Il giorno nel quale presi coscienza del significato di una condanna
all'ergastolo fu quello della sentenza al processo per il delitto del Circeo.
Avevo poco più di dieci anni ed i giovani pariolini, sprezzanti davanti alle
telecamere, circa il doppio.
Rimasi sbigottito pensando che si potesse entrare in carcere a quell'età e non
uscirne mai più: immaginai una voragine nella quale cadi e continui a cadere,
senza arrivare mai al fondo. Ero soltanto un bambino, suggestionabile ed anche
un po' visionario.
Il tempo passò in fretta ed un giorno toccò a me di diventare ergastolano: non
fu una grossa sorpresa in quanto i compagni del carcere mi avevano gradualmente
abituato all'idea durante la lunga custodia preventiva.
All'inizio il "pronostico" oscillava tra i quindici ed i venti anni ma, con il
passare dei mesi, si spostò inesorabilmente verso l'alto lasciando un
ridottissimo margine di dubbio sull'esito del processo che, forse, se avessi
conosciuto meglio i meccanismi della giustizia, sarebbe andato diversamente.
Successe che presi in simpatia il P.M.: mi parlava con toni paterni, più che da
inquisitore, e nei suoi occhi mi sembrò di scorgere una luce di umanità ed
intelligenza. Risposi alle sue domande con il cuore in mano e raccontai in ogni
particolare ciò che avevo fatto, senza cercare scusanti.
Alla fine mi parve soddisfatto ma ebbi subito la sensazione di avere sbagliato
accorgendomi che l'avvocato, presente per pura formalità all'interrogatorio,
fissava un punto indefinito oltre le sbarre della finestra.
A questo episodio seguì la lunga parentesi del ricovero all'ospedale
psichiatrico e potei riferirne ad "uno" pratico soltanto dopo sei mesi.
L'esperto altri non era che il mio primo compagno di cella, un mago (iscritto
all'albo), specializzato nella preparazione di pozioni "miracolose" a base di
eroina. Si chiamava Salvatore e la sapeva "molto" lunga.
Come gli dissi della confessione davanti al pubblico ministero suggerì di farmi
passare per matto, aggiungendo che non avrei fatto troppa fatica. Dall'ospedale
psichiatrico ero appena uscito e, piuttosto di doverci tornare, avrei
sottoscritto qualsiasi condanna, perciò non gli diedi ascolto.
Al processo ero quasi rassegnato ed il solo spiraglio di speranza lo lasciavo
aperto per non addolorare ulteriormente i miei familiari. Però, quando la giuria
entrò in aula per pronunciare la sentenza, compresi al volo quale sarebbe stata.
I giudici popolari tenevano gli occhi bassi, erano visibilmente dispiaciuti
della decisione che avevano preso.
Fui sicuro, in quel momento, che mi avevano giudicato con obiettività, che erano
stati "costretti" a decretare l'ergastolo. La legge è fin troppo chiara al
riguardo ed in presenza di determinate aggravanti la pena prevista per
l'omicidio è "solo" e "soltanto" quella.
Nonostante queste consolanti certezze le loro parole mi colpirono come una
mazzata e, se non fosse stato per i Carabinieri che mi tenevano sottobraccio,
sarei crollato a terra.
L'avvocato venne a farmi le condoglianze, seguito da alcuni cronisti della
stampa locale seriamente dispiaciuti che il processo fosse terminato; i
rispettivi giornali avrebbero fatalmente registrato una diminuzione delle
vendite!
Tornato al carcere mi accorsi che i compagni e gli agenti si comportavano
stranamente: evitavano con cura di fare riferimenti alla condanna, erano
premurosi, avevano verso di me lo stesso rispetto che si usa per i morti. La
conferma che "morto" lo ero veramente l'ebbi quando i parenti smisero di venirmi
a trovare. A Bergamo, comunque, dovevo rimanere ancora per poco. Il Ministero mi
spostò in un istituto "speciale", in considerazione della delicatezza della
situazione in cui versavo: fisiologicamente vivo, civilmente morto.
Il trasferimento fu un gran bene: arrivai in un carcere dove l'essere condannati
all'ergastolo era la normale condizione ed altrettanto normali erano, di
conseguenza, i rapporti tra detenuti e con gli agenti. Riassaporai il piacere di
essere sfottuto amichevolmente, contestato e sgridato, perfino minacciato di
punizione.
Se potevano punirmi significava che qualche privilegio l'avevo ancora,
altrimenti non avrebbero avuto nulla da togliermi!
La punizione consisteva nell'essere rinchiusi al "reparto caldaie": tre celle,
seminterrate, semibuie anche in pieno giorno, spoglie di tutto. Sapevi quando
entravi ma non "se" e "quando" saresti uscito, a dispetto di tutti le norme ed i
regolamenti.
Due compagni, un siciliano ed un veneto, erano in isolamento da una decina di
anni, erano passati dall'articolo *90 al 41bis senza rendersene nemmeno conto.
Si era cercato, a più riprese, di riportarli nella sezione comune e ogni volta
il tentativo era fallito: oramai inselvatichiti dalla solitudine finivano per
attaccare briga alla prima occasione e, regolarmente, il diverbio degenerava in
rissa, a suon di sgabellate, colpi di lametta ed, infine, manganellate
"istituzionali".
Così, l'istituzione, e tutti gli "esperti" che si erano occupati di loro, non
sapeva proporre altra soluzione se non il rispedirli alle "caldaie", in attesa
che la vecchiaia li rendesse inoffensivi.
