L'ordine postmoderno e le migrazioni
«Questa tanto esaltata Unione Europea ci sta facendo pagare tante tasse e
non si sa ancora quanti benefici ci darà. Però è vero che almeno non siamo
trattati come gli extracomunitari.»
Premessa
È Solo a partire dagli anni settanta, con il declino della società
industriale e lo sviluppo dell'assetto neoliberista e quindi della
globalizzazione che, per la prima volta nella storia dell'umanità, le
migrazioni sono diventate un fenomeno considerato in quanto tale antagonista
rispetto al nuovo ordine economico, sociale e politico. Il modello di
sviluppo che si è imposto nelle società dominanti, a differenza di quello
della società industriale, non necessita più di manodopera di massa, di
espansione demografica, "carne da cannone", ma tutt'al più di una ridotta
quantità di lavoratori interiorizzati e precari per attività di servizio ai
cittadini inclusi o come manodopera per segmenti produttivi non ancora
adattati al modello postmoderno. Da questo Punto di vista appare
discutibile la tesi tratta dallo studio demografico dell'ONU dei dicembre
1999, secondo la quale l'Europa avrebbe bisogno entro il 2050, se vuole
mantenere l'attuale livello demografico e le attuali capacità economiche, di
circa 160 milioni di immigrati e l'Italia di 17 milioni.
La politica italiana dell'immigrazione è caratterizzata innanzitutto dal
ruolo assolutamente preminente che vi svolgono il ministero dell'Interno e le
autorità locali di polizia. In quanto potere amministrativo, di fatto
sottratto a ogni controllo, le forze di polizia hanno cercato di applicare
alla meno peggio la gestione delle regole del disordine al caso
dell'immigrazione, a partire dal periodo in cui non c'era ancora una legge
apposita (prima dei 1986), sino a oggi, in presenza di una legge che si
vuole "organica" (L. 40/98). Chiudere gli occhi davanti agli ingressi o
alle presenze di clandestini, lasciar correre il giovane straniero
spacciatore di strada, il viado o la prostituta, è una prassi del tutto
simile a quella da sempre adottata nei confronti di atti e fatti illeciti
attribuiti ai devianti nazionali. La polizia cerca di evitare infatti di
contrapporsi a quelle infrazioni alle norme che corrispondono a una domanda
sociale, che a volte peraltro condivide o che riguarda persone influenti o
della sua cerchia sociale.
La prassi delle polizie da un lato criminalizza gli irregolari (con un
conseguente aumento degli stranieri in carcere) e dall'altro sembra usare i
centri espellendi per regolarne la permanenza (solo una parte viene
effettivamente espulsa). La repressione dell'immigrazione "irregolare" fa
aumentare le denunce per vari tipi di reato connessi all'irregolarità
dell'ingresso o del soggiorno nel territorio nazionale, oltre che ai reati
di falso, cui sono costretti tanti migranti in fuga da paesi dove, anche
volendo, è impossibile avere documenti di identità. L'immigrato che non
riesce ad accedere alla regolarità o a mantenerla accumula imputazioni
sempre più numerose per vari reati amministrativi e penali, diventando
spesso plurirecidivo, soggetto all'espulsione o anche alla detenzione. A ciò
si accompagna un aggravamento delle imputazioni attribuite solitamente agli
immigrati e delle pene conseguenti.
La differenza principale tra le immigrazioni del passato e quelle attuali
riguarda il mantenimento, e non solo l'ottenimento, della regolarizzazione.
In passato, in tutti i paesi di immigrazione, non era difficile ottenere il
permesso di soggiorno e i rinnovi erano piuttosto scontati. Oggi tutto
diventa estremamente difficile, a causa di un percorso di regolarizzazione
tortuoso e costoso. In Italia, il costo economico (per non parlare di quello
psicologico) delle procedure di regolarizzazione è particolarmente alto:
infatti, al denaro che è necessario versare ai vari passeurs e intermediari,
si devono aggiungere i costi ufficiali (tra cui bolli, varie traduzioni
autenticate di documenti ecc.) e le giornate di lavoro perdute. Si potrebbe
parlare di una vera e propria monetizzazione dell'accesso ai diritti
civili. Peraltro, la stessa legittimità delle procedure di gestione della
regolarità e delle regolarizzazioni è considerata dubbia dagli esperti. La
discrezionalità dei poteri amministrativi, favorita da tutte queste
difficoltà, sembra in definitiva servire, quantomeno in parte, a una
selezione via via più precisa degli immigrati. Essa si nutre infatti, ma
allo stesso tempo alimenta e legittima, delle categorizzazioni positive e
negative prevalenti (per esempio la distinzione tra filippini da un lato e
albanesi, marocchini, algerini, tunisini, slavi, nigeriani dall'altro, ma
anche in generale tra donne e uomini, soprattutto se giovani; per i
"buoni" - perché considerati più disponibili a subire l'inferiorizzazione -
una tendenziale elasticità e tolleranza, per i "cattivi" impedimenti
insormontabili). Nei fatti, questa selezione funziona anche come una sorta
di "cernita" che tollera certi irregolari a seconda della domanda di
manodopera immigrata corrispondente alla singola società locale. Le polizie
contribuiscono a realizzare questa selezione sfruttando, a volte, l'opera di
alcune associazioni umanitarie che, per favorire l'accesso alla regolarità,
si adattano o sono costrette a partecipare a tale selezione.
