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Ergastolo: pena di schiavitù

Nicola Valentino

4 Febbraio 2000

Nicola Valentino fa parte della cooperativa Sensibili alle foglie con cui ha pubblicato nel 1994 un libro intitolato "Ergastolo". Insieme a Renato Curcio e Stefano Petrelli nel 1990 ha scritto "Nel Bosco di Bistorco".

D
Nel tuo libro riprendi la definizione, adottata anche da Cesare Beccaria, di ergastolo come "pena di schiavitù".

NV
L'ergastolo nella sua forma moderna nasce come pena di schiavitù. Questo fu il termine ed il senso usato da Cesare Beccaria quando propose l'ergastolo ai governanti dell'epoca. Perché "pena di schiavitù"? Nel dibattito attuale tra alcuni giuristi così come nel senso comune diffuso tra la gente vi è l'idea che l'ergastolo di fatto non esista perché c'è la possibilità per un ergastolano di accedere al beneficio della liberazione condizionale dopo 26 anni di carcere. In realtà anche la possibilità che è stata introdotta di accedere alla liberazione condizionale è totalmente discrezionale. Un magistrato, l'equipe penitenziaria valutano se dopo aver scontato 26, 30, 35… anni la persona può accedere al beneficio della liberazione condizionale. Qual è l'esperienza della persona condannata all'ergastolo? Il suo destino, la sua vita sono completamente nelle mani dell'istituzione. È l'istituzione a decidere se un giorno questa persona potrà andare in liberazione condizionale oppure dovrà farsi l'ergastolo. Spesso capita la seconda eventualità e molte sono le persone costrette a farsi l'ergastolo. Il beneficio della liberazione condizionale è applicato in maniera ridottissima. Ci fu poco tempo fa una denuncia fatta da un direttore di un carcere, anzi del manicomio giudiziario di Napoli, di una persona condannata all'ergastolo e poi finita nel manicomio giudiziario con sulle spalle 47 anni di reclusione. L'ergastolo dunque esiste e assume questa forma di "pena di schiavitù" nel senso che la vita della persona condannata è totalmente nelle mani dell'istituzione. Un persona condannata ad una pena temporale fino al giorno X, può dire: "il giorno X io uscirò dal carcere, sarò una persona libera". L'ergastolano non può fare questo tipo di ragionamento, non ha un giorno X nel quale possa dire di tornare in libertà. Ad una persona condannata ad una pena temporale, dopo un certo numero di anni che può essere anche 20 o 30, a seconda della condanna, viene riconosciuto il diritto alla libertà. Chi viene condannato all'ergastolo perde completamente questa possibilità.

D
Cosa significa scontare la pena dell’ergastolo in un regime di semireclusione come nel tuo caso?

NV
Io sono un ergastolano in semireclusione: anche quando mi hanno concesso il beneficio della semilibertà non sono uscito dalla mia pena. Io sto scontando l'ergastolo in questa forma particolare di privazione della libertà che è la semireclusione. La semireclusione è una forma particolare di reclusione caratterizzata dall'avere particolari ripercussioni nel vissuto delle persone che vi sono sottoposte. Semilibertà, o affidamento al lavoro esterno - l'articolo 21 - sono tutte forme di semireclusione che si fondano su un principio molto semplice: una parte di me che sono recluso fa da carceriere ad un'altra parte di me. Con la semireclusione io vivo una lacerante esperienza dissociativa quotidiana e, all'interno della giornata, ora per ora, minuto per minuto. Tutte le persone in semireclusione, oltre all'obbligo del rientro serale in carcere, devono seguire un "piano trattamentale" sottoscritto dalla persona che viene ammessa al regime di semilibertà. Il piano trattamentale è un foglio che ogni persona semireclusa deve portarsi dietro in cui è scritto esattamente ciò che la persona può e non può fare. Con il piano trattamentale sono normati i movimenti nello spazio, l'organizzazione del tempo della persona e le relazioni che questa persona può intrattenere con la società. Quando una persona è in semilibertà non cessa di essere reclusa. È reclusa nel senso che in questo stato vengono normate la quantità e la qualità delle relazioni, gli spostamenti e l'organizzazione della giornata. Io ho prodotto in questo modo il mio carceriere interiorizzato. Per seguire il programma trattamentale devo prima trasferirlo dal foglio di carta su cui è scritto nella mia testa. Devo diventare un rigoroso controllore di me stesso. Ad esempio la sera verso le 21:30 una parte di me vorrebbe starsene tranquillamente a casa a conversare con gli amici, vedere la TV, cenare, … L'altra parte di me, il carceriere, quella che alle 23 deve rientrare a Rebibbia acciuffa la parte di me che vorrebbe starsene tranquillamente a casa, la mette sull'autobus e la riporta in carcere. La mattina quando esco una parte di me vorrebbe fermarsi un po' di più per strada, prendere un caffè o entrare in un negozio; l'altra parte di me, il reclusore, sa che da trattamento, appena uscito, devo recarmi in ufficio dove devo trovarmi a una certa ora stabilita nelle norme del trattamento. Questa è la condizione esistenziale della persona semireclusa: è una condizione di profonda dissociazione. La persona semireclusa deve innanzitutto prendere consapevolezza della sua condizione. Se non sei consapevole di vivere in uno stato di dissociazione, se non hai la forza di gestirlo e governarlo puoi andare incontro a processi di lacerazione della tua identità e del tuo modo di vivere. Tale consapevolezza deve coinvolgere innanzitutto la persona semireclusa, ma anche la società e tutti gli operatori con cui essa entra in contatto. Sarebbe ad esempio importante che le politiche penitenziarie stabilissero che la semireclusione non possa durare più di una certa quantità di anni. Attualmente, soprattutto per le persone condannate all'ergastolo, si profilano molti anni da passare in semireclusione.

