Introduzione di Franco D'Amico al libro
Fuori Margine

Si è ciò che si fa e si fa ciò che si può.
(Friederich Wilhelm Nietzsche)

Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillità della vita borghese. Egli la preserva così dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilità senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli dà così uno sprone alle forze produttive.
(Karl Marx)

Non per nulla, la secolare esperienza del popolo ammonisce che, dalla sacca del mendicante e dalla galera, nessuno può ritenersi al sicuro.
(Anton Pavlovic Cechov)

Immagine opaca della società, luogo geometrico delle contraddizioni dei sistemi in cui viviamo, valvola di sfogo dell'aggressività individuale e collettiva, la criminalità è l'ingranaggio più oscuro di un Paese. Foto in negativo dello Stato, ramificazione nervosa delle tensioni che investono una nazione, la criminalità è un microcosmo che esalta e rende particolarmente evidenti i fenomeni che scuotono il sistema sociale più vasto. Un laboratorio, dunque, che permette di analizzare, come in provetta, le esigenze più recondite della struttura produttiva, le norme e i valori culturali imperanti, l'ideologia di una classe o di un ceto dominante, gli stessi principi guida di un Paese. Non a caso, infatti, in Italia e non solo in Italia, le crisi e gli scontri istituzionali e politici si manifestano con più evidenza sulla questione criminale e, più in generale, nella gestione del sistema giustizia. E intorno al problema criminalità prendono corpo, nel nostro Paese, a livello politico-culturale, alcune nostre, tradizionali velleità: umanitarismo astratto, riformismo parolaio, massimalismo rivoluzionario, buonismo imbecille e occhiuta repressione.
Attualmente, la grande criminalità organizzata (mafia, camorra e 'ndrangheta), per i colpi ricevuti dallo Stato e per sue interne contraddizioni, almeno sul piano militare, segna il passo. Restano sulla scena, in scala minore, però, organizzazioni delinquenziali quali le gang di scafisti albanesi o i contrabbandieri pugliesi della Sacra Corona Unita. Ma ciò che suscita attenzione e massimo allarme è la criminalità diffusa, il cui impatto sociale è diventato, via via, maggiore di quello destato dalla grande criminalità. Ed è facile capirne il perché.
In Italia, ogni anno, vengono denunciati circa tre milioni di reati, di cui, in costante crescita, negli ultimi cinque-sei anni, due milioni «piccoli» (in lieve flessione, però, nel 2000). Tra questi, un milione e settecentocinquantamila sono furti. Il colpevole di questi ultimi è scoperto solo nel 3,5 per cento dei casi. In realtà, poi, i «piccoli» reati sono almeno due-tre volte quelli registrati dalle statistiche. La maggioranza della gente, infatti, non denuncia più ormai i furti o le brutalità spicciole che patisce quotidianamente. Insomma, tra scippi, furti, rapine, truffe, ogni anno si commettono circa sei milioni di crimini e, praticamente, non c'è italiano che non abbia subito, anche più di una volta, un furtarello o non abbia avuto il deflettore dell'auto infranto.
Le persone dedite a questo genere di reati sono un esercito: oltre trecentocinquantamila che compiono circa diciotto crimini annui a testa. Un esercito estremamente mobile: scippatori, borseggiatori o rapinatori non sono sempre gli stessi. La loro attività delinquenziale è strettamente intrecciata con periodi di lavoro nero, piccolo commercio, semi-disoccupazione. Come del resto è logico. Infatti, tutti costoro sono parte del vasto magma della marginalità; in particolare di quella urbana, da anni in espansione. In quest'area, ormai da tempo, affluiscono, per vari motivi (clandestinità, espulsione dal processo di lavoro, necessità, scelta) extracomunitari. Ciò ha modificato il modus operandi della piccola criminalità e la percezione della stessa da parte dell'opinione pubblica.
La gente ha paura anche perché furti, scippi, prostituzione, lenocinio, spaccio di stupefacenti, atti di teppismo e vandalismo, avvengono sotto i suoi occhi, alla luce del sole. Associa poi questi crimini al caos del traffico, alla disorganizzazione e ritardi dei treni e dei voli, alle macchine in doppia o tripla fila, alla scarsa presenza e impotenza, apparente o reale che sia, di polizia e vigili urbani, alla confusione e degrado dei quartieri in cui abita e ne ricava l'impressione di essere abbandonata a se stessa, alla mercé di delinquenti e violenti, di cui constata l'impunità. Chiede, dunque, leggi e carceri più duri.
