| I metalmeccanici hanno fatto politica.
La politica cosa fa? |
| di Giorgio Cremaschi |
Ce l’hanno fatta. Sono stati i
metalmeccanici nelle strade, nelle stazioni, in mezzo al
traffico e alle persone che hanno strappato in questi giorni
il contratto agli industriali. E’ bene ricordarlo, quando
tutti si dicono tranquillamente soddisfatti. Solo dieci
giorni fa la Federmeccanica sosteneva ancora che era
praticamente lo stesso fare o non fare l’accordo. Il grande
mondo della politica, che oggi plaude l’accordo, è stato per
tutti questi tredici mesi voltato da un’altra parte. Solo
Rifondazione comunista è stata in ogni momento, e con
trepidazione, ha seguito la vertenza. Invece, in una delle
tante assemblee di questi giorni è stato detto: ci sarebbe
piaciuto leggere sui giornali le intercettazioni telefoniche
di uno dei capi dell’Ulivo che chiedeva a Montezemolo di
fare il contratto dei metalmeccanici.
E invece, come spesso accade nelle vicende contrattuali
della principale categoria dell’industria e del lavoro, la
posta in gioco era assolutamente politica. Per tutti questi
mesi il contratto non si è fatto per due ragioni di fondo.
La prima era che gli industriali volevano a tutti i costi
ottenere lo sfondamento sulla contrattazione delle
flessibilità. Volevano, cioè, che fosse possibile imporre il
cambiamento degli orari di lavoro senza l’accordo con i
rappresentanti sindacali dei lavoratori. E’ bene ricordare
che questa facoltà, in molti contratti nazionali, è già
stata conquistata dalle imprese, purtroppo. Ma, è chiaro, se
non viene imposta ai metalmeccanici non è un vero risultato
consolidato per i padroni. Per questo ci hanno provato, così
come hanno tentato di imporre per via contrattuale
l’accettazione della legge 30. Su entrambe le cose non sono
passati.
L’altro punto centrale dello scontro è stato il ruolo del
salario nel contratto nazionale. E’ questo il tema su cui si
affrettano oggi a intervenire tutti. In molti casi
utilizzando l’accordo per andare nella direzione esattamente
opposta a quella che esso indica. Gli industriali
metalmeccanici hanno tentato, dopo due accordi separati, di
far precipitare definitivamente il contratto nazionale nello
stesso gorgo distruttivo che ha frantumato la scala mobile.
Hanno tentato di affermare il principio della devolution del
salario per cui a livello nazionale si contratta poco o
nulla e fabbrica per fabbrica ci si arrangia. I cento euro,
per i quali tanto si è lottato, superano i famigerati tassi
programmati di inflazione e inoltre l’accordo, per la prima
volta, assegna un piccolo aumento a tutti coloro che nelle
aziende non hanno la forza di far crescere i propri salari
oltre i minimi nazionali. La funzione del contratto
nazionale come elemento centrale della distribuzione del
reddito, viene così rafforzata. Questo è il duro e costoso
successo dei metalmeccanici. Duro perché questo risultato
comunque ancora non cambia una condizione di lavoro sempre
più difficile e precaria. E costoso perché un lavoratore ha
speso 60 ore di sciopero per arrivare all’accordo. Accordo
che, purtroppo, sull’apprendistato non raggiunge tutti gli
obiettivi che si era dato il sindacato.
Ora i metalmeccanici decideranno. Con quella pratica
democratica, unica in Italia, che assegna ai diretti
interessati, con il referendum, il potere di decidere se un
accordo va bene oppure no. Ma questo risultato, questa
lotta, queste pratiche democratiche che hanno permesso di
realizzarla, pongono una questione di fondo alla politica,
quella ufficiale e con la P maiuscola. In quest’anno di
lotte nel contratto dei metalmeccanici ci si è confrontati
sulla legislazione per il lavoro, sugli orari, sulla
distribuzione del reddito, sulla natura stessa dello
sviluppo industriale. I metalmeccanici hanno dunque fatto
politica, hanno affrontato, a modo loro, quei benedetti temi
programmatici che paiono rappresentare l’araba fenice di
tutto il confronto tra i partiti.
Ora i lavoratori consegnano il testimone alla campagna
elettorale. E’ chiaro che dopo questo accordo si ripropone
con più forza la necessità di dire con nettezza cosa si fa
sulla legge 30, sui salari, sulle scandalose ricchezze che
li derubano. I metalmeccanici in questi mesi hanno fatto
politica, mentre la politica ufficiale non si è occupata di
loro. Non c’è bisogno di ulteriori considerazioni per dire
chi e cosa deve cambiare.
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| 20 gennaio 2006 |
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