L'ordine postmoderno e le migrazioni
di Salvatore Palidda
Tratto dal libro Polizia post-moderna, Feltrinelli, 2000

«Quando comincia l'immigrazione nella seconda metà della Restaurazione, i nuovi arrivati sono comunemente definiti con termini che evocano differenze che oggi qualifichiamo razziali o etniche. Più che mai miserabili, barbari, selvaggi, nomadi».
(L. Chevalier)

«Questa tanto esaltata Unione Europea ci sta facendo pagare tante tasse e non si sa ancora quanti benefici ci darà. Però è vero che almeno non siamo trattati come gli extracomunitari.»
(Un cittadino partecipante a una protesta contro l'insicurezza)

Premessa

È Solo a partire dagli anni settanta, con il declino della società industriale e lo sviluppo dell'assetto neoliberista e quindi della globalizzazione che, per la prima volta nella storia dell'umanità, le migrazioni sono diventate un fenomeno considerato in quanto tale antagonista rispetto al nuovo ordine economico, sociale e politico. Il modello di sviluppo che si è imposto nelle società dominanti, a differenza di quello della società industriale, non necessita più di manodopera di massa, di espansione demografica, "carne da cannone", ma tutt'al più di una ridotta quantità di lavoratori interiorizzati e precari per attività di servizio ai cittadini inclusi o come manodopera per segmenti produttivi non ancora adattati al modello postmoderno. Da questo Punto di vista appare discutibile la tesi tratta dallo studio demografico dell'ONU dei dicembre 1999, secondo la quale l'Europa avrebbe bisogno entro il 2050, se vuole mantenere l'attuale livello demografico e le attuali capacità economiche, di circa 160 milioni di immigrati e l'Italia di 17 milioni.
Questa tesi, marcata da una visione meccanicistica e utilitarista si fonda su un'idea dello sviluppo ancorata al modello tradizionale. Nulla permette di affermare infatti che il mantenimento degli standard di vita dei paesi ricchi implichi la stabilità demografica. D'altra parte, in Europa la diminuzione della popolazione e dell'intensità delle strutture produttive sarebbe del tutto auspicabile dal punto di vista di uno sviluppo ecologicamente sostenibile. Sulla base dei risultati di alcuni studi, si potrebbe comunque dire che la domanda di manodopera immigrata potrebbe tendere a ridursi con il superamento della congiuntura di passaggio al nuovo assetto postmoderno.
È anche probabile che essa finirà con l'attestarsi su quantità limitate a particolari segmenti e attività soggette alla precarietà, all'inferiorizzazione e a un forte ricambio, mentre si svilupperà ulteriormente la delocalizzazione di ogni sorta di attività produttiva nei paesi non dominanti. L'accesso effettivo all'integrazione resterà limitato e non costituirà più, come è stato in passato, il "modello di riuscita" a cui concretamente la maggioranza degli aspiranti alla migrazione possa far riferimento. Anche oggi, la chirurgia sociale che il governo italiano pretende applicare, sbandierando l'equilibrio tra misure per l'integrazione e misure per la repressione dell'immigrazione clandestina, finisce con il tradursi in una prassi che di fatto è dominata dalla gestione poliziesca dell'immigrazione. Come mostrano vari indicatori, l'Italia è il paese in cui la regolarità risulta spesso precaria a causa delle difficoltà di accesso all'alloggio e al lavoro regolari, nonché la prassi spesso arbitraria delle polizie. L'integrazione che una minoranza di immigrati riesce faticosamente a conquistarsi è dovuta innanzitutto ai costi morali e materiali che essa ha sostenuto e all'intesa, a volte interessata, con una minoranza di italiani.
In generale, il principale elemento caratterizzante delle migrazioni dell'era postmoderna è da individuare nel fatto che esse sono proibite, sono cioè perseguitate sia dai paesi d'origine, sia dai paesi di immigrazione (con sempre più numerosi accordi di cooperazione poliziesca tra i due). La violazione di questo divieto genera i rischi della migrazione clandestina (il rischio di morte durante il tragitto e quello derivante dall'essere alla mercé di trafficanti a volte improvvisati, altre volte criminali), i rischi connessi alla repressione delle polizie dei paesi d'origine e dei paesi di arrivo, i rischi dovuti a condizioni di nuova schiavitù, i rischi dell'espulsione.
Di fronte ciò, la scelta di migrare viene presa solo da una ristretta minoranza di persone, particolarmente spinte dalla necessità e dal desiderio di fuga rispetto alla situazione in cui vivono. Non è un caso che la stragrande maggioranza degli immigrati clandestini di questi ultimi anni sia appunto costituita da persone che fuggono dalla guerra, dalle violenze, da sistemi dittatoriali o dal degrado più orribile, che nelle società di emigrazione si aggrava come effetto della globalizzazione, del liberismo e della protezione dei privilegi dei paesi dominanti. I kosovari, i kurdi e coloro che provengono dai diversi paesi dell'Est, dei Balcani, dell'Africa o dell'Asia migrando perdono tutto. Il volto brutale della logica di dominio dei cosiddetti "paesi democratici" si manifesta anche nel negare a queste persone il diritto all'asilo umanitario o politico e nel trattarle come delinquenti, alla mercé dell'ampia discrezionalità delle polizie e di "norme amministrative" che di fatto creano nuove situazioni di non diritto, come testimonia l'esistenza dei centri per espellendi. L'azione di polizia nei confronti dei migranti non riguarda solo la repressione dei clandestini, ma anche una costante sorveglianza e persecuzione nei confronti di tutti gli immigrati, sia nel quotidiano urbano, sia nella gestione dei permessi di soggiorno. È il trattamento quasi esclusivamente poliziesco riservato innanzi tutto ai giovani migranti originari delle società situate nell'immediata periferia dell'Unione europea a mostrare la coerenza della "guerra alle migrazioni", che nei paesi di "vecchia" immigrazione come la Francia colpisce "les enfants illégitimes" e nei paesi di immigrazione recente i giovani delle periferie europee. Sollecitati a conformarsi ai modelli dei paesi ricchi, questi giovani sono spesso destinati a essere criminalizzati o a finire per autocriminalizzarsi, se non a distruggersi con le droghe, così come è stato - e in parte è ancora - per i giovani delle classi subalterne europee e i neri negli Stati Uniti.