Pertanto, nel nostro Paese, da anni, la tradizionale «ansia repressiva» è cresciuta sino a dar vita, di fatto, a un vero e proprio partito della sicurezza: «Il bisogno popolare di forca, agghindata a festa multimediale, è stato posto in cima ai doveri di tutti i partiti dell'arco costituzionale. La volontà di reprimere, il piacere di processare e condannare non appartengono più a una élite autoritaria al potere, ma a tutti i concorrenti della competizione elettorale e di quelli confinanti e sacrificano e rinnegano ogni principio di civiltà in vista dell'artificioso scambio sicurezza-consenso».
In realtà, tanta foga repressiva maschera la sostanziale «impotenza» dell'assetto di potere di fronte all'aumento dei reati. Le alte grida contro la pedofilia o simili, le invocazioni, da parte della nomenklatura, di leggi più severe o di pene certe, la critica, feroce, ai magistrati che scarcerano, altro non sono che una cortina fumogena per occultare le proprie contraddizioni e quelle del sistema socio-economico. Infatti, il potere non può incidere, o può farlo solo superficialmente, sui complessi problemi socio-economici (globalizzazione, esodi di popolazione, darwinismo sociale) che sono, a monte, dei comportamenti devianti. E, in scala minore, incontra enormi difficoltà a intervenire sui sistemi penali: nella nostra epoca, tramite lo Stato, ha solo mezzi di contenimento e non di effettivo controllo; tanto meno di risoluzione.
D'altro canto, la prigione non è un'alternativa credibile alla morte e al supplizio. Per di più, è essa stessa fonte primaria di devianza, anzi di istituzionalizzazione della devianza. Di fronte a ciò, il potere è costretto, da un lato, ad affinare gli strumenti di controllo sociale e, dall'altro, a rendere selettiva e annientatrice la pena della reclusione.
Per l'Italia, questo processo si è concretizzato nella realizzazione delle carceri speciali, nell'attuale isolamento (anche se meno rigido che negli anni passati) dei boss mafiosi (art. 41 bis), negli arresti domiciliari (con o senza braccialetti elettronici), nella semilibertà, nelle pene pecuniarie (previste, in particolare, nel progetto di riforma dei codici penali), nelle licenze premio. In sostanza, la pena della reclusione, così come l'abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli, è storicamente finita. E una «tecnologia» obsoleta.
L'impasse è evidente. Per cercare di superarla, ridurne l'impatto e conservare il consenso dell'opinione pubblica, l'assetto politico si affida alla legislazione. Con risultati paradossali. Nel nostro Paese, assistiamo a un profluvio contraddittorio di norme, regolamenti, leggine, che, invece di ottenere l'effetto sperato, complicano e vessano stupidamente la vita. Nello specifico del campo criminale, l'emanazione, a getto continuo, di leggi, regolamenti e circolari esplicative, che, come faceva Penelope alla sua tela, disfano di notte quel che si è tessuto di giorno, è inutile, controproducente e stoltamente repressiva. Infatti, in Italia, in ogni caso, sarebbe economicamente e tecnicamente impossibile arrestare tutti gli autori di reati. Per farlo, dovremmo arruolare almeno centomila agenti di custodia e costruire alcune migliaia di prigioni (da noi, per edificare un penitenziario ci vogliono 14 anni e il costo di mantenimento di un recluso è di 222 mila lire giornaliere) e trasformare il Paese in una caserma. Non solo: non sapremmo come sostituire «l'economia del delitto». In effetti, furti, scippi, rapine, ricettazione, non solo sostentano i loro autori, con relativa famiglia, ma danno vita a un mercato secondario di decine di migliaia di miliardi, che costituisce sovente la fonte principale di reddito per centinaia di migliaia di persone. Il delitto, insomma, fa parte, a pieno titolo dell'economia politica. In questo quadro, acquista rilievo il nesso di causalità esistente tra strutture urbane, atomizzazione, disorientamento giovanile, crimine e violenza. Indiscutibile il rapporto tra questi fattori e «l'economia del delitto». Non a caso, in proposito, in Italia, sono ricorrenti sempre i nomi delle stesse zone cittadine. Dai vari rioni napoletani (Sanità, Forcella, eccetera) agli avvilenti quartieri di Palermo (Zen 1, Zen 2, Settecannoli e Albergheria) e della cintura di Milano (Quarto Oggiaro, La Barona) alle vecchie borgate e ai rioni periferici di Roma (a cui si sono aggiunti i tristemente noti insediamenti periferici dello Iacp, nella prima metà degli anni Ottanta).
