ricardo Flores Magón", questa è la sua ragione di essere e il suo spirito che cammina nel "comandare obbedendo" secondo la volontà e l’accordo dei popoli, al rafforzamento della loro cultura, lavoro e sentimento comuni.
Come sapete, il mal governo ha fatto sì che questo nostro Municipio nascesse, sotto la cappa della repressione e della violenza, dopo il 10 aprile 1998, data in cui si ribellarono in cuore e la volontà dei nostri popoli per far divenire realtà il nostro sogno e speranza di autonomia inaugurata a Taniperla: questo Municipio Autonomo e Ribelle "Ricardo Flores Magón"; in quei giorni furono anche vittime della distruzione, persecuzione, carcere e morte, i Municipi Autonomi di "Tierra y Libertad", "San Juan de la Libertad" e il Municipio Costituzionale di "Nicolás Ruiz", che governano dignitosamente le comunità di questa zona.
Oggi la violenza contro di noi si è intensificata nascondendosi dietro le maschere della rimunicipalizzazione, della legge di disarmo e amnistia, il progetto di rimboschimento, dietro il pretesto di far arrivare gli aiuti istituzionali, per incrementare l’infrastruttura di un falso progresso e per preservare lo strombazzato e falso stato di diritto che deve imperare nello Stato. Quest’apparato di presunta risposta del governo alle nostre richieste, però, nasconde solo la menzogna del governo che dice di volere la pace ma ciò che fa è la guerra, perché in realtà si tratta solo di una copertura per formare gruppi di scontro antizapatisti, progettare false rese di zapatisti, mobilitare alcuni nuclei priisti affinché fabbrichino accuse contro le basi d’appoggio zapatiste del Municipio affinché esista il pretesto per incarcerarci e giustificare così l’entrata nelle comunità di militari, poliziotti di Seguridad Pública e giudiziari.
Noi vediamo che il vero volto di questi operativi e progetti è di occultare la guerra, chiudere ancora di più l’accerchiamento militare, rendere impossibile la nostra organizzazione e il nostro dialogo con l’intera società, continuare a rafforzare e creare gruppi paramilitari per dividere e reprimere le comunità ribelli e in resistenza, sgomberare intere comunità verso rifugi strategici, per indebolire materialmente e moralmente questo movimento, questa volontà, questa dignità che non muore, non si vende, non si arresta. Per questo, oggi, la maggioranza delle nostre comunità, villaggi e rancherías soffrono la fame, le perdite materiali, il carcere, l’oblio, la persecuzione, la militarizzazione e la violenza, vedono divisa e aggredita la loro comunità dai paramilitari. Oggi i soldati opprimono con la loro presenza, le loro armi e spostamenti, hanno portato prostitute, oltre che adescando con l’inganno o violentando le donne, in gran parte minorenni. Hanno inoltre portato e permesso ancora la vendita e il consumo d’alcol, dopo tutto il lavoro che avevamo fatto per togliere questi vizi dalla comunità. Dal tradimento del 9 febbraio 1995, hanno preso e invaso strutture e terreni dell’ejido senza l’autorizzazione dei proprietari; nel 1998 hanno occupato ancora più terreni per istallarsi e minacciare la nostra gente degna ed addestrando i gruppi paramilitari.
Il mal governo, però, non lo capì nel ‘94 e continua a non capire, che noi, i più piccoli e dimenticati, gli esclusi di sempre, gli indigeni tzeltales e choles di questo territorio ribelle, abbiamo una dignità, sappiamo lottare e costruire, perché, lo vogliano o no, abbiamo saputo costruire e difendere la nostra autonomia, il nostro Municipio e che continueremo a lottare per una vita con dignità, per una pace giusta, per democrazia, libertà e giustizia per tutti.
Perciò, sorelle e fratelli, questo è ciò che succede, non possiamo allontanarci per lavoro, i bambini e le donne hanno paura di uscire dalle loro case, i nostri uomini si recano alla milpa col pericolo di ritrovarsi il giorno successivo in un carcere oppure di essere picchiati e chissà cos’altro. Il nostro sostentamento e le nostre poche cose sono in pericolo costante, le nostre terre, su cui siamo nati, vogliono portarcele via in un modo o nell’altro, infine il nostro cuore è triste, il nostro tempo è oscurato dalla menzogna e dalla minaccia, da parte del soldato e del paramilitare, e tutto questo perché abbiamo dignità e lottiamo contro uno stato di cose che sono ingiuste, che ci opprimono, sfruttano e condannano alla morte e all’oblio.
Per questo continuiamo e continueremo con dignità e volontà vera, anche se perseguitati e nascosti, anche se minacciati e senza appoggi, continueremo a resistere con più forza di prima. Continueremo a rafforzare e incrementare l’organizzazione e gli accordi del Municipio, per aumentarne la forza, per raggiungere il nostro sogno e una vita degna per tutti i suoi membri. Continueremo a parlare, appoggiare e formare le autorità, i promotori e le levatrici d’ogni comunità, continueremo a costruire progetti che diano benefici alle comunità, continueremo a cercare il modo migliore di organizzarci come popolo e municipio, rivalutando i nostri sistemi giuridici e a creare i nostri regolamenti interni, affrontando la questione dell’istruzione e della comunicazione, facendo i nostri censimenti, andremo avanti, difendendo ed esercitando i nostri diritti come popolo indigeno contenuti negli Accordi di "San Andrés Sacamchén de los Pobres" e che rinforzano il nostro percorso verso l’autonomia, verso la costruzione del nostro futuro, anche se, davanti a noi, lo sappiamo, resta da percorrere un cammino interminabile nel quale dobbiamo camminare insieme, quello che il mal governo tenta di fermare.
Perché i nostri Municipi Autonomi sono la speranza di un futuro degno per tutti, un futuro basato sulla appartenenza volontaria e sul rispetto per le differenze, inclusa la dissidenza, e la sua forza è riposta nel cuore degno di noi che lo desideriamo, nella maggior parte delle donne, bambini ed anziani, giovani e uomini delle nostre oltre 110 comunità, è nella dignità di tutti noi che lottiamo per migliorarci, senza il bisogno di chiedere permesso e di dover dipendere dalla volontà di altri. Le loro speranze e possibilità sono riposte nella nostra storia comune, nella nostra lingua, nei nostri costumi, nelle nostre conoscenze ancestrali, nel lavoro quotidiano e nel desiderio di creare un Messico e un mondo da cui non si sia più esclusi. La nostra veritiera volontà e autonomia, la nostra dignità, è in ogni milpa e potrero, in ogni fiume e sentiero, in ogni casa e comunità di noi che possediamo il cuore veritiero, di noi che rispettiamo il fratello diverso ed esigiamo di essere rispettati, per questo possiamo continuare, nonostante tutto, nonostante la guerra, la persecuzione, l’incarceramento e la morte, per questo possiamo resistere, resistere alla fame e all’esilio, alla repressione e distruzione, alla menzogna e all’inganno, possiamo stare nella comunità o in montagna, nella sofferenza o nell’allegria di ognuno dei nostri compagni.
In questa lotta e resistenza dobbiamo riconoscere che senza lo sforzo e la dignità delle nostre compagne non sarebbe stato possibile, né sarà possibile. Loro sono quelle che più hanno resistito, quelle che si sono prese cura delle comunità e della famiglia quando i compagni sono stati costretti a rifugiarsi dalla persecuzione, sono quelle che portano tutto il peso quando un compagno è ingiustamente imprigionato. Sono anche d’appoggio quando le autorità devono allontanarsi per il loro lavoro, sono quelle che mantengono vive la tradizione e la cultura. Loro non si fermano, non si vendono, non si arrendono nonostante le minacce di stupro ricevute, anche se fanno loro pressione perché firmino a favore del mal governo, anche se vedono che non c’è da mangiare, non accettano le briciole che dà il governo, sono quelle che danno il coraggio e il sostegno alla lotta. Dobbiamo però riconoscere che bisogna lavorare di più perché nelle comunità e nelle famiglie siano rispettati i loro diritti, perché abbiano maggior partecipazione e rappresentanza, perché divengano parte attiva come autorità comunitarie, municipali, perché possano possedere terre e molte altre cose che assicurino la loro vita in uguaglianza e dignità. Questo deve essere un lavoro attento ma fermo, perché c’è molta resistenza e bisogna affrontarlo rispettando il popolo, cercando di trovare gli accordi migliori e facendo sì che ci siano meno problemi.
Ma dobbiamo anche riconoscere che l’attacco al municipio che stava nascendo per iniziare il lavoro aperto su aspetti come la cultura, l’istruzione, la salute e altro, che richiede il pieno contributo delle comunità e l’appoggio di fratelli come voi, è stato colpito in maniera definitiva. L’occupazione militare e poliziesca è ancora in atto, la distruzione delle strutture e dello spazio comune per la realizzazione di questo lavoro, l’incursione e la permanenza dell’esercito e della polizia in altre zone del Municipio e il crescente accerchiamento militare della zona di conflitto, continuano e continueranno senza permettere, per molto tempo, questo tipo di lavoro. Il Municipio non ha mai potuto, perché era agli inizi, mettere in campo la struttura necessaria a questi lavori, siamo stati costretti a ripiegare di nuovo nella vita clandestina, senza più un centro collettivo di lavoro, senza un luogo dove ricevere, parlare e cercare appoggio, portando in questo modo alla dispersione delle autorità municipali, oltre a rendere quasi impossibili le riunioni di lavoro tra queste e con l’Assemblea Regionale, poiché sono perseguitate, ed ogni giorno è sempre più difficile muoversi e questo, tra l’altro, non ha permesso di fare avere a tutti l’informazione che riguarda il gemellaggio e il raggiungimento di un accordo ampio nello stabilire uno scambio come quello che era stato accordato inizialmente.
La guerra di bassa intensità, che aumenta ogni giorno, ci ha portato anche a concentrare i nostri sforzi nella resistenza, nel risolvere i problemi e il deterioramento che questa genera nelle comunità, oltre a quelli che sorgono di per sé nella vita quotidiana. Questo ci ha portato a perdere, per un periodo, la visione dei lavori e l’attenzione che voi meritate, perché l’appoggio che ci avete dato, ci è servito, in gran parte, per resistere meglio a questa situazione o anche per appoggiare un poco l’organizzazione della Consulta Nazionale del 21 marzo, che ha richiesto molti sguardi al cuore interno, cioè molto lavoro che non ha permesso procedere nelle altre cose. Ma soprattutto, possiamo affermare che non vi abbiamo messo il cuore necessario per occuparcene, ma siamo in un processo in cui pensiamo molto ai problemi cui non abbiamo potuto dare soluzione e di cui i nostri popoli hanno bisogno.
Riguardo all’informazione sui problemi che stanno avvenendo con l’esercito, chiediamo la vostra comprensione, il Municipio ha lavorato molto in questo, ha organizzato anche conferenze stampa e questo genere d’informazioni si sta diffondendo attraverso la rete informativa di Enlace Civil, sappiamo che voi la ricevete. Noi vorremmo mandarvelo direttamente, ma per noi è molto difficile, far circolare queste informazioni è problematico e richiede molte risorse. Sappiate però che nel ricevere informazioni tramite Enlace, in cuor nostro sappiamo che vi arriva, e in cuor nostro sappiamo anche che porta una dedica speciale per la
CGT, anche se non scritta, la mandiamo. Su altro tipo di informazioni come questa, cercheremo di metterci un maggior impegno per inviarla.Che questa riunione che avete con il Consiglio serva a raggiungere accordi su come lavorare in maniera più congiunta, come tra fratelli. Che siano stabiliti alcuni accordi di lavoro congiunto guardando al cuore dei problemi in cui ci troviamo noi e che si condividano i problemi che invece dovete affrontare voi, affinché possa uscirne qualcosa che, poco o molto, ci permetta di lavorare al gemellaggio, che sia però qualcosa che si possa fare realmente al di là dei problemi.
Bene, accomiatandoci, vorremmo dirvi di non dimenticarvi di noi, di andare avanti nella vostra lotta, che continuiate ad organizzare la vostra gente per creare una società più giusta, una società per tutti. Vi chiediamo di continuare a lavorare insieme, che, anche se commettiamo errori e abbiamo molti problemi nel nostro cuore, voi siete sempre presenti, ci ricordiamo di voi e desideriamo che continuiate ad appoggiarci.
Vi comunichiamo che il nostro progetto di ricostruire le strutture del Municipio continua, per realizzare di nuovo apertamente quel lavoro che ci permette di avanzare nell’istruzione, salute e tutto quello che serve al popolo e alla sua autonomia. Sappiamo che si tratta ancora di un sogno, che però dobbiamo fare senza chiedere il permesso al governo, come abbiamo fatto quel 10 aprile, senza accettare le briciole, senza lasciarci sconfiggere dalla militarizzazione e dai paramilitari. È un sogno che realizzeremo insieme a fratelli come voi, che ci guardiamo il cuore nell’uguaglianza.
Speriamo che questo non sia il nostro ultimo incontro, che ce ne siano molti di più per scambiare le nostre idee e opinioni, per rendere più grande il nostro lavoro congiunto. Vi annunciamo che dopo di questo incontro portiate nella vostra terra il messaggio e il saluto del nostro popolo a tutti coloro che ci hanno aiutato tramite voi, affinché insieme si continui a costruire e a rendere realtà questa risoluzione, l’autonomia, la vita con dignità, per questo:
DEMOCRAZIA, LIBERTÀ E GIUSTIZIA!
PER LA CGT DAL CONSIGLIERE AUTONOMO IN RIBELLIONE
"RICARDO FLORES MAGÓN "
8. Arroyo Granizo, incontro con membri della comunità
21 novembre 1999.
Al nostro arrivo ad Arroyo Granizo, siamo stati ricevuti da cinque rappresentanti di questa comunità.
Riguardo alla situazione che la comunità sta vivendo, i nostri interlocutori hanno dichiarato che il governo è quello che forma i gruppi paramilitari tra gli stessi indigeni in modo che siano loro a combattere l’
EZLN. In ogni ejido c’è presenza di gruppi di priisti: tutto è organizzato al fine di provocare scontri tra indigeni. Aggiungono poi che le autorità inventano reati con lo scopo di rinchiudere in carcere gli indios.In seguito, hanno presentato delle denunce concrete:
Al momento di quest’intervista, l’assassino, membro di un gruppo paramilitare, si trova in prigione. Le spese ospedaliere di 8.000 pesos, però, sono state stabilite a carico della signora che, a causa delle ferite riportate, in questo momento non è ancora in grado di lavorare, contraendo così un debito di 7.000 pesos.
Tra le denunce raccolte in questa visita, ve ne sono anche relative alle violazioni dei diritti collettivi di questa comunità: la presenza militare è un grave problema perché ai posti di blocco gli abitanti sono fermati e interrogati sui legami con l’
EZLN di questa comunità, così come sulle organizzazioni civili presenti nella zona. Per ottenere queste informazioni sulla comunità, i militari, inoltre, regalano giocattoli ai bambini. La zona dell’ejido El Jardín è fatta oggetto di studio dal governo per l’estrazione di petrolio, questo però sta avvenendo su terreni comunitari, senza il consenso degli abitanti. Il governo statale non permette ai piccoli proprietari dell’ejido il taglio di alberi, mentre permette il disboscamento per opera delle compagnie di legnami e dell’esercito. Gli abitanti di Arroyo Granizo sono impossibilitati a commercializzare direttamente i loro prodotti agricoli, soprattutto il caffè, perché hanno paura di recarsi al mercato per vendere le mercanzie dopo che il loro compagno è stato assassinato. Questa situazione li costringe a rivolgersi ai coyotes che comprano loro il caffè a un prezzo irrisorio: 5 pesos al chilogrammo.Infine, denunciano un’altra strategia usata dal governo per dividere la comunità, che è quella di promuovere tra gli abitanti la costituzione di diverse sette religiose.
9. Municipio Autonomo di San Manuel, incontro con le autorità nel centro municipale di Las Tazas
21 novembre 1999
Un gruppo di osservatori della
CCIODH ha visitato il centro municipale Las Tazas, del Municipio Autonomo di San Manuel, che comprende 34 comunità di etnia tzeltal, dove si è potuto incontrare con i membri del Consiglio Autonomo e i rappresentanti delle comunità di Emiliano Zapata, Manuel Hidalgo, Francisco Villa e Nuevo Santo Tomás.Le autorità del Municipio Autonomo San Manuel denunciano la crescente militarizzazione a partire dal febbraio 1995, quando l’esercito ha occupato il territorio chiapaneco. Ogni giorno vi sono pattugliamenti terrestri ed aerei, che provocano paura nelle donne e nei bambini, sconvolgendo totalmente la vita delle comunità. Gli uomini non possono allontanarsi per andare a lavorare, perché la situazione li costringe a rimanere per proteggere le loro case e le loro famiglie. Neanche le donne possono allontanarsi dalla comunità per raccogliere il mais necessario al fabbisogno alimentare, perché possono essere aggredite dai soldati.
I pattugliamenti aerei sono realizzati con aerei e con elicotteri che, a volte, effettuano voli radenti oppure stazionano sopra la comunità, come se stessero per atterrare, tanto che, circa una settimana fa, un elicottero ha divelto il tetto di una casa. Nella zona compresa tra la comunità Emiliano Zapata e quella di Las Tazas, ci sono due basi dell’Esercito Federale e una della polizia di Seguridad Pública.
Le autorità della comunità denunciano i retroscena della consegna di armi realizzata da presunti zapatisti. Il 29 gennaio 1999, la
PGR e la polizia giudiziaria s’installarono nell’ejido Trinidad per svolgere una serie di controlli, poiché sospettavano la presenza nella zona di una banda di rapinatori nota come i "robacoches" (ruba auto). Gli agenti li arrestarono, ma, invece di denunciarli, strinsero un patto con questi e costituirono un gruppo paramilitare che si faceva passare come zapatista. Furono questi che, il 29 marzo 1999, inscenarono la consegna di armi, zaini e passamontagna, acquistati dal governo, nelle mani del governatore del Chiapas, Roberto Albores Guillén. In cambio di questa resa, il governatore offrì loro denaro da impiegare in progetti produttivi, così come vari capi di bestiame e un trattore. Questi beni avrebbero dovuto essere a disposizione della comunità, ma rimasero nelle mani del gruppo di presunti "ex-zapatisti", i quali, in realtà, sono priisti e, attualmente, fanno parte del gruppo MIRA (Movimiento Indígena Revolucionario Antizapatista).La persona che ha organizzato questo gruppo paramilitare, di cui n’è anche il capo, si chiama Vicente Pérez Castellanos. L’organizzatore della consegna delle armi, avvenuta sulle rive del fiume Jataté, si chiama José Alfredo Jiménez ed è un funzionario della Sedesol (Secretaría de Desarrollo Social). Alcuni membri del
MIRA, erano appartenenti dell’organizzazione "ARIC-Unión de Uniones". Il bestiame dato dal governo non venne però diviso equamente tra gli stessi membri del gruppo di Pérez Castellanos, provocando così problemi fra di loro al punto di arrivare a distruggere il trattore. Accusano quindi gli zapatisti di aver loro rubato il bestiame e di aver distrutto il trattore, quando invece sono stati loro per il fatto di non essersi messi d’accordo sulla spartizione. A causa di questi incidenti, i priisti hanno sollecitato la presenza di Seguridad Pública, dell’esercito federale e della polizia giudiziaria. Quest’ultima ha mandato un contingente costituito in maggioranza da donne, in modo da poter picchiare le donne basi d’appoggio dell’EZLN. Il governo ha donato al gruppo di Vicente Pérez Castellanos un’ambulanza, che viene, però, usata solo dai priisti per andare a spasso o ad ubriacarsi, continua poi a dar loro soldi e provviste con l’ausilio di Seguridad Pública. La gente che rifiuta questi aiuti riceve minacce del tipo che la polizia giudiziaria emetterà ordini di cattura contro di loro. Prima dell’azione organizzata da Vicente Pérez, tutta la gente appoggiava gli zapatisti, ma ora si stanno provocando divisioni.I membri del Consiglio Autonomo chiedono l’attuazione degli Accordi di San Andrés, affinché non sia necessario ricevere elemosine. In seguito ci informano che il giorno 21 novembre, sono stati emessi ordini di cattura contro due persone della comunità Emiliano Zapata. Non è la prima volta che succede, viene la polizia giudiziaria insieme al gruppo di Vicente Pérez per umiliarle e screditarle di fronte alla gente, ma finora non sono riusciti a portarle via perché la comunità ha fatto resistenza. Un altro aspetto dell’azione del governo è di offrire vaccini, case, cellule per l’energia solare a chi si reca negli uffici del Progresa e offre informazioni riguardo all’identità degli zapatisti. Il governo sta reclutando gente tramite i progetti produttivi e a Comitán, ci sono uffici apposta per questo:
COPLADE e SEDESOL.Nelle piccole comunità non ci sono maestri, chi sa leggere e scrivere insegna ai bambini.
In questo municipio non ci sono ancora desplazados - fenomeno provocato, negli ultimi due anni, dalle aggressioni dell’esercito e dei paramilitari -; si sono formati, però, alcuni insediamenti e piccole comunità a partire dall’esodo causato dalla guerra del 1994 e dalla distruzione delle loro case nel febbraio 1995. È sorto il problema della prostituzione: dalle città di Ocosingo, San Cristóbal e da altre parti, arrivano prostitute agli accampamenti militari di Jordán, Peninsula e a quello ubicato in mezzo a Trinidad, provocando l’inquinamento delle acque con i preservativi gettati nel fiume e provocando problemi per il fatto che la vita della comunità viene stravolta. La gente non vuole si distrugga la propria cultura.
Esistono difficoltà nel transito, poiché nei posti di blocco dell’esercito si impedisce il passaggio dei campamentistas, sia messicani sia stranieri. In questo municipio opera anche la Policia Federal de Caminos, con il pretesto di cercare auto rubate.
A questo punto prende la parola David Menéndez, membro dell’Ong "Sadec Salud y Desarrollo", un medico laureato alla
UAM che lavora da otto mesi a Las Tazas. Ha avuto problemi in vari posti di blocco, in un’occasione lo hanno fatto scendere dalla macchina, gli hanno chiesto di prendere tutte le sue cose, sotto minaccia di arresto, ma la gente che viaggiava con lui lo ha impedito. Menéndez, quando viaggia con il veicolo dell’Ong non viene infastidito, mentre quando viaggia da solo è più soggetto a minacce. Denuncia che spesso gli elicotteri compiono voli radenti sulla comunità, con a bordo soldati muniti di telecamere. I paramedici della Croce Rossa Messicana, incaricati dei trasferimenti dei malati, hanno tutta l’aria di militari, utilizzano medicine inservibili o addirittura dannose, ritardano nel prestare soccorso quando si sollecita l’ambulanza e non esaudiscono la richiesta degli indigeni di portarli all’ospedale San Carlos di Altamirano (un ospedale di monache, assolutamente di fiducia), ma prestano loro soccorso nell’unità della Croce Rossa Messicana a San Miguel oppure li portano a Coplamar, presso Ocosingo, e spesso non si sa più nulla dei pazienti. Intralciano la consegna dei medicinali e offrono solo i vaccini. Menéndez considera che il ruolo della Croce Rossa Messicana è poco neutrale. Come se non bastasse, a Las Tazas, come in altre comunità vicine, è stato seminato mais transgenico. Si fumiga contro il paludismo utilizzando DDT che viene irrorato da piccoli aerei o elicotteri.Vari membri del Municipio Autonomo di San Manuel intervengono poi denunciando alcuni fatti avvenuti in diverse comunità: un gruppo di paramilitari vive a Delicias Casco e si esercita nella base militare di Jordán. Il fondatore del gruppo paramilitare si chiama Caralampio Ruiz Pérez, mentre i dirigenti al comando sono: Lázaro Hernández Vázquez (deputato locale del
PRI), Antonio Méndez Hernández (deputato supplente del PRI), Leandro Hernández Toledo (membro dell’ARIC-Unión de Uniones), Flaviano Alfonso Ruiz (del gruppo ejido La Trinidad) e Vicente Pérez Castellanos (a capo del gruppo MIRA). Su questi fatti esistono denunce scritte autenticate dal Municipio Autonomo.I quindicimila zapatisti delle 34 comunità del Municipio Autonomo San Manuel sono chiari nel denunciare la menzogna degli "zapatisti pentiti": le comunità sono in resistenza.