3. Una Presenza nociva all'ordine pubblico
La definizione dei problemi della sicurezza data dall'opinione pubblica
incorpora l'idea che la semplice presenza o aggregazione pubblica degli
immigrati costituisca una minaccia per la convivenza civile. Come raccontano
diversi operatori, gli interventi in locali o luoghi di ritrovo di immigrati
sono raramente causati da risse o dall'evidenza di traffici illeciti come lo
spaccio. Si tratta invece di operazioni dovute a segnalazioni o proteste di
cittadini o di comitati spontanei contro la presenza degli stranieri.
Persino la più elementare forma di socialità degli stranieri viene così a
essere negata: una cosa che non può non condurre a situazioni anomiche o
conflittuali. In interviste e colloqui riservati, gli operatori di polizia
esprimono spesso fastidio e dissenso rispetto a queste operazioni.
Il caso del conflitto esploso nel luglio 1998 a Milano tra alcuni abitanti
della zona di via Meda e i frequentatori del bar Skirrat è emblematico. Privi
di fatto di alternative di socializzazione, continuamente costretti a
spostarsi da una zona all'altra, alcune decine di giovani immigrati
originari del Marocco avevano eletto questo locale a loro ritrovo. Come era
già avvenuto a Milano per altri ritrovi divenuti punti di riferimento per
gli immigrati, intorno al locale si era inevitabilmente prodotto l'effetto
di una concentrazione eccessiva: essendo lo Skirrat un bar di dimensioni
limitate, i frequentatori, consumando fuori le bevande acquistate nel
locale, e sporcando inevitabilmente i muri e le macchine parcheggiate in
prossimità del bar (un comportamento, si noti analogo a quello di centinaia
di avventori, quasi tutti italiani, dei locali notturni della zona limitrofa
dei Navigli). A questo si aggiungevano non solo le intemperanze di alcuni
giovani che reggono male l'alcool, ma anche l'effettivo comportamento
deviante di qualcun altro. Questa "miscela", stando alle cronache, ha
innescato la "protesta degli abitanti" che chiedevano alle autorità di
polizia la chiusura del bar. Osservazioni dirette mi hanno permesso di
accertare che in realtà la 'rivolta' è stata solo una piccola protesta
enfatizzata dai media e da alcuni imprenditori politici, nei fatti
organizzata da alcuni negozianti e alimentata, secondo un modello
prevedibile e diffuso da esponenti della malavita locale. La vicenda si è
conclusa con la definitiva chiusura del bar Skirrat. Benché dapprima le
autorità di polizia abbiano minimizzato i fatti e anche apertamente
criticato la rivolta dei cittadini, ormai questo luogo d'incontro dei giovani
marocchini milanesi è chiuso con il risultato che essi vagano per la città alla
ricerca di altri spazi d'incontro, dove prevedibilmente daranno origine
agli stessi problemi.
Il rispetto delle garanzie dell'imputato da parte della maggioranza dei
poliziotti e dei magistrati tende a essere aleatorio quando si tratta di
casi di devianza o di piccola delinquenza. Come mostra Quassoli, le
procedure d'indagine che precedono il processo arrivano a diventare una
sorta di 'catena di montaggio' e come testimonia qualche magistrato di
Milano, la convalida dell'internamento al centro per espellendi di via
Corelli è fatta a mezzo di un prestampato uguale per tutti, che la
maggioranza dei magistrati neanche legge. Facendosi passare per clandestino,
il giornalista Gatti racconta di un poliziotto che obbliga un immigrato a
firmare la rinuncia all'avvocato difensore, oltre che di altri
maltrattamenti, così come vari operatori sociali raccontano che gli
internati in questi centri non vengono informati dei loro diritti e non
viene concessa loro la possibilità di incontrare il loro avvocato, quando
eventualmente lo vogliano e in colloquio riservato. Dal punto di vista
professionale, sono casi di nessuno interesse, sono disprezzati, non danno
gloria, né favoriscono la carriera. Sono le grandi gesta repressive e i
processi enfatizzati dai media a essere sognati dalla maggioranza dei
poliziotti, dei magistrati e degli avvocati. Lo scarso interesse e il
disprezzo "professionale" per i casi di devianza si combinano spesso con
l'avversione o addirittura la repulsione per gli imputati:
Molto più dei magistrati, gli operatori di polizia che si occupano dei
'dannati della metropoli', sono spesso esasperati da questo lavoro continuo
e oscuro, e a volte cercano di liberarsi del "fastidio" con la nota modalità
qui descritta da un poliziotto:
Tuttavia, avere a disposizione un certo numero di soggetti potenzialmente
arrestabili fa comodo quando:
Di fronte alla crescita dell'ostilità di cittadini che arrivano a gridare di
più nelle orecchie della polizia contro gli immigrati, la
polizia ha ormai reso abituali le 'operazioni di bonifica del territorio'.