Tutti questi abitati sono caratterizzati da un altissimo tasso di disoccupazione, da un precoce abbandono della scuola dell'obbligo, da una diffusa illegalità in tutti i settori della comune vita di relazione, da un processo, ancora agli inizi, di ghettizzazione degli immigrati extracomunitari (questi ultimi, ferocemente sfruttati, diventano bersaglio di pulsioni razziste e causa inconsapevole di conflittualità), da un'assenza pressoché totale di servizi sociali, di librerie, teatri, palestre e campi sportivi. Unici punti di aggregazione sono i circoli ricreativi, inevitabilmente sede di malavitosi e spacciatori, e le sale giochi, con flipper e videogame. Locali, spesso gestiti da pregiudicati, direttamente o tramite uomini di paglia, nei cui retrobottega, di notte, si svolgono accanite partite a dadi, a poker e a zecchinetta. Insomma, tipologie architettoniche, modello urbanistico predominio della malavita, diventano elementi costitutivi di una rinnovata anomia metropolitana dei quartieri periferici più recenti, detti a « degrado precoce». Qui svettano i famosi alveari a forma di vela, dalle scale di ferro, dove gli interni superano il migliaio, e un indirizzo del tipo « 8 B, scala E, interno 1053 » già dà il senso di spersonalizzazione e di disperata solitudine dell'edificio e dei suoi abitanti. Ad esempio, Napoli (con i quartieri periferici di Scampia e Secondigliano) e altre popolose città del Meridione (Reggio Calabria, Palermo, Catania, Bari, Taranto) esasperano l'evidenza della connessione tra il fenomeno dell'insicurezza diffusa, le scelte urbanistiche degli anni Ottanta e il declino della sovranità dello Stato in porzioni cospicue del territorio nazionale.
Ciò dà impulso e nuove caratteristiche alla marginalità urbana. In particolare, dei giovani indigeni ed extracomunitari. Il che contribuisce potentemente alla trasformazione delle metropoli in tante città che non hanno caratteristiche unitarie, dove gli stessi quartieri sono città nella città ed esprimono culture diverse. In effetti, la separazione, che c'è sempre stata, fra centro e periferia oggi si è ancora più acutizzata; è manifesta, palpabile. E il disagio causato da questa frattura non trova ormai più canali di estrinsecazione in quasi nessuna delle vecchie, classiche strutture, comunque, interdette agli immigrati (partito, sport, esercito, lavoro regolare). In particolare, l'energia dei più giovani marginali non riesce a tradursi in azioni coerenti, ma li porta a vedere i simboli del centro (metropolitana, vetrine, automobíli) come rappresentazione di estraneità, insegne di un avversario non ben definito. Soprattutto gli adolescenti tendono a sfuggire al disorientamento di cui sono vittime riunendosi in gruppi che possano loro offrire una vita sociale, di fatto primaria. Così il loro «io» individuale è spesso sostituito dall'«io» collettivo del gruppo che essi costituiscono a propria difesa. In sostanza, questi giovani fanno proprie le norme del loro ambiente. Ad esempio, nel quartiere periferico romano di Tor Bella Monaca, mischiati ai 36 mila abitanti, ci sono oggi 856 pregiudicati, 130 persone agli arresti domiciliari, 50 affidati al servizio sociale, 50 con l'obbligo della firma al commissariato, 33 in regime di semi-libertà, 21 sorvegliati speciali. Non c'è palazzone dove non vivano quattro o cinque persone con qualche conto in sospeso con la giustizia. Un ragazzino che abita da quelle parti li vede, li frequenta, entra in rapporto con loro, ne è affascinato, gli sembrano perfettamente «giusti». Cadono così in lui ogni forma di reprimenda sociale nei loro confronti, le sue regole diventano quelle che loro elaborano. I diversi, i nemici diventano i poliziotti, quelli che vivono in città, in centro dove va a fare scorrerie. La violenza, come offesa, difesa e linguaggio, diventa la chiave di volta della sua esistenza, il filo con cui tesse i suoi rapporti con il mondo, esterno e proprio, e rapine, scippi, furti, spaccio brutalità diventano valori.