I. Dalla tolleranza alla criminalizzazione delle migrazioni

La politica italiana dell'immigrazione è caratterizzata innanzitutto dal ruolo assolutamente preminente che vi svolgono il ministero dell'Interno e le autorità locali di polizia. In quanto potere amministrativo, di fatto sottratto a ogni controllo, le forze di polizia hanno cercato di applicare alla meno peggio la gestione delle regole del disordine al caso dell'immigrazione, a partire dal periodo in cui non c'era ancora una legge apposita (prima dei 1986), sino a oggi, in presenza di una legge che si vuole "organica" (L. 40/98). Chiudere gli occhi davanti agli ingressi o alle presenze di clandestini, lasciar correre il giovane straniero spacciatore di strada, il viado o la prostituta, è una prassi del tutto simile a quella da sempre adottata nei confronti di atti e fatti illeciti attribuiti ai devianti nazionali. La polizia cerca di evitare infatti di contrapporsi a quelle infrazioni alle norme che corrispondono a una domanda sociale, che a volte peraltro condivide o che riguarda persone influenti o della sua cerchia sociale.

«Mia moglie mi ha rimproverato perché non trova più sotto casa il suo marocchino abituale fornitore di sigarette» (un dirigente di polizia)

«Quei ragazzi maghrebini sono tutti clandestini e abitano in quella casa a due passi dalla caserma dei carabinieri che li vedono tutti i giorni. Tutti sanno in quali fabbrichette lavorano qui intorno, ovviamente al nero; ogni tanto si vede arrivare qualche amico loro che probabilmente spaccia o traffica in cose rubate, ma non danno fastidio a nessuno e qui neanche il sindaco leghista, siamo in un piccolo comune, si sognerebbe di chiederne l'arresto» (un testimone di un comune della periferia milanese).

Come per i nazionali, la polizia colpisce generalmente chi non rispetta neanche le regole del disordine, o chi è socialmente designato come capro espiatorio da punire, avvalendosi della stessa collaborazione del deviante-confidente o "professionalizzato". Sino a quando l'immigrazione non è stata considerata come la più grave minaccia per la società e l'Europa intera, a livello locale le polizie hanno continuato, anche per inerzia, a occuparsi soprattutto della cosiddetta "criminalità più nostrana". L'attuale accanimento repressivo contro gli immigrati è dovuto, secondo quanto dicono numerosi operatori di polizia, «alla necessità di accontentare l'opinione pubblica", oltre che alla facilità di arrestarli giungendo così alla produttività richiesta. Ma un input determinante per la diffusione dell'ostilità nei confronti dell'immigrazione è stato fornito dalla concezione poliziesca della costruzione dell'Unione europea, con la relativa definizione delle minacce e dei nemici, adottata dai servizi segreti e dalle varie autorità politiche e amministrative europee e nazionali. L'impegno dei servizi segreti, delle forze di polizia e in parte anche delle forze armate nell'opera di contrasto dell'immigrazione clandestina è stato crescente e si è esteso progressivamente sino ad alcuni paesi di emigrazione quali il Marocco, la Tunisia, l'Albania. Sono infatti stati recentemente stipulati accordi di cooperazione tra la polizia italiana e le polizie di questi paesi, sulla scia dell'esempio tedesco. Secondo varie associazioni, i paesi sopra citati accetterebbero espulsi anche se di nazionalità non certa grazie a una vera e propria 'monetizzazione' di questo 'servizio'.
Ciò si è tradotto nella repressione sempre più efficace dell'immigrazione clandestina (alle frontiere e anche più a monte), in un controllo sempre più serrato della presenza immigrata sul territorio e in una gestione amministrativa che di fatto ha avviato una selezione e una regolazione sociale via via più precisa degli immigrati. L'immagine, strumentale, dell'Italia come il paese dalle frontiere più vulnerabili, incapace di controllare con rigore l'immigrazione, è stata brutalmente cancellata dall'escalation delle attività repressive di questi ultimi anni. L'affondamento del barcone Kader I Rades il 27/3/97 e la morte dei suoi 105 passeggeri può essere considerato l'atto più grave della nuova politica migratoria italiana. La responsabilità politica di questa strage è palese e secondo alcuni appare evidente che, in quanto a prassi di occultamento delle responsabilità, nulla è cambiato rispetto ai periodi delle stragi e dei complotti. Da quel momento, la prima preoccupazione del governo è sempre stata quella di vantare l'efficacia della repressione dell'immigrazione clandestina in termini di numero di respingimenti alle frontiere, espulsioni, internamenti nei centri espellendi e arresti. Gli stessi dati statistici sull'evoluzione del numero di immigrati in Italia mostrano in modo esplicito quanto il contrasto dell'immigrazione sia stato efficace: anche se si somma ai permessi di soggiorno validi la stima più accreditata degli irregolari, si constata che la presenza straniera viene mantenuta entro dimensioni piuttosto irrisorie: circa 1.300.000 persone, ossia il 2,3% della popolazione residente. Solo lo 0,7% dei permessi validi a fine 1998 è stato concesso per motivi di asilo a extra comunitari (in totale 6240).

