Ore 20.30
Sono in manicomio
Questo non è un ospedale. Non può essere un ospedale. Qui si tortura psicologicamente. La sofferenza è umiliata, derisa, beffeggiata, oltraggiata. Qui il cielo piscia, si muove, inghiotte, divora, condiziona, lobotomizza. Datemi le notti fresche della Sardegna, datemi la luna piena dei boschi silani. Datemi verdi pascoli di un mondo di infanzia. Datemi il cielo, terso, limpido, sereno. Datemi la vita. Chiedetemi la vita. Datemi l'egoismo del bimbo. Che io soffra per egoismo d'amore. Che il mio amore sia inappagato. Che esso soffra finché non trovi pace. Perché io chiedo amore, puro, limpido e che esso non corroda la mia anima e che non scavi nella solitudine di questi casermoni d'inferno. Datemi pace. Datemi la solitudine che viva. Voglio la luna. È mia. La voglio. È una luna. Non una donna, Non una madre. È una luna. È una distesa rocciosa. È una luna. Calma, assorta, viva, dolce. Sola, solitaria e che essa diventi cuore e latte e vita e tutto e tutto e tutto e tutto. Che sia orgasmo dolce e inquietante riposo per la mia fronte. Chiederò una penna e che sia l'ago e il filo di un abile artigiano. Chiederò delle forbici che taglino catene. Chiederò catene che liberino la mia anima. Chiederò amore, amore, amore. Voglio amore, voglio amore, voglio essere amore per dare amore, per essere amore. Perché io sia, perché quel bambino non è ancora morto, perché io liberi i1 bimbo e esso corra nelle strade, e viva e sia vivo e sia, perché esso sia una creatura partoriente, perché io gridi: "Abbasso la muerte", perché il mio piede danzi. Perché... perché...
Ore 20,40.
In un manicomio disteso sul prato, nel letto. Senti? ... giocano. Non vedo nessuno.
Non si vedono. Ma non c'è nessuno. Eppure ci sono. Sì, sento.
Giocano. Senti? E il suono di una piccola palla. Il campo è abbandonato.
Non c'è nessuno. Giocano. C'è una fontana. Giocano. Sono due.
Giocano. Senti? Sono delicati. Non gridano. Attes... s... s... a... Aspetterò.
Ho solo un'immagine. Un ricordo. Aspetterò. Scriverò. Verrai.
Lo so. Verrai. No... No... Non tu. lo verrò. Sarò dolce. Ti amerò.
No... No. Ti prego. Ti amerò. Non piangerai. Te lo prometto. Ma chi.
Ma chi. Chi non piangerà! Siamo tanti. Tanti. Tanti. "Vuoi anche
me, Nicola?" Nicola! Datemi il mare della Sardegna e la luna e le stelle.
Che cose impossibili può chiedere un paranoide. La luna. Sarebbe dolce
e fresca come la pelle della mia donna. Le stelle. Le accendono gli angeli quando
i bambini si stringono al cuore. Il mare della Sardegna: potrebbe essere limpido
se la realtà tecnologica non superasse la realtà. Eppure anche
qui, in questi posti, nei manicomi, nelle case della gente comune, al crepuscolo
si sostituisce il buio. Un buio fatto di tenere effusioni o di amori turbolenti
o di godimenti non risolti o di paure; la paura del buio, la paura del ricordo,
la paura dell'autoritarismo del Nulla. Il Nulla. Ecco, questo è il momento
in cui lo si può misurare centimetro per centimetro. Una realtà
magica che ti pervade fino al punto di essere "se stesso" e io mi
ritrovo con lui e divento lui. È una sensazione difficile da spiegare
ma lo senti mentre ti pervade tutto intero. Qui, come in altri posti, la gente,
la notte, si ficca sotto le coperte. Qui,come in altri posti,se la giornata
non ha ancora tolto tutte le energie si ha un angolino per riflettere sul domani
o per ricordare il giorno che passa. Qui da noi, forse, è meglio non
ricordare. C'è il frastuono del televisore acceso. C'è gente che
ripete il solito rituale dell'accendersi la sigaretta, c'è la monotonia
delle lunghe interminabili camminate nei corridoi. Si, anche la notte, c'è
gente che continua a passeggiare come se l'oggi non fosse mai esistito e come
se il domani non venisse mai. Io, Massimiliano-Nicola, aspetto che il sole della
notte mi colga e, dopo aver ricevuto il bacetto della buona notte da Luciano,
mi adagio sotto le coperte. È un rituale stanco che si ripete ogni giorno
alla stessa ora. Ormai si è svuotati. Il gesto ha perso la sua spontaneità
e resta solo il caldo appiccicaticcio delle lenzuola, quel vago sudore di piscio,
quei pappagalli sparsi nelle camerate e un borbottio confuso sulle terapie in
corso: se convenga o meno prendere i medicinali. Ma ormai si è svuotati,
si è diventati come degli psichiatri, per cui le terapie dei medicinali
vanno benissimo. Perché, in fin dei conti, lo psichiatra non è
altro che questo: un semplice strumento svuotato di quasi tutti i sentimenti,
che applica ad altri misure coercitive, come gli sono state imposte. E la notte,
al buio appena rischiarato da una debole, luce, tra l'odore gradevole, perché
nauseabondo, delle cicche che si consumano, mi piace ricordare quei pochi momenti
piacevoli della giornata. Sì, sono molto pochi, ma riaffiorano alla memoria
quasi a voler prevenire quello che sarà il riposo notturno. Ecco. A volte
c'è la caccia al mozzicone di sigaretta; si aspetta anche per più
di un'ora ma, alla fine, senti quel tabacco fra le mani, te lo stringi come
l'unico bene e ne aspiri il fumo con calma, quasi a succhiarne l'essenza. C'è
il dolce tepore del legno duro delle panchine. Sì, negli ospedali psichiatrici
ci si abitua anche a questo. A volte, per alcuni, c'è il ricordo di una
vita intera che passa lentamente dinanzi al pensiero. Famiglie abbandonate,
ricordi di una infanzia quasi sempre infelice, il ricordo dell'odore del mare
o del sapore del pesce fresco, qualche serata trascorsa in piacevole compagnia
con amici e poi tanta tristezza, tanta, tanta tristezza perché questa
è la vera realtà di un ospedale psichiatrico: la solitudine. E
quando la sera si va a letto senza aver ricevuto, durante la giornata, qualche
pugno da uno dei soliti infermieri dispotici e presuntuosi nella loro ignoranza,
o dei rimbrotti da quelle figure umilianti che sono le suore, ecco, forse allora,
una giornata può chiudersi nella solitudine, con una vena di speranza,
ma non tanta speranza, perché fra poche ora spunterà il domani.