La violenza, dunque, come offesa, difesa e linguaggio, è il filo con cui questi giovani marginali, sempre in bilico tra delitto e lavoro nero, tessono i loro rapporti con il mondo esterno e quello proprio: «Qui non puoi aspettarti il rispetto di nessuno se non sai rispondere a un'aggressione o a un'offesa. Nessuno ti darebbe più fiducia, diventeresti lo zimbello di tutti. Qui non esiste pietà per il debole, non c'è una seconda occasione per chi non sa difendersi ». Per questi ragazzi, per questi adolescenti diventati adulti in fretta, l'itinerario nei reticoli dello scippo, dello scasso a mano armata o dello spaccio di eroina o coca è molto semplice, disarmante: un bar di periferia come base operativa, un retrobottega come ricettacolo di merce rubata, uno scantinato per giocare d'azzardo, una amica vistosa e una Bmw come simboli del successo. Amano, odiano, uccidono e rapinano allo stesso modo, con esemplare veridicità. Nati tra le zolle del capitalismo, sanno di esserne i figli degeneri, condannati a vita all'emarginazione. Non si fanno illusioni di sorta su se stessi e sul proprio futuro. Indemoniati virtuali, cancellano, rimuovono dolori e umiliazioni, ostentando in un quadro di risentimenti e ostinazione, maschilismo e sprezzo per la politica, il femminismo, i sindacati e le pubbliche istituzioni. Unica eccezione acutamente sentita, minaccia visibile e incombente che ne condiziona la vita: il carcere. Assaggiarlo, per loro, è come riportare una ferita in combattimento, una prova d'autore utile per la carriera; finirci troppo a lungo, o troppo ripetutamente, però, è la fine: saltano i già labili legami con la famiglia, crollano tutte le speranze di affermazione e di gratificazione del sé, diventa patente l'impotenza. Non gli resta, allora, che rassegnarsi al ruolo di balordi di mezza tacca, vivacchiare alla giornata.
Questo è l'ambiente in cui finiscono spesso extracomunitari privi di lavoro, di documenti e di alloggio. Non hanno scelta, unica sopravvivenza possibile diventare manovalanza per le gang locali. Ma imparano in fretta la lezione. In carcere completano l'addestramento, trovano un'identità, selezionano i leader e, una volta fuori, su base etnica, si mettono in proprio. Nel crimine portano le proprie abitudini e la propria cultura. Ritornano così a essere impiegate armi desuete come il coltello, la prostituzione si trasforma talvolta in schiavitù e alle rapine si associa sovente la violenza carnale. E ormai, nelle grandi città del Centro e del Nord (nel Meridione il discorso è diverso), interi settori illegali sono dominio di bande extracomunitarie, spesso, in dipendenza delle diverse nazionalità, in conflitto tra loro. Prime avvisaglie dei grandi scontri che ci attendono.
Gli immigrati, per rispondere all'ostilità da cui sono circondati e per evitare di essere colonizzati o integrati in una cultura - quella locale - che rifiutano si concentrano per etnie nelle varie zone della città. Non solo come aggregati abitativi, ma anche per attività commerciali. Il ghetto è l'unico strumento che hanno a disposizione per difendersi e preservare le loro radici: i cinesi con i cinesi, i neri con i neri, i nordafricani con i nordafricani, i bengalesi con i bengalesi. Infatti,le varie etnie non sono affatto alleate tra loro. Al contrario, si combattono a vicenda; anche al loro interno. I neri e i nordafricani si suddividono e si scontrano a seconda delle tribù o delle nazionalità di provenienza: i marocchini hanno paura dei tunisini e degli algerini, gli angolani odiano gli zairesi, i bengalesi non vanno d'accordo con i pakistani, gli albanesi avversano i serbi e così via. Il compattamento avviene solo per grandi aree: arabi contro neri, asiatici contro africani. I cinesi disprezzano tutti.
Ciò, naturalmente, alimenta la minacciosa reazione dei residenti italiani nei popolosi quartieri periferici (in quelli centrali degradati gli italiani sono pochi e anziani) e, per converso, aumenta il senso di insicurezza e di sradicamento degli immigrati. E tutto diventa occasione di conflitto: la religione, i riti matrimoniali, il vitto le feste, gli abiti, la macellazione della carne, persino il tono di voce. Né potrebbe essere altrimenti. Gli immigrati, in fuga dalla fame, dalla guerra e dalla malattia, sono arrivati, in Italia, come in Europa, perché il nostro sistema economico ne ha assoluta necessità, almeno per ora. Ma non hanno trovato l'Eldorado. Né in Europa, né in Italia. Da noi, poi, si sono imbattuti con disorganizzazione e imprevidenza senza pari. Oggetto di scontro politico-ideologico tra «buonisti» e «cattivisti», di altisonanti dichiarazioni di principio e di sostanziale inazione, nessuno, salvo la Caritas e poche altre strutture similari (di molti centri pro immigrati, vere e proprie associazioni per delinquere, per carità di patria, è meglio non fare cenno), si è preoccupato, concretamente non a chiacchiere, delle loro indifferibili esigenze materiali: alloggio, vitto, luoghi di riunione o di culto, centri di informazione, amministrativi, di indirizzo al lavoro, scuole di italiano, formazione tecnica. Costretti a muoversi, abitare e vivere tra inimicizia, diffidenza e avversione, stigmatizzati come non-persone, accusati di avere una particolare propensione a delinquere, ignari delle regole da rispettare, per molti, troppi di loro la strada è diventata rifugio, casa, centro commerciale, luogo di spaccio e ricettazione, cesso per defecare e orinare, posto dove ubriacarsi, litigare, aggredire i passanti, molestare le donne, urlare la propria rabbia e disperazione anche a notte fonda.