2. La gestione della precariato

La prassi delle polizie da un lato criminalizza gli irregolari (con un conseguente aumento degli stranieri in carcere) e dall'altro sembra usare i centri espellendi per regolarne la permanenza (solo una parte viene effettivamente espulsa). La repressione dell'immigrazione "irregolare" fa aumentare le denunce per vari tipi di reato connessi all'irregolarità dell'ingresso o del soggiorno nel territorio nazionale, oltre che ai reati di falso, cui sono costretti tanti migranti in fuga da paesi dove, anche volendo, è impossibile avere documenti di identità. L'immigrato che non riesce ad accedere alla regolarità o a mantenerla accumula imputazioni sempre più numerose per vari reati amministrativi e penali, diventando spesso plurirecidivo, soggetto all'espulsione o anche alla detenzione. A ciò si accompagna un aggravamento delle imputazioni attribuite solitamente agli immigrati e delle pene conseguenti.
A sua volta, la precarietà della condizione degli immigrati regolari non dipende solo dal fatto che buona parte di loro svolge lavori irregolari, ma anche dalla gestione amministrativa arbitraria. Le testimonianze di avvocati, volontari e immigrati che si occupano del rilascio e rinnovo dei permessi e delle autorizzazioni al ricongiungimento familiare mostrano che la gestione di queste pratiche è spesso caratterizzata da un alto grado di discrezionalità e arbitrarietà. Questo, a detta di numerose testimonianze di immigrati, ma anche di operatori della polizia e operatori sociali, ha favorito lo sviluppo di un vero e proprio mercato nero delle regolarizzazioni e del mantenimento della regolarità. Persone che rischiano anche la vita per arrivare in Europa sono disposte a pagare prezzi alti per conquistare il permesso di soggiorno: in occasione della sanatoria del 1998, alcuni immigrati hanno pagato fino a tre milioni solo per comprare un attestato di ospitalità rivelatosi in seguito inutile dopo gli accertamenti della polizia. Ma, in alcuni casi, sono state regolarizzate persone da tempo dedite ad attività devianti, sulla base di una documentazione dubbia. Come afferma un dirigente di polizia:

«Ma credo che in tutta Italia i procedimenti a carico di colleghi che cercavano di farsi i soldi stando all'ufficio stranieri siano ormai diverse decine, ma ovviamente da noi non se ne parla, neanche quando è successo qui. Si sa bene chi sono in questa città gli avvocati e i vari trafficanti d'imbrogli (tra cui alcuni poliziotti in pensione) che hanno connivenze con alcuni elementi in questura, anche se da noi i controlli ora sono più seri. Ma chi fa serie indagini, per raccogliere le prove utili per incastrare questa specie di iene che, com'è noto, approfittano di questi disgraziati? E poi l'immigrato non può essere parte lesa perché di fatto rischia di essere incriminato e perdere il permesso. Non conosco né associazioni cattoliche, né altre, né sindacati disposti a fare casino su queste cose, perché, diciamoci la verità, un po' di corruzione fa comodo a tutti.»

La differenza principale tra le immigrazioni del passato e quelle attuali riguarda il mantenimento, e non solo l'ottenimento, della regolarizzazione. In passato, in tutti i paesi di immigrazione, non era difficile ottenere il permesso di soggiorno e i rinnovi erano piuttosto scontati. Oggi tutto diventa estremamente difficile, a causa di un percorso di regolarizzazione tortuoso e costoso. In Italia, il costo economico (per non parlare di quello psicologico) delle procedure di regolarizzazione è particolarmente alto: infatti, al denaro che è necessario versare ai vari passeurs e intermediari, si devono aggiungere i costi ufficiali (tra cui bolli, varie traduzioni autenticate di documenti ecc.) e le giornate di lavoro perdute. Si potrebbe parlare di una vera e propria monetizzazione dell'accesso ai diritti civili. Peraltro, la stessa legittimità delle procedure di gestione della regolarità e delle regolarizzazioni è considerata dubbia dagli esperti. La discrezionalità dei poteri amministrativi, favorita da tutte queste difficoltà, sembra in definitiva servire, quantomeno in parte, a una selezione via via più precisa degli immigrati. Essa si nutre infatti, ma allo stesso tempo alimenta e legittima, delle categorizzazioni positive e negative prevalenti (per esempio la distinzione tra filippini da un lato e albanesi, marocchini, algerini, tunisini, slavi, nigeriani dall'altro, ma anche in generale tra donne e uomini, soprattutto se giovani; per i "buoni" - perché considerati più disponibili a subire l'inferiorizzazione - una tendenziale elasticità e tolleranza, per i "cattivi" impedimenti insormontabili). Nei fatti, questa selezione funziona anche come una sorta di "cernita" che tollera certi irregolari a seconda della domanda di manodopera immigrata corrispondente alla singola società locale. Le polizie contribuiscono a realizzare questa selezione sfruttando, a volte, l'opera di alcune associazioni umanitarie che, per favorire l'accesso alla regolarità, si adattano o sono costrette a partecipare a tale selezione.
L'analisi di numerosi casi empirici mostra come le difficoltà nell'accesso e nel mantenimento della regolarità riguardino quasi sempre i soggetti più deboli, soprattutto perché sprovvisti del savoir faire migratorio. La regolarizzazione è vissuta dagli stranieri come una sorta di terno al lotto; anche se, come dicono alcuni di loro, la "fortuna accarezza solo chi sa coglierla...". La normativa in vigore pretende comunque dagli immigrati una regolarità (nel lavoro come in ogni sorta di relazione economica e sociale) che non solo parte degli autoctoni non sarebbe in grado di rispettare, ma che è ancor più difficile da raggiungere per degli stranieri esposti alla condizione precaria, se non alla criminalizzazione tout court. Tutto ciò non può che tradursi in un'inevitabile riproduzione dell'irregolarità. La rappresentazione della legalità diffusa tra gli immigrati corrisponde così all'idea che «tutto è un imbroglio» e che «la polizia fa quello che vuole» (con evidente contrasto con la retorica secondo cui l'integrazione degli immigrati si dovrebbe basare sul loro addestramento al rispetto delle norme e della legalità). A conferma di questa sensazione, si deve osservare che, quasi a due anni dall'entrata in vigore della legge Turco-Napolítano, ancora non esiste la carta di soggiorno prevista per i soggiornanti da più di cinque anni, malgrado le promesse a suo tempo fatte.
In un tale contesto alcuni immigrati percepiscono lo stato come assolutamente ingiusto e indegno di meritare la loro lealtà, ciò che, ma solo in alcuni casi, li fa sentire autorizzati a trasgredirne le norme:

«Ci chiedono di imparare a rispettare i doveri, ma di fatto non ci hanno mai riconosciuto alcun diritto e non ce ne riconoscono neanche adesso dopo questa nuova legge tanto sbandierata come la legge dell'integrazione. Guardate cosa succede quando ci sono le sanatorie e ogni giorno nelle questure, nei commissariati, nelle aule dei tribunali, per non parlare dei luoghi di lavoro e nella strada quando ci fermano. C'è stata una regressione anche perché adesso forse molta più gente sa che cosa vorrebbe dire rispettare i diritti degli immigrati innanzi tutto come esseri umani uguali agli autoctoni, ma, a parte gli amici, pochi sono i cittadini che accettano l'uguaglianza, in effetti ci vogliono come una sorta di neocolonizzati.»

3. Una Presenza nociva all'ordine pubblico

La definizione dei problemi della sicurezza data dall'opinione pubblica incorpora l'idea che la semplice presenza o aggregazione pubblica degli immigrati costituisca una minaccia per la convivenza civile. Come raccontano diversi operatori, gli interventi in locali o luoghi di ritrovo di immigrati sono raramente causati da risse o dall'evidenza di traffici illeciti come lo spaccio. Si tratta invece di operazioni dovute a segnalazioni o proteste di cittadini o di comitati spontanei contro la presenza degli stranieri. Persino la più elementare forma di socialità degli stranieri viene così a essere negata: una cosa che non può non condurre a situazioni anomiche o conflittuali. In interviste e colloqui riservati, gli operatori di polizia esprimono spesso fastidio e dissenso rispetto a queste operazioni.

«I marocchini, gli algerini, i tunisini, sono decine di migliaia gli irregolari, i nullafacenti che vivono di... e poi non sottovaluti il fastidio estetico... perché può dire: "ma non sta facendo niente!" Ma da fastidio semplicemente perché c'è! Cioè il clochard dà fastidio fino a un certo punto, ma questi danno fastidio perché esistono. L'intolleranza che poi si dice è razzismo; ma anche questo è un modo facile di risolvere il problema; siete razzisti, ma [...] la gente non è razzista! Alle fermate di alcune linee dell'Atm, a una certa ora, centinaia di marocchini prendono i mezzi pubblici perché li vicino hanno alcuni punti in cui dormono, ecc. [...] salgono 40-50 extracomunitari. La gente non sale su quell'autobus. Perché sono razzisti? No, perché hanno una ragione. Primo, nessuno paga il biglietto; secondo ne fanno di tutti i colori anche dentro l'autobus; terzo puzzano; sin quando uno puzza e va bene, ma quando ce ne sono 50, non è più carità cristiana, è suicidio! È poi lei che si sente fuori posto! Ha paura. Io passo con la macchina dell'amministrazione e posso dire che fa paura. Mia figlia o mio figlio non ce lo manderei su quell'autobus. Che poi quando sono in tanti dovrebbe vedere che arroganza che hanno! Che poi non ci sono reati, ma solo questo! E poi dicono intervenite...» (un dirigente).

Il caso del conflitto esploso nel luglio 1998 a Milano tra alcuni abitanti della zona di via Meda e i frequentatori del bar Skirrat è emblematico. Privi di fatto di alternative di socializzazione, continuamente costretti a spostarsi da una zona all'altra, alcune decine di giovani immigrati originari del Marocco avevano eletto questo locale a loro ritrovo. Come era già avvenuto a Milano per altri ritrovi divenuti punti di riferimento per gli immigrati, intorno al locale si era inevitabilmente prodotto l'effetto di una concentrazione eccessiva: essendo lo Skirrat un bar di dimensioni limitate, i frequentatori, consumando fuori le bevande acquistate nel locale, e sporcando inevitabilmente i muri e le macchine parcheggiate in prossimità del bar (un comportamento, si noti analogo a quello di centinaia di avventori, quasi tutti italiani, dei locali notturni della zona limitrofa dei Navigli). A questo si aggiungevano non solo le intemperanze di alcuni giovani che reggono male l'alcool, ma anche l'effettivo comportamento deviante di qualcun altro. Questa "miscela", stando alle cronache, ha innescato la "protesta degli abitanti" che chiedevano alle autorità di polizia la chiusura del bar. Osservazioni dirette mi hanno permesso di accertare che in realtà la 'rivolta' è stata solo una piccola protesta enfatizzata dai media e da alcuni imprenditori politici, nei fatti organizzata da alcuni negozianti e alimentata, secondo un modello prevedibile e diffuso da esponenti della malavita locale. La vicenda si è conclusa con la definitiva chiusura del bar Skirrat. Benché dapprima le autorità di polizia abbiano minimizzato i fatti e anche apertamente criticato la rivolta dei cittadini, ormai questo luogo d'incontro dei giovani marocchini milanesi è chiuso con il risultato che essi vagano per la città alla ricerca di altri spazi d'incontro, dove prevedibilmente daranno origine agli stessi problemi.
Non si può nemmeno escludere che l'accanimento repressivo che si verifica dall'inizio del 1999 in città come Milano possa condurre infine a reazioni drammatiche. L'impossibilità di altre forme di reazione potrebbe portare, come altrove, a un atteggiamento iperconflittuale, con un uso della violenza istintivo e disperato nei confronti di "tutti gli altri" e a volte anche nei confronti di se stessi. L'esito di una politica migratoria che fa del migrante il nemico principale dell'ordine sociale e che allo stesso tempo lo relega a condizioni di lavoro e di vita inferiorizzate è difficile che sia diverso, quando non peggiore, da quello conosciuto dai neri in America.
Di fronte alle lamentele continue di cittadini angosciati dall'insicurezza, il senso comune diffuso anche tra i Poliziotti si salda con la polemica nei confronti dei magistrati:

«Ha ragione il celerino medio quando dice loro sono abituati a farsi tagliare una mano se rubano, una denuncia a piede libero li fa ridere. Abituati alle loro leggi, pensare che sfasci vetrine, picchi un passante, dai fuoco a un cassonetto delle immondizie, stai dentro tre ore ed esci con un foglio con scritto "denuncia a piede libero", oppure stai dentro una notte e dopo esci con l'obbligo di firma, è come pensare "ma sono tutti pazzi in questo stato". Questa situazione porta nel poliziotto medio a una situazione di frustrazione, rabbia, violenza, depressione terribili. Considerando quel che devono subire, la reazione della massa potrebbe andare peggio; la legge è ingiusta, inconcepibile che sia così, fatta contro di noi. I magistrati sono cattivi, sono tutti comunisti.»

Il rispetto delle garanzie dell'imputato da parte della maggioranza dei poliziotti e dei magistrati tende a essere aleatorio quando si tratta di casi di devianza o di piccola delinquenza. Come mostra Quassoli, le procedure d'indagine che precedono il processo arrivano a diventare una sorta di 'catena di montaggio' e come testimonia qualche magistrato di Milano, la convalida dell'internamento al centro per espellendi di via Corelli è fatta a mezzo di un prestampato uguale per tutti, che la maggioranza dei magistrati neanche legge. Facendosi passare per clandestino, il giornalista Gatti racconta di un poliziotto che obbliga un immigrato a firmare la rinuncia all'avvocato difensore, oltre che di altri maltrattamenti, così come vari operatori sociali raccontano che gli internati in questi centri non vengono informati dei loro diritti e non viene concessa loro la possibilità di incontrare il loro avvocato, quando eventualmente lo vogliano e in colloquio riservato. Dal punto di vista professionale, sono casi di nessuno interesse, sono disprezzati, non danno gloria, né favoriscono la carriera. Sono le grandi gesta repressive e i processi enfatizzati dai media a essere sognati dalla maggioranza dei poliziotti, dei magistrati e degli avvocati. Lo scarso interesse e il disprezzo "professionale" per i casi di devianza si combinano spesso con l'avversione o addirittura la repulsione per gli imputati:

«Il razzismo non c'entra per niente. Lei capisce, è gente che fa ribrezzo, spesso fanno proprio schifo, per non parlare della paura di contagio, perché sicuramente sono quasi tutti colpiti da malattie infettive e dall`AIDS. Allora Lei capisce che la signora magistrato come anche qualsiasi persona civile preferirebbe non vederli e siccome siamo costretti ad averci a che fare, soprattutto noi operatori di polizia giudiziaria, cerchiamo di sbarazzarcene il più in fretta possibile. Dovrebbero darci un'indennità in più per aver sopportato di avere a che fare con questa gente.»

Molto più dei magistrati, gli operatori di polizia che si occupano dei 'dannati della metropoli', sono spesso esasperati da questo lavoro continuo e oscuro, e a volte cercano di liberarsi del "fastidio" con la nota modalità qui descritta da un poliziotto:

«Se riesco a fargli dare un po' di anni di carcere vero, sono almeno sicuro di non ritrovarmelo domani tra i piedi. Poi è chiaro, io non mi sbatto per nulla, se il magistrato non mi assicura che poi c'è la condanna seria non comincio neanche.»

Tuttavia, avere a disposizione un certo numero di soggetti potenzialmente arrestabili fa comodo quando:

«bisogna dare certi numeri, soprattutto, per far vedere che siamo produttivi».

I principali attori del dramma repressivo e giudiziario (operatori di polizia, magistrati, interpreti e avvocati) recitano continuamente le stesse velocissime scene, di cui spesso l'imputato non è consapevole. La condanna è quasi sempre condizionata da ciò che l'operatore di polizia giudiziaria ha scritto 'a monte' secondo i parametri più o meno standardizzati, che l'istanza giudiziaria adotta, con il contributo a volte decisivo dello stesso interprete. Come testimonia un interprete sensibile al rispetto dei diritti:

«Da quando ci sono io la maggioranza degli imputati viene prosciolta o comunque rimessa in libertà mentre con l'interprete di prima finivano tutti dentro, condannati. È bastato che cominciassi semplicemente a fare seriamente il lavoro di interprete per smontare ogni volta le imputazioni e far riconoscere le attenuanti.»

Di fronte alla crescita dell'ostilità di cittadini che arrivano a gridare di più nelle orecchie della polizia contro gli immigrati, la polizia ha ormai reso abituali le 'operazioni di bonifica del territorio'. In alcune città, per soddisfare cittadini e bottegai dei quartieri 'bene', i sindaci hanno imposto alla polizia municipale un apposito servizio che alcuni poliziotti chiamano in gergo la 'caccia al negro' o 'la pulizia etnica', e che consiste nell'allontanare continuamente immigrati e nomadi dal centro città o a volte anche da parchi pubblici moltiplicando arresti, denunce, fermi, accompagnamenti in questura. Come ha dichiarato in un intervista l'assessore alla sicurezza di Milano:

«quando si liberano dei posti al Corelli [il centro per espellendi] facciamo partire le retate.»