D
Questo meccanismo di dissociazione che descrivi ha i suoi effetti anche sulle persone "libere" che entrano in contatto con quelle semirecluse.

NV
È come dici tu. Le persone che ti stanno intorno vedono che a un certo punto cominci a fare cose strane. Scatta un meccanismo per cui a un certo punto ti alzi dalla sedia e vai via. Anche per le persone esterne, quelle che vivono a contatto con te, c'è questo incontro quotidiano con la reclusione. Le persone che ti sono particolarmente vicine dal punto di vista affettivo vivono questo strappo. Per loro, senza voler esagerare i termini, la persona che va via la sera muore. Il distacco serale è una morte quotidiana della relazione. Quando tu vai via, entri in un altro mondo, che è il mondo del carcere. Non sei una persona che va in un'altra città. No, tu entri e vai proprio in un altro mondo dove chi resta fuori non è in contatto con te, non sa nulla di te, fino al punto di non avere la certezza che all'indomani tu riuscirai. Questa incertezza viene spesso alimentata dallo stesso regime di semireclusione: può capitare che la mattina tu esca in ritardo oppure che la direzione ti fermi per farti delle contestazioni. In quest'altro mondo, che ha un altro cielo, può anche capitare che tu la notte ti senta male.

D
Non so se ti è capitato di leggere della recente polemica intorno al professor Vallauri dell'Università Cattolica cui non è stato rinnovato il nulla osta per l'insegnamento per via di un testo in cui muove critiche all'idea di inferno paragonandolo all'ergastolo del Codice Penale.

NV
Trovo interessante questo episodio perché il docente porta avanti una riflessione dal punto di vista teologico mettendo in discussione l'idea di pena meta-storica che non ha un inizio e una fine. Dal punto di vista della giustizia terrena l'ergastolo storicamente ha molto a che fare con la religione. L'ergastolo nasce con i Romani come luogo fisico dove venivano tenuti chiusi gli schiavi in catene. Come abbiamo già detto l'ergastolo è dalla sua nascita la pena associata alla condizione di schiavitù. Successivamente viene adottato dalla Chiesa che dapprima lo utilizza come forma di penitenza/pena eterna e poi, in maniera molto simile alla sua accezione moderna, come strumento per ottenere la schiavitù della coscienza: la persona veniva condannata ad una pena indefinita che poteva essere resa reversibile solo con l'abiura, il ravvedimento, l'adeguamento ai dettami della Chiesa. L'ergastolo, dunque, ha nella sua stessa evoluzione storica un forte intreccio con la Chiesa che discende dalla caratteristica di essere una pena meta-storica. Ancora oggi l'ergastolo rimane una pena diversa da tutte le altre. La parola ergastolo in carcere è una parola tabù che viene evitata per non aprire ferite nella persona che vi è condannata. Se una persona ti chiede: "a cosa sei stato condannato?" e tu rispondi: "all'ergastolo", quella ti chiede scusa di averti posto la domanda. Tornando alla parola nella sua dimensione di eternità della pena voglio portare l'esempio di un'esperienza che mi è capitata da ergastolano in relazione ai benefici previsti dalla legge penitenziaria. La questione è molto tecnica, ma la illustro brevemente perché è interessante per capire meglio alcune conseguenze della condanna all'ergastolo. Ho chiesto da detenuto la possibilità di accedere alla liberazione condizionale. Avrei avuto la possibilità di ottenerla se mi fossero stati conteggiati i due anni di indulto che furono concessi nel 1990 a tutti i detenuti. Per una persona condannata a 30 anni, i due anni di indulto portano ad una pena di 28 anni. Nel caso dell'ergastolo c'è in merito un contenzioso giuridico: alcuni settori della magistratura, una parte della Cassazione ritengono che gli anni di indulto non possono essere applicati all'ergastolano perché non esiste un fine pena da cui scalare questi anni. Nella sentenza con cui il tribunale rigettava la mia richiesta di poter usufruire della condizionale cui avevo diritto se mi fossero stati applicati i due anni di indulto era scritto: "essendo l'ergastolo fino a morte del reo e non essendo la morte del reo calcolabile, non è possibile sottrarre i due anni di indulto". È una sentenza che, pur riferendosi ad un caso specifico, è significativa per quanto riguarda l'ergastolo. Si ribadisce che la pena dura "fino a morte del reo".

Fonte: intervista realizzata dalla trasmissione Liberiamoci del carcere, Radiondarossa (Roma), 4 febbario 2000