E dalla strada al carcere la via è breve. «Di rado in Inghilterra il crimine è il prodotto del peccato. Quasi sempre è il prodotto della fame», osservava con sottile ironia Oscar Wilde nel lontano 1891. La prigione incattivisce, indurisce e alimenta gli odi interetnici. Non siamo ancora arrivati, per tema di risse sanguinose, a proibire, in periferia, locali,partite di pallone tra italiani e immigrati e tra le varie nazionalità degli extracomunitari. Ma, presto o tardi, ci arriveremo. Stiamo facendo di tutto perché la xenofobia diventi uno dei principali, forse il principale problema della società italiana. Ed è ragionevole prevedere che a conflitti aspri, all'estensione dei reati, all'aumento generale dell'insicurezza seguiranno estese, durissime, cruenti repressioni. Occorrerà, poi, vedere che piega politica prenderanno questi avvenimenti.
Infatti, i sotterranei, forti sommovimenti sociali si manifestano, spesso, in superficie, come capita sovente durante le eruzioni vulcaniche, sotto forma magmatica. E ciò dà luogo, per periodi di tempo più o meno lunghi, a una serie di scosse di assestamento prima che il fenomeno si stabilizzi.
Dunque, come e quali sbocchi politici, e quali eventuali composizioni/ricomposizioni unitarie, possano trovare questi nuovi conflitti, è difficile, probabilmente impossibile, da prevedere.
L'esperienza storica dimostra, infatti, che la telluricità sociale può incanalarsi lungo vie, per i contemporanei, del tutto inaspettate. E la telluricità sociale legata alla marginalità e alla criminalità è particolarmente incidente. Infatti, l'anomia delle periferie urbane, il tifo violento negli stadi, gli scippi, le rapine, le condizioni di vita disumane nelle carceri, i linguaggi e i comportamenti brutali di chi, italiano o extracomunitario, sopravvive alla giornata, rappresentano le manifestazioni esteriori di una guerra civile, priva di ideali e bandiere, combattuta senza esclusioni di colpi e senza sbocchi.
Per quel che riguarda concretamente la ricerca, il materiale raccolto - inoltre due anni di lavoro - è utílizzato, nel libro, solo in minima parte. Sarebbe stato impossibile fare altrimenti. Centinaia e centinaia d'interviste su nastro magnetico a rapinatori, ladri, prostitute, camorristi, pornostar, spacciatori, assassini e trans, italiani e stranieri, appunti, conversazioni, temi svolti da ragazzi siciliani « a rischio », lunghissime interviste ai «muschilli» napoletani, pareri e dichiarazioni di persone che lavorano nel settore, avrebbero richiesto una trattazione enciclopedica. Migliaia di pagine impubblicabili. Era necessaria una scelta. Radicale. Si è preferito, in massima parte, dare direttamente viva voce agli interessati, attraverso l'io narrante. Questo lavoro, dunque, non è un mero saggio sociologico e non pretende di basarsi su dati inconfutabili, tanto meno quantitativi. Il dibattito sulla criminalità ha dimostrato come, almeno da noi, siano discutibili le statistiche relative. Esse, infatti, sono socialmente costruite. I numeri non dicono nulla se non conosciamo le modalità con cui sono stati raccolti e assemblati. E spesso i loro presupposti hanno di scientifico solo la prosopopea. Anche le interviste sono, ovviamente, materiale costruito socialmente, che si presta a diverse obiezioni metodologiche. Hanno, però, un vantaggio. I protagonisti parlano di se stessi. E, nel farlo, attraverso la presa di coscienza della propria situazione, diventano primi attori, a pieno titolo, della ricerca stessa. Non più oggetti, ma soggetti dell'analisi. Del resto, le moderne scienze sociali insegnano che ragione, progresso e potere non sono un centro unidirezionale, ma un insieme contraddittorio di variabili, una sommatoria casuale, non programmata e non programmabile, di famiglie. Una risultante, insomma, non più fondata sul primato assoluto del momento economico.

Fonte: Introduzione al libro Fuori Margine, edizioni Einaudi, 2002 di Giuseppe Salierno

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