Spesso i lavavetri o i marginali vengono accusati di aver avuto atteggiamenti aggressivi ma, come testimoniano vari operatori di polizia, in quasi tutte le città ben più numerosi sembrano essere i casi di immigrati marginali violentemente attaccati da 'cittadini'. La Polizia tende a ignorare questi episodi o, quando interviene, allontana la vittima o a volte trova anche i motivi per denunciarla o persino arrestarla o condurla al centro espellendi. In certi casi, tuttavia, il comportamento dei cittadini è talmente esagerato da creare perplessità negli stessi poliziotti. Ecco al proposito alcuni commenti di dirigenti e operatori di polizia:

«Ci sono certi politici, e non solo parlamentari, che telefonano direttamente al questore o al dirigente dell'ufficio volanti per chiedere che da tale ora a tale ora vogliono una nostra presenza sotto casa perché non sopporterebbero mai che la moglie o i figli possano trovarsi davanti qualche nomade o immigrato.»

«La gente chiama sul 113 per ogni persona con la pelle scura; due con la pelle scura sono un assembramento di marocchini, Soprattutto al Nord c'è gente rompiscatole. Qui a Genova c'è la fobia dell'extracomunitario.»

«Un italiano che li sfrutta crede pure di fare un'opera buona; non vedono che sfruttano il ragazzino, sono convinti di dargli lavoro. Quelli che li sfruttano sono gli stessi che vanno con i travestiti, gli stessi che li contestano; quelli che fanno i soldi affittando dormitori fatiscenti ai negri sono gli stessi che vengono poi a fare l'esposto, gli stessi che beccavo con i travestiti: imprenditori brianzoli, con moglie e figli e bella macchina, che poi dicono che bisogna cacciare via negri, travestiti, froci e tutto quanto.»

Ecco come un dirigente dei carabinieri di una città emiliana analizza il fenomeno:

«A seguito di queste proteste, abbiamo dei cittadini, che poi sono quelli confluiti nei comitati di quartiere, che chiamano più frequentemente sia per fatti attinenti la sicurezza, sia per ben altro come i problemi che riguardano l'amministrazione comunale quali risanamento di un parco, la sistemazione di una zona, l'illuminazione ecc. Sono persone non direttamente colpite da qualche reato, ma influenzate da questa preoccupazione per la sicurezza. Qui non c'è una situazione problematica dal punto di vista dell'ordine e della sicurezza pubblica, abbiamo un livello di reati che io direi fisiologico. È questa sensibilità, non molto giustificata da dati obiettivi, che porta a tanta richiesta di interventi. Sicuramente il cittadino di qui è molto più evoluto di altri posti, ha più coscienza dei propri diritti e doveri, è abituato a una qualità della vita superiore che altrove. Si aspetta dunque che le istituzioni gli diano la possibilità di mantenere questa qualità della vita. Per questo chiede l'intervento ma è anche disposto a collaborare. Comunque il cittadino è molto sensibile all'idea che l'extracomunitario possa fare qualcosa di illecito. Arrivano tante segnalazioni perché per esempio vedono un capannello di extracomunitari e allora chiamano dicendo 'stanno spacciando'. Arriviamo sul posto e troviamo quattro nordafricani o africani che però, poveretti, sono regolari, dopo aver finito di lavorare stanno chiacchierando, non fanno niente di male! C'è questa pericolosa tendenza a generalizzare e questo può essere di disturbo diciamo all'opera di integrazione del cittadino straniero che comunque è un'opera che andrà fatta perché ormai... Qui l'area è ricca, c'è un economia che tira, una disoccupazione del 4% circa, le aziende continuano ad assumere, però il problema è che sono spesso posti di lavoro che gli italiani rifiutano ed è per questo che arrivano gli extracomunitari.»

All'indebolimento dei controlli degli ispettorati del lavoro, corrisponde lo scarso impegno delle polizie come segnala un poliziotto:

«Nessuno ne vuole sapere di denunce per reati inerenti il diritto del lavoro. Arriva la segnalazione che c'è stato un infortunio sul lavoro, va il commissariato, non la Squadra Mobile, anche se c'è il morto. Si informa l'Ufficio del lavoro, che a volte va sul posto e a volte se la prende molto comoda, però nessuno subito controlla tutto quello che c'è da controllare.
[ ...] Non parliamo poi di casi in cui si fa passare l'incidente sul lavoro come incidente stradale o il morto viene addirittura buttato in qualche canale o in una discarica e poi si dice il caso è chiuso, o casi per cui si dice che si sono ammazzati tra loro.»

«L'inserimento degli extracomunitari non esiste. La massa, anche volendo, non può essere e rimanere incensurata, in modo da poter un giorno sperare di avere il permesso di soggiorno. È tutto talmente complicato. Gli italiani che andavano in America finivano nei pasticci anche solamente perché non sapevano leggere i cartelli stradali. Un extracomunitario arriva che non ha fatto niente e la prima sera che esce per strada si trova denunciato perché comunque fa qualcosa di strano che viene visto come reato, perché è a spasso a una certa ora, perché non capisce cosa gli si dice, non conosce la mentalità e la nostra mentalità si rifiuta di conoscere la sua».

Non mancano gli operatori di polizia consapevoli della discriminazione sociale e cognitiva nei confronti degli stranieri in quanto tali e si manifesta a volte una certa pena nei loro confronti o anche simpatia, soprattutto quando gli stranieri, anche se devianti, sono "buoni".