Tra noi, che pure eravamo condannati a vita, parlavamo di loro sottovoce, con il
sacro rispetto dovuto ai martiri o, ancora, ai morti: sapevamo di poter uscire,
prima o poi, grazie alla buona condotta ed alla legge Gozzini e ci sentivamo già
fuori, paragonandoci a chi stava senz'altro peggio di noi.
Ancora oggi l'ergastolo, in gergo, è definito con un delicato termine
allegorico: erba; ad indicare quella sotto cui sarai steso prima che la pena sia
terminata! A Porto Azzurro, vicino alla Casa di Reclusione, c'è un cimitero
dalle lapidi senza nome dove finiscono i corpi dei detenuti di cui nessuno ha
reclamato la restituzione.
Da parecchio tempo non vengono aggiunte nuove lapidi, segno che le cose sono
cambiate anche per gli ergastolani, tuttavia non si creda che 20 o 30 anni di
pena temporanea siano facili da terminare. Bisogna imparare dai vecchi galeotti,
veri maestri di saggezza, per sopravvivere tanto a lungo senza "scoppiare". Ogni
sfogo a cui ti lasci andare contribuisce ad allungarti la pena, perciò è
essenziale imparare a controllarsi, a non reagire alle provocazioni, ed educarsi
alla pazienza ed all'umiltà.
I primi cinque anni sono senza dubbio i peggiori: in testa hai troppi pensieri
"di fuori", ricordi e rimpianti che ti impediscono di trovare alcunché di
positivo nella vita in carcere. In seguito, ognuno secondo i suoi tempi, riesce
ad integrarsi con l'istituzione organizzandosi una discreta vita sociale, che
sostituisce "abbastanza" efficacemente quella esterna venuta a mancare.
Poi arriva il momento nel quale puoi ragionevolmente aspettarti di avere un
permesso. Cominci a spedire richieste e solleciti ai magistrati che, di solito,
ti tengono sulle spine: rimandano la decisione da un mese all'altro, rispondono
che necessiti di ulteriore trattamento, che non sei affidabile, intanto passano
gli anni e ti ritrovi ossessionato dall'idea di un futuro privo di senso.
A quanti invocano la certezza della pena vorrei far comprendere che la
semilibertà e le altre misure alternative della detenzione sono una pena: anche
se esci dal carcere dipendi in tutto dalla istituzione, che ti controlla,
sceglie per te, gestisce i tuoi guadagni. Venti anni di pena, rimangono venti;
l'ergastolo rimane ergastolo.
Che cosa debba essere la pena (al di là della sua funzione preventiva): questo
dobbiamo chiederci. Ripagare con la stessa moneta chi ha provocato danno e
sofferenza? Punizione esemplare, da usare a scopo pedagogico? Se la pensiamo
così l'ergastolo ci appare un provvedimento legittimo ed anzi suggerito dalla
clemenza: invece di condannare a morte un assassino ci limitiamo a privarlo dei
diritti e della identità sociale, ne facciamo uno schiavo moderno, un oggetto di
pubblica proprietà, di cui servirsi, da collocare e spostare a piacimento, su
cui effettuare osservazioni ed esperimenti.
L'altra via, quella di riconoscere in ogni caso dignità sociale al condannato,
comporta tanti rischi e, non ultimo, quello di doversi mettere in discussione
continuamente, di vedere le proprie certezze sgretolarsi, le proprie convinzioni
vacillare.
Abolita la pena di morte, umanizzate le carceri con la riforma del '75,
introdotti i permessi premio con la legge Gozzini nell'86, ora sembra che tocchi
all'ergastolo di cadere vittima della voglia di civiltà che, nonostante tutto,
riesce ad avere la meglio sulla tentazione di imbarbarimento dei costumi,
alimentata dalla violenza e dalle contraddizioni della società contemporanea.
Qualcuno sostiene che l'abolizione dell'ergastolo ha un significato puramente
simbolico in quanto già ora i condannati all'ergastolo ritornano in libertà dopo
aver scontato un certo numero di anni. Sostituirlo con una pena "speciale" di
30 o 32 anni cambierebbe ben poco, nella pratica burocratica.
La differenza l'apprezzerebbero invece i condannati, per i quali è molto
importante avere un traguardo certo, una data, una scadenza, una fine della
pena: vorrebbe dire poter contare i giorni e fare dei progetti, vivere
consapevolmente il tempo che passa.
Quando sei ergastolano eviti di pensare al futuro.. correresti il rischio di
impazzire! Vivi alla giornata, dentro di te cresce l'indifferenza e lo
scetticismo, finisci con il preoccuparti esclusivamente dei tuoi bisogni
elementari fregandotene del mondo: tu sei la vittima e la Società è il tuo
carnefice.
Per avere voglia di riscattarti devi poter credere in un ritorno alla vita
esterna: solo allora riesci a pensare agli altri, cominciando dalle persone che
hanno sofferto (e soffrono) a causa tua. Il tuo bisogno maggiore diventa quello
di essere perdonato.
Anche se non ti senti in diritto di chiedere perdono fai di tutto per
guadagnartelo, con la disponibilità, la fatica, l'umiltà; non hai modo di
rimediare al male che hai fatto ma almeno cerchi di fare tutto il bene
possibile.
Quando arrivi a pensarla in questo modo sei, finalmente, un uomo da cui la
collettività può ragionevolmente aspettarsi di ricevere un contributo valido,
con il quale stabilire un rapporto basato sulla correttezza: un uomo di cui non
può fare a meno.
* Articoli del Regolamento Penitenziario che prevedono il carcere duro: il
primo in vigore fino al 1991; il secondo introdotto dalla legge Scotti -
Martelli.
Francesco
Fonte: pubblicato sul sito web del
Centro Studi Due Palazzi di Padova