In alcune città, per soddisfare cittadini e bottegai dei quartieri 'bene', i
sindaci hanno imposto alla polizia municipale un apposito servizio che
alcuni poliziotti chiamano in gergo la 'caccia al negro' o 'la pulizia etnica', e che consiste
nell'allontanare continuamente immigrati e nomadi dal centro città o a
volte anche da parchi pubblici moltiplicando arresti, denunce, fermi,
accompagnamenti in questura. Come ha dichiarato in un intervista l'assessore
alla sicurezza di Milano:
Spesso i lavavetri o i marginali vengono accusati di aver avuto
atteggiamenti aggressivi ma, come testimoniano vari operatori di polizia, in
quasi tutte le città ben più numerosi sembrano essere i casi di immigrati
marginali violentemente attaccati da 'cittadini'. La Polizia tende a
ignorare questi episodi o, quando interviene, allontana la vittima o a volte
trova anche i motivi per denunciarla o persino arrestarla o condurla al
centro espellendi. In certi casi, tuttavia, il comportamento dei cittadini è
talmente esagerato da creare perplessità negli stessi poliziotti. Ecco al
proposito alcuni commenti di dirigenti e operatori di polizia:
«La gente chiama sul 113 per ogni persona con la pelle scura; due con la
pelle scura sono un assembramento di marocchini, Soprattutto al Nord c'è
gente rompiscatole. Qui a Genova c'è la fobia dell'extracomunitario.»
«Un italiano che li sfrutta crede pure di fare un'opera buona; non vedono
che sfruttano il ragazzino, sono convinti di dargli lavoro. Quelli che li
sfruttano sono gli stessi che vanno con i travestiti, gli stessi che li
contestano; quelli che fanno i soldi affittando dormitori fatiscenti ai
negri sono gli stessi che vengono poi a fare l'esposto, gli stessi che
beccavo con i travestiti: imprenditori brianzoli, con moglie e figli e bella
macchina, che poi dicono che bisogna cacciare via negri, travestiti, froci e
tutto quanto.»
Ecco come un dirigente dei carabinieri di una città emiliana analizza il
fenomeno:
All'indebolimento dei controlli degli ispettorati del lavoro, corrisponde
lo scarso impegno delle polizie come segnala un poliziotto:
«L'inserimento degli extracomunitari non esiste. La massa, anche volendo, non
può essere e rimanere incensurata, in modo da poter un giorno sperare di
avere il permesso di soggiorno. È tutto talmente complicato. Gli italiani
che andavano in America finivano nei pasticci anche solamente perché non
sapevano leggere i cartelli stradali. Un extracomunitario arriva
che non ha fatto niente e la prima sera che esce per strada si trova
denunciato perché comunque fa qualcosa di strano che viene visto come
reato, perché è a spasso a una certa ora, perché non capisce cosa gli si
dice, non conosce la mentalità e la nostra mentalità si rifiuta di conoscere la
sua».
Non mancano gli operatori di polizia consapevoli della discriminazione
sociale e cognitiva nei confronti degli stranieri in quanto tali e si
manifesta a volte una certa pena nei loro confronti o anche simpatia,
soprattutto quando gli stranieri, anche se devianti, sono "buoni".
Conseguenza inevitabile della selezione negativa che di fatto le polizie
operano nei confronti degli stranieri è la sostituzione progressiva degli
italiani nella categoria dei soggetti più pericolosi. Nei fatti l'azione di
polizia contribuisce anche a professionalizzare la devianza stabilendo un
rapporto privilegiato con gli stranieri che imparano a rispettare le "regole
del disordine", tra cui quella di collaborare con la polizia. Come è sempre
avvenuto, è piuttosto facile reclutare confidenti tra persone a rischio di
criminalizzazione:
4. Discrezionalità, arbitrarietà e discriminazione
Esistono momenti e aspetti dell'attività di polizia in cui la
discrezionalità e l'arbitrarietà possono dilatarsi, soprattutto nei
confronti dei soggetti a cui la società attribuisce di fatto meno diritti.
Come dicevano i primi fondatori di magistratura democratica: «la legge è
meno uguale sempre per gli stessi».
Nei confronti degli immigrati, soprattutto irregolari, il riconoscimento di
alcuni diritti è ignorato. Quel "diritto" alla devianza, che in un certo
senso è riconosciuto ai nazionali (che mantengono il diritto sostanziale
alla difesa anche durante le procedure di polizia e i procedimenti penali