«Parlando con i colleghi, si diceva "se tutti i negri che sono al mercato a vendere abusivamente si incazzassero e volessero picchiare i poliziotti, ci farebbero un culo così". Ma per fortuna sono pacifici. Quando si scatenano delle reazioni, c'è sempre una componente di intolleranza, di prevaricazione. Noi siamo fatti così! Ti incazzi, hai il potere e te la prendi con loro.»

Conseguenza inevitabile della selezione negativa che di fatto le polizie operano nei confronti degli stranieri è la sostituzione progressiva degli italiani nella categoria dei soggetti più pericolosi. Nei fatti l'azione di polizia contribuisce anche a professionalizzare la devianza stabilendo un rapporto privilegiato con gli stranieri che imparano a rispettare le "regole del disordine", tra cui quella di collaborare con la polizia. Come è sempre avvenuto, è piuttosto facile reclutare confidenti tra persone a rischio di criminalizzazione:

«Non è molto difficile controllarli. Tanti nostri confidenti sono extracomunitari, anzi, forse proprio perché hanno più bisogno dell'italiano che comunque non rischia l'espulsione, hanno un motivo in più per dare qualche notizia. È chiaro che poi chiedono qualcosa, un interessamento, un permesso di soggiorno, se è possibile, si cerca di dare una mano. Sono loro a offrirsi, soprattutto perché vogliono avere un rapporto con qualcuno che poi comunque non li perseguiti, perché poi è chiaro che lo si protegge un po' come succede con il confidente.»

4. Discrezionalità, arbitrarietà e discriminazione

Esistono momenti e aspetti dell'attività di polizia in cui la discrezionalità e l'arbitrarietà possono dilatarsi, soprattutto nei confronti dei soggetti a cui la società attribuisce di fatto meno diritti. Come dicevano i primi fondatori di magistratura democratica: «la legge è meno uguale sempre per gli stessi». Nei confronti degli immigrati, soprattutto irregolari, il riconoscimento di alcuni diritti è ignorato. Quel "diritto" alla devianza, che in un certo senso è riconosciuto ai nazionali (che mantengono il diritto sostanziale alla difesa anche durante le procedure di polizia e i procedimenti penali) è di fatto negato agli stranieri. Nei ranghi delle polizie si dice sottovoce che è piuttosto raro, ma è risaputo, che alcuni hanno l'abitudine di "rincarare la dose", di usare metodi illeciti. Il recente scoop del giornalista E. Gatti del "Corriere della Sera", che si è fatto passare per clandestino ed è finito al Centro per espellendi di via Corelli di Milano, conferma - se ce ne fosse stato bisogno - le testimonianze raccolte tra immigrati, operatori sociali e operatori di polizia in questi anni. Le violenze, gli abusi, i maltrattamenti, dai più banali ai più orribili, sono all'ordine del giorno. Tuttavia, oggi la diffusione di comportamenti discriminatori tra le polizie, come tra magistrati, operatori sociali e altre categorie professionali, sembra essere dovuta innanzi tutto al crescente consenso che riscuote la definizione dell'immigrazione come reato di fatto e all'enfasi sulla criminalità attribuita agli immigrati. Stando a varie testimonianze, in molte città le violenze nei confronti di prostitute e immigrati e la distruzione dei documenti di identità o del permesso di soggiorno sono in crescita.
Ecco alcuni brani di interviste a immigrati:

«Non ho mai commesso atti illegali, ma un giorno è arrivata la polizia nel centro di accoglienza dove abitavo e mi hanno sequestrato tutte le cassette video, il lettore di cd e i cd che da tempo compravo per portarli al paese con il pretesto che non avevo le ricevute d'acquisto! Da allora tengo una cassa presso amici italiani per conservare le mie cose. Voi non potete immaginare cosa significa vivere sempre sospettati e trattati con disprezzo e ostilità.»

«In questo paese la polizia fa quello che vuole. Ti metti a sedere in un giardino pubblico, cinque minuti dopo arriva una pattuglia dei carabinieri o della polizia, cominciano a guardare di qua e di là e se trovano qualcosa o se qualcuno di loro mette qualcosa, sei fregato, ti portano via e ti attribuiscono tutto come se t'avessero visto tirar fuori dalle tasche droga o cose rubate o documenti falsi o armi. È vero che tanti immigrati vendono droga e io sono contro perché fa male e non bisogna uccidere nessuno, ma su dieci arrestati per spaccio almeno sette non c'entrano per nulla.»

«Mi hanno arrestato perché ero in un bar dove alcuni amici sono stati coinvolti in una rissa. La polizia ha arrestato tutti. Dopo due giorni mi hanno rimesso in libertà. Io ero in regola e hanno dovuto riconoscere che non avevo nulla a che fare con la rissa. Al processo hanno detto che ero innocente, ma non mi hanno più restituito il permesso di soggiorno e ora sono clandestino! La polizia mi ha trattato come un criminale. Sono stato picchiato e insultato come gli altri. Sono andati a casa mia e hanno buttato tutto all'aria. Per fortuna non hanno arrestato mio fratello. Gli hanno detto che ero un criminale, che tutti gli albanesi sono criminali. Noi albanesi siamo considerati i più cattivi.»

A conferma di varie testimonianze di operatori delle unità mobili di ONG che si occupano di tossicodipendenti o di prostitute, ecco qualche brano di interviste a stranieri, ma anche a italiani tossicodipendenti e spacciatori incalliti".

