Non mi era mai passato per la testa che un giorno io sarei andato a trovare
una mia compagna detenuta, effettuando un colloquio “dall'altra parte
del bancone”. È stato comunque un susseguirsi di emozioni, certamente
molto belle, ma per certi versi anche angoscianti. Entrare in un carcere, come
persona libera, sottoporsi all'ormai obbligato rito della perquisizione, entrare
in quella piccola sala per abbracciare una persona cara, è qualcosa che
mai, prima d'ora, avevo sperimentato.
Pur avendo trascorso oltre 10 anni di detenzione, ho provato ugualmente una
strana sensazione, quando prima dell'entrata a colloquio sono stato sottoposto
al controllo da parte dell'agente, che accortosi del mio “impaccio”
mi ha subito chiesto se era la mia prima volta!!! In verità il mio impaccio
non era dovuto alla mia “prima volta”, ma al fatto che la mia testa
non riusciva a non pensare che dopo pochi minuti, finalmente, sarei stato di
fronte alla mia compagna. Pensavo a questo e cercavo di immaginarmi lo stato
emotivo in cui poteva trovarsi lei, che già poche ore prima era stata
informata del mio arrivo. Dopo la perquisizione di rito, sono finalmente stato
accompagnato verso una piccola sala dove si svolgono i colloqui. L'emozione
iniziale è poi stata seguita da quella di un abbraccio che, seppur breve,
è riuscito a racchiudere in sé molto più di quanto io stesso
avrei voluto esprimere con le parole. Dopo un primo momento d'imbarazzo, tenendoci
per mano ho provato una sensazione davvero incredibile, come se in fondo io
e lei ci conoscessimo da sempre. Questo ha fatto sì che il nostro colloquio
non fosse semplicemente un incontro di sguardi, ma anche di parole, di dialogo
e allo stesso tempo di disagio, per il costante controllo visivo da parte dell'agente.
Un colloquio durato due ore, che avrei voluto non finisse mai, ma che ad un
certo punto è stato interrotto dalle inesorabili lancette di un orologio
che sembravano correre all'impazzata.
Mai come in quel momento ho pensato a quelle proposte, che da più parti
erano state lanciate, per restituire un po' di dignità agli affetti,
a quei valori che nessuno ha il diritto di negare. Persino un semplice abbraccio
è diventato una specie di furto...
Fonte: pubblicato su Vita il 28 aprile 2003 a cura di Ornella Favero.