I giorni 22 e 27 ottobre si è verificato un incremento dei pattugliamenti. Le comunità vogliono che l’Esercito Messicano se ne vada da Las Cañadas, perché minaccia e perseguita i nuovi centri abitati situati sulla strada. Denunciano che il governo vuole pavimentare la strada e utilizzare l’esercito e la polizia giudiziaria per presidiare i macchinari.
A Las Tazas, centro del Municipio Autonomo San Manuel, vivono circa 800 persone. C’è una scuola funzionante, con 70 bambini e 10 maestri.
La Commissione, nella sua visita a questo municipio, è stata fermata ben tre volte a posti di blocco, per circa un’ora in ciascuna occasione: in due casi dai militari delle basi Peninsula e Jordán, entrambe situate sulle rive del fiume, mentre nel terzo dagli agenti di Seguridad Pública nel posto di blocco di ejido Trinidad. Durante i controlli effettuati dall’Esercito Federale Messicano, i membri della
CCIODH sono stati obbligati a scendere dal veicolo e ad identificarsi, sono stati chiesti i passaporti e i documenti migratori, e tutti sono stati interrogati sullo scopo della loro presenza in quel luogo. Mentre alcuni militari interrogavano e prendevano nota dei dati personali degli osservatori - compresi quelli che non figuravano nei documenti esibiti -, altri fotografavano e filmavano insistentemente i fermati.
10. Comunità "Primero de Enero" (Patria Nueva), incontro con membri della comunità
Presentazione alla comunità della Commissione:
Io mi chiamo Luis Menéndez Medina e lavoro nel "Comité de Derechos Humanos Fray Pedro Lorenzo de la Nada" ad Ocosingo. Questo comitato dei diritti umani è legato alla Diocesi. Abbiamo ricevuto dal promotore di diritti umani Miguel M. delle informazioni su ciò che sta succedendo a Contento, del problema della strada. Abbiamo passato quest’informazione al Fray Bartolomé ed anche ad Enlace Civil perché la diffondano a livello nazionale ed internazionale. Enlace Civil lavora in coordinamento con gli "Aguascalientes" ed anche con i Municipi Autonomi. Enlace Civil ha invitato la Commissione a fare una visita in modo da conoscere qual è il problema di qui. I compagni vengono da diversi paesi come osservatori per divulgare informazione nei loro paesi di quello che sta succedendo in questo luogo, in Chiapas, ad Ocosingo ed a Contento.
Primo membro della comunità: Posso informarvi su quello che sta succedendo, in questo municipio, Primero de Enero, sulla situazione che stiamo vivendo, su questo mal governo che qui sta provocando problemi. Ciò che sta facendo sono pattugliamenti in diversi municipi, spaventando la gente, provocando problemi con la presenza dei militari. Io posso dirvi solo questo, non tutti sappiamo esprimerci in spagnolo, quindi ci aiuterà un altro compagno.
Secondo membro della comunità: Tutti noi siamo di qui, di questa terra benedetta che è una terra rioccupata nel 1994. Si sono stabiliti qui circa 600 capifamiglia, senza contare i giovani dai 17 anni in giù. Ora viviamo tutti qui a Patria Nueva, Municipio Autonomo in Ribellione Primero de Enero. Il problema che si è creato, riguarda il tratto di strada situato all’incrocio di San José Contento in direzione di Ahuajitepec, municipio di Chilón. Un anno fa hanno aperto la strada sterrata su cui passavano i trasporti, ma circa tre o quattro anni dopo la richiesta, fu dato il via al progetto di asfaltatura da qui fino ad Ahuajitepec. Tutti abbiamo bisogno di questa strada, ma pensiamo che il governo voglia approfittarne per il passaggio dei militari e della polizia di Seguridad Pública, perché ora è più facile il loro ingresso poiché la strada è in buone condizioni. Quando siamo venuti a conoscenza del progetto d’asfaltatura della strada, e che era stato dato il consenso alla sua costruzione, i priisti sono venuti a provocarci perché noi non concedevamo loro il permesso di passaggio affinché si costruisse la strada. Più tardi abbiamo visto che c’era già una compagnia dell’impresa di costruzione Conster. Arrivarono i macchinari per aprire il passaggio ed anche un ingegnere, di cui non conosco il nome, cui fu chiesto se non era possibile sostenere la costruzione di una clinica di cui la comunità necessita. Nel periodo delle piogge non è possibile lavorare, così fu detto anche all’ingegnere perché si cominciasse allora la costruzione della clinica, ma l’ingegnere non fu d’accordo e la gente gli assicurò che era anche disposta a pagargli la benzina, ma l’ingegnere si oppose. Accade allora che alcune persone, avvicinatesi al luogo dove lavorava l’ingegnere, sentirono che lui diceva di non volervi lavorare perché c’erano molti problemi. La gente gli disse che se non aveva intenzione di aiutare che se ne andasse, che non volevamo più vedere macchinari. L’ingegnere prese paura e si portò via i macchinari, allora i priisti, nel vedere ciò, fecero una marcia da Sibacá fino al palazzo municipale di Ocosingo, passarono da qui gridando che siamo zapatisti, invasori, ladri di bestiame, dandoci la colpa di tutto quanto succede in Chiapas. Allora la gente si arrabbiò per gli insulti dei priisti e al termine della manifestazione ad Ocosingo, dissero che non c’era più passaggio, che non avrebbero potuto transitare i trasporti; questo è ciò che abbiamo saputo. Qui nel villaggio si è discusso sui priisti che ci criticano perché non permettiamo il passaggio, la gente di qui sa che invece il passaggio c’è, che non è stato bloccato nessun tratto di strada, né con catene né con corde. L’accordo che si prese era che i macchinari non dovevano più tornare ad aprire la strada verso Ahuajitepec. Questo accordo fu preso a livello di Municipio Autonomo e da allora iniziarono i sorvoli delle forze aeree per controllarci; per questo motivo è iniziata la resistenza del Municipio Autonomo, perché non era permesso l’ingresso ai macchinari. Giunsero allora alcune autorità del governo statale che volevano iniziare a dialogare, ma non fu accettato. Una domenica pomeriggio, vennero anche rappresentanti del patronato a parlare con le nostre autorità per sapere per quale motivo non si lasciavano entrare i macchinari. Le nostre autorità risposero che la strada ci serviva, ma l’unica cosa che la popolazione vuole è che ci sia portato il documento dell’accordo firmato da tutti coloro che lavorano nelle piantagioni di caffè e banane situate nell’area di passaggio dei macchinari. Fu loro chiesto (alle autorità governative) un accordo firmato con le impronte digitali delle persone che sono proprietarie, ma questo atto noi non lo abbiamo mai visto. Allora i priisti dissero che non era necessario l’atto di accordo perché loro avevano preso questi accordi verbalmente e fu a quel punto che sorsero i problemi. Si sentì parlare ancora dell’arrivo dei macchinari, ma qui abbiamo un documento in cui diciamo che non saranno lasciati passare fino a che non siano mantenuti gli Accordi di San Andrés e i 13 punti che sono ancora in sospeso nella negoziazione al tavolo di San Andrés. Improvvisamente, il giovedì a mezzogiorno, sono arrivate due ruspe assieme ad un rappresentante del governo, José Cruz Díaz, ex-consigliere della giunta municipale; parlarono con la gente comunicando quali fossero le loro intenzioni e questi disse: sono venuto insieme a questo gruppo di persone (i priisti) a consegnare i macchinari. A quel punto gli dissi: guardi, signore, se lei ha l’incarico del governo, qui la popolazione ha raggiunto l’accordo di non lasciare passare i macchinari, se vuole invece farli arrivare è meglio che aspetti. Se questi macchinari arrivano li lasci là all’incrocio, che ci restino finché cominciamo a parlarne, anche perché non sappiamo se lei è stato informato che ci sono dei problemi. Lui disse di non saperne nulla, ma io, personalmente, non gli credo, poiché tutte le autorità del centro municipale di Ocosingo erano al corrente del problema. Verso le cinque del pomeriggio questa persona del governo è tornata e i priisti hanno cominciato a concentrarsi a un lato della strada internazionale, allora gli abitanti di questa comunità hanno iniziato a bloccare la strada, e il blocco stradale fu da entrambi i lati della strada. Mentre gli abitanti del villaggio stavano bloccando la strada, partì l’aggressione dei priisti, due compagni furono feriti e anche una bambina di tre anni. Venerdì a mezzogiorno, arrivarono il coordinatore inter-istituzionale, quello dei diritti umani e un dottore, ci chiesero dove volevamo sederci a dialogare in modo da permettere il passaggio dei macchinari. Andai io a parlare con queste autorità e vidi che c’era anche quell’ex consigliere della giunta, José Cruz Díaz, allora dissi: guardi signore, lei ieri era qui; ci dica come mai non ha controllato questo gruppo di priisti? Perché sono venuti qua solo a insultarci ed aggredirci? A quel punto il coordinatore inter-istituzionale e quello dei diritti umani fecero tacere e fissarono a lungo José Cruz. Dissi a quelli del governo che i macchinari non sarebbero passati e, nel caso, ci portassero l’atto di consenso firmato, allora si sarebbe riunita la gente in assemblea per decidere il da farsi. Allora questi dottori dissero: "Guardate, questo è l’atto!" iniziando poi a gridare ai patronati. Chiesi quindi alla gente: "Volete fare passare questi macchinari?" E tutti risposero di no fino a quando gli Accordi di San Andrés non siano mantenuti. Allora quelli se ne tornarono ad Ocosingo...
Terzo membro della comunità: Quando la strada fu sbloccata da entrambi i lati ci siamo riuniti per discutere quale fosse la strategia del Presidente municipale Adolfo Gutiérrez Cruz. Questi ha organizzato la sua gente per farla scontrare con altri contadini. Questa è stata la nostra analisi. Esiste un gruppo organizzato denominato Siomlé e uno di loro è qui come coordinatore regionale di Siomlé della zona di Patijuitz, regione di Ahuajitepec; quando i priisti stavano ritornando con i loro veicoli si scontrarono con l’organizzazione di Siomlé in prossimità di un incrocio, erano le otto di sera, e questo provocò due feriti e un desaparecido. La versione delle autorità governative è che quest’ultimo sia poi ricomparso, ma noi non ci abbiamo creduto, perché non è stato più rivisto. Ancora oggi non sappiamo niente di lui. Ieri alle cinque e trenta è arrivato qua il vice procuratore indigeno di San Cristóbal con altri signori della
CIATI e con il quinto reggente della giunta di Chilón che si chiama Sebastián Pérez Jiménez, lo stesso che ha guidato il gruppo priista per farlo scontrare con le organizzazioni indipendenti. Si diressero verso il reggente di Chilon e chiesero di vedere il luogo dove si era svolto lo scontro; allora noi abbiamo voluto sapere quali fossero le sue intenzioni e ci rispose: Mi sembra che ci sono stati quattro arresti, due feriti e una persona scomparsa. Noi gli abbiamo detto che se davvero voleva andare là a vedere, gli avremmo consentito il passaggio affinché si rendesse conto che quanto avevamo denunciato era vero e aggiungemmo: Al suo ritorno ci informi sugli accertamenti svolti. Lo lasciammo passare e se ne andarono. Solo il vice procuratore indigeno non volle andarci e se ne tornò a Chilón. Ritornarono verso le otto e trenta e chiedemmo loro cosa avessero trovato. Ci dissero che quanto noi avevamo denunciato era vero, i due feriti, la persona scomparsa e le cinque auto fatte a pezzi. Noi sappiamo che sono stati quelli del PRI a fare questo. Poi dicemmo loro: Voi dottori andate dal maledetto governatore e ditegli che solo quando adempierà gli Accordi di San Andrés noi gli consentiremo di fare la strada, mettere la corrente elettrica e l’acqua potabile. Se non li mantiene, non faremo passare i macchinari. A quel punto ci risposero che ne avrebbero fatto rapporto al loro superiore. Noi aggiungemmo che saremmo rimasti qui fino alla soluzione del problema: vogliamo sia restituita a noi e all’organizzazione Siomlé quella persona scomparsa, vogliamo inoltre essere risarciti da coloro che hanno provocato i danni alle auto. Quindi loro hanno risposto che avrebbero avvisato il loro superiore, ma che non potevano prendere iniziative fino a che questi non avrebbe deciso cosa fare con i nominativi del gruppo priista. Ci dissero che li avrebbero denunciati, arrivò quindi un proprietario di un furgone distrutto e domandò: Chi mi pagherà il mezzo? sono disposto ad aspettare solo altri 10 giorni perché il furgone mi serve per lavorare. I dottori gli risposero di non potergli assicurare niente fino alla risoluzione della questione e il proprietario allora disse che se dopo 12 giorni non arrivava la soluzione avrebbe utilizzato altri mezzi e che la gente di qui è d’accordo con lui. Fino ad oggi non abbiamo saputo ancora niente della persona scomparsa. E nel caso si arrivi o no ad una soluzione, prenderemo una decisione a livello di Municipio Autonomo, nel caso sia necessario prendere altre misure. I proprietari danneggiati sono Antonio Mazariego López, Juan Pérez Hernández e Diego Hernández Sánchez.Coordinatore della regione di Ahuajitepec: Sono arrivate qua più di 250 persone dalle comunità del municipio di Chilón. Noi stiamo facendo un presidio affinché ci sia presto una soluzione al problema. Siamo del Municipio "Primero de Enero" e siamo assieme all’organizzazione Siomlé. Ciò che non vogliamo è che se si fa pressione sui priisti, essendo noi di un municipio autonomo, il governo voglia poi intervenire. Dal 1994 vediamo che abbiamo avuto diversi problemi, nel ’92 e nel ‘93 avevamo bisogno della terra ma il mal governo non ci ha voluto appoggiare e ora addirittura ci manda i soldati. Ma noi sappiamo che l’arrivo dei soldati porterà maggiori problemi e per questo non li vogliamo; vogliamo invece che siano mantenuti gli Accordi di San Andrés. La strada che vogliono i priisti a noi non serve, ciò di cui abbiamo bisogno è che l’accordo riguardante i nostri diritti sia applicato, sui nostri diritti come persone, come chiapanechi, perché noi, i nostri padri e i nostri nonni siamo chiapanechi, non viviamo in altre nazioni, siamo noi che resistiamo, siamo in povertà da 508 anni, nell’emarginazione e per questo motivo noi campesinos ci siamo ribellati. Noi non vogliamo questo mal governo, vogliamo invece partecipare insieme agli altri compagni dell’organizzazione alla costruzione di una via per la risoluzione. Non vogliamo questo mal governo perché ci opprime dappertutto, non solo qui a Primero de Enero, ma anche in tutti gli altri Municipi e sappiamo bene come veniamo sorvolati dagli aerei, come è successo tre giorni fa quando sono passati di qui i soldati, ma la strada non la permetteremo fino a che non siano mantenuti gli Accordi di San Andrés.
Noi compagni in resistenza non permetteremo al governo di venire qua a fare progetti, perché provocano divisione, portano il cattivo esempio; perché se il governo ha così tanto denaro non ci compra la terra di cui abbiamo bisogno? perché non dà denaro alla gente come noi, ma solo per la strada? Spendono davvero tantissimo denaro per fare questa strada, solo per farci passare i soldati ed è questo il motivo per cui non la vogliamo. E se non ci sarà soluzione per i compagni scomparsi non scioglieremo il presidio. Lo faremo solo se ci sarà soluzione. Se dovremo morire, allora moriremo perché ci sia la pace. Il governo dice che c’è pace e giustizia, ma sono solo menzogne, perché l’esercito è venuto solo per molestarci, a spaventare i compagni e a farci vigilare anche da Seguridad Pública che noi non vogliamo.
Ci sono priisti tra gli arrestati?
No, non ce ne sono, la faccenda degli arresti è falsa perché è arrivata gente da San Antonio e da Ahuajitepec e ci ha detto che non c’era nessun detenuto priista.
Da qui in poi c’è presenza dell’esercito? Dal ’94 è mai entrato l’esercito qui?
Allora, per il momento non sono entrati perché il passaggio è bloccato e da questa parte del Municipio non ci sono state irruzioni dell’esercito né di Seguridad Pública.
Questo compagno appartiene all’organizzazione Siomblé mentre io sono dell’organizzazione di qui, di Patria Nueva. Vorrei però darvene comunicazione perché verifichiate questi problemi, ammesso che un giorno questi problemi saranno risolti perché la gente è molto preoccupata e tutti sono molto uniti: finché non si risolverà questa situazione la gente non scioglierà il presidio. Non è la prima volta che succede, i gruppi priisti l’hanno già fatto, la gente ora sta aprendo gli occhi, non è più possibile che il governo e i gruppi priisti ci continuino a manipolare.
Quarto membro della comunità: L’obiettivo del governo è aprire queste strade perché vuole porre un distaccamento militare tra Patria Nueva e Ahuajitepec. Questo obiettivo del governo non ci beneficia, ma servirebbe solo a militarizzare il nostro territorio come Municipio Autonomo "Primero de Enero". Accusiamo il governo di essere un oppressore perché da oltre 507 anni continua a sfruttarci, tuttavia abbiamo resistito e continueremo a resistere. Se il governo ci vuole massacrare come ad Acteal dove sono morti 45 indigeni, noi uomini, bambini, donne e anziani siamo disposti a dare la vita. Oggi denunciamo i mandanti dei gruppi priisti di Smekjá, Tuxtel, e Huajitepec che si sono scontrati nella giornata di giovedì alle otto di sera. L’altro ieri gruppi priisti si sono scontrati nuovamente con quelli dell’organizzazione Siomblé. I priisti hanno chiesto appoggio alla comunità di San Marcos del municipio di Ocosingo, alle due del pomeriggio si sono scontrati un’altra volta nella comunità di Tuxteel, municipio di Chilón. Chiediamo che i colpevoli siano puniti e denunciamo il quinto reggente come mandante di quel gruppo e che questo succede anche in altri municipi come quello "17 de Noviembre" ed "Ernesto Che Guevara", come pure nella selva. Incolpiamo il governo di tutti gli scontri, perché il suo obiettivo è di ingannarci ogni giorno con i suoi progetti, con promesse, con il Procampo; questa è la strategia che sta usando il governo e proprio per questo vogliamo che voi della Commissione Civile Internazionale dei Diritti lo pubblichiate perché lo sappiano in altri paesi, come nel resto del mondo, che lo stato del Chiapas è militarizzato, che ci sono più di 70 mila soldati e ogni giorno ci sono sorvoli aerei. L’8 gennaio del 1998 sono entrati 80 camion dell’esercito in direzione di Sibacá, ma gli uomini, le donne e i bambini sono riusciti a fermarli, anche se 10 riuscirono a passare e salirono quella collina che vedete là. Oggi denunciamo il governo federale, statale e municipale per tutte queste aggressioni, e incolpiamo il presidente municipale Adolfo Gutiérrez Cruz, per aver organizzato i gruppi priisti e per averci minacciato che se non toglievamo il blocco stradale sarebbero sopraggiunti i militari e gli agenti di Seguridad Pública.
11. Amador Hernández, incontro con responsabili e membri del presidio davanti all’accampamento militare e studenti osservatori messicani
Sabato 20 novembre 1999
L‘intervista è avvenuta domenica 21 con quattro uomini e due donne delegati dal Consiglio Autonomo del municipio "E. Zapata". La comunità di Amador Hernández è costituita da 600 famiglie.
Vorremmo iniziare l’intervista chiedendovi come funziona la comunità prima e dopo l’arrivo dei militari. Sappiamo che questo è il Municipio Autonomo Emiliano Zapata, potreste parlarci del tipo d’organizzazione che avete qui?
Certo. Qui ci troviamo in un capoluogo municipale autonomo zapatista. Prima dell’arrivo dei soldati noi lavoravamo e portavamo avanti le nostre proposte mantenendo i nostri impegni con le altre comunità del municipio autonomo. Ci sono anche comunità che appartengono ad altre organizzazioni indipendenti. Si può affermare che con l’arrivo dei soldati ci siamo rafforzati, stiamo resistendo, e abbiamo organizzato questo presidio. Abbiamo molto lavoro nelle nostre comunità e per far sì che il presidio prosegua, abbiamo organizzato dei turni. L’organizzazione si è rafforzata.
Ci sono altre comunità che non sono basi d’appoggio zapatiste?
Sì, qui ad Amador ce ne sono alcune, che in ogni modo sono di un’organizzazione indipendente, la
ARIC.I rapporti con la gente delle comunità che non sono basi d’appoggio sono buoni?
Sì, sono buoni.
Sono presenti priisti?
No, non ce ne sono. C’è stata sempre una sola organizzazione indipendente.
Potreste raccontarci di cosa è successo ad Agosto?
Da quando è arrivato l’esercito noi, il popolo, le donne, abbiamo cominciato a resistere.
Che si attuino gli accordi di San Andrés e che se ne vada l’esercito, qui non abbiamo bisogno di loro. Inoltre portano la prostituzione, l’alcol e lì dove si trovano stanno inquinando e abbattendo gli alberi. Questo è quello che ha fatto l’esercito da quando è arrivato il 12 d’agosto.
Quando è arrivato l’esercito, ha comunicato con la comunità, vi hanno chiesto il permesso di utilizzare la terra?
No, non l’hanno fatto. Noi gli abbiamo annunciato che non li volevamo ma loro sono rimasti. Noi sappiamo che l’esercito ha un obiettivo: accerchiare le comunità. Noi non vogliamo né esercito, né voli d’elicotteri che si ripetono costantemente. Hanno anche gettato dall’alto delle armi. Noi non siamo abituati.
Vi hanno spiegato il motivo della loro presenza?
Loro sostengono che è per dare sicurezza alle comunità, ma questo non è vero. Quello che vogliono fare è accerchiare le comunità.
Si sosteneva che era per proteggere la costruzione della strada che va da San Quintín ad Amador Hernández…
Sì, secondo loro venivano per questo, per proteggere gli ingegneri. Prima, però, non hanno mai protetto con l’esercito la costruzione di una strada. Non è giusto. Hanno un obiettivo: far transitare i mezzi blindati, spostare i loro soldati.
C’è stato assicurato che la costruzione della strada è stata sospesa. Che cosa dice l’esercito ora?
Sì, adesso è stata sospesa. I militari dicono che restano lo stesso perché hanno libertà di transitare per tutto il territorio. Noi invece diciamo che stanno occupando illegalmente un appezzamento di terreno che appartiene ad un nostro compagno. In ogni modo da quando abbiamo organizzato il presidio non ci fermano più per strada come facevano prima, impedendoci di spostarci. Noi donne non possiamo andare a lavorare nel campo, abbiamo paura che ci fermino, che ci violentino, così come succede dove è entrato l’esercito. Inoltre durante la notte passano aerei militari.
Quanti appezzamenti occupa l’esercito?
Ora due appezzamenti. Però ora hanno abbattuto degli alberi in un’altra zona per costruirvi i loro alloggi.
Voi potete abbattere alberi qui?
Ognuno di noi ha il suo appezzamento e la sua riserva, però loro arrivano ed entrano, non gli importa se il terreno appartiene a qualcuno o no. Dicono che hanno anche il diritto di entrare nelle case. Portano la droga e la consumano, la seminano e poi danno la colpa agli abitanti dell’ejido. Qua da noi la droga è sconosciuta. Gli ufficiali sono legati al traffico di droghe e di prostitute, come alla costruzione delle strade. Noi abbiamo visto che dove arrivano le strade del governo non arriva il benessere. Il governo porta solo militari, alcol, prostituzione. Quando sarà una strada che porti la pace, la giustizia e la democrazia, una strada che porti dignità e benessere per tutti e non solo per il governo allora la potranno costruire. Ai soldati diciamo: che siano attuati gli accordi di San Andrés, poi potrete costruire la strada; altrimenti no.
