Bimbi strettamente sorvegliati
Iaia Vantaggiato
il manifesto, 30 aprile 2004

Una giornata trascorsa con i bambini «detenuti» nella prigione romana. Non conoscono il vento e credono che un interruttore accenda il sole. Sono i figli delle detenute di Rebibbia, costretti loro stessi a vivere in carcere fino ai 3 anni. Liberi solo una volta alla settimana, grazie ai volontari dell'associazione «A Roma insieme».

L'appuntamento è per sabato, alle 9 e mezza del mattino, di fronte ai cancelli della sezione femminile di Rebibbia. E' giorno di colloqui e numerosissime sono le roulotte che stazionano davanti al carcere, segno evidente di una massiccia presenza nomade dietro le sbarre. Dobbiamo incontrare Leda Colombini, presidente dell'associazione di volontariato «A Roma insieme» ma - soprattutto - proprietaria di una macchina straboccante magie dalla quale fuoriescono pannoloni e palloncini, pappe Plasmon e biberon, bavaglini candidi e camiciole profumate. Ogni sabato, Leda - insieme ai suoi ragazzi e alle sue ragazze - va a Rebibbia. Ad attenderla, un agguerrito esercito di massimo «treenni», pronti ad assaltare un compiacente autobus messo loro a disposizione dal V municipio del comune di Roma. I bambini - che hanno dagli zero ai tre anni - sono figli di quelle madri detenute che non hanno nessuno cui poterli affidare durante il periodo della detenzione. Detenute che, secondo la legge Simeone, avrebbero tutto il diritto a godere di pene alternative da scontare fuori dal carcere sino al compimento dei dieci anni di età dei propri figli. E tuttavia si tratta perlopiù di nomadi o straniere, spesso recidive o «socialmente pericolose». Quanto basta per rendere inapplicabile la legge. Quanto ai bambini, compiuti i tre anni - e quale che sia la pena delle madri - dovranno abbandonare il carcere. Per andare dove nessuno lo sa, ma in questo caso le leggi dello stato sembrano funzionare alla perfezione. Così tocca a Leda - e a tanti come lei - regalare ai piccoli il piacere di una giornata normale. La meta del viaggio oltre le sbarre cambia di settimana in settimana. Se c'è il sole si va al parco, se piove niente di meglio di una visita ai grandi magazzini dove i bambini sembrano divertirsi sempre molto. In estate, la scorazzata è fino al mare e spesso c'è anche qualcuno disposto ad offrire la propria ospitalità e ad aprire alla piccola truppa case in città o ville di campagna. «Una volta - racconta Leda - li abbiamo portati in montagna dove una bambina ha cercato di portarsi via una palla di neve per farla vedere alla sua mamma che non l'aveva mai vista». Ma indipendentemente dalla meta, ciò che importa è uscire, vedere, annusare. Giocare all'aperto. L'irrequieta truppa esce da Rebibbia che sono da poco passate le dieci. L'autobus è quasi vuoto perché dei ventuno bambini attualmente «reclusi» a Rebibbia solo i più grandi sono nelle condizioni di poter uscire. Sabato erano una decina ma talmente vocianti e strepitanti da far sembrare quasi l'autobus affollato. «Dal fatto che ridano, strillino o si addormentino - spiega Leda - capiamo come hanno trascorso la notte. Che in cella - dove, se va bene, vivono almeno quattro donne con i rispettivi bambini - non è facile. Capita a volte che arrivi inaspettata una detenuta nuova o che un bambino si metta improvvisamente a piangere. E allora tutti si svegliano e la notte è bella che andata». Quelli già abituati all'uscita del sabato sono, naturalmente, i più disinvolti; riconoscono i volontari e si sistemano senza esitazione tra le braccia dei loro beniamini (ognuno ha il suo, si direbbe) quindi reclamano - da subito - pappa e carezze. Gli altri - almeno all'inizio - sono un po' intimiditi e parlano poco, non chiedono: ogni tanto sussurrano «mamma». Uno splendido sudamericano dalla pelle scura e gli occhi neri - alla sua prima uscita - si addormenta comunque sereno dopo pochissimi minuti. Tutti gli altri - occhi sgranati - hanno il naso appiccicato al finestrino. Guardano ogni cosa, sono affascinati dalle «moto rosse» e dai «bus blu» che stazionano al deposito della metropolitana di Rebibbia. I papaveri che incontriamo sulla strada che ci porta verso il centro di Roma, per molti di loro sono una vera novità: quelli sbocciati l'anno scorso, i più piccoli non possono ricordarli. Poi - come in una vera gita scolastica - cominciano i cori. Vanno fortissimo «Fra' Martino campanaro» e «Ci son due coccodrilli ed un orangutango», con tanto di mossette e imitazioni: perfetta quella «dell'aquila reale». Che sia «semplice» desiderio di volare? Intorno alle undici raggiungiamo la casa di accoglienza della Comunità di Sant'Egidio, a Santa Maria in Trastevere. I piccoli di Rebibbia che già ci sono stati, sanno che al di là di quel grande portone c'è un mondo fantastico. L'ampio cortile è uno scrigno di giochi: scivoli, tricicli e biciclette, casette di legno e palloni di tutte le dimensioni, cavalli a dondolo e pupazzi. C'è pure una vasca con una tartaruga e un'oca che si eclissa un istante dopo la pacifica invasione. Ad attendere i giovani amici, altri bambini: quelli che nella casa ci abitano e che - grazie al lavoro dei volontari, degli assistenti e degli operatori sociali nonché della fitta rete di solidarietà che si è ormai estesa come una benefica ragnatela su tutto il territorio metropolitano - sono stati strappati al disagio, alla miseria, alle violenze famigliari e a volte, persino, alla malattia. Sarà il tribunale a decidere quali di loro potranno tornare nelle famiglie d'origine, quali verranno dati in affidamento e quali - ancora - verranno adottati. Ma per il momento abitano qui, questa è casa loro e con orgoglio rispettano le regole dell'ospitalità. Ti mostrano fieri l'interno della casa, le pareti plastificate su cui si può scrivere e disegnare senza che nessuno ti dica niente, le stanze da letto colorate, i bagni a misura di bambino, le cucine, la sala giochi, l'acquario pieno di pesci rossi. I piccoli di Rebibbia esplorano, guardano, toccano con delicatezza ogni cosa e accarezzano rapiti le pareti dell'acquario. Poi ritornano in cortile. Lì c'è l'aria, c'è il sole, ci sono i fiori: un piccolo nomade - che per tutto il giorno resta indeciso se chiamarmi col mio nome oppure mamma - decide di offrirmene uno. Soprattutto c'è il vento. «Sembrerà strano - racconta Andrea Paoletti, volontario ormai da diversi anni - ma ci sono tre cose che riempiono questi bambini di gioia e stupore: il vento, l'interruttore della luce e un mazzo di chiavi». Il primo in carcere non soffia mai, il secondo non esiste perché la luce viene spenta dall'esterno e le chiavi le hanno solo gli agenti. Il buio e la luce, la notte e il giorno. Per i bambini di Rebibbia, premere un semplice interruttore è come controllare il trascorrere del tempo. Tenere in mano un mazzo di chiavi, è promessa di libertà. E' ora di pranzo e la tavola è pronta. Comincia il concerto di posate e bicchieri. A dirigerlo è il veterano del gruppo: capelli scuri e maniche rimboccate, detta legge dal mattino. Non ha - naturalmente - neanche tre anni. Il pranzo è principesco, non manca nulla ma non c'è il puré di patate. Qualcuno lo chiede: a Rebibbia non manca mai.