È la più grande perquisizione contro la «pirateria» informatica, coinvolti non solo gli Usa ma anche stati europei e asiatici. La crociata dei colossi americani in nome del diritto d'autore.
È scattata ieri la più grande operazione su scala mondiale contro la pirateria online, battezzata «Operation Fastlink». In ventiquattro ore gli agenti dell'Fbi hanno condotto 120 perquisizioni in ventisette stati Usa e in altre dieci nazioni (otto europee, tra i quali non figura l'Italia, e due asiatiche: Israele e Singapore). I federali hanno confiscato duecento computer, tra cui trenta server. L'obiettivo, dichiarato a posteriori, era sgominare i «warez» che a detta dell'Fbi sono il vertice della piramide della pirateria la cui base è rappresentata dai servizi di file-sharing illegale. I «warez» sono coloro che si premurano di trasformare i cd, i dvd e i software in file che vengono poi distribuiti indirettamente (passando prima attraverso dei server protetti) ai servizi di condivisione di file tipo Kazaa. Secondo quanto riportato nel comunicato stampa emesso dal Dipartimento di giustizia Usa i warez non piratano a scopo di lucro né per profitto personale, ma «guidati dal desiderio di destabilizzare il sistema e dall'orgoglio intellettuale di essere i primi ad aggirare le protezioni sui file». Il materiale trovato sui computer ispezionati comporterebbe un danno economico per l'industria di 50 milioni di dollari.
L'operazione, che ha avuto inizio col il sequestro dei computer di un distretto scolastico in Arizona, ha portato all'identificazione di 100 presunti warez, anche se nessuno è ancora stato arrestato, e al ritrovamento in uno dei server sequestrati di 65.000 file pirata. Le condanne previste per chi si rivelasse effettivamente colpevole di distribuzione illegale e su vasta scala di materiale protetto da copyright sono assai severe: cinque anni di reclusione e 1500 dollari per ogni file. A detta del Bureau non sono stati identificati gli utenti finali che hanno usufruito dei file messi online.
Le premesse per una operazione internazionale di tal portata, dall'Arizona a Singapore, sono da ricercarsi nell'istituzione di una task force per la difesa della proprietà intellettuale, frutto delle pressanti azioni di lobby delle industrie dell'entertainment e del software (Riaa, Mpaa e Bsa). Il 31 marzo scorso John Ashcroft, procuratore capo del Dipartimento di giustizia statunitense, annunciava il coinvolgimento dell'Fbi nella lotta alla pirateria online, e l'annuncio era solo l'ultima tappa di una corsa alla difesa a ogni costo della proprietà intellettuale che gli Stati uniti stanno conducendo ormai da alcuni anni. Nel 1998, data di scadenza del copyright su Mickey Mouse, è stato approvato il prolungamento della protezione garantita dal copyright da 70 a 90 anni. Questa decisione ha poi avuto ripercussioni sulle legislazioni del resto del mondo. Dagli Stati uniti al vecchio continente il passo è stato breve, e lo scorso anno in Commissione Europea è stata approvata una nuova legislazione, nota come Eudc, che non è altro che una riproposizione della legge americana. La difesa a oltranza della proprietà intellettuale è stato uno dei punti su cui gli Stati uniti si sono impuntati in occasione del vertice Wto a Cancun nel settembre scorso, vertice poi naufragato miseramente. Ciononostante l'amministrazione americana ha altri modi per far accettare a tutto il pianeta la propria idea di protezione delle opere dell'ingegno: primo fra tutti i Trade Related aspects of Intellectual Property Rights (Trips), che fanno parte degli accordi che tutti gli stati devono sottoscrivere e rispettare per poter far parte del Wto. Quindi chi vuole entrare a far parte dell'Organizzazione Mondiale del Commercio deve accondiscendere ai patti stabiliti dagli Stati uniti, anche quelli sulla proprietà intellettuale. È grazie ai Trips che Cina e India perderanno presto alcuni privilegi che gli venivano garantiti dalle legislazioni nazionali. La seconda strategia per imporre la propria visione delle cose è più diretta e consiste nella ratifica di accordi bilaterali, generalmente chiamati Free Trade Agreement (Fta). In pratica funziona così: tu piccolo stato asiatico o africano puoi avere la possibilità di un rapporto privilegiato con la più potente economia mondiale, ma solo se accetti alcune clausole. In ogni Fta finora siglato dagli Stati uniti tra le clausole c'era sempre l'applicazione delle leggi statunitensi sulla proprietà intellettuale. Un ricatto ben congeniato, quello che ha reso possibile che Operation Fastlink non fosse limitata al solo territorio statunitense.