Cosa pensate della presenza degli studenti?
Pensiamo sia un bene. Vengono ad osservare la presenza dei militari. E li invitiamo affinché ne vengano ancor di più a vedere qual è la verità di ciò che sta succedendo. È da anni che il governo sta ingannando il popolo del Messico con false informazioni. I giornalisti vengono nella Selva Lacandona e raccontano tutto alla rovescia per ingannare la gente, per far sì che non si accorga di quello che sta succedendo. Così come fa il governatore Albores per mettere i contadini gli uni contro gli altri.
In che modo arrivano le cose che usano i soldati?
Hanno due campi d’atterraggio ma sono costruiti in modo che non possiamo vedere quando atterrano.
La strada è sbarrata quando atterrano gli elicotteri?
Sì, quando atterrano gli elicotteri mettono uno sbarramento di soldati qua e uno là in modo da non far passare nessuno di noi finché non raggiungono il loro accampamento. Quando sono arrivati gli studenti, i soldati li hanno colpiti. Noi abbiamo denunciato questo fatto.
Cosa potete dirci dell’alcol nelle comunità?
In questa regione non lo permettiamo. Il governo lo introduce per mettere fratello contro fratello. Ma noi qui non lo permettiamo. Prima San Quintín era una comunità però ora insieme ai militari è arrivata la prostituzione e l’alcol. Fanno così per creare divisioni tra il popolo, perché inizino a litigare tra loro e questo noi lo evitiamo. Non lasciano neppure passare gli stranieri perché poi potrebbero raccontare la verità: rendono pubblico quello che sta facendo il governo con i campesinos. Abbiamo sentito di espulsioni. Dicono che gli stranieri vengono a addestrarci, ma non ci vengono ad insegnare proprio niente. Gli indigeni resistono anche senza aver studiato. Siamo campesinos con orgoglio, di qui, della Selva. Qui siamo tutti indigeni. Ci organizziamo e sappiamo come fare le nostre marce di protesta, i nostri presidi. Invece se andiamo nelle loro caserme sì che ci troviamo gli stranieri. Noi siamo molto riconoscenti quando vengono gli stranieri a vedere quello che succede qui nella Selva Lacandona. Per noi è una cosa buona, non come dice il governo che sostiene che vengono a turbare la popolazione: questo non è vero.
Vorremmo sapere qualcosa della scuola.
Beh, ora non vengono i maestri per paura dell’esercito e non credo che torneranno. Anche i maestri sono della classe povera del paese. Ora i bambini sono rimasti senza maestri e questa è una grande tristezza per noi indigeni. Ma abbiamo la speranza che con le nostre rivendicazioni potremo avere un giorno una buona educazione. Per la sanità abbiamo la nostra organizzazione. A La Realidad abbiamo un gruppo di compagni che danno corsi di formazioni a compagni di altre comunità perché imparino. Presto avremo i nostri propri maestri.
Cosa è successo quando sono arrivati gli studenti della
UNAM?Gli studenti sono arrivati e hanno fatto foto e filmato e quando sono tornati al Distretto Federale hanno reso pubbliche le menzogne del governo. Diceva che l’esercito era venuto a far opere di forestazione sui monti Azules e, quando sono arrivati gli studenti, hanno visto i soldati con le motoseghe e con il machete abbattere gli alberi. Per questo è importante che vengano osservatori a raccogliere informazioni per poi pubblicarle.
Il governo dice che gli stranieri, gli osservatori internazionali, sono i responsabili del conflitto, che vengono a manipolare gli indigeni. Cosa ne pensate?
Beh, in quanto zapatisti, ci fa ridere. Perché già saprete che lo zapatismo è nato 15 anni fa e sono gli indigeni. È qui che è nato lo zapatismo e non nelle città. Per questo ci fa ridere quello che dice il governo che ormai non sa più cosa raccontare. Noi siamo andati a dire che non volevamo l’esercito ancor prima che arrivassero gli studenti, gli stranieri e gli osservatori internazionali.
Da più di tre mesi sta funzionando, ogni giorno, questo presidio. Potete dirci come è organizzato e perché c’è ancora? Che cosa dite ai militari e che risposte ricevete?
Noi ci siamo organizzati in turni. Non ricordo quando loro hanno cominciato a mettere la musica: nove altoparlanti perché i soldati non sentano quello che gli diciamo. Ci fanno foto, ci filmano. È sempre così. Loro non dicono niente. Noi sappiamo che continueremo. Quando gridiamo i nostri slogan gli ufficiali si mettono a ridere. Ai soldati non li fanno parlare.
Voi fate differenza tra gli alti gradi dell’esercito e i soldati?
Certo. Ai soldati semplici non lasciano dire niente. Se vedono che qualcuno di loro dice qualcosa, lo mandano subito via. Quando gli diciamo quali sono i nostri diritti parliamo anche di loro perché anche loro sono sfruttati, e se mettiamo qualche striscione gli fanno abbassare subito le visiere per fare in modo che non possano leggerli.
Vi risulta che vogliano costruire una nuova caserma?
Sì, nella comunità Benito Juárez, a circa otto ore di cammino da qui.
Il governo dice che voi non volete dialogare. Che cosa rispondete?
Noi diciamo che il dialogo è possibile. Però prima si mantenga quanto è già stato firmato. Inoltre con la presenza militare non si può fare niente. Il governo dice che vuole dialogare però manda l‘esercito nelle comunità.
Potreste fare un riassunto delle denuncie che avete già esposto?
Ciò che noi denunciamo e rifiutiamo totalmente è la presenza dell’esercito. Hanno distrutto i campi di molti compagni. Stanno abbattendo gli alberi, inquinando il torrente, occupando illegalmente dei terreni. Inoltre ci sono pattugliamenti continui di elicotteri e aerei.
L‘esercito è arrivato fino alla pista d’atterraggio?
Sì, l’11 agosto l’esercito è arrivato fino alla pista. E i giorni 12 e 13 di agosto sono atterrati con un elicottero e lo spostamento d’aria ha distrutto un’abitazione. Abbiamo anche denunciato che hanno usato gas lacrimogeni contro le compagne e i compagni quando protestavano. Abbiamo anche rilevato la presenza di militari statunitensi nel loro campo.
È stata rilevata anche la presenza di gruppi paramilitari?
No, qui no. In altre comunità, sì, però qui no. Usciamo di casa e ci ferma l’esercito e ci chiede dove andiamo, cosa trasportiamo e noi siamo abituati ad uscire dalla comunità e a muoverci liberamente senza che nessuno ci fermi. Le donne hanno paura. Nelle strade, ai posti di blocco, i soldati ti perquisiscono da capo a piedi, anche nelle borse, infastidendo sia le donne sia gli uomini.
È stato possibile documentare la presenza di militari degli Stati Uniti?
Sì, ci sono foto fatte dagli studenti. Le hanno loro. I militari hanno anche costruito delle trappole. Hanno scavato delle fosse e piantato sul fondo dei pali acuminati e poi li hanno mimetizzati in modo da non farli vedere. Ma poi degli osservatori li hanno scoperti e quindi li hanno dovuti togliere.
I membri della
CCIODH hanno fatto due tentativi (di 15 minuti ognuno) per intervistare gli ufficiali del campo militare. Siamo stati filmati per tutto il tempo e non ci è stata rivolta parola.Prima dell’arrivo dell’Esercito Federale la comunità realizzava tutte le sue attività senza alcun problema. Convivono pacificamente basi d’appoggio zapatiste e organizzazioni indipendenti.
Il 12 di agosto 1999, con il pretesto di proteggere la costruzione di una strada, forze dell’Esercito Federale entrano nella comunità senza comunicazione previa e occupano delle terre per istallare un distaccamento. La comunità, in modo compatto, si è opposta fermamente a questa situazione. Hanno chiesto il ritiro dell’esercito. È stato risposto loro che l’esercito rimaneva per proteggerli. Le donne hanno paura di uscire per andare a prendere l’acqua o raccogliere la legna. Gli elicotteri pattugliano la zona continuamente. I bambini si spaventano. Durante la notte passano aeroplani.
Hanno messo delle trappole: delle buche con pali acuminati sul fondo. Sono state scoperte e ora sono state tappate. Sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro la popolazione che protestava contro la presenza militare.
La gente della comunità si è collocata a circa 200 metri dal distaccamento dove trascorrono tutto il giorno e la notte. Quotidianamente si avvicinano per fare il presidio. Il distaccamento è protetto da filo spinato messo dall’esercito. Gli uomini, le donne e i bambini della comunità durante il presidio si collocano di fronte al filo spinato gridando e chiedendo che i soldati se ne vadano. L’esercito ha piazzato grandi altoparlanti che diffondono marce militari per tutto il tempo di durata del presidio.
La costruzione della strada è stata sospesa ma l’esercito rimane dicendo che la sua presenza serve a proteggere la comunità. Gli abitanti della comunità dicono che non hanno bisogno di questa protezione, che possono continuare a vivere come hanno fatto finora, pacificamente. Chiedono che siano rispettati gli Accordi di San Andrés, allora sì che si potrà parlare della costruzione della strada. Ritengono che costruendola ora sarebbe usata solo dai militari, non per il progresso.
Il giorno in cui arrivarono gli elicotteri hanno scoperchiato alcune loro abitazioni. Hanno abbattuto alberi per costruire un eliporto. Inquinano le acque del fiume con rifiuti. Gli abitanti denunciano l’abbattimento di una grande quantità di alberi Denunciano il fatto che i mezzi di comunicazione non riportano la verità su quanto sta succedendo.
Abbiamo cercato di intervistare i comandanti del distaccamento ma non è stata data risposta alle nostre richieste.
Gli abitanti della comunità dicono che l’esercito ha messo gli altoparlanti affinché i soldati non sentano quanto gli dicono durante le loro proteste.
Chiedono che tutto questo sia riferito alla delegata delle Nazioni Unite durante la sua visita in Messico.

12. Aguascalientes "Roberto Barrios", incontro con dieci rappresentanti della comunità
Il giorno 20 novembre, siamo stati ricevuti dai membri della comunità tzeltal di Roberto Barrios, municipio di Palenque. Alla riunione hanno partecipato il responsabile e altri nove membri della comunità. Dopo esserci presentati, abbiamo spiegato i motivi della visita della
CCIODH e abbiamo presentato loro, per iscritto, quattro domande, cui hanno risposto più tardi. La prima riguardava i cambiamenti, se ce ne sono stati, nella politica del governo contro la comunità, dopo la prima visita della CCIODH, nel febbraio del ‘98. La seconda, sulle conseguenze, nella vita quotidiana, della presenza dei militari – il campo militare installato nel febbraio del 1995, confina con il territorio della comunità, a circa 300 metri dalle prime case – e dei paramilitari. La successiva riguardava l’eventuale esistenza di azioni di violenza contro la comunità e, infine, le conseguenze di questa politica del governo sui temi quali il lavoro, l’attività economica, la salute e la scolarizzazione.La risposta dataci dai rappresentanti della comunità evidenzia che la pressione e la persecuzione militare continuano come prima:
- ogni persona che esce dalla comunità per recarsi a fare acquisti a Palenque è perquisita, interrogata, in modo sistematico, sia all’andata sia al ritorno;
- i sorvoli degli aerei sono quotidiani e, sempre, i militari a bordo filmano e scattano fotografie;
- si può osservare che nell’accampamento militare sono presenti molti edifici costruiti in pietra. Non si tratta più di un semplice posto di blocco, ma di una vera e propria caserma. Ciò costituisce una forma di pressione e una preoccupazione: "Fino a quando vi resteranno?". L’accampamento, inoltre, è situato su un appezzamento dell’ejido Arimatea, senza chiedere il permesso alla comunità. Il governo fa quello che vuole, occupa le terre degli indigeni quando c’è già scarsità di terre da ripartire e coltivare.
Aggiungono, inoltre, che i militari sporcano ed inquinano le acque del fiume dove la comunità si lava e fa il bucato, gettando, tra l’altro, grandi quantità di preservativi. Gli organismi Fray Bartolomé ed Enlace Civil di San Cristóbal hanno copia delle denunce.
I paramilitari, tra cui compaiono anche gli indigeni che accettano aiuti e denaro dal governo, spiano e controllano i volontari degli Accampamenti Civili per la Pace, ricevendo, per le informazioni che raccolgono sui membri della comunità, compensi dai militari.
Un’altra conseguenza della presenza dei soldati è la permanente inquietudine e preoccupazione tanto negli uomini, che si allontanano per recarsi a lavorare nella milpa, come nelle donne e, soprattutto, nei bambini che rimangono le 24 ore nella comunità. I bambini si sono già abituati ai sorvoli di elicotteri ed aerei, fanno parte della loro vita quotidiana e arrecano loro disturbi psichici.
Le denunce e le querele degli abitanti non ricevono neanche risposta. Il governo è sordo. I membri della comunità di Roberto Barrios riportano che la persecuzione dei militari e dei paramilitari non avviene solamente nella loro, ma in tutte le comunità e che ce ne sono altre che subiscono, più di loro, le minacce, i furti e gli assassinii. Tornando al tema dei paramilitari, affermano che questi ricevono denaro – sembra 200 pesos al mese –, hanno contatti stretti con i militari e utilizzano anche macchine fotografiche e videocamere.
La comunità non è mai tranquilla. Infine, esprimono che è doloroso parlare di tutto ciò, di questa guerra di bassa intensità.
Per quanto riguarda l’istruzione, da più di un anno i bambini non vanno più alla scuola del governo, a causa dell’atteggiamento dei maestri che disprezzano gli indigeni. Aggiungono che molti maestri sono usati dal governo per provocare scontri all’interno delle comunità e, per questo, le comunità hanno organizzato le proprie scuole autonome. Per far fronte alla resistenza degli indigeni, il governo distribuisce ai bambini che frequentano la scuola del governo e non quella autonoma, delle "borse di studio" o "derrate": offre denaro, circa 200 pesos al mese, fagioli, ecc. Al tempo stesso, esige molti documenti, atti di nascita, di matrimonio, ecc., e, se non consegnano le carte, dimostrando sottomissione al governo, non viene data la possibilità di frequentare la scuola. Alle comunità che non si sottomettono al governo, non resta altro da fare, che creare le proprie scuole, le "scuole degne", come le chiamano loro. La biblioteca, in cui avviene questa intervista, appartiene all’area scolastica. I promotori di educazione si incaricano dell’insegnamento. Secondo loro, questa soluzione è preferibile all’accettare gli aiuti del governo, che loro definiscono elemosine, con l’obiettivo di colpire e creare divisioni nelle comunità. Inoltre, nella comunità lavorano dei promotori di agroecologia, per incrementare le coltivazioni senza l’uso di pesticidi e risolvere il problema dell’alimentazione, per non doversi trovare a dipendere dal governo per ciò che mangeranno il giorno dopo. Queste iniziative di autonomia, al governo non piacciono assolutamente.
In conclusione, i rappresentanti della comunità rispondono alla domanda sul tema delle vaccinazioni mensili ed obbligatorie somministrate alle donne ed alle bambine, se anche a Roberto Barrios avviene questa pratica. Per ricevere gli aiuti del
PROGRESA, come altri aiuti governativi, le donne devono presentarsi ogni mese al consultorio: "Anche se non ne siamo molto informati, perché ci vanno solo le donne priiste, sappiamo che, basta non presentarsi una sola volta per perdere il diritto agli aiuti". Affermano anche di aver sentito parlare delle vaccinazioni praticate ogni mese sulle donne e le bambine.Questa serie di aiuti o "elemosine", avviene, soprattutto, da sei mesi a questa parte. Uno di questi aiuti, consiste nella distribuzione di soia ai bambini, che non la tollerano. Spiegano poi che: "Noi indigeni mangiamo ciò che produciamo".
Durante il viaggio verso la comunità di Roberto Barrios, abbiamo perso più di due ore ai posti di blocco militari: uno a Palenque e l’altro nel campo militare prospiciente la comunità. In entrambe le occasioni, i soldati, alla presenza dello stesso agente dell’
INM, il cui cognome è Vidal, ci hanno posto le stesse domande e hanno perquisito il veicolo su cui viaggiavamo. Durante questi controlli, molti di noi hanno potuto notare che il soldato del campo militare che prendeva nota dei nostri nomi e dati, stava scrivendo su una cartelletta di metallo o di plastica, sul retro della quale era visibile il disegno di una croce uncinata della grandezza di circa dieci centimetri.
13. Aguascalientes Morelia, incontro con autorità del Municipio Autonomo 17 de Noviembre
Il 23 novembre 1999, una delegazione di cinque membri della
CCIODH si è presentata durante il pomeriggio nell’Aguascalientes di Morelia, situato all’uscita dell’omonima comunità e a quasi mezz’ora dal paesino di Altamirano, sede del governo municipale costituzionale affiliato al PRI.Morelia è il centro municipale del "Municipio Autonomo 17 de Noviembre"; i suoi abitanti hanno appena concluso i festeggiamenti per l’anniversario del municipio.
L’ambiente all’interno dell’Aguascalientes ferveva di attività collettive: diversi gruppi stavano svolgendo compiti di miglioramento delle installazioni. Nell’area funzionano, oltre a diversi laboratori, anche una cucina comunitaria e una scuola elementare.
L’accampamento civile per la pace è stato ricollocato in queste strutture dopo che simpatizzanti del partito di governo, il
PRI, avevano saccheggiato e distrutto l’antico locale che sorgeva nel centro della comunità.In quell’occasione, agli accampamentisti era stato intimato di abbandonare la comunità, pena l’espulsione violenta.
Dopo un breve periodo d’attesa, si sono presentate due persone, entrambe autorità del Municipio Autonomo, che hanno accettato di rispondere alle nostre domande. Una di queste era già stata intervistata da un membro di questa delegazione nell’aprile del 1998, quindi, la conversazione ha ripreso alcuni aspetti affrontati in quell’occasione. Quell’intervista si era svolta subito dopo l’incursione delle forze dell’Esercito federale nella comunità di Taniperla, centro del Municipio Autonomo Ricardo Flores Magón, e anche l’irruzione delle forze di Seguridad Pública nella comunità "10 de Abril", vicino a Morelia. In quel periodo gli abitanti di Morelia e delle comunità circostanti avevano organizzato un presidio per difendere l’accesso alla comunità. La problematica toccava la persecuzione esercitata da elementi legati al
PRI all’interno della stessa comunità. La fornitura di acqua nell’Aguascalientes era stata tagliata su ordine delle autorità costituzionali. Inoltre, l’intera regione e i dintorni di Morelia erano devastati da incendi forestali di grande entità, di cui i segni sono ancora visibili oggi. Questa situazione preoccupava molto i produttori agricoli che faticosamente erano impegnati nella costruzione di barriere per arrestare l’avanzata del fuoco verso le coltivazioni di granaglie e caffè; in particolare, le colture di caffè, che sono la fonte principale di entrate, avevano sofferto danni ingenti. Durante quell’intervista l’autorità aveva analizzato il sistema selettivo delle derrate consegnate attraverso i programmi governativi, come metodo per accentuare la disparità economica e, in questo modo, provocare divisioni tra i membri della comunità. Richiamava l’attenzione anche sul fatto che la costante necessità di rimanere in stato d’allerta davanti a possibili attacchi, stava danneggiando in modo grave la capacità lavorativa dei contadini della zona.Ora, in questa occasione, l’intervistato ha affrontato nuovamente quest’aspetto.
I due rappresentanti di Morelia hanno descritto come tesa la situazione attuale. Hanno riferito di una recente manifestazione, avvenuta il 25 ottobre, in cui gli abitanti della comunità si sono diretti al paese di Altamirano per esigere l’attuazione degli Accordi di San Andrés. Sembra che agenti di Seguridad Pública avessero sparso la voce che l’obiettivo dei manifestanti era la presa e l’occupazione del Palazzo municipale di Altamirano, amministrato dal
PRI. Spiegano che i militanti del PRI di Morelia si sono concentrati all’uscita della comunità e hanno scagliato pietre in direzione del corteo, ma i manifestanti non raccolsero la provocazione. Tuttavia, il giorno seguente, 26 ottobre, cinque dei rappresentanti del Municipio Autonomo furono convocati dalle autorità costituzionali che li sottomisero ad un interrogatorio, in particolare volevano sapere il significato dello slogan scandito dai manifestanti il giorno prima: "Tomates, cebollas, Zedillo está en la olla!"(Pomodori, cipolle, Zedillo in pentola! N.d.T.). Per questo delitto, venne ordinato l’arresto dei cinque convocati. Questa situazione provocò una nuova mobilitazione degli abitanti di Morelia per chiedere la liberazione delle loro autorità. In un primo momento non ci fu alcuna possibilità di discussione tra le parti; presto, però, emersero differenze di parere sul comportamento da tenere tra gli stessi simpatizzanti del PRI, provocò che gli incaricati della custodia dei prigionieri decidessero di rilasciarli. Quando si venne a sapere, i "secondini" vennero immediatamente incarcerati al posto di quelli che avevano appena liberato. A questo punto, i sostenitori più incalliti dello scontro, si diressero a Morelia armati di pietre e di machetes, ma non trovarono reazione da parte della popolazione.Questo incidente illustra l’animosità costante mantenuta tra i membri della comunità; tensione questa, che i rappresentanti di governo della zona non contribuiscono certo ad attenuare.
La gente di Morelia indica, come esempio, il ruolo di Juan Villafuerte, l’attuale coordinatore statale, che sta spingendo affinché la riparazione della strada tra Morelia e Altamirano sia effettuata con macchinari contrattati dal governo statale, mentre la popolazione di Morelia propone di contrattare, per la realizzazione dell’opera, un’impresa indipendente. Come in altre comunità, temono che la protezione dei macchinari serva da pretesto per un’incursione dell’Esercito federale e il suo insediamento permanente nei pressi della comunità.
È necessario fare una precisazione sui precedenti incarichi del signor Juan Villafuerte: fu deputato statale supplente del
PRI per la regione di Ocosingo; nel 1998, diverse persone gli confermarono il loro appoggio ad una sua candidatura come sindaco di questa cittadina. Villafuerte, in ogni caso, ha avuto una parte da protagonista al fianco dei suoi compagni di partito, nei fatti accaduti a Taniperla nell’aprile del 1998. Undici giorni dopo l’incursione militare, che ebbe come risultato l’occupazione del centro del villaggio ad opera delle forze dell’ordine e la fuga di una parte della popolazione, diversi mezzi di comunicazione, nazionali ed internazionali, rivelarono la presenza del signor Villafuerte mentre dall’accampamento militare osservava una manifestazione di organizzazioni indipendenti in questa comunità. Nell’opinione delle autorità autonome di Morelia, il timore della presenza dell’esercito è del tutto giustificato per i costanti voli radenti effettuati sulla comunità dagli aerei militari. Riportano inoltre, che il giorno 16 novembre, mentre gli abitanti stavano realizzando i preparativi per la celebrazione del 17 novembre, anniversario della nascita dell’EZLN, un aereo ha irrorato una sostanza sconosciuta anche sulla carne che stavano tagliando a pezzi.Per queste ragioni e perché vengano attuati gli Accordi di San Andrés, le autorità autonome e coloro che rappresentano si dichiarano in resistenza e si oppongono al passaggio dei macchinari contrattati dallo Stato. Allo stesso modo, rifiutano i programmi promossi dal governo, in particolare il
PROGRESA, di cui è già stata fatta menzione in altre parti del dossier (vedi Oventic, El Nuevo Brillante, Moisés Gandhi ).A differenza di altri luoghi dove non si conoscono a fondo gli scopi del
PROGRESA, i nostri interlocutori di Morelia hanno affermato che si tratta di un programma di sterilizzazione delle donne, che viene realizzato all’interno del "Centro de Salubridad Pública". Secondo le informazioni di cui sono in possesso, l’accordo con le beneficiarie è avallato con la firma di un contratto e la consegna di una tessera per giustificare la riscossione ogni due mesi. Al riguardo indicano che tra i beneficiari del PROGRESA inizia a circolare disaccordo e pentimento per aver accettato il programma. Alcuni affermano che invece di consegnare le tessere, si pretendeva addirittura di marcare le donne con un tatuaggio: "Le vogliono marcare come bestie".All’uscita dalla comunità, due individui con abiti civili erano appostati ai margini della strada, filmando e fotografando il veicolo sul quale viaggiavamo noi osservatori. Più in là, abbiamo potuto osservare parcheggiato un veicolo rosso targato:
KBY 940. Poco dopo, questo veicolo con i due civili a bordo, ha iniziato a seguire il nostro veicolo, rendendo nervoso l’autista. Hanno accelerato in modo aggressivo sulla strada sterrata e hanno continuato a filmarci. L’inseguimento è durato fino al punto di controllo della Migración ad Altamirano, dove siamo stati fermati per il solito controllo dei nostri documenti. Durante l’intera loro permanenza in quel posto, i due civili hanno filmato e fotografato il veicolo e, fino a dove era loro possibile, il suo interno, dalla distanza approssimativa di un metro. In nessun momento hanno parlato o si sono identificati, né davanti a noi né davanti alle autorità migratorie che, da parte loro, mostravano di ignorare la loro presenza. Conclusi i tramiti migratori, abbiamo proseguito il viaggio senza altri incidenti.
14. Moisés Gandhi, centro del Municipio Autonomo "Ernesto Che Guevara", incontro con membri della comunità,.
23 novembre 1999.
La strada d’accesso a Moisés Gandhi, inizia dall’incrocio della strada che unisce Altamirano, Ocosingo e San Cristóbal de las Casas ed è in fianco ad un accampamento militare dove gli osservatori hanno dovuto dare le proprie generalità.
La delegazione della
CCIODH è arrivata nella comunità a sera inoltrata allarmando così, involontariamente, le persone che giorno e notte sono di turno nel controllo dell’accesso alla comunità.Una volta dissipati i dubbi riguardo all’obiettivo della visita degli osservatori, un rappresentante della comunità accettò di riceverci ed ebbe inizio la conversazione, alla presenza d’altri abitanti, nel locale che serve da alloggio agli accampamentisti, che hanno assistito anche loro all’intervista.
La comunità di Moisés Gandhi è abitata da circa 80 famiglie, può contare inoltre sulla presenza di un professore e di un promotore di salute che si occupano delle aree d’istruzione e sanità.
L’accampamento militare è stato installato dal 1995 su un terreno che appartiene alla comunità di Moisés Gandhi, situato a circa 300 metri.
Come in tutte le comunità che si sono dichiarate in resistenza, il problema principale è la presenza dell’Esercito Federale.
I costanti movimenti di truppe e i sorvoli d’elicotteri spaventano la gente, soprattutto le donne e i bambini. Il rappresentante si è anche lamentato del fatto che le manovre sono realizzate sempre più vicino e ultimamente sono stati scoperti dei soldati che si aggiravano nei campi di mais scattando foto ai dintorni della comunità.
Senza rispettare la proprietà, i soldati abbattono alberi in terreni altrui, mentre dall’altro lato proibiscono agli abitanti di fare altrettanto per procurarsi la legna.
Ma a Moisés Gandhi le restrizioni al libero transito delle persone ha l’aggravante che l’unica via d’accesso alla strada statale passa in mezzo al distaccamento militare. Quindi gli abitanti sono costretti a sottoporsi a costanti controlli che causano loro ritardi.
Il nostro interlocutore racconta che è da molto tempo che i soldati vietano il passaggio agli abitanti di Moisés Gandhi, lasciando loro la sola possibilità di farsi passare come originari di un’altra comunità, mentre coloro che sono già "conosciuti" dai militari sono obbligati a percorrere dei sentieri fino a raggiungere la strada.
Insiste sul fatto che i militari hanno lo stesso atteggiamento anche quando si tratta di trasportare un malato negando così il passaggio fino all’ospedale più vicino che è ad Altamirano. Aggiunge che su questa situazione è già stata presentata una denuncia formale, ma che fino ad ora non si è avuta alcuna risposta. A questo si aggiunge poi il problema del trasporto e commercializzazione del raccolto del caffè che costituisce la fonte principale di entrate della comunità. Essendo loro impedito di andare in città per vendere i loro prodotti, gli abitanti sono alla mercé dei coyotes, che sono dei commercianti senza scrupoli che acquistano il loro raccolto a prezzi da fame.
In questo periodo, come precisato dai presenti, un chilo di caffè è valutato cinque pesos messicani, quando l’anno scorso la stessa quantità era pagata 15 pesos. Non sanno se ciò si debba ad un crollo del prezzo sul mercato internazionale o se si tratta di una strategia del governo per strangolare i piccoli produttori.
A Moisés Gandhi, come in molte altre comunità visitate, l’opposizione all’oppressione del governo si manifesta nel rifiuto dei molteplici progetti di sviluppo offerti dal governo intesi come rappezzature per rimediare ad una vecchia politica d’emarginazione.
Rifiutano così il
PROGRESA, già menzionato dagli interlocutori della CCIODH nelle comunità di Los Altos, Zona Norte, Palenque, Ocosingo, Region Selva e las Cañadas, che secondo le testimonianze ricevute è ricevuto solamente dalle comunità dove la popolazione è affiliata al PRI.È sintomo visibile della diversità politica l’optare o meno per un programma di sviluppo e la divisione tra comunità può acquisire toni violenti come accaduto nei casi - ultimamente numerosi – di costruzione di strade. Situati in prima linea, gli abitanti di Moisés Gandhi considerano che l’ampliamento della strada previsto per il 2000 - come il previsto ampliamento dell’accampamento militare – servirà solo ad una maggiore penetrazione dell’esercito, nel cuore della selva, come nel caso della comunità di Amador Hernández (vedi il capitolo relativo contenuto in questo dossier).
Una prima incursione dei macchinari da costruzione fu bloccata dalle donne; tuttavia oltre a quelle dei militari, la comunità deve affrontare anche pressioni e minacce esercitate dagli abitanti, di affiliazione priista, che vivono più in là sul percorso previsto della nuova via.

15. Aguascalientes "La Realidad", incontro con i desplazados di Guadalupe Tepeyac con il
CCRI-Comando Generale dell’EZLN
15.1. Incontro con i rappresentanti della comunità di Guadalupe Tepeyac in esilio
22 novembre 1999
All’interno dell’Aguascalientes di La Realidad, i componenti della
CCIODH sono stati ricevuti da un’ampia delegazione di uomini e donne della comunità desplazada di Guadalupe Tepeyac. Questa comunità, che dista circa 40 minuti di strada da La Realidad, è oggi un villaggio fantasma, dove è stata installata una grande caserma dell’esercito federale e un ospedale del governo che, apparentemente, sembra vuoto. Gli abitanti di Guadalupe Tepeyac, dal 9 febbraio 1995, si sono rifugiati a pochi chilometri da La Realidad, dove hanno costruito il loro villaggio, Nuevo Guadalupe Tepeyac. Quanto segue è la trascrizione dell’intervista.Rappresentante di Guadalupe Tepeyac: Noi siamo gli ejidatarios di Guadalupe Tepeyac, siamo la commissione nominata dalla comunità, poiché, a causa della distanza, non abbiamo potuto venire tutti. Noi siamo stati, quindi, scelti dalla comunità per venire a parlare con voi, per darvi la nostra testimonianza di quello che ci sta succedendo e ci è accaduto. Vogliamo, ora, informarvi soprattutto su ciò che ci sta accadendo in questo periodo di guerra, di cosa questa ha provocato qui in Chiapas; quindi, per questo, vogliamo parlarvi di ciò che ci ha causato il malgoverno che ha attaccato il nostro villaggio, che ci ha fatto sgomberare dai suoi federali. Vi racconteremo di come l’esercito ha agito nei nostri confronti a Guadalupe Tepeyac, per questo siamo qui, per dirvi e dichiarare quali sono stati i motivi della nostra partenza obbligata e abbandono del nostro villaggio dove vivevamo con i figli e le nostre donne.
Delegato di Guadalupe Tepeyac: Come avete appena sentito dal compagno – voi siete venuti ad osservare e a conoscere quanto abbiamo da dirvi -, l’esercito messicano ha occupato il nostro villaggio, su ordine del Dott. Ernesto Zedillo; fu lui a mandarli ad occupare il nostro villaggio. Quanto noi pensammo fu che avremmo potuto restare, che nel presidio della Croce Rossa Internazionale ci avrebbero rispettato. Entrammo, quindi, nell’ospedale - quello stesso che, forse, voi avrete visto esiste di fronte a Guadalupe Tepeyac – e ci rifugiammo lì con tutte le nostre famiglie, pensando che avrebbero rispettato la Croce Rossa, ma non è stato così. Prima irruppero nel villaggio tutti i federali, occuparono tutti i paraggi, atterrarono con i loro elicotteri e, poi, venne a parlare con noi il generale che ci disse di non andarcene. All’inizio arrivarono senza armi, ma poi vennero armati, minacciandoci, facendo il gesto che ci avrebbero tagliato la testa e, a quel punto, noi dicemmo: se è così, se anche la Croce Rossa ha detto che se ne va, rifiutandosi di obbedire, così ha detto la Croce Rossa e così se ne è andata. Noi, pensammo che non saremmo stati bene lì, perché avremmo dovuto stare assieme ai soldati e così ci ritirammo, fuggimmo in un posto che è la montagna, fuggimmo con tutte le nostre famiglie e, durante la notte, ce ne andammo da Guadalupe Tepeyac. Ci siamo rifugiati sulla montagna, noi, i bambini, tutte le famiglie che sono qui, gli anziani, di cui alcuni li abbiamo dovuti portare in spalla. Questo è quello che è avvenuto a Guadalupe Tepeyac.
Secondo delegato di Guadalupe Tepeyac: Ciò che è successo, è che ce ne siamo andati quel 9 di febbraio, ci siamo rifugiati in montagna e, dopo avervi passato tutta una giornata, non avevamo più nulla da mangiare, avevamo con noi i bambini, gli anziani, tutta la famiglia. Pochi giorni dopo, riprendemmo il cammino e quello è stato il momento in cui abbiamo sofferto di più. Ma questa sofferenza continua, perché, tuttora, a Guadalupe Tepeyac ci sono i federali, sono venuti ad occupare e la nostra sofferenza è che non abbiamo da dove ricavare gli alimenti, con la semina, perché questa è la nostra vita. Tuttora ci sono i federali e non possiamo lavorare le nostre terre, quindi, stiamo soffrendo la povertà, non c’è modo di seminare poiché non abbiamo terreni dove farlo, non riusciamo ad ottenere denaro per la nostra alimentazione, per il sapone, il sale, i vestiti, le scarpe, tutto quello che si porta indosso.
Terzo delegato di Guadalupe Tepeyac: Questo è ciò che proviamo a causa dei soldati e del governo, poiché siamo stati costretti a fuggire solo con quanto avevamo indosso e, questo, lo abbiamo avvertito lassù in montagna. Quello che però ci fa più male è quanto abbiamo perso: tutto quanto! Non abbiamo potuto portare con noi tutta la nostra vita e tutto è andato perso. Proviamo questo perché è nostro e per questo stiamo lottando, poiché è necessario per i bisogni della famiglia e di noi stessi. Non siamo una grande quantità, ma siamo comunque cento famiglie, quindi la perdita del villaggio – e voi avete potuto osservare come è ridotto -, sapete, noi siamo di lì e quindi, per noi, per gli uomini, donne e bambini, è una grave perdita. Per la povertà estrema che ci affligge, dobbiamo dire qualcosa contro il governo, perché là è finito tutto, i nostri prodotti sono scesi di prezzo, senza contare tutto quello che è successo; noi mangiamo i frutti del nostro lavoro, che servono a sfamare tutta la famiglia, non abbiamo denaro ma lavoriamo per il sostento di ognuno di noi.
Quarto delegato di Guadalupe Tepeyac: Voi siete venuti qua in Chiapas come commissione dei diritti umani e vi parleremo di tutte le sofferenze, del tradimento da parte del governo, perché il 9 febbraio del 1995, il governo stava chiedendo un dialogo con l’
EZLN e noi confidavamo che stesse davvero cercando la maniera di portare la pace qui in Messico. Noi, però, il 9 febbraio siamo stati invasi dall’esercito messicano e per mezzo suo minacciati. Tutti i loro aerei stavano volando sulle nostre case e, come ha detto prima il compagno, il generale è venuto a parlare con noi, ma lo faceva per guadagnarsi la nostra fiducia; non era vero perché il benessere che portavano loro era già nostro e l’intenzione loro era tradirci e catturarci. Un compagno che, essendo malato, non aveva potuto andarsene da casa sua, è stato catturato dall’esercito e i soldati lo hanno chiuso dentro un sacco, uno di quelli che usiamo noi per metterci il mais che mangiamo. Questo compagno, venne quindi tenuto per una notte intera nel sacco, legato e, il giorno successivo lo hanno tirato fuori, mentre noi stavamo in montagna, tenendolo prigioniero per otto giorni. Questo ha noi è dispiaciuto moltissimo, perché è uno di noi, per questa minaccia e per la paura e la rabbia che ci ha messo il governo proprio mentre diceva di star cercando un dialogo, come fa tuttora. Di quale dialogo parla, però, se qui passano ogni giorno le truppe dell’esercito. Passa anche un aereo di colore blu e giallo, forse ora non passa perché sanno che voi dovevate arrivare qua in Chiapas, questo aereo scruta la zona, i soldati si affacciano al finestrino per vedere dove siamo noi a lavorare; quindi, di quale dialogo parla, quale pace sta cercando con la gente che prima ha minacciato. Noi siamo molto sorvegliati, forse ve ne sarete accorti passando dalla caserma di Guadalupe, lì ci fermano e ci chiedono come ci chiamiamo, da dove veniamo e per noi questo è una pena quando dobbiamo recarci a faticare da altre parti e passiamo di là, a causa di quest’ingrata necessità che abbiamo. Per questo ci chiediamo quale sia la pace che vuole il governo, neanche vi immaginate quanto è ricco questo governo traditore, sostiene di volere la pace, che servono condizioni migliori di pace ma continua invece a minacciarci. Passa per di qua con i suoi blindati, con i suoi carri armati, quindi, qual è la pace che sta cercando? Noi siamo ormai minacciati come bestie qui in Messico, loro passano e a noi sembra ormai una cosa possibile che abbia luogo un assalto armato, questa è una minaccia per noi, non stanno passando solo per farsi un giro, ci stanno provocando, sperando che qualcuno di noi vi caschi per dare a noi la colpa degli spari. Siccome voi siete qui per stendere il vostro resoconto, ecco, questo è ciò che subiamo qui in Messico.Delegata di Guadalupe Tepeyac: Siamo qui presenti, noi di Guadalupe Tepeyac, per farvi sapere cosa proviamo da quando il governo ha invaso Guadalupe Tepeyac, che tuttora è pieno zeppo di federali. Ai soldati è rimasta la terra dove lavoravano i nostri uomini e ora non abbiamo più terra, i nostri uomini non possiedono terra da coltivare, hanno solo un appezzamento in affitto che basta appena per sfamarci. Questo è quello che proviamo perché non abbiamo modo di lavorare, né le donne, né gli uomini, seguitiamo ad affittare il terreno dove si coltiva la milpa che ci alimenta appena. Proviamo tutto ciò a causa del malgoverno che ci ha costretto ad abbandonare il nostro posto. Lo proviamo perché abbiamo figli, abbiamo tutta la famiglia; stiamo anche soffrendo di molte malattie, non abbiamo medicinali e quando i nostri figli si ammalano non abbiamo cure. Questo è ciò che stiamo soffrendo.
Quinto delegato di Guadalupe Tepeyac: Noi siamo gente di Guadalupe Tepeyac e sappiamo bene che, negli altri paesi, il governo afferma di avere tutto sotto controllo qui in Messico ma, la parte del Chiapas, che è lo Stato più ricco che possiede il Messico, vediamo che è lo Stato più povero, il più abbandonato. Qui in Chiapas non ci sono scuole, non ci sono maestri per i bambini. Noi, anni fa, abbiamo potuto ricevere un po’ d’istruzione perché i nostri padri pagavano alcuni maestri affinché ci insegnassero, niente, però, da parte del governo. È da tanto tempo, dall’epoca dei nostri nonni e dei nostri padri, che si portano avanti molte lotte, perché si ottengano aumenti del prezzo del caffè e terre da poter coltivare. Siamo migliaia e migliaia di persone, qui in Chiapas, e non c’è terra; in verità, la terra c’è, ma la possiedono i grandi latifondisti, la possiede il governo. Nonostante questa lotta sia iniziata tanto tempo fa, il governo non vuole capire, non sente, non spartisce, non dà niente. Nessuno ha mai ricevuto una casa che sia dignitosa per viverci, le abbiamo solo di paglia e, come noi, la maggioranza delle comunità che vivono qui in Chiapas. Noi vediamo che i grandi ricchi, i latifondisti, possiedono una buona casa anche per il loro bestiame, ma gli indigeni non hanno case per viverci, perché siamo dimenticati, isolati, il governo ci ignora. Qui in Messico dicono ci sia democrazia ma, da più di settanta anni, c’è una dittatura, per meglio dire non c’è democrazia: uno lascia il potere che ne arriva subito un altro (del
PRI, N.d.T.), anche se ci sono grandi votazioni per i partiti, non si riesce a cambiare, perché queste sono controllate dal governo. Siamo quindi arrivati a pensare che in nessun modo, per via pacifica, i grandi movimenti, le grandi organizzazioni possono farcela: per questo motivo è stata dichiarata questa lotta che è l’unica, non l’abbiamo fatto perché vogliamo, ma perché il governo ci obbliga. Pensiamo allora che solo attraverso questa lotta il governo ci possa ascoltare, perché preferiamo morire lottando che morire per questa situazione di fame, di malattia. Esistono molte malattie curabili ma, non c’è alcun dottore cui puoi chiedere di venire a curarti. La maggioranza delle persone non sa neppure cos’è una strada, cos’è un’automobile; qui viene molta gente che resta stupita quando vede un’auto perché non l’aveva mai vista in vita sua, oppure si stupisce che qui ci sia una strada o una pista, quando voi potete rendervi conto di quanto sia mal messa. Durante la stagione delle piogge, i camioncini su cui avete viaggiato non riescono a passare, perché non è una vera strada ma è, per meglio dire, una pista, un passaggio. Siccome tutto quanto si produce qui non è sufficiente, pensiamo sia preferibile morire lottando che continuare a soffrire. Purtroppo, però, non possiamo mai avere fiducia nel governo che è stato un traditore, non solo nel nostro caso, ma in tutte le elezioni sono esistite frodi e continuano a compierle e continueranno in futuro. Noi, siamo isolati peggio del bestiame, non c’è nulla che possiamo ricevere dal governo, proprio niente, ed è per questo motivo che tentiamo di fare quest’ultima lotta, siamo convinti sia l’ultima, non ce ne sarà un’altra. Per questo motivo il governo ha tentato di controllare anche il nostro villaggio perché aveva saputo che lì c’era un movimento, quindi, cominciò con il porvi un grande ospedale, disse poi che avrebbe costruito alcune scuole, tentò di edificare delle case. La gente che però non è concorde, non rappresenta la maggioranza del Chiapas, siamo la minoranza. La maggioranza, i milioni di persone che vivono qui in Chiapas, tutta la parte più grossa, vive nella povertà più estrema. Noi qui avremmo potuto prosperare meglio che in una grande città, ma non era questo l’obiettivo. Perciò il governo non voleva più saperne di Guadalupe Tepeyac, perché noi denunciavamo sempre tutto il male che stava avvenendo come, ad esempio, il prezzo del caffè, che ci veniva pagato un peso il chilo, circa cento pesos il collo di sessanta chili, il "bulto" come lo chiamiamo noi. Quindi si era costretti, da molti villaggi, a portarlo fino a Margaritas, caricato su bestie che spesso morivano strada facendo, riuscendo poi a vendere il prodotto ad un prezzo irrisorio. A quel punto dicemmo: non possiamo più sopportarlo. A causa di tutto questo, secondo noi, non esiste un governo, non lo conosciamo né lui ci conosce, lo disconosciamo perché è un governo traditore, un governo che non è per tutta la nazione ma soltanto per quel poco di gente che lui favorisce, solo a chi gli conviene, ma, la maggior parte della gente che vive qui in Messico si trova a vivere nella nostra stessa situazione di povertà. Per questo denunciamo ancora che tutto quanto esisteva a Guadalupe Tepeyac, tutto il nostro lavoro, è stato occupato dall’esercito. Noi abbiamo anteposto la nostra vita, le nostre cose se le sono tenute i soldati. Noi ora siamo un piccolo villaggio di un ettaro e mezzo, dove abbiamo sì le case, ma non la terra da lavorare. I compagni di qui, che sono più vicini, ci hanno dato in affitto alcuni ettari per produrre almeno di che sfamare la famiglia, ma per tutto il resto possiamo dire che non abbiamo nulla. Qui siamo in resistenza, stiamo stringendo i denti perché pensiamo che la nostra lotta è giusta.Seconda delegata di Guadalupe Tepeyac: Quanto hanno detto i compagni riguardo alle sofferenze che patiamo con i nostri figli, è la verità, perché l’esercito è entrato a Guadalupe e noi abbiamo dovuto camminare giorno e notte con i nostri figli, soffrendo la fame, perché il malgoverno ci ha esiliato da lì. Stiamo tuttora soffrendo perché non c’è cibo sufficiente da mangiare e da vendere.
Terza delegata di Guadalupe Tepeyac: Anche noi siamo di Guadalupe Tepeyac, stiamo soffrendo e lottando insieme ai nostri figli, cercando di procurare loro qualcosa da mangiare, perché per i bambini è una vera sofferenza. Non c’è modo di coltivare a sufficienza la milpa, stiamo tribolando molto. Non abbiamo modo di lavorare per ricavare un po’ di cibo per i bambini, l’alimentazione per i più piccoli, stiamo ancora soffrendo.
Sesto delegato di Guadalupe Tepeyac: Quanto abbiamo sentito dai compagni riguarda la lotta che portiamo avanti dall’anno 1994, quando si è dichiarato guerra al presidente della Repubblica, perché eravamo stanchi di tutto quello che ci aveva fatto. È stata dichiarata una guerra per le molte necessità, per la mancanza di alimentazione, di abitazione dignitosa e di tutto ciò che è necessario alla nostra vita. Non eravamo presi in considerazione, per il presidente della Repubblica gli indigeni non esistevano e quando ha visto che ci siamo ribellati con la lotta armata, allora, a quel punto, si è accorto della nostra esistenza. A quel tempo era presidente Carlos Salinas, si tentò di dialogare pensando che avrebbe messo in atto le richieste dell’EZLN. Poco dopo l’arrivo di Ernesto Zedillo alla presidenza, è avvenuta l’invasione dell’esercito ed ora il nostro villaggio è stato preso dalle forze armate dell’Esercito Messicano. Guadalupe Tepeyac è stato occupato il 9 di febbraio e hanno saccheggiato tutti i nostri beni, si sono appropriati delle nostre cose e, fino ad oggi, non abbiamo potuto tornare perché sappiamo molto bene che, se torniamo a lavorare le nostre terre, i soldati ci catturano e possono ammazzarci o torturarci, e noi questo non lo vogliamo. Siamo stanchi che loro occupino le nostre terre. Abbiamo dichiarato guerra perché è necessario per tutti i messicani, anche adesso stiamo lottando per tutti i messicani e non solo per noi stessi. Probabilmente vi sarete già accorti della nostra lotta, del perché stiamo lottando: è necessario farlo. Ora, che iniziano le elezioni, i priisti stanno regalando lastre di laminato e duecento pesos circa, stanno comprando la gente perché voti per il loro partito, perché vinca con questa frode che stanno già facendo e che conosciamo da tempo, da quando vivevamo a Guadalupe. Arrivava una signora mandata dal presidente della Repubblica per voler controllare Guadalupe Tepeyac, regalandoci delle casette che sono ancora lì ferme, noi non abbiamo voluto accettarle e il suo tentativo non andò in porto. Venne anche il presidente della Repubblica ad inaugurare l’ospedale, noi non eravamo d’accordo e gli dicemmo chiaro che non andava bene e ci venne risposto che l’ospedale era per noi, ma noi sapevamo già che era invece per l’esercito, l’avevamo già capito. Noi non lo volevamo, eravamo già arrabbiati e agitati perché non mantenevano le loro promesse, perché non ci tenevano in considerazione. Avevamo già discusso, realizzato mobilitazioni a Tuxtla, a San Cristóbal, Comitán e Margaritas, per notti intere soffrendo davanti ai palazzi municipali, non ci hanno dato retta, ci abbiamo provato, ma non c’è stata altra soluzione che quella di prendere le armi. Perché abbiamo dichiarato guerra? Perché era necessario, perché non ci prendono in considerazione e non si accorgono che noi esistiamo. Ora stanno comprando la gente, poiché molti dei compagni che vivono qui sono priisti e in molti villaggi si vede che stanno ricevendo cose se firmano e votano per loro; poi, in realtà non danno loro niente, regalano qualcosa solo durante le votazioni e questo è un problema che sta accadendo adesso. Non è facile, però, esistono quelli che si lasciano ancora ingannare, ma, per noi, non è più tempo di farsi ingannare, lo sappiamo già e per questo stiamo resistendo, perché la nostra lotta vada avanti, continuerà a crescere e lo sta già facendo in molti paesi. Questa lotta è già diffusa, bisogna continuare a lottare fin dove si potrà arrivare, a morire o a vivere, forse i nostri figli, forse noi. Se noi non riusciamo, i nostri figli che vengono dopo di noi, se Dio lo permette, lo vedranno. Stiamo lottando per questo. Viviamo molto male, siamo già adirati, tutti, non solo noi, con questa rabbia che ci stanno provocando non prendendo in considerazione la nostra situazione. Un aumento del prezzo del caffè non è nell’aria, oltre il fatto che è in atto il conflitto. Sappiamo bene che ci sono degli scontri politici tra Zedillo e l’esercito zapatista, non crediamo più al governo. Per questo stiamo denunciando che siamo arrabbiati. Fino a quando sarà necessario, noi continueremo a esprimerci, solo se ci ammazzano smetteremo di parlare, finché siamo vivi continueremo a parlare.
Settimo delegato di Guadalupe Tepeyac: Il governo della Repubblica sta introducendo strade nelle comunità e, quanto vogliamo dirvi, signori, è che ci vogliono catturare come pecore. Stanno costruendo le loro strade da entrambi i lati, accerchiandoci. Oggi che siete qui, non sono passate le pattuglie di federali, ma appena ve ne andrete, torneranno.
Ottavo delegato di Guadalupe Tepeyac: Siete venuti qua a stendere il vostro dossier e volete sapere cosa è successo a Guadalupe Tepeyac. Ci siamo ritirati, il 9 febbraio 1995, a causa dell’esercito mandato dal malgoverno. Quando abbiamo visto che l’esercito stava atterrando con i suoi elicotteri, siamo entrati nell’ospedale per proteggerci un po’; noi, i nostri figli e le nostre donne, non avevamo modo di difenderci in quel momento. La lotta è stata condotta perché non possediamo terra sufficiente da coltivare, i nostri figli hanno bisogno di avere ove lavorare. Non abbiamo una casa dignitosa, non possediamo un’istruzione adeguata per i nostri bambini, noi abbiamo appreso alcune cose e ci siamo sforzati, ma non abbiamo un buon livello di istruzione, a causa di tutte le carenze che abbiamo sofferto. A questo serve la lotta che stiamo portando avanti, ma non per questo il governo capisce, pensa di poter continuare a tradire; gli stiamo chiedendo con forza che realizzi quanto è necessario, ma non è quello che pensa di fare. Voi dei diritti umani, pensate che si possa risolvere questo conflitto quando, con queste strade, il governo sta tradendo la gente povera, la gente emarginata? È una vergogna! È ora impegnato in questa strategia di aprire strade perché la gente pensi che il governo si sta preoccupando, ma, in realtà, si sta preoccupando solo che ci siano strade per introdurre il suo esercito. Guardate quanti accampamenti militari ci sono, uno qui all’incrocio e poi a Rio Corozal, Santo Tomas, Guadalupe Tepeyac ed Euseba.
Nono delegato di Guadalupe Tepeyac: Vorrei solo dire a voi dei diritti umani della Commissione Internazionale di tenere conto che, ad esempio, qui, sulla sponda del fiume, dove sono ammassati i soldati, questi hanno costruito le loro latrine. Inquinano l’acqua e sono tante le comunità che si approvvigionano di quest’acqua. Lì, i militari, gettano i cartoni, le lattine, tutta la spazzatura. Siccome quasi la maggioranza delle comunità non possiede acqua potabile ma la traggono dal fiume, denunciamo l’inquinamento che stanno attuando i soldati. Non è vero che, come dicono, sono qui per proteggerci, stanno inquinando tutte le acque. A parte questo, ci siamo resi conto che, durante tutto il tempo della loro presenza, stanno cercando di catturare delle persone, ad esempio la gente di Taniperla, che ora è nel carcere di Cerro Hueco, oppure quella di Aguatinta, che è incarcerata da due anni. Noi vediamo, quindi, che, ogni volta di più, non possiamo avere fiducia nella parola del governo, perché, di per sé, non la mantiene, perché vediamo che le cose, invece di migliorare, peggiorano sempre più. Invece di fare qualcosa di buono, stanno contaminando tutto ciò che esiste nella selva. Dicono che la Selva Lacandona - e lo annunciano a livello internazionale – è un luogo che non si può toccare, ma ne hanno fatto un’immensa caserma dove mantengono tantissimi soldati: ad un campesino non è permesso di distruggerne venti ettari per il trasferimento di molte famiglie, ma per fare caserme il permesso c’è. Per questo a noi dà dolore che la maggioranza delle famiglie sia costretta a spaccare le pietre per fare la semina, anzi, i soldati hanno intenzione di prendersi tutti i terreni migliori, quelli più produttivi.
Rappresentante di Guadalupe Tepeyac: Vorremmo dirvi qualcos’altro su questa lotta che conduciamo da prima del 1994; la nostra lotta è affinché tutti noi in Chiapas si possa avere diritti come messicani, che si possa tutti partecipare in quanto messicani ma, il governo, non ha avuto quest’ottica di concederci questi diritti come messicani anche se viviamo in questo paese. Anzi, pensava di viverci solo lui e i suoi amici imprenditori, multimiliardari, solamente su di loro volge il suo sguardo e noi, i poveri, non arriviamo mai ad essere riconosciuti da parte di un governo, di un presidente della Repubblica. Mai ci viene chiesto se vogliamo sia lui il presidente, mai ci ha detto che attuerà le nostre richieste, che ci prenderà in considerazione, mai. Noi ci siamo resi conto che esiste un governo, un presidente che dice solo: "Tutti i messicani mi appoggiano perché sia io il presidente", ma lo dice solo dal suo ufficio, lo dice negli altri paesi, lo dice nei mezzi di comunicazione, alla radio. Dice: "Io vi regalerò duecentocinquanta pesos e un po’ di riso, un po’ di fagioli, se andrete a votare e userete i vostri certificati elettorali, allora mi occuperò di voi, affinché sia mia l’elezione per presidente della Repubblica", questo è ciò che sta manovrando. Sta conducendo una tattica in modo da poter dire alla gente: "Guardate, tutti i messicani hanno votato perché sia io il presidente della Repubblica". Questo per noi si tratta di una menzogna, questa dei candidati, stanno usandola perché il popolo del Messico e di altri paesi, creda sia vero quanto sta dicendo, ma non lo è: è una menzogna. Noi ce ne siamo accorti e, anche nelle località vicine, hanno tentato di ingannare i compagni campesinos, sono stati loro a dirci che il governo ha degli assessori nell’ospedale di Guadalupe Tepeyac che, ogni quindici giorni, gli chiedono di recarvisi per ricevere consigli su come votare per il governo. Lì, in quest’ospedale, c’è anche un assessore che consiglia la gente, quella che si lascia ingannare, a sottoporsi all’operazione delle donne, e se queste si rifiutano, per convincerle ad operarsi dicono loro che gli regaleranno denaro e altre cosette. Tutto questo sta succedendo a Guadalupe Tepeyac, dove, sempre nello stesso ospedale, ci sono le prostitute, questo, più che essere un ospedale che aiuta davvero la gente, è un luogo di prostituzione.
15.2. Intervento del Subcomandante Marcos, accompagnato dal Comandante Tacho, alla presenza della
CCIODHLa Realidad, Chiapas, Messico
Novembre 1999.
Vi ringrazio di essere venuti e di aver aspettato tanto questa intervista. Visto che siete in Chiapas in qualità di osservatori, i compagni del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno mi hanno chiesto di dirigervi alcune parole. All’inizio, avevamo preparato una lettera - e, come sapete, noi abbiamo una certa ossessione per il genere epistolare- però, visto che siete riusciti ad arrivare fin qui, preferiamo fare una specie di chiacchierata. Nei prossimi giorni voi ascolterete una serie di testimonianze da parte delle comunità indigene sulla militarizzazione, sulle violazioni ai diritti umani e su altri temi relativi alla guerra che infuria da queste parti. Probabilmente, dovrete sorbirvi il signor Rabasa, il signor Diódoro Carrasco e, se proprio avrete sfortuna, perfino Albores Guillén. Le mie più sentite condoglianze per queste disgrazie ma, che ci volete fare, bisogna ascoltare tutti. Pazienza.
La nostra chiacchierata si chiama, "Chiapas, La Guerra". Potete filmare, potete registrare, fare foto o quello che credete.
Chiapas: La Guerra
Tra il satellite e il microscopio. Lo sguardo dell’altro
20 novembre 1999
Seguono alcune note sulla chiacchierata tra la nostra delegazione del Comitato Clandestino Indigeno - Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e un gruppo di osservatori della Commissione Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani. In un primo tempo, prevedendo che non fosse possibile un incontro personale, questa chiacchierata era stata pensata come una lettera. Sarà quindi letta come una lettera, a voce alta e direttamente al destinatario o, per meglio dire, a uno dei destinatari, perché è indirizzata alla società civile internazionale. Ho scelto la data dell’anniversario della Rivoluzione Messicana in parte perché sono un po’ discolo, ma soprattutto per riprendere due immagini di questo secolo: una è il volto di Emiliano Zapata, l’altra è una bimba indigena con la faccia parzialmente nascosta dal paliacate rosso. Più oltre tornerò su queste due immagini.
Ho in mano un calendario stampato in Spagna. Nel mese di novembre, il calendario mostra precisamente queste due immagini: quella di Zapata e quella della bimba. Anche se il governo messicano fa di tutto per negare l’evidenza, noi crediamo che non si tratti tanto di dimostrare che in queste terre indie del sudest messicano vi sia una guerra, ma di capire il perché non sia finita.
Infatti, questa guerra, che è cominciata il primo gennaio del 1994, poteva finire quattro anni fa, quando si firmarono gli Accordi di San Andrés e il dialogo sembrava incamminarsi verso la pace.
Perché la guerra continua se poteva finire in modo degno ed esemplare? Per ragioni che si possono spiegare. Ecco quindi alcune riflessioni per cercare di rispondere a questa domanda.
Perché al guerra in Chiapas?
Vi chiedo pazienza e comprensione. Dato che in questo momento non ho il problema del numero limitato di cartelle, né devo affrontare le spese di carta e inchiostro, mi potrò dilungare in questioni che, in altro contesto, sarebbero di competenza di Don Durito della Lacandona e del Vecchio Antonio.
Ecco quindi alcune tesi generali, sviluppate in un’esposizione orale. Noi abbiamo molto rispetto per voi e per il vostro lavoro. Vi prendiamo sul serio e pensiamo che il lavoro che fate sia un lavoro serio. Abbiamo quindi cercato di fare un’analisi seria di quello che succede qui nel Chiapas, un’analisi che vi possa dare degli elementi per capire le ragioni dei soprusi, delle violazioni ai diritti umani e dei crimini che colpiscono le comunità.
Il primo punto che tratteremo è quello delle guerre mondiali. Secondo la nostra concezione, sia che si tratti della Prima Guerra Mondiale, della Seconda o di quelle che noi chiamiamo la Terza e la Quarta, esistono alcune costanti.
Una di queste è la conquista di territori e la loro successiva riorganizzazione. Se guardate un atlante, vi renderete conto che alla fine di qualsiasi guerra mondiale, vi sono dei cambiamenti e non solo nella conquista di territori, ma anche nelle loro forme di organizzazione.
Ad esempio: dopo la Prima Guerra Mondiale, si produce un nuovo mappamondo, dopo la Seconda Guerra Mondiale si produce un nuovo mappamondo e la stessa cosa succede anche dopo quella che noi chiamiamo "Terza Guerra Mondiale" e che voi chiamate Guerra Fredda,
Noi riteniamo che al termine della Terza Guerra Mondiale ci sia stata una conquista di territori ed una loro successiva riorganizzazione. A grandi linee, è possibile situare questo momento verso la fine degli anni ottanta con la caduta del blocco socialista della
URSS, mentre, all’inizio degli anni novanta, si possono già notare i segni di quella che noi chiamiamo la "Quarta Guerra Mondiale".Un’altra costante è l’amministrazione delle conquiste. Nella misura in cui si conquistano territori, è necessario amministrarli in maniera tale che apportino un profitto alle forze vincenti. Noi usiamo il termine "conquista" perché siamo esperti in questo campo. Gli stati che prima si chiamavano nazionali hanno sempre cercato di conquistare i popoli indigeni.
Malgrado la presenza di costanti, vi sono anche delle variabili che cambiano da una guerra all’altra, il che risulta particolarmente importante per capire come funziona quella attuale. Una prima variabile è la strategia - più avanti spiegherò in cosa consiste- poi vi sono i protagonisti - ovvero le parti in conflitto- le armi che si utilizzano e, infine, le tattiche che si impiegano. Noi chiamiamo "Terza Guerra Mondiale" quella che voi conoscete come Guerra Fredda. Va dal 1946 - o, se preferite, dalla bomba di Hiroshima del 1945- fino al 1985-1990.
Noi riteniamo che in tale periodo vi sia stata una grande guerra mondiale composta da una molteplicità di guerre locali. Come sempre, alla fine vi è stata una conquista di territori con la distruzione del nemico e, subito dopo, l’amministrazione della conquista e la riorganizzazione dei territori.
In tale guerra mondiale partecipavano: 1) le due superpotenze,
USA e URSS, con i relativi satelliti; 2) La maggioranza dei paesi da dove voi provenite e, 3) l’America Latina, l’Africa, parti dell’Asia e dell’Oceania.I paesi periferici giravano intorno agli
USA oppure alla URSS, a seconda delle convenienze. Dopo le superpotenze e i paesi periferici, venivano gli spettatori e le vittime, cioè il resto del mondo.Non sempre le due superpotenze si combattevano frontalmente. Spesso lo facevano attraverso terzi paesi. Mentre le grandi nazioni industrializzate si univano a uno dei due blocchi, tutti gli altri paesi e popolazioni apparivano come spettatori o come vittime.
Ciò che denotava questa guerra era: 1) la corsa agli armamenti e 2) le guerre locali. Inoltre, attraverso la guerra nucleare, le due superpotenze si disputavano l’onore di vedere quante volte erano in grado di distruggere il mondo.
Si faceva pressione sul nemico con una grande forza militare, quindi ovunque si sviluppavano guerre locali dietro le quali vi erano le superpotenze.
Come tutti sappiamo, il risultato della Terza Guerra Mondiale fu la sconfitta e la distruzione dell’
URSS e la vittoria degli USA, con i quali si schierano oggi quasi tutti i paesi. A questo punto sopraggiunge quella che noi chiamiamo la "Quarta Guerra Mondiale".Qui sorge un problema. Il prodotto della guerra precedente doveva essere un mondo unipolare - una sola nazione che domina un mondo dove non ci sono rivali- tuttavia, per essere una realtà, questo mondo unipolare deve arrivare a ciò che si conosce come "globalizzazione".
Per capire questo concetto, dobbiamo concepire il mondo come un solo territorio conquistato con un nemico distrutto. Poiché è necessario amministrare questo nuovo mondo, bisogna globalizzarlo.
Per farlo è necessario ricorrere all’informatica che, nella storia dell’umanità, è tanto importante quanto lo è stata l’invenzione della macchina a vapore. L’informatica permette di stare simultaneamente in qualsiasi parte; non vi sono più frontiere, né limiti temporali o geografici.
É grazie all’informatica che comincia il processo della globalizzazione. Si sfumano le separazioni, le differenze, gli stati nazionali e il mondo si converte in ciò che si è cominciato a chiamare "villaggio globale". Il mondo intero viene convertito in un villaggio con molte casette.
La concezione su cui si basa la globalizzazione è ciò che noi chiamiamo "neoliberismo", ovvero una specie di nuova religione che crea le condizioni per la realizzazione di questo processo.
Noi riteniamo che anche nella Quarta Guerra Mondiale si conquistino territori, si distruggano nemici e si amministri la conquista di questi territori. Il problema è quali territori si conquistano e si riorganizzano e chi sia adesso il nemico. Siccome il nemico di prima non c’è più, noi diciamo che adesso il nemico è l’umanità.
La Quarta Guerra Mondiale sta distruggendo l’umanità nella misura in cui la globalizzazione significa universalizzazione del mercato; tutto ciò di umano che si oppone alla logica del mercato è un nemico e, in quanto tale, deve essere distrutto. In questo senso il nemico da vincere diventa ognuno di noi: indigeni, non indigeni, osservatori dei diritti umani, maestri, intellettuali, artisti. Chiunque che si creda libero e non lo è.
Questa Quarta Guerra Mondiale impiega ciò che noi chiamiamo "distruzione". Vengono distrutti dei territori e vengono spopolati. In effetti, quando si fa la guerra, bisogna distruggere un territorio e convertirlo in un deserto. Non per il gusto di farlo, ma per poi ricostruire e riordinare.
Qual è il principale problema che affronta il mondo unipolare per globalizzarsi? Gli stati nazionali, le resistenze, le culture, le relazione interne di ogni nazione, ciò che le rende differenti. Come è possibile che il villaggio sia globale e che tutto il mondo sia identico se sussistono tante differenze?
Chiarisco che quando noi diciamo che è necessario distruggere gli stati nazionali e diversificarli, non intendiamo che bisogna eliminare le persone in carne ed ossa, bensì i modi di essere delle persone.
Perché, infatti, dopo aver distrutto, bisogna ricostruire. Ricostruire i territori e disporli in altro modo. Non come sono adesso, ma secondo i dettami delle leggi di mercato. Ecco ciò che esige la globalizzazione.
Sì lo so che è difficile vedere i nessi con la questione del Chiapas che dovrebbe essere il tema della nostra chiacchierata. Non abbiate paura, prima o poi ci arriviamo.
Se, come dicevamo, il primo ostacolo sono gli stati nazionali, bisogna attaccarli e distruggerli. Ovvero, bisogna distruggere tutto ciò che fa che uno stato sia "nazionale": la lingua, la cultura, l’economia, il progetto politico e il tessuto sociale.
Se le lingue nazionali non sono più utili, bisogna distruggerle e bisogna promuovere una nuova lingua.
Al contrario di ciò che molti pensano, questa nuova lingua non è l’inglese, bensì l’informatica. Bisogna omologare tutte le lingue, tradurle al linguaggio informatico, anche l’inglese. Tutti gli aspetti culturali che fanno che un francese sia francese, un italiano sia italiano, un danese sia danese, un messicano sia messicano, devono essere distrutti perché sono delle barriere che impediscono di accedere al mercato globalizzato.
Non si tratta più di fare un mercato per i francesi ed uno per gli inglesi o per gli italiani. Deve esistere un mercato unico dove la stessa persona può consumare lo stesso prodotto in qualsiasi parte del mondo. E questo non più in quanto cittadino di uno stato nazionale, ma in quanto cittadino "globale".
Ciò significa che la storia culturale e la storia della tradizione si scontrano con questo processo e sono il nemico da sconfiggere nella Quarta Guerra Mondiale.
Ciò risulta particolarmente grave in Europa dove esistono nazioni con grandi tradizioni. Le logiche culturali francesi, inglesi, tedesche, dello stato spagnolo, ecc. - tutto ciò che non si può tradurre in termini informatici e di mercato- sono un ostacolo per la globalizzazione.
Adesso che le merci circolano per i canali dell’informatica, tutto il resto deve essere distrutto o fatto da parte.
Gli stati nazionali avevano una loro struttura economica e ciò che si chiamò "borghesia nazionale", ovvero capitalisti con sedi nazionali e profitti nazionali. Questo non ha più ragione di esistere: se l’economia si decide a livello globale, le politiche economiche degli stati nazionali che volevano proteggere i capitali nazionali sono un nemico che bisogna sconfiggere. Voi conoscete il caso del Nafta qui da noi e quello dell’Euro che ha prodotto l’Unione Europea.
Quindi l’economia arriva a globalizzarsi, anche se, all’inizio, si tratta di una globalizzazione regionale, come nel caso dell’Europa. Gli stati nazionali costruiscono i propri rapporti politici; il fatto è che adesso i rapporti politici non servono più. Non sto dicendo che siano buoni o cattivi, il problema è che questi rapporti politici sono un ostacolo per il compimento delle leggi di mercato.
La classe politica nazionale è vecchia, non serve più, deve essere cambiata. Cercate di ricordare il nome di un uomo di stato importante in Europa. Se non ci riuscite è perché oggi i personaggi importanti dell’Europa dell’Euro non si mettono in mostra, sono gente come, ad esempio, il presidente della BundesBank. Ciò che lui dice è legge per quei nani politici - noi li chiamiamo così- che sono i diversi presidenti o primi ministri che patiscono tutti i paesi d’Europa.
Se il tessuto sociale si rompe, si rompono anche i vecchi rapporti di solidarietà che rendevano possibile la convivenza in uno stato nazionale. Ecco perché si incoraggiano le campagne contro gli omosessuali e le lesbiche o contro gli emigranti, così come le campagne di xenofobia e non vi dico altro perché in questo momento voi stessi siete vittima di una tale campagna da parte del governo messicano.
Tutto ciò che prima manteneva un certo equilibrio si rompe nel momento in cui questa guerra mondiale attacca lo stato nazionale e lo trasforma in qualcosa d’altro.
Qui, come dicevamo, è dove cominciano i problemi ed è per questo che stiamo parlando di una guerra. Si tratta di omogeneizzare, di far diventare tutti uguali e di rendere egemone una proposta di vita.
Questa è la vita globale. Il suo maggiore divertimento deve essere l’informatica, il suo lavoro deve essere l’informatica, il valore degli esseri umani si deve misurare in carte di credito, capacità di acquisto, capacità produttiva.
Prendiamo il caso degli insegnanti. Adesso, non è più importante essere preparati; l’unica cosa che conta per accedere a un salario decente e a condizioni di lavoro accettabili all’interno dell’università è il numero di ricerche, non importa se buone o cattive, che si è in grado di produrre.
Tutto ciò ha molto a che vedere con il modello nordamericano, però succede che questa Quarta Guerra Mondiale produce l’effetto contrario. É ciò che noi chiamiamo "frammentazione". Cosa vuol dire? Vuol dire che, paradossalmente, il mondo non si sta affatto unificando, ma, al contrario, si sta spezzettando ogni giorno di più. Per quanto possa sembrare che tutto stia diventando identico, sempre più emergono i differenti in quanto differenti: gli omosessuali, le lesbiche, i giovani, gli emigranti.