«Sono stato fermato tante di quelle volte che ho perso il conto. Sempre lo stesso. Cammini per strada, ti vedono la faccia da tossico, ti fermano alla loro maniera, ti chiedono documenti, perquisa, e volano i primi schiaffi. Poi se ti trovano qualcosa, anche la spada [siringa], ti tirano sempre lo spaccio se non dici dove l'hai comprata. Tu non hai diritti. Complessivamente mi sono fatto sei anni di carcere. Quasi sempre mi hanno picchiato, qualche volta derubato, e qualche volta sequestrato la roba. Un circolo vizioso. Gli sbirri seguono gli spacciatori, e questi scappano dagli sbirri. Se non succede un caso eclatante, lo spaccio di piazza viene tollerato. Appena succede qualcosa di forte, allora gli sbirri arrestano tutti e menano di brutto. Almeno una volta al giorno mi capita che una pattuglia mi fermi. Sono stato portato in via Corelli due volte. È il posto più bestiale che ho visto da quando sono in Italia.»

«Dieci anni fa ti buttavano la roba e ti lasciavano andare, oggi ti becchi un sacco di mazzate, e poi ti denunciano pure. Sono stato arrestato tre volte, e fermato ho perso il conto. La prima volta per un furto in flagranza: mi hanno beccato; sono scesi dall'auto, hanno tirato fuori la pistola e uno ha iniziato a darmi schiaffi e calci senza chiedermi niente. È sempre così. Prima menano e poi ancora menano. A Milano c'è uno sbirro per ogni albero delle piazze, e poi girano un sacco di volanti. Con il fatto che gli spacciatori sono stranieri prendono due piccioni con una fava.»

Discutendo con alcuni operatori di polizia del fenomeno della diffusione di atteggiamenti sprezzanti e persino violenti nei confronti degli immigrati, ma anche degli italiani "irriducibili" (a cominciare dall'insulto e dal piccolo spintone, sino allo schiaffo e alla pedata, e cosi di seguito), sembra che esso si spieghi sia con l'indifferenza, l'abitudine a lasciar correre, a banalizzare o riderne. In effetti tali comportamenti corrispondono spesso alla sensazione di godere di un potere indiscusso, tanto più nei confronti di soggetti a cui non si riconosce alcun diritto. «C'è un collega che da tempo ogni tanto tira fuori un coltellaccio a scatto e ridendo dice ai colleghi: "ecco il mio sgozzanegri!". Quasi tutti gli altri o restano indifferenti o si mettono a ridere e finisce lì, ma nessuno s'è impuntato a dire che questa è una cosa gravissima e che a forza di lasciar correre non ci si accorge neanche di avere tra noi gente come quelli della 'Uno bianca'.»

Parte dei vertici delle polizie e i ministri Napolitano e Jervolino sembravano aver avvertito il pericolo della diffusione di tali comportamenti e avevano diramato alcune direttive interne richiamando l'attenzione di prefetti, questori e comandanti dei carabinieri che, in diverse circostanze, hanno effettivamente cercato pubblicamente di calmare le acque. Tuttavia, se alcuni dirigenti, in certi momenti, mostrano di avere appreso una sorta di linguaggio politically correct, nella prassi quotidiana di molti operatori di polizia si riproducono inesorabilmente comportamenti discriminatori, proprio perché questi non discendono da atteggiamenti ideologici, ma da una situazione pratica, in certi casi legale, di discriminazione oggettiva di soggetti che possono essere considerati, dal punto di vista dei loro diritti, di seconda categoria o senza diritti. È anche questo che spiega perché il comportamento anomico o deviante di alcuni immigrati (quasi sempre giovani) appare a volte come reazione non solo alla delusione rispetto alle aspirazioni e ai miti che la società di destinazione induce a inseguire, bensì alla negazione violenta dell'accesso anche alle loro più elementari aspettative.
In una situazione di etnicizzazione crescente di vari segmenti del mercato del lavoro "legale informale e illegale" si afferma così anche la tendenza di molti giovani immigrati a "scegliere" percorsi devianti. Come abbiamo visto, l'azione della Polizia contribuisce involontariamente allo sviluppo di questo fenomeno, a cui corrisponde una impressionante diffusione della violenza agita e subita, a volte con esplicite connotazioni razziste. In pochi anni sono aumentati l'alcolismo e la tossicodipendenza tra gli stranieri. Benché non siano disponibili dati sugli stranieri morti per overdose, numerosi indizi suggeriscono che il loro numero sia in aumento. Vanno inoltre ricordati gli incidenti sul lavoro spesso misconosciuti, le violenze, le torture e anche gli assassini di giovani prostitute, soprattutto nigeriane e albanesi. Tuttavia, le denunce relative alla vittimizzazione degli immigrati e le relative indagini delle forze di polizia sembrano piuttosto rare malgrado il forte aumento di questi casi. Alla domanda sull'eventualità che nella città in cui opera si siano registrati episodi del genere, o casi espliciti di discriminazione e di razzismo, un dirigente di polizia risponde:

«Ma guardi, c'è stata qualche cosa, ma siamo a livelli sporadici. Qualche caso che è apparso sulla stampa, tipo il bar che mette il cartello fuori, oppure il bar che serviva l'extracomunitario con il bicchiere di carta invece che col bicchiere di vetro.»

A conclusione di questo capitolo mi preme sottolineare che la diffusione di abusi, violenze e persino di comportamenti razzisti tra gli operatori di polizia è un fatto che si può considerare "inevitabile" in un contesto sociale e politico in cui prevale la tendenza alla discriminazione e all'ostilità nei confronti dei soggetti indesiderati. Tuttavia, in Italia, la debolezza se non l'assenza di una tradizione liberal-democratica di difesa delle libertà e dei diritti mi sembra aggravi questa tendenza dell'attuale congiuntura. È anche questo che sembra affliggere oggi tanti operatori democratici delle forze di polizia che spesso si sentono terribilmente isolati.

Fonte: Salvatore Palidda, Polizia post-moderna, Feltrinelli, 2000