Se da una parte gli stati nazionali funzionano sempre più come un solo grande stato, allo stesso tempo, lo "stato-terra società per azioni" ci divide in tanti piccoli pezzi. Se osservate un mappamondo del periodo in questione - la fine della Terza Guerra Mondiale- e analizzate gli ultimi otto anni, noterete come vi sia stata una ricomposizione, soprattutto in Europa, ma non solo. Dove prima vi era una nazione, adesso vi sono molte nazioni. Il mappamondo si è frammentato.
Ed è proprio questo l’effetto paradossale di questa Quarta Guerra Mondiale. Invece di globalizzarsi, il mondo si spezzetta e invece che questo meccanismo egemonizzi e omogeneizzi, ovvero che faccia diventare tutti uguali, appaiono sempre più i differenti.
La globalizzazione e il neoliberismo stanno convertendo il mondo in un arcipelago. E bisogna dargli una logica di mercato, organizzare questi frammenti in un comune denominatore. É ciò che noi chiamiamo "bomba finanziaria".
Nella stessa misura in cui appaiono i differenti si moltiplicano le differenze. Ogni giovane sta in un gruppo e possiede una particolare forma di pensare. Vi sono i punk, gli skinheads e tutto il resto. Però adesso i differenti non solo sono differenti, ma sottolineano le loro differenze cercando un’identità propria.
Evidentemente la Quarta Guerra Mondiale non offre uno specchio che permetta loro di vedersi in un comune denominatore. Ciò che offre è, piuttosto, uno specchio rotto dove ognuno sceglie il pezzo che gli corrisponde e con esso una linea di condotta. Fino a quando possiede il controllo sull’insieme dell’arcipelago - sugli esseri umani, non sui territori- il potere non si preoccupa molto.
Tutto ciò, dicevamo, ha a che vedere con la bomba finanziaria. Abbiamo visto che il mondo si suddivide in tanti pezzi piccoli e grandi. Non vi sono più continenti nel senso che io posso essere europeo, africano o americano.
Ciò che offre la globalizzazione del neoliberismo è una rete, una rete costruita per il capitale finanziario o potere finanziario, se si preferisce. Se vi è una crisi in questo nodo, il resto della rete ne ammortizza gli effetti. Però se vi è prosperità, non si produce l’effetto negli altri paesi. Questa rete non funziona. Ci hanno raccontato una menzogna, una grandissima menzogna. Ecco uno dei discorsi cari ai leader dell’America Latina, i Menem, i Fujimori, i Zedillo ed altri di altrettanto provate qualità morali. In realtà è successo che la rete ha reso molto più vulnerabili gli stati nazionali. Inoltre li sta assassinando anche con armi interne.
Ormai, non serve più che un paese cerchi di costruirsi un equilibrio e un destino proprio in quanto nazione. Tutto dipende da quello che succede in una banca del Giappone oppure da quello che fa la mafia russa o uno speculatore a Sydney...
In ogni modo, gli stati nazionali non si salvano, ma sono definitivamente condannati. Quando uno stato-nazione accetta di integrarsi a questa rete - perché non ci sono alternative, perché è obbligato o per convinzione- firma il proprio atto di morte.
Insomma, ciò che vuole questo grande mercato è convertire tutte le isole dell’arcipelago non in nazioni, ma in grandi centri commerciali. Oggi, si può andare in un paese lontano e trovare gli stessi prodotti che a casa propria; la differenza è sparita. A Parigi o a San Cristóbal de Las Casas si può consumare la stessa cosa e, di fatto, se uno sta a San Cristóbal de Las Casas può stare simultaneamente a Parigi, ricevendo notizie.
Questa è la fine degli stati nazionali. E non solo: è la fine degli esseri umani che li formano. Ciò che importa è la legge di mercato e la legge di mercato dice che tu vali ciò che produci, che vali ciò che compri. La dignità, la resistenza, la solidarietà disturbano. Tutto ciò che impedisce che un essere umano si converta in una macchina per produrre e per comprare è un nemico e bisogna distruggerlo. É perciò che noi diciamo che questa Quarta Guerra Mondiale ha come nemico il genere umano. Non lo distrugge fisicamente, pero lo distrugge in quanto essere umano.
In maniera altrettanto paradossale, quando si distruggono gli stati nazionali, la dignità, la resistenza e la solidarietà si costruiscono di nuovo. Non esistono lacci così forti, così solidi, come quelli che esistono tra i gruppi di differenti: tra gli omosessuali, le lesbiche, i giovani, gli emigranti.
Dicevamo che questa guerra passa anche attraverso l’attacco ai differenti. É a ciò che si devono le dure campagne in Europa e negli
USA contro i differenti perché sono scuri, perché parlano un’altra lingua o perché possiedono un’altra cultura.La forma di coltivare la xenofobia nei resti degli stati nazionali è introdurre maniere di pensare del tipo: "questi dannati emigranti turchi ti vogliono togliere il lavoro", "questi emigranti messicani vengono a rubare, a violentare, a portare cattive abitudini.
Gli stati nazionali - o ciò che di essi rimane- delegano ai nuovi cittadini del mondo, gli informatici, la funzione di espellere questi emigranti. Ed è così che si moltiplicano gruppi del tipo Ku Klux Klan o arrivano al potere persone di provata onestà come Berlusconi - si chiama così? ...D’Alema è la stessa cosa, no? ...
Tutti costoro costruiscono la loro popolarità a partire dalla xenofobia. L’odio e la persecuzione contro i differenti è mondiale, così come lo è anche la resistenza dei differenti. Di fronte all’aggressione, le differenze si moltiplicano e si rinforzano. Questa è la realtà. Non voglio dire che sia bene o male; è semplicemente ciò che succede.
Abbiamo sviluppato il prima tema a grandi linee. Questa è la base del nostro discorso perché il nostro obiettivo è rispondere al perché vi sia una guerra in Chiapas. In questo momento siamo ancora a livello del satellite. Adesso cercheremo di mettere a fuoco la dimensione della guerra militare. Infatti, la guerra non è solo militare. Vediamo.
Esisteva una logica della Terza Guerra Mondiale in termini propriamente militari. Era, in primo luogo, una guerra convenzionale, concepita in modo che se io colloco dei soldati e tu anche, combattiamo, e vince chi resta vivo. Ciò avveniva in un territorio specifico che, nel caso delle forze della
NATO e del Patto di Varsavia, era l’Europa. A partire dalla guerra convenzionale, ovvero tra eserciti, iniziò l’escalation militare e degli armamenti.Vediamo la cosa più ad vicino. Questa (fa vedere un fucile, ndt) è un’arma semiautomatica e si chiama
AR-15, (Automatic Rifle 15, Fucile Automatico 15). L’hanno costruita in occasione della guerra del Vietnam e si può smontare molto facilmente ...ecco (la smonta, ndt). Quando l’hanno progettata, i nordamericani avevano in mente uno scenario di guerra convenzionale, il che significa lo scontro di grandi contingenti militari. "Mettiamo insieme molti soldati, ci lanciamo e alla fine qualcuno rimarrà vivo."Nello stesso periodo, il Patto di Varsavia sviluppava il fucile automatico Kalashnikov, conosciuto come
AK-47, un’arma con un grande volume di fuoco nelle distanze fino a quattrocento metri. La concezione sovietica contemplava grandi ondate di truppe: lanciavano un mucchio di soldati sparando all’impazzata e se morivano, arrivava la seconda ondata e la terza. Vinceva chi aveva più soldati.Allora gli americani pensarono che il vecchio fucile Garand della Seconda Guerra Mondiale non serviva più: "Abbiamo bisogno di un’arma con molto volume di fuoco nelle distanze corte"
É così che inventarono l’
AR-15 e lo provarono in Vietnam. Il problema è che si ruppe, non funzionò. Quando attaccavano i Vietcong, il meccanismo rimaneva aperto e al momento di sparare faceva clic. E non era una macchina fotografica, era un’arma!Cercarono di risolvere il problema con il modello M16-A1.Qui vi è un inganno nella pallottola che può avere due differenti denominazioni. Quella civile, la 2,223 - misurata in pollici- si può acquistare negli Stati Uniti in qualsiasi negozio. L’altra, la 5,56 - in millimetri- è usata unicamente dalle forze della
NATO. Questa è una pallottola rapida e qui sta l’inganno.Nella guerra, l’obiettivo è ottenere perdite dal lato del nemico, non necessariamente morti. Un esercito considera come perdita un soldato ferito che non può combattere,
La Convenzione di Ginevra.- che è un accordo per umanizzare la guerra- proibisce le pallottole espansive perché quando la pallottola espansiva entra in un corpo umano ha un effetto molto più letale di una pallottola normale. Distrugge tutti i tessuti.
"Se l’idea è aumentare il numero dei feriti ed abbassare il numero dei morti -pensarono- bisogna proibire le pallottole espansive. Un pallottola normale ti rende inutilizzabile per il combattimento, ma non ti uccide a meno che non tocchi un punto vitale".
Per aggirare la Convenzione di Ginevra, i nordamericani inventarono una pallottola con la punta morbida che, quando penetra nel corpo umano, si piega e gira su se stessa. In tal modo, l’orifizio di uscita è molto più grande di quello di entrata. Questa pallottola è peggiore di quella espansiva con il vantaggio di non violare nessuna convezione. Se ti colpisce in un braccio ...te lo stacca. Una pallottola 162 ti attraversa e ti ferisce, però questa di rovina.
Come per caso, il governo messicano ha appena comprato 16.000 di queste pallottole...
Torniamo alle nostre guerre mondiali. Sappiamo che non si voleva usare la bomba nucleare. Allora, cosa si usava? Molti soldati contro molti soldati! E così nacquero le dottrine convenzionali della
NATO e del Patto di Varsavia.La seconda alternativa era una guerra nucleare localizzata, una guerra con armi nucleari, pero solo in alcune parti e non in altre. Tra le due superpotenze, vi era il tacito accordo di non attaccare i rispettivi territori e di combattere solo in territorio neutrale. Ovviamente quel territorio era l’Europa. Lì dovevano cadere le bombe. Chi sarebbe sopravvissuto a una bomba nucleare in Europa Occidentale o in quella che allora si chiamava Europa Orientale?
L’ultima alternativa della Terza Guerra Mondiale, era la guerra nucleare totale che fu un gran business, il business del secolo. La logica della guerra nucleare era che non ci poteva essere un vincitore. Per quanto potesse essere veloce quello che sparava per primo, l’altro era sempre in grado di rispondere. La distruzione sarebbe stata reciproca e quindi, fin dal principio, si mise da parte questa alternativa.
La sua funzione divenne quella che, in termini militari, si conosce come dissuasione.
Dissuasione. Ascolterete questa parola quando parlerete con Rabasa, se avrete la sfortuna di parlare con lui.: "l’esercito federale non sta attaccando gli zapatisti, li sta dissuadendo o contenendo; manteniamo 60.000 soldati in Chiapas perché non facciano birichinate.
Affinché i sovietici non usassero un arma nucleare, gli americani inventarono molte armi nucleari e a loro volta i sovietici inventarono più armi nucleari e così via.
Si chiamavano
ICMB (Intercontinental Ballistic Missile) ed erano missili che andavano dalla Russia agli Stati Uniti e dagli Stati Uniti alla Russia. Costarono una fortuna e adesso non servono a nulla. Le due superpotenze avevano anche armi nucleari di uso locale che si sarebbero usate in Europa nel caso di una guerra nucleare localizzata.Quando ebbe inizio questa fase, nel 1945, l’Europa era divisa in due. La strategia militare - stiamo parlando solo degli aspetti militari- era la seguente: 1) degli avamposti di fronte alla linea nemica, 2) una linea di logistica permanente e 3) la metropoli
USA o l’URSS.La linea logistica riforniva gli avamposti. Aerei enormi che potevano volare 24 ore al giorno, i B-52 Fortezza, caricavano le bombe senza necessità di atterrare.
Poi vi erano i patti. Il patto della
NATO, il Patto di Varsavia e la SEATO (South East Asia Treaty Organization).Questo modello era sottoposto a test nelle guerre locali. Tutto aveva una logica: per esempio era assolutamente logico combattere in Vietnam perché era uno scenario accordato.
Come avamposti, vi erano gli eserciti locali o quelli ribelli; come logistica permanente le linee di vendita di armamento legale o clandestino e come metropoli, le due superpotenze. Vi era perfino un accordo sul posto riservato agli spettatori.
Gli esempi più evidenti di queste guerre locali, sono le dittature latinoamericane, i conflitti in Asia - soprattutto in Vietnam- e le guerre in Africa. Apparentemente, queste non avevano logica alcuna, ma in realtà erano parte di uno schema di guerra convenzionale.
In questa epoca - occhio, perché è importante- si sviluppa il concetto di "guerra totale", ovvero nella dottrina militare cominciano a entrare elementi che non sono più strettamente militari. Ad esempio, in Vietnam dall’offensiva del Teth (1968), fino alla caduta di Saigon (1975), i mass media diventano un importantissimo fronte di lotta.
In questo modo, tra i militari si sviluppa l’idea secondo cui il potere militare in sé non è più sufficiente. Diventa necessario aggiungere altri elementi come i mass media. Inoltre, si può attaccare il nemico con misure economiche, con misure politiche e con la diplomazia che è poi il gioco dell’
ONU e degli organismi internazionali.Alcuni paesi facevano sabotaggi per ottenere condanne o censure contro altri paesi; era quello che si chiamava "guerra diplomatica".
Tutte queste guerre seguivano la logica del domino. Sembra ridicolo, però vi erano due rivali che giocavano a domino con il resto della popolazione. Quando uno dei giocatori muoveva una pedina, l’altro cercava di muovere la sua per tagliarli la strada. É la logica di quel personaggio illustre che si chiama Kissinger, il segretario di Stato nordamericano ai tempi del Vietnam. Lui diceva: "non possiamo abbandonare il Vietnam perché ciò significa perdere la partita di domino nel sud-est asiatico. E così fecero la guerra del Vietnam.
Inoltre bisognava recuperare la logica della Seconda Guerra Mondiale. Per la maggioranza della gente, quella era una logica eroica. Abbiamo l’immagine dei marines che liberano la Francia dalla dittatura, l’Italia dal duce, la Germania dai militari e l’esercito rosso che entra da tutte le parti. In teoria, la Seconda Guerra è stata fatta per liberare l’umanità da un pericolo terribile, il nazionalsocialismo.
In una maniera o nell’altra, le guerre locali cercarono di recuperare l’ideologia "difendiamo il mondo libero"; solo che adesso nel ruolo del nazionalsocialismo c’era Mosca.
Ovviamente, Mosca faceva la stessa cosa. Entrambe le superpotenze impiegavano i termini "democrazia" e "mondo libero" secondo le rispettive necessità.
Questo è, a grandi linee, quello che è successo durante la Terza Guerra Mondiale. Poi è arrivata la Quarta che ha cambiato tutto perché il mondo adesso non è più lo stesso e quindi non è più possibile applicare la stessa strategia.
Qui si sviluppa di più il concetto di "guerra totale": ovvero non si tratta solo di una guerra su tutti i fronti, ma una guerra che può scoppiare ovunque, una guerra totalizzante in cui è la totalità del mondo ad essere in gioco.
"Guerra totale" cioè in ogni luogo ed in ogni circostanza. Non esiste più l’idea di combattere per la conquista di un luogo specifico, adesso la battaglia può cominciare in qualsiasi momento, né vi è una logica di escalation con minacce, dichiarazioni e tentativi di trincerarsi.
Il conflitto può scoppiare in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. Può essere un problema interno, può essere un dittatore e tutto ciò che sono state le guerre negli ultimi anni dal Golfo Persico al Kossovo.
In tal modo si distrugge la routine militare della guerra fredda. Nella Quarta Guerra Mondiale, non posso più muovermi con i criteri della Terza, perché adesso devo combattere ovunque, senza sapere dove né quando. Non so quali saranno le circostanze ma so che dovrò agire rapidamente.
Per risolvere il problema, i militari hanno inventato lo "spiegamento rapido". L’esempio è la Guerra del Golfo, una guerra con una grande accumulazione di forza militare in poco tempo, grandi azioni militari in poco tempo, conquiste di territori e ritirata. Un altro esempio può essere l’invasione di Panama. Di fatto, esiste una forza della
NATO che ha questo nome "Forza di intervento rapido".A questo punto si sono fermati perché si sono resi conto che tutto ciò è carissimo e non procura vantaggi particolari. In Iraq, ad esempio, hanno dispiegato una quantità enorme di forze, ma non vi è stata nessuna conquista. Vi erano i problemi delle proteste locali, degli osservatori internazionali dei diritti umani. Alla fine hanno dovuto ripiegarsi; la guerra del Vietnam insegna che in questi casi non è prudente insistere.
Allora hanno deciso di passare alla cosiddetta strategia della "proiezione di forze". L’aspetto centrale della strategia dello spiegamento rapido è una gran massa di forza militare da lanciare contro il nemico, senza fare differenza tra un ospedale infantile e una fabbrica di armi chimiche. Questo è successo in Iraq: le bombe "intelligenti" non facevano distinzioni e si comportavano in maniera piuttosto stupida.
A quel punto si sono detti: "non possiamo continuare così, dobbiamo fare una "proiezione di forze". Invece di mantenere degli avamposti nelle basi americane di tutto il mondo, accumuliamo una grande forza continentale che, in questione di ore o di giorni, possa mandare delle unità militari ovunque".
E, in effetti, lo possono fare: possono mandare una divisione di quattro o cinque mila uomini nel punto più lontano del mondo in sempre meno tempo...
Tuttavia, la proiezione di forze continua a basarsi sulla mobilitazione di truppe che sono principalmente nordamericane. E i signori della guerra sanno benissimo che se il conflitto non si risolve rapidamente, cominciano ad arrivare morti in borse di plastica come in Vietnam. Ciò è sconveniente perché può provocare proteste negli
USA o in qualsiasi altro paese.Per evitare questi problemi, hanno abbandonato lo schema della proiezione di forze a partire da calcoli di tipo mercantile. Non calcoli sulla distruzione di elementi umani e della natura, ma calcoli di immagine pubblicitaria.
In tal modo, la proiezione di forze è stata abbandonata per passare al modello di guerra che voi conoscete bene: soldati del posto, più appoggio internazionale, più un’istanza sopranazionale. Nn si tratta più di mandare soldati da fuori, ma di combattere con i soldati disponibili, appoggiarli a seconda delle dimensioni del conflitto e non usare il modello di una nazione che dichiara guerra, ma un’istanza sopranazionale come l’
ONU o la NATO.Coloro che fanno il lavoro sporco sono i soldati locali e coloro che vengono fuori nelle notizie sono le truppe nordamericane e internazionali. Questo è il modello. Protestare non serve; non è più una guerra del governo nordamericano: è una guerra dalla
NATO e inoltre la NATO sta solo facendo un favore all’ONU.In tal modo, la ristrutturazione degli eserciti serve a poterli impiegare in conflitti locali con appoggio internazionale ed una copertura sopranazionale con la scusa della guerra umanitaria. L’idea è salvare la popolazione dal genocidio, uccidendola.
Ed è precisamente quanto è accaduto nel Kossovo. "Milosevich sta facendo una guerra contro l’umanità". Questo è l’argomento dei generali della
NATO che tanti grattacapi ha dato alla sinistra europea: opporsi ai bombardamenti della NATO voleva dire appoggiare Milosevich ed è per questo che la sinistra europea ha finito per appoggiare i bombardamenti della NATO. E Milosevich, come sapete, era stato armato dagli USA.Secondo concetto militare in vigore, la totalità del mondo - sia che si tratti dello Sri Lanka o del paese più lontano che possiate immaginare- è adesso il cortile di casa perché il mondo globalizzato produce la simultaneità. Ed è proprio questo è il problema perché nel mondo globalizzato qualsiasi cosa può mettere in pericolo l’ordine internazionale.
Il mondo non è più il mondo: è un villaggio e tutto è vicino. Per tanto i grandi poliziotti del mondo - soprattutto gli Stati Uniti- hanno il diritto di intervenire in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza.
Essi possono concepire qualsiasi cosa come una minaccia alla sicurezza nazionale; possono dire che una ribellione indigena nel Chiapas costituisce una minaccia per la sicurezza degli
USA, o dei tamil dello Sri Lanka, o di chi altri vi venga in mente.Qualsiasi movimento - e non necessariamente armato- in qualsiasi luogo adesso può essere considerato come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Cos’è successo? Che le vecchie strategie e concezioni sulla guerra sono diventate obsolete. Vediamo.
"Teatro delle operazioni" è il termine militare che indica il luogo dove si svolge la guerra. Prima dicevamo che il teatro delle operazioni della Seconda Guerra Mondiale era l’Europa. Adesso può essere in qualsiasi luogo, visto che non si sa dove possa scoppiare. Allora la dottrina militare passa da ciò che prima si chiamava "sistema" a ciò che adesso si chiama "versatilità". "Devo essere pronto a qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. Uno schema non è abbastanza, adesso ci vogliono più schemi, non solo per costruire una risposta a determinati fatti, bensì per costruire una molteplicità di risposte militari a determinati fatti". Ed è qui che interviene l’informatica.
Il cambiamento fa sì che si passi dallo schematico, dal quadrato, dal rigido al versatile e a ciò che può cambiare da un momento all’altro. Questo è ciò che definisce la nuova dottrina militare degli eserciti, dei corpi militari e dei soldati. Ed è un elemento della Quarta Guerra Mondiale.
L’altro è la "strategia di contenimento" o di "allargamento", "estensione". Adesso non si tratta più di conquistare un territorio, di contenere il nemico, adesso bisogna estendere il conflitto a quello che loro chiamano "atti di non guerra".
Nel caso del Chiapas, questo significa mettere e togliere governatori e sindaci, intervenire nell’ambito dei diritti umani, dei mezzi di comunicazione, ecc..
All’interno della nuova concezione militare, è contemplata un’intensificazione della conquista del territorio. Ciò vuol dire che non solo è necessario preoccuparsi dell’
EZLN e della sua forza militare, ma anche della Chiesa, delle Ong, degli osservatori dei diritti umani, della stampa, dei civili, ecc..Non esiste più l’idea che esistano dei civili neutrali, tutti adesso fanno parte del conflitto. e lo stesso dicasi per la diocesi di San Cristóbal e tutte le Ong messicane. Secondo loro, ciò che esiste all’interno di questo teatro di operazioni fa parte del conflitto, è il nemico.
Fra l’altro ciò vuol dire che gli eserciti nazionali non servono più perché il loro compito sarebbe quello di difendere gli stati nazionali. Se non vi sono stati nazionali, cosa possono difendere? Nella nuova dottrina, gli stati nazionali svolgono solo funzioni di polizia. Nel caso messicano, ciò è chiarissimo: ogni giorno l’esercito svolge un numero maggiore di funzioni che dovrebbero corrispondere alla polizia come la lotta contro il narcotraffico oppure quel nuovo organismo contro la delinquenza organizzata che si chiama "Polizia Federale Preventiva" ed è formato da militari.
L’idea quindi è che gli eserciti nazionali si convertano in forze di polizia locale alla maniera del fumetto americano Super Cop, Super Poliziotto.
Quando, ad esempio, si riorganizzerà l’esercito dell’ex Yugoslavia, esso dovrà trasformarsi in una forza di polizia locale, mentre la
NATO sarà Super Cop il suo grande socio politico. L’elemento principale è quello sopranazionale, in questo caso, la NATO e l’esercito nordamericano, mentre gli extra sono gli eserciti locali.Il problema è che gli eserciti nazionali sono stati costruiti sulla base della dottrina della sicurezza nazionale. Siccome la sicurezza nazionale corre dei pericoli, il loro lavoro è garantirla sia di fronte al nemico esterno che a quello interno. Questa è, fondamentalmente, la dottrina militare della Terza Guerra Mondiale o Guerra Fredda.
Con tali presupposti, gli eserciti nazionali hanno sviluppato una certa coscienza nazionale, il che rende difficile convertirli in poliziotti amici del Super Poliziotto. É perciò che bisogna trasformare la dottrina della sicurezza nazionale in quella della stabilità nazionale. Infatti, il punto non è più difendere la nazione. Siccome adesso il principale nemico è il narcotraffico e il narcotraffico è un fenomeno internazionale, gli eserciti nazionali che agiscono secondo i principi della stabilità nazionale, possono accettare gli aiuti internazionali e l’interferenza di altri paesi.
Il problema di riordinare gli eserciti nazionali esiste dunque a livello mondiale. Osserviamo adesso l’America e, in particolare, l’America Latina. Anche qui, il processo è simile a quello avvenuto in Europa a proposito della guerra del Kossovo e della
NATO.Nel caso dell’America Latina, vi è l’Organizzazione degli Stati Americani,
OSA, con il Sistema Emisferico di Difesa. L’ex presidente argentino Menem, ad esempio, sostiene che, poiché il narcotraffico minaccia tutti i paesi dell’America Latina, essi devono abolire la coscienza nazionale e mettersi insieme per costruire un unico grande esercito secondo la dottrina del Sistema Emisferico di Difesa.Inoltre, visto che si tratta di versatilità, in altre parole della capacità di fare la guerra in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, si cominciano anche a fare delle esercitazioni.
I pochi bastioni della difesa nazionale che ancora esistono devono quindi essere spazzati via da questo sistema emisferico. Se in Europa c’è stato il Kossovo, nel caso dell’America Latina vi sono la Colombia e il Chiapas. Immaginate un centro commerciale con dei poliziotti che controllano che la gente non rubi dischi, cassette, biancheria o qualsiasi cosa: esattamente questa è adesso la funzione degli eserciti locali.
Come si costruisce il sistema di difesa emisferico?
In due modi. In Colombia dove vi è la minaccia del narcotraffico, il governo richiede aiuto a tutti: "dovete intervenire perché il narcotraffico è un problema di tutti e non solo dei colombiani". Nel caso del Chiapas si applica il concetto della guerra totale. Tutti gli abitanti fanno parte del conflitto, non vi sono neutrali, o sei alleato o sei nemico. Il teatro delle operazioni è così concepito.
Se in una guerra vi sono due parti in conflitto e un corridoio in mezzo dove sta la popolazione civile o le persone che vogliono rimanere neutrali, questo corridoio diventa ogni giorno più piccolo fino a scomparire.
Seguendo questa logica, il governo messicano ha tracciato una linea all’interno della società chiapaneca, di quella messicana e di quella mondiale per fare una divisione tra alleati e nemici. Io credo voi siete considerati nemici, comunque potete provare a chiedere.
Queste osservazioni ci servono perché la domanda originale era: perché nel Chiapas non è finita la guerra che doveva finire?
La risposta è che l’obiettivo non era l’
EZLN. Noi non arriviamo neanche alla categoria di obiettivo. Noi siamo visti solo come un disturbo, una zanzara che dà fastidio. Il vero obiettivo sono le popolazioni indigene. Quello è il nemico da distruggere e tutti coloro che sono a favore dei popoli indigeni sono un fastidio, ma non hanno una grande importanza. É per questo motivo che, in tutti gli incontri con il governo, vi sentirete dire che loro non hanno nulla contro l’EZLN, perché, in effetti, l’EZLN non è il vero nemico. Provate invece a chiedere cosa hanno contro i popoli indigeni.Gli esempi abbondano e non vi annoierò oltre. Gli indios sono il vero nemico ed è per ciò che vengono colpiti. Quanto all’Esercito Zapatista, il problema è vedere come disfarsi di noi, ma non siamo considerati un pericolo militare. I modi sono molti: possono cercare di corromperci, possono cercare di comprarci, di farci tradire...
Il problema reale però sono e restano i popoli indigeni. É perciò che le violazioni e gli attacchi degli ultimi quattro anni sono sempre andati contro la popolazione indigena. Il più scandaloso è quello di Acteal, ma ugualmente crudeli sono stati anche quelli di Unión Progreso e di Chavajeval, il 10 giugno dell’anno scorso.
Se il nemico non è l’
EZLN perché fare la pace con noi?Questo è il problema che si è trovato ad affrontare il governo. Perché adesso, la pace con l’
EZLN passa attraverso il riconoscimento del vero nemico e questo non lo possono accettare. Per tanto non ha senso firmare la pace con l’EZLN."Se ciò che voglio è distruggere i popoli indigeni, non mi conviene". E perché hanno scelto i popoli indigeni come nemici? Perché sono piccoli e scuri? Perché parlano un’altra lingua? Perché sono antipatici? Non lo sappiamo?
Sì che lo sappiamo e cercheremo di spiegarvelo.
Finalmente siamo arrivati al Chiapas.
Questa carta (fa vedere un mappamondo, ndt) ci mostra i due grandi trattati che suddividono il mondo: il
NAFTA e l’Unione Europea. Qui ci sono i dati a livello mondiale, le regioni interessate, le popolazioni, il prodotto interno. Quest’altra cartina invece si riferisce al petrolio.La risposta alla domanda, perché non è finita la guerra in Chiapas? Si trova qui. Il Mondo Maya, Guatemala, Belize, Chiapas, parti di Tabasco, Campeche, Quintana Roo, Yucatán, tutto questo territorio è pieno di petrolio e di uranio.
Ecco la posta in gioco. All’interno del processo di frammentazione che abbiamo visto - convertire il mondo in un arcipelago- il potere finanziario vuole qui una nazione speciale. Questo è un punto importante perché i militari dicono che siamo noi a voler fare un altro paese, la Nazione Maya.
Noi abbiamo studiato la questione. E siamo arrivati alla conclusione che il capitale finanziario internazionale vuole costruire qui un nuovo grande centro commerciale con infrastruttura turistica e risorse naturali. Il capitale finanziario possiede tutto il necessario per inventare un nuovo paese a partire da questi tre pezzi di Messico, Belize e Guatemala.
Ecco la posta in gioco della guerra del Chiapas. Se avete occasione vi consiglio chiedere spiegazioni all’autore di queste carte geografiche, il dottor Andrés Barreda, esperto di geopolitica del Chiapas.
Oltre al petrolio e all’uranio, il problema di questo territorio è che è pieno zeppo di indigeni. E gli indigeni, oltre a non parlare spagnolo, non vogliono carte di credito e non producono; seminano mais, fagioli, peperoncino, caffè e amano ballare la marimba senza usare il computer.
Non sono consumatori e non sono produttori. Sono un avanzo. E tutto ciò che avanza, può essere eliminato. E quindi il capitale finanziario sta cercando di fare di tutto perché gli indigeni smettano di essere indigeni. Il fatto è che, oltre ad essere un avanzo, gli indigeni non vogliono andarsene e, quel che è peggio, non vogliono smettere di essere indigeni. E per finire non lottano per il potere. Lottano per essere riconosciuti in quanto popoli indigeni, lottano per il diritto a esistere, per non diventare altri, ma non lottano per il potere.
Qui, in questa zona (indica il territorio del conflitto, ndt) sono segnate le principali culture indigene e le loro lingue e qui c’è il problema: la macchia nera indica il petrolio. Non potete immaginare la quantità di petrolio che c’è qui sotto. Ed in territorio zapatista, ce ne è ancora di più.
Qui vi sono le sette etnie dell’
EZLN: tzeltal, tzotzil, tojolabal, chol, zoque, mam e meticci. Ve la passo così la fate vedere a Rabasa... Ecco le comunità indigeni e dove ci sono quei punti neri, c’è petrolio, uranio e legnami preziosi.I nemici sono questi (indica le comunità indigene, ndt), non l’
EZLN. Bisogna cacciarli via perché non concepiscono la terra come il neoliberismo.Per il neoliberismo tutto è merce, si vende, si sfrutta. E questi indigeni dicono di no, che la terra è la madre, è la depositaria della cultura, che lì vive la storia e che lì vivono i morti. Tutte assurdità che non entrano in nessun computer e non sono quotate nelle borse valori.
E non c’è modo di convincerli che la smettano, che diventino buoni, che imparino a pensare come si deve. Proprio non ne vogliono saperne. Hanno persino fatto una rivolta armata.
Ecco perché - diciamo noi- il governo messicano non vuole fare la pace con l’
EZLN: la ragione è che vuole farla finita con questo nemico, vuole trasformare questo territorio in deserto per poi riorganizzarlo come un grande centro commerciale, un Mall nel sud-est del Messico.L’
EZLN appoggia i popoli indigeni e in questa misura anche l’EZLN è un nemico, ma non il principale. Ciò vuol dire che non è sufficiente arrivare ad un accordo con l’EZLN, ancor meno se ciò vuol dire rinunciare a tutto questo territorio. Perché, in effetti, fare la pace nel Chiapas vorrebbe dire rinunciare alla conquista di un territorio ricco di petrolio, legname prezioso ed uranio. Questo è il motivo per cui non l’hanno fatta e non la faranno.Adesso consideriamo il livello concreto della guerra nel Chiapas e, in particolare, la funzione dell’esercito messicano. La sua prima caratteristica è quella di essere un esercito di occupazione, ovvero un esercito che non sta a casa sua. Un esercito che, nella morale, nella maniera in cui opera e si rapporta con il resto della gente, si rende perfettamente conto di occupare un territorio che gli è estraneo.
Il soldato federale messicano è cosciente di essere straniero, molto più straniero di voi, solo che non gli viene applicato l’articolo 33 (articolo della costituzione messicana che impedisce agli stranieri di occuparsi di politica in Messico e base legale delle espulsioni degli osservatori dei diritti umani, ndt).
Voglio dire che, nei confronti delle comunità indigene, l’esercito messicano si trova nella posizione di un esercito di occupazione come lo era l’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
È per questo che ad Amador Hernández (comunità della Selva Lacandona, teatro di uno scontro tra esercito e simpatizzanti zapatisti nell’agosto del 1999, ndt) - non so se qualcuno di voi ci è stato- hanno messo intorno alla loro caserma delle trappole "scaccia intrusi". Sono dei grandi buchi nascosti dal fogliame con dei tronchi appuntiti sul fondo. Il malcapitato che ci mette un piede sopra viene infilzato come uno spiedo.
Dico che l’esercito ha paura della popolazione civile perché loro sanno benissimo che non ci sono posizioni nostre da quelle parti. Hanno paura dei bambini, delle donne, degli anziani. Di tutti coloro che stanno lì a dirgli che se ne vadano.
É così grande la loro paura di trovarsi in una terra straniera che si comportano come un esercito di occupazione. Questa è la logica e per questo ci sono i posti di blocco e la polizia di frontiera. Arrivare nel Chiapas è come arrivare in un altro paese; non c’è polizia di frontiera quando si arriva a Città del Messico.
Inoltre, vi è il controllo del potere politico locale. Il croquetas - lo abbiamo soprannominato così- Albores Guillén è sostenuto dall’esercito, esattamente come i presidenti municipali. Allo stesso tempo, siccome non si presenta bene, compra giornalisti, compra giornali e compra canali di televisione perché gli facciano l’immagine che non è capace di farsi da solo.
Il bottino della guerra del Chiapas
L’esercito federale si trova invischiato in una rete per sequestrare e vendere i bambini indigeni. Questo succede, ad esempio, a Guadalupe Tepeyac. Quando le donne vanno a partorire, a volte non ricevono il bambino. Non glielo danno, resta lì. I funzionari spiegano loro che il bambino è morto o che non glielo danno perché non hanno i documenti. E da queste parti è molto frequente non avere documenti. La persona che conduce questo business è in rapporto con il generale Cuevas che è il comandante della guarnizione locale. Esiste una rete di traffico di bambini, ma non sappiamo dove arriva. Non sappiamo quanto valgano i bambini zapatisti, ma qualcosa deve sicuramente guadagnare il generale per questo commercio.
Il narcotraffico. Tra il gennaio del 1994 e il febbraio del 1995, noi avevamo il controllo di questo territorio. Abbiamo vietato la semina, il traffico e il consumo di narcotici. Ciò significa che abbiamo chiuso le piste di atterraggio che usavano i narcotrafficanti come trampolino per gli Stati Uniti e che abbiamo distrutto i campi di marijuana e di oppio.
Ovviamente, questo territorio assolutamente strategico per il mercato di consumo più ricco del mondo - quello degli Stati Uniti- ha dovuto essere riconquistato. Ovviamente, la prima cosa che ha fatto l’esercito è stata quella di garantire l’uso delle piste di atterraggio ai narcotrafficanti. In questo business, la fetta dei militari è molto, molto grande.
Tratta delle bianche. Non delle bianche, perché qui sono di pelle scura, comunque il business è la prostituzione. Colui che amministra la prostituzione, il magnaccia, è qui il generale. Questi organizza l’entrata illegale di donne giovani dal Guatemala, da El Salvador e dall’Honduras e facendole lavorare come prostitute per i suoi soldati. In tal modo, la paga del soldato ritorna nelle tasche del generale che controlla la prostituzione.
Vendita di alcol. Qui prima non esisteva il consumo di alcol e adesso i principali bar hanno l’appoggio dei militari.
Promozioni. Per un militare di alto rango, essere assegnati al Chiapas, può essere un’eccellente fonte di reddito. Dato che è considerata zona di guerra, stare in Chiapas significa guadagnare di più e godere di maggiori benefici. Questo è un altro motivo per cui non conviene che la guerra finisca: quando finisce, il business si conclude. Il fratello del Ministro della Difesa, generale Cervantes, che comanda la guarnigione di Maravilla Tenejapa, è stato coinvolto in vari scandali presso San José La Esperanza.
Diserzioni. Vi sono molte diserzioni. Noi lo sappiamo perché i disertori si rivolgono sempre alle comunità per avere vestiti civili e una guida per evitare i posti di blocchi. Il fatto è che quando un soldato diserta, il generale non lo toglie dalla lista. continuando in tal modo a percepire la sua paga.
Altro elemento importante del conflitto da un paio d’anni in qua è l’apparizione della polizia militare. Mentre prima solo vi erano solo soldati, adesso vi è anche la polizia militare. Ciò significa almeno due cose. Siccome la polizia militare svolge in primo luogo funzioni di sicurezza interna, la prima è che gli atti di insubordinazione e le detenzioni all’interno dell’esercito devono essere in aumento. L’altra è che l’esercito sta svolgendo sempre di più le funzioni che sono proprie alla polizia. Dove non arriva la polizia di stato arriva la polizia militare.
La strategia di questo esercito di occupazione è doppia, ovvero sono contemplati due colpi, il colpo chirurgico e il colpo totale. Il colpo chirurgico vuol dire dare un colpo alla testa dell’
EZLN e, concretamente, a Marcos. Ciò deve essere fatto rapidamente e senza perdite civili. A questo scopo esistono i GAFE (Gruppi Aerotrasportati di Forze Speciali) che hanno tra 90 e 105 soldati per unità e sono un po’ come i rambo messicani. Ve ne sono diversi nei dintorni di ogni Aguascalientes o in qualsiasi luogo dove si pensa che possa apparire Marcos. Essi devono agire al momento concordato e poi sparire.Il problema qui è il costo politico; a questo scopo è necessario tenere tutto pronto per il momento opportuno. Non è questione di giorni, ma di minuti. "Adesso, perché sta succedendo la tale cosa in tale luogo". Comunque, visto che non Marcos ma gli indigeni sono il vero nemico, questo non è il problema principale.
Ed ecco il secondo il principio, quello del colpo totale. Qui non entrano in gioco tutte le forze: mentre alcuni hanno il compito di chiudere la zona in questione, altri devono sferrare il colpo. Infatti, una parte del dispositivo militare serve come tappo per sigillare la zona. Nessuno potrà entrare o uscire: né la stampa, né il potere civile. Nessuno.
Qui dobbiamo aggiungere è un dato importante. Secondo le nostre informazioni, quanto meno nella caserma di San Quintin, hanno costruito dei tunnel segreti per liberarsi dei desaparecidos. Non si saprà il numero dei morti, né i loro nomi, né nulla. Scompariranno nel senso stretto del termine. Saranno sepolti lì.
Come lo sappiamo? Semplicemente perché la mano d’opera che hanno impiegato è mano d’opera indigena. Siccome alcuni erano zapatisti, essi chiedevano: "e questo cos’è, a cosa serve?". La risposta era: "Beh, chi arriva qua, non ci esce vivo, ma non bisogna dirlo".
Oltre a un cimitero clandestino, nei sotterranei della caserma hanno scavato dei tunnel per poter evacuare intere montagne di cadaveri.
Ovviamente loro non ammettono nulla di tutto ciò, pero provate a chiedete se accettano di sottoporsi ad una ispezione interna.
Un altro problema è che, oltre agli indios, in Chiapas si dovrà sacrificare l’attuale struttura dell’esercito e per farlo bisognerà screditarlo completamente. In effetti, questo esercito deve essere riorganizzato radicalmente perché, in gran parte, continua ad operare secondo i principi obsoleti della sicurezza nazionale e del nazionalismo. E sarà precisamente il discredito a costringerli alla ristrutturazione.
I militari non lo sanno - e se lo sanno sono complici- però in questa guerra si stanno giocando la loro scomparsa. Sarà tale il discredito che dovranno rifare l’attuale esercito dalle fondamenta; solo così potrà nascere quello nuovo di cui hanno bisogno il neoliberismo e la globalizzazione. Quindi, visto che la sua coscienza nazionalista non si addice ai tempi, l’esercito messicano sta lavorando in Chiapas per la propria distruzione.
Hanno fatto credere ai militari che noi vogliamo separarci dal Messico ed unirci al Guatemala ed al Belize per fare un nuovo paese. No, questo lo vogliono fare le multinazionali e, come abbiamo visto, stanno lavorando al progetto turistico Mondo Maya.
Nel momento in cui ci attaccano, i militari stanno facendo il gioco delle multinazionali e si stanno scavando la fossa. Non ho un’idea precisa di quanto ciò gli importi; poco, direi.
Infatti, gli alti ufficiali sono così invischiati nella corruzione che praticamente si stanno comprando la pensione anticipata. "Visto che in ogni modo ti dobbiamo distruggere in quanto esercito, ti offriamo un buon licenziamento e di portarti via una buona fetta di denaro. La fetta è il Chiapas. Fai pure la guerra lì. Poi non servirai più a nulla, però avrai rubato a sufficienza per poter vivere".
Gli alti ufficiali la pensano così. Non così gli ufficiali di livello medio e la truppa; loro solo obbediscono degli ordini.
In questa guerra, c’è dunque in gioco questo territorio che bisogna conquistare e una delle conseguenze sarà la distruzione dell’esercito federale così come è strutturato adesso. Continuerà ad esistere come esercito, però sarà strutturato in un altro modo.
Corre anche voce che, a partire dal Chiapas, le forze armate si debbano ristrutturare seguendo il modello nordamericano del comando generale. Adesso l’esercito non funziona come comando generale, ma come comando di zona; ciò che vogliono è concentrare il potere - un solo comando è più versatile- in un comando centrale o comando generale.
In tal modo, si toglierebbe il potere ai comandanti delle regioni militari i quali attualmente si suddividono il paese tra loro. Secondo i nostri dati, nel 1986, vi erano circa 170.000 soldati tra esercito, forza aerea e marina, mentre nel 1996, ovvero tre anni fa, ce ne erano 229.000 con un aumento di quasi il 50 per cento. Anche il bilancio è cresciuto in maniera analoga: 44 per cento tra il 95 e il 96.
Inoltre, sappiamo che vi è una disputa tra esercito, marina e forza aerea. I militari litigano tra loro perché il bilancio è una fonte di guadagno e se lo devono suddividere tra l’esercito e gli altri corpi. Sono pugne interne che esistono come conseguenza della ristrutturazione.
A tutto ciò bisogna aggiungere l’ingerenza nordamericana. Secondo informazioni dell’ambasciata nordamericana, nel 95, vi erano nel Chiapas almeno due gruppi di soldati nordamericani che avevano l’appoggio del nostro esercito federale.
Vi ringrazio di aver resistito così a lungo; la nostra esposizione sta per volgere al termine però, prima di concludere, volevamo ricordare che il problema dei diritti umani non si limita ai diritti individuali.
Nel nostro caso, siamo di fronte alla violazione collettiva dei diritti umani dei popoli indigeni. Nel momento in cui si cerca di distruggere i popoli indigeni, le loro forme culturali e tutto il resto, non solo si sta attentando contro l’individuo - che viene percosso o torturato o che non può coltivare il proprio campo di mais - ma anche contro il diritto umano di un collettivo che vuole vivere in maniera collettiva. E questo non c’è nel diritto internazionale. Non esistono gli osservatori dei diritti umani collettivi. Eppure, a noi sembra che questo sia un nuovo modello di violazione dei diritti umani.
Noi crediamo che, a partire da quanto avvenuto in questo piccolo angolo di mondo, le guerre del secolo
XXI° saranno combattute contro coloro che vogliono essere differenti. Quelli che non vogliono sparire in quanto differenti, saranno oggetto di sempre maggiori aggressioni dei diritti collettivi, cercando magari di rispettare i loro diritti individuali.Il governo messicano ha come aspirazione massima quella di liberarsi di un gruppo di osservatori in modo che nessuno possa provare che vi sono state torture, percussioni e minacce. Comunque è ovvio che il loro obiettivo è distruggere i popoli indigeni in quanto popoli e che nessuno possa protestare perché la cosa non è contemplata dal diritto.
Quando tornando a casa vostra vi faranno delle domande vorremmo dirvi di ricordarvi ciò che abbiamo detto qui. Esistono grandi violazioni al diritto umano collettivo dei popoli maya in quanto tali.
A questo punto, torniamo alle immagini iniziali (il Comandante Tacho riprende il calendario, ndt). Questa del mese di novembre è la foto di Emiliano Zapata. O, per meglio dire, è un quadro che rappresenta il viso di Zapata, gli occhi, i baffi, la bocca, il naso. É un viso conosciuto e chiunque può capire che si tratta di Zapata.
Il paradosso è che qui qualsiasi contadino indigeno assomiglia a Zapata: baffi, pelle scura e sguardo intenso. Sono gli occhi che potete vedere dietro qualsiasi passamontagna e inoltre è un’immagine del passato. É proprio ciò che accadde: una ribellione armata e, inoltre, qualcosa di molto particolare perché Zapata non ha lottato per il potere.
È utile ricordare qui il famoso aneddoto di quando, dopo aver occupato Città del Messico, Emiliano Zapata e Pancho Villa arrivano al palazzo nazionale. La sedia presidenziale è vuota perché hanno cacciato colui che la occupava. Cortesemente, Villa invita Zapata a sedervisi, però questi si rifiuta. Allora Villa decide di sedersi lui: "é solo per provare cosa si sente", spiega.
In realtà, Zapata sta dicendo che il problema non è chi sta al potere, bensì il rapporto tra governanti e governati. Questa è, precisamente, la parte che noi abbiamo preso da Zapata, ovvero la questione del potere.
L’immagine della bimba è un close-up della foto che sta al principio (del calendario, ndt): un gruppo di donne indigene che gridano con il pugno sinistro in alto. Dietro la bimba vi sono varie donne non giovani; non sono certo delle anziane, ma qui le donne invecchiano presto.
La foto rappresenta il domani. Noi non crediamo che questa bimba affronterà un mondo molto differente dal nostro; noi pensiamo che anche lei dovrà lottare e che noi zapatisti siamo il ponte, la cinghia di trasmissione di una eredità che raccoglierà qualcun altro.
Quanta ribellione vi è in questa bimba! Si ribella come donna, come bambina, come indigena, come essere umano e come lavoratrice. In questa immagine sono sintetizzate molte contraddizioni, molti "altri" e molti "differenti".
La bimba ci dice che ha imparato a lottare e che dietro di lei vi sono coloro da cui lei ha imparato, ovvero gli adulti. Le donne che si vedono dietro di lei, anche se in città sarebbero giovani, qui sono delle adulte per via del lavoro e delle sofferenze. Queste donne sono già delle anziane, persone di età o di giudizio, come si dice da queste parti.
Esse sono il ponte che permetterà alla bimba di continuare a lottare. Non per cambiare il mondo, ma perché continui ad esserci gente che lotta per cambiare il mondo. Noi la vediamo così, questo è il nostro lavoro, siamo indigeni e vogliamo continuare ad esserlo, siamo messicani e vogliamo continuare ad esserlo.
So perfettamente che nel mondo attuale, e soprattutto in Europa, è difficile parlare di nazionalismo. Però, se avete capito quello che ho cercato di dirvi, nel caso del Messico e del Chiapas, essere nazionalisti, ovvero lottare per mantenere la struttura, è lottare contro il neoliberismo.
Ciò non vuol dire che la stessa cosa sia vera ovunque. Sono cosciente del fatto che in Europa il nazionalismo possiede connotazioni fasciste, però in Messico, nel Messico della fine del secolo
XX°, è sovversivo. Qui la moda è fare l’internazionale dei soldi ed essere rivoluzionari significa difendere l’idea di nazione opponendosi ai progetti di frammentazione. Ed è precisamente quanto cerchiamo di fare.Tra Zapata e la bimba ci siamo noi e noi mettiamo tutto in discussione. Anche noi ci mettiamo in discussione: è giusto andare in giro armati? É giusto fare la lotta armata? É giusto fare le cose che facciamo?
Tutto ciò fa parte della nostra maniera di metterci in discussione. Non solo. Siamo anche coscienti del fatto che un esercito è quanto di più assurdo ci possa essere. Un essere umano che è costretto a ricorrere alla forza armata per aver ragione, non è più un essere umano.
Noi non vogliamo un futuro uguale a quello che ci aspetta oggi. E neppure lo vuole questa bambina, lei spera in qualcosa di diverso. Noi non sappiamo come sarà questo qualcosa; lo sapranno quelli che verranno dopo e noi abbiamo fiducia in loro.
Però se c’è una cosa che sappiamo molto bene è che il mondo attuale non ci piace. Non ci piace, non lo meritiamo e non importano le menzogne che possano dire su di noi, né quanti soldati ci mandino appresso. Non siamo disposti a lasciare che le cose continuino in questo modo. Faremo il possibile per cambiare il mondo; non importa se ci riusciremo o no, però siamo sicuri che continueremo a farlo.
Siamo il ponte tra questo passato e questo futuro e viviamo nel Chiapas. Se stessimo nel Kossovo, in Africa, negli Stati Uniti o in Italia probabilmente diremmo altre cose.
16. Visita al
CERESO (Centro de Rehabilitación Social), carcere di Yajalón.Il giorno 20 novembre, una delegazione di sette membri della
CCIODH ha visitato nel Cereso di Yajalón i 25 detenuti raggruppati nell’organizzazione "La Voz de Cerro Hueco".Siamo stati ricevuti da Filemón che si è presentato come portavoce del gruppo; l’incontro è avvenuto in una delle celle (di circa 4 metri per 3) che hanno quattro brande di cemento e un bagno.
L’amministrazione carceraria non ha permesso l’uso di registratori, per questo il seguente rapporto si basa sulle note prese dagli osservatori.
Filemón: Il governo afferma che vuole riprendere il dialogo, ma ha mentito alla società civile su una presunta liberazione di prigionieri, infatti, noi siamo ancora qui.
Finché restiamo incarcerati, non deve esserci dialogo. Dei sei punti accordati, nessuno è stato messo in atto. Il governo deve rispettare l’impegno di liberarci.
Altro detenuto: C’è molta ingiustizia, i reati sono prefabbricati.
I detenuti affermano che non ci sono prigionieri politici d’altre organizzazioni.
A differenza del carcere di Cerro Hueco a Tuxtla Gutiérrez, le autorità del penitenziario di Yajalón non riconoscono che i detenuti siano organizzati. Un modo di dimostrarlo è quello di metterli insieme ai detenuti comuni. In varie occasioni hanno realizzato scioperi della fame (l’ultimo, dal 2 agosto al 30 novembre 1998). Tuttavia, il governo non ha voluto riconoscere la loro lotta. "C’è un pregiudizio contro gli zapatisti", affermano.
I detenuti a Yajalón sono tutti originari della Zona Norte dello stato del Chiapas. Quasi tutti sono accusati di sequestro, omicidio, furto di bestiame, violenza carnale, ribellione, associazione a delinquere.
Nessuno dei detenuti si riconosce colpevole delle accuse imputategli. Hanno tutti fatto richiesta d’appello per ottenere un riesame della sentenza, ma il giudice non ha ammesso gli elementi apportati per dimostrare la loro innocenza, né la presentazione di testimoni. Secondo la legge, il procedimento per il riesame della sentenza non deve superare i sei mesi, tuttavia in molte occasioni c’è un ritardo della giustizia.
Uno dei presenti manifesta: "Ho presentato dodici testimoni a mio favore. Perfino il padre della vittima, che era testimone a carico, ha escluso la mia colpevolezza. Ma questo non ha cambiato niente e mi hanno dato una condanna a 15 anni".
I detenuti affermano di non aver avuto a disposizione un traduttore, né al momento di rendere la propria deposizione né durante il processo, malgrado essi siano di lingua chol e, in alcuni casi, non abbiano la padronanza dello spagnolo.
I reati per fatti di sangue sono puniti con condanne molto lunghe. I detenuti di Yajalón scontano pene dai 15 anni in su, fino ai 40 anni. Rivelano che al momento della detenzione sono stati picchiati e torturati. Uno dichiara: "A noi quattro che siamo stati arrestati insieme, prima ci hanno accusato di fare politica, di promuovere l’autonomia e poi ci hanno fabbricato il reato comune".
Un altro afferma: "Quando mi hanno arrestato mi hanno strappato le unghie con un tagliaunghie e mi hanno messo una pistola in bocca".
Secondo la legislazione messicana, il detenuto deve firmare la sua deposizione. Rilevano anche i vizi nei procedimenti dei periti che sono praticati da medici legali che sono funzionari del governo e citano l’esempio di prove d’impronte digitali che erano negative al momento dell’indagine e sono poi diventate positive quando la pratica è arrivata in tribunale.
Aggiungono che, nella maggioranza dei casi, è loro assegnato un avvocato difensore d’ufficio, che non conosce il caso né è disposto ad investire tempo ed energie nella difesa del suo cliente.
I detenuti non accettano il cibo preparato in carcere, cucinano i propri alimenti portati loro dai familiari. "Le nostre famiglie stanno soffrendo. Devono mantenerci mentre siamo in carcere".
Spiegano che prima avevano la possibilità di coltivare qualche verdura nella cosiddetta "area verde", ma ultimamente l’amministrazione del carcere ha posto recinti, negando loro l’accesso a quella zona. Questo colpisce molto la loro dieta, giacché le autorità carcerarie non permettono neppure l’ingresso di frutta nel centro di detenzione.
Quanto alla salute, i detenuti si lamentano della mancanza d’assistenza medica. Le medicine non sono fornite e devono pagare per averle.
Per sopravvivere, hanno montato dei piccoli laboratori ma, per lavorare, devono farsi arrivare il materiale dall’esterno. Hanno rapporti, relativamente armoniosi, con i detenuti comuni con cui condividono gli spazi. Tuttavia, insistono con le autorità per essere considerati detenuti politici e organizzati in quanto tali. Questo ha generato tensioni con l’amministrazione del carcere, che in varie occasioni ha minacciato di trasferirli ad un altro penitenziario, smembrando così la loro organizzazione.
Sebbene non riferiscano di percosse, denunciano minacce e insulti da parte dei secondini che dicono loro: "Prima o poi vi spariamo".
Secondo il portavoce, il direttore lo ha ripreso per aver svolto lavoro di divulgazione delle condizioni di detenzione. Ma lui afferma di essere convinto che essere privato della libertà non significa essere privato dei propri diritti.
17. Visita al
CERESO di Cerro Hueco, incontro con i prigionieri membri dell’organizzazione "La Voz de Cerro Hueco"Tuxla Gutiérrez, 22 novembre 1999.
I prigionieri che hanno potuto incontrare la CCIODH sono: Ilario Gómez Gómez, Juan Maria Castro Sánchez, Juan Gilberto Llámez Jiménez.
Primo intervistato: Dalla formazione del nostro movimento nel novembre 1996, il numero dei detenuti politici è aumentato a più di 85.Ci siamo resi conto che i detenuti che sono usciti negli ultimi tempi non sono stati liberati per volontà del governo. Li hanno fatti uscire dietro cauzione, ma questo significa che i loro processi continuano, poiché sono obbligati a venire a firmare ogni mese od ogni due mesi. Attualmente, i compagni che stanno uscendo sono pochi. La situazione è piuttosto critica. Ci sono dei compagni che stanno qui da quattro o cinque anni. Ci sono state delle irregolarità nelle detenzioni e le condanne sono emesse senza bisogno di alcun elemento per il giudizio. Ci muovono contro imputazioni come sequestro, omicidio, furto, ma è tutto prefabbricato, preparato, non sono vere. Il governo non ha nessuna volontà di risolvere la nostra situazione.
Nel vostro processo è utilizzato come capo d’accusa il fatto di essere membri o basi di appoggio dell’Ezln?
Nei verbali non risulta. Il governo non ci considera detenuti politici perché al momento delle detenzioni, nelle nostre dichiarazioni, abbiamo negato di essere zapatisti. Avrebbero cercato di strapparci, altrimenti, delle informazioni... Ma loro affermano che il nostro primo capo d’accusa è di essere membri dell’
EZLN. Il governo ci ha negato la libertà. Ci ha solo fatto promesse di una qualche minima riduzione della pena.Considerate di aver avuto un processo giusto?
No. Gli accusatori sono sostenuti dal governo. Al momento di esigere prove agli accusatori, non è fatto tutto il possibile e non si presentano. Perché gli accusatori sono protetti dallo stesso governo, dalla polizia. Sono protetti. Non vengono. Non si presentano mai, con il fine di non farci uscire. Questa è la loro strategia.
Da quanto tempo state in questa situazione?
Alcuni di noi da quattro anni. Io sono stato preso nel 1996. Mi hanno incarcerato accusandomi di omicidio. Ma non l’ho commesso. E’ stato un altro. Mi hanno accusato ingiustamente. Quelli che mi hanno fatto arrestare sono gli stessi che hanno distrutto la mia casa. Hanno picchiato me, mia moglie e i miei bambini. Sono stati loro ad accusarmi. Quando raccolsero la mia deposizione, io dichiarai che non potevo assumermi una colpa che non avevo commesso. Non potevo farmi carico di questo. Mi assicurarono che se io ammettevo la colpa, sarei stato in carcere solo otto mesi. Gli annunciai che non era possibile. Le mie mani sono pulite, e non macchiate di sangue come mi accusano. Quando vennero ad accusarmi, uno di loro affermò che mi avevano visto a 300 metri da lì ed incappucciato. Come è possibile che mi riconoscano in quelle condizioni? Un altro testimone sostenne che non mi ha visto, né lui né i suoi fratelli. E allora perché è venuto qua ad accusarmi? Rispose che lo avevano portato lì perché facesse da testimone. Vedete? Ci sono molte contraddizioni. Venne un altro e affermò che gli incappucciati erano 40 e che sul posto trovarono circa 15 bossoli da 9 mm. Gli domandarono dove erano andati gli altri e rispose che non lo sapeva perché era buio. E io sto qui, scontando ingiustamente una pena. Soffrendo io, mia moglie, i miei figli che non possono studiare.
Ma che successe realmente nella sua comunità?
Ci fu un omicidio. Uccisero un ragazzino di 14 anni.
Da quanto tempo è in prigione?
La morte avvenne nel novembre del 1996. Mi arrestarono il 20 marzo. Ma fecero giustizia per conto loro. Vennero a prendermi a casa. E senza motivo. Sulla morte del ragazzino, io ero andato al funerale. Se lo avessi ucciso io, come sarei potuto andarvi? Dissero che sospettavano di me ed eccomi qui, solo per quel sospetto. Venne Noé Castañón, nel ’96, e facemmo resistenza. Mi disse che dovevano rilasciarmi perché non si era provato il mio reato. E da allora, sto ancora qui, aspettando. E quello che fanno loro è pura menzogna. Loro hanno i loro studi, sanno leggere, sono preparati, ma non per quello che servirebbe. Dice Albores Guillén che in Chiapas c’è la pace. Che non succede niente. Non gli conviene che venga fuori la corruzione che c’è. E dicono che questa è una democrazia. Vorrebbero che gli andassimo dietro, ma noi vogliamo che ci sia un cambio di vita. Certo, noi non lo vedremo. Ma i nostri figli sì, lo vedranno. Loro continueranno a lottare. Stiamo fra quattro mura, ma seguiteremo a lottare qui dove siamo.
E a lei, la arrestarono nel 1996. È già stato processato?
Sì. Ho già ricevuto la sentenza. Mi hanno condannato a 30 anni. È così, secondo quello che hanno scritto. Ma io non c’entro. Il signore che mi accusa ha molti soldi. Secondo il giudice di Villaflores, lui ha potuto pagare 30 milioni di pesos per farmi condannare. Ad essere stati incarcerati siamo in tre: io, mio fratello e mio nipote. E un altro su cui pende un ordine di cattura, mio cognato, che però appena ha visto che avevano arrestato noi tre, corse a nascondersi.
Perché crede che vi hanno fatto quest’accusa, per invidia, per motivi politici?
Per motivi politici. Perché io sono di un’organizzazione che si chiama Francisco Villa. È per questo che mi hanno accusato. Però nella deposizione non lo abbiamo detto, perché ci poteva pregiudicare. Molti compagni della nostra organizzazione sono stati uccisi. Vogliono farla finita con le nostre organizzazioni ma non ci riusciranno, perché non siamo due o tre, siamo molti. Per questa causa siamo qui. Molti di noi qui a Cerro Hueco siamo nella stessa situazione. È un peccato che ci sia tutta questa corruzione nello stato del Chiapas. Per loro è un vero affare. Noi stiamo lottando per un cambio di vita. Quelli di cui si sono provati i reati, non stanno dentro più di una settimana. Poi li liberano. È il caso di Ruiz, che è stato assassinato. Hanno preso il suo assassino e dopo cinque giorni lo hanno rilasciato, perché aveva soldi. Cosicché i ricchi stanno là fuori e noi poveri contadini siamo rinchiusi qui dentro perché non abbiamo soldi. Do questa testimonianza perché la possiate registrare: la corruzione che c’è in Chiapas. Per i poveri il carcere, per i ricchi la libertà. È tutto.
Secondo intervistato: Questo della corruzione è vero. Io sono stato arrestato perché sono andato a trovare due compagni che erano stati fermati. Era una trappola. Le dichiarazioni dicevano che erano degli illegali guatemaltechi. Io ho chiesto dove avevano portato i due compagni. Che n’era stato di loro? Allora mi hanno preso e mi hanno portato in una stanza, puntandomi la pistola. Mi hanno detto che dovevo rimediare 200.000 pesos per far liberare i miei due compagni e, se non li rimediavo, avrebbero arrestato anche me. Ho risposto che non avevo soldi. Mi hanno messo di fronte a due guatemaltechi e mi hanno detto di accusarli come trafficanti. Ci hanno rinchiuso in una stanza per quattro giorni, senza mangiare né bere, senza poter telefonare. È poi stato che quelli che cercavano, i veri colpevoli, avevano soldi e, dopo aver pagato il Pubblico Ministero di Palenque, li avevano lasciati liberi mentre a noi siamo stati incarcerati. In realtà, questa gente con cui mi hanno rinchiuso stava andando a lavorare a Villahermosa. Era tutto molto strano fin dal principio. Sembrava tutto montato per estorcere soldi. Io li ho difesi, dicendo loro che non avevano colpa di niente. Non è vero che erano degli illegali. Ci hanno arrestato e portato qua. Siamo sotto processo. Ci hanno arrestato nell’agosto di quest’anno. Siamo membri dell’organizzazione Chomán di Altamirano e basi d’appoggio dell’
EZLN. Ci hanno teso questa trappola per motivi politici. I delitti sono prefabbricati. Quando ci chiamano a deporre, gli accusatori non si presentano perché temono che diciamo la verità. E così qui a Cerro Hueco siamo in 34 detenuti e, in questo modo, possono passare degli anni, tenendoci qui rinchiusi., malati, ci sono spesso epidemie.Come è qui l’assistenza medica?
Da parte del governo non c’è alcun’assistenza medica. Noi, come organizzazione, possiamo essere visitati da una dottoressa che viene ogni tanto. Ma non ha accesso ai medicinali.
Come sono le comunicazioni con l’esterno?
Abbiamo diritto ogni settimana ad alcuni giorni di visita. Possiamo fare telefonate ma non riceverle.
Come fate con il cibo?
Si può scegliere fra la cucina del governo, che è una volta al giorno, o ricevere 460 pesos al mese per comprare alimenti e cucinarli da noi. Per cucinare abbiamo due fornelli. È poco, dobbiamo limitarci. Con quei soldi dobbiamo anche pagarci le telefonate, il sapone, i vestiti, tutto. È solo da quando abbiamo costituito l’organizzazione "La Voz de Cerro Hueco" che riceviamo un trattamento normale. Ci hanno rispettato. Non ci privano dei nostri diritti e ascoltano i nostri reclami. La nostra organizzazione è abbastanza grande: è nazionale ed internazionale.
Come organizzazione, avete diritto a riunirvi?
Sì, possiamo riunirci, chiedere appoggio ad altre organizzazioni. Attualmente, come organizzazione, ci siamo dichiarati in resistenza.
Che cosa significa esattamente? Cosa chiedete e cosa fate?
Ci siamo dichiarati in resistenza e in ribellione. Qui ci contano due volte al giorno, alla mattina e alla sera. Ora ci neghiamo. È una forma di esprimere la nostra protesta giacché il governo, i tribunali e il procuratore generale dello Stato non ascoltano le nostre richieste, le nostre denunce. Denunciamo che non si dà il trattamento adeguato ai nostri casi, che ci ingannano sulla nostra libertà. Cerchiamo di fare pressione in questo modo. È una resistenza ad oltranza. Se non si otterrà una risposta, adotteremo un’altra misura di resistenza. La prima volta che abbiamo fatto resistenza ci hanno fatto problemi. I funzionari hanno cercato di aggredirci, hanno minacciato di sgomberarci dal locale dove stavamo. Potrebbe succedere ancora.
In questo carcere ci sono in tutto 277 detenuti. Voi siete 34. Qual’è il vostro rapporto con gli altri detenuti?
Qui, noi tre rappresentiamo "La Voz de Cerro Hueco". I rapporti sono normali, andiamo d’accordo. Le celle sono di circa 50 mq l’una, ci stanno 120 detenuti. Noi de "La Voz de Cerro Hueco" abbiamo un nostro locale. Abbiamo due locali di circa 25 mq l’uno. Non abbiamo materassi. Solo dei pezzi di cartone che mettiamo sopra a delle lastre di cemento.
Avete avuto l’assistenza di avvocati per presentare appello?
No. La nostra organizzazione ha un avvocato, ma sta curando solo alcuni casi. La maggioranza di noi dipende direttamente dal rispettivo tribunale. A volte, ne vengono alcuni che si interessano ai nostri casi, ma non abbiamo di che pagarli, allora, non ci resta che aspettare. Nel mio caso, ho subito un processo nel 1996 e mi hanno dato una condanna a 13 anni. Ho presentato una richiesta d’appello. L’autorità ha revocato la sentenza e ricominciato il processo, dicendo che mancavano degli elementi da considerare. L’avvocato che mi ha assistito è venuto da parte dei miei genitori e ha iniziato il riesame nel ’97. Sono stato accusato di omicidio, successo nella mia comunità. È stata una signora della comunità ad accusarmi, ma mi sono reso conto che lei lo aveva fatto perché aveva subito pressioni. Ancora oggi sto sollecitando un confronto con la persona che mi ha accusato, ma non si è presentata e così non si può fare niente: e questa è la situazione di molti altri detenuti. C’è un compagno che è stato processato tre volte per lo stesso reato. La prima volta è stato condannato a 19 anni. La seconda gli hanno diminuito la condanna a 12 anni e sei mesi. Ha presentato di nuovo richiesta di appello ed ora sta aspettando la nuova sentenza. Vediamo quindi che per i nostri casi non esiste soluzione per via giudiziaria, ma solo per via politica. Il governo dice che non ci sono detenuti politici. Ma non è vero. Le ragioni principali per cui siamo qui sono politiche. Per essere basi d’appoggio zapatiste. Non gli importa che divulghiamo la nostra situazione, poiché non gli interessa affrontarla politicamente.
Il governatore ha detto che non ci sono detenuti politici. Hanno detto che la settimana prossima dovrebbero uscire altri zapatisti.
Questo lo dicono sempre. Ogni settimana fanno pubblicità dicendo che si stanno occupando dei casi dei detenuti. Ma è una menzogna. Alcuni sono usciti perché hanno scontato la condanna, oppure su cauzione. Nessuno è uscito per il riesame del suo caso. Il ministro degli interni fa una lettera per dare ordine che si liberino i prigionieri del Chiapas. Il governo, a partire da questa lettera, ne approfitta per liberare alcuni detenuti di cui si fidava o cui già toccava uscire, per giustificare la buona volontà del governo rispetto alla liberazione dei detenuti. Però è stata solo una strategia per i mezzi di comunicazione.
Avete qualche petizione specifica che possiamo trasmettere o qualche messaggio generale?
Ciò che vogliamo è la libertà. Il riesame dei nostri processi. Che non ci dicano menzogne. Per questa causa ci dichiariamo in resistenza. Siamo più di 100 detenuti politici, basi d’appoggio e simpatizzanti zapatisti.
18. Incontro con i prigionieri rilasciati dal carcere di Cerro Hueco
La sera del 19 novembre sei membri del collettivo "La Voz de Cerro Hueco", rilasciati il giorno prima dal carcere di Tuxtla Gutierrez, si sono incontrati con la CCIODH nella Casa del Fideo, a San Cristóbal de Las Casas. Quanto segue è la trascrizione del loro intervento.
Primo portavoce: Bene, parlerò del mio caso: sono un membro del Consiglio Autonomo in Ribellione "Tierra y Libertad". Avevo l’incarico di Presidente di questo consiglio e proprio per questo mi hanno arrestato durante l’operazione governativa avvenuta il primo maggio del 98 e solo ieri, in questo mese di novembre, il giorno 18, ho ottenuto la mia libertà dopo 18 mesi di cui sono stato privato. Questo è avvenuto nell’ambito della proposta del ministro degli interni (Segob), del signor Diódoro Carrasco, e crediamo, in quanto lotta indigena per l’autonomia dei popoli indios, che sia stata fatta per far credere al mondo, ai paesi internazionali e a tutta la popolazione civile che stia avendo fede a questa proposta. In questo momento noi, e a titolo personale come membro del Consiglio Autonomo, chiariamo che in questa proposta dove si annuncia che saranno liberati i prigionieri, basi d’appoggio e simpatizzanti dell’EZLN, che non siano coinvolti in fatti di sangue, in realtà tramite i mezzi di comunicazione a livello locale, nazionale e internazionale, il governo vuole far credere che sta mantenendo questa proposta, affinché ci siano i dialoghi di pace, mentre è tutto il contrario. Gli unici ad aver ottenuto la libertà, tra tutti i 91 prigionieri dei municipi autonomi, siamo noi. Di per sé nessuno di noi ha commesso un reato, neppure i compagni che sono ancora in carcere e mai, siamo assolutamente convinti del fatto che noi, persone delle comunità autonome, mai saremo dominati da questo governo. Crediamo si tratti di un’altra menzogna, come quella che c’è dietro alla nostra liberazione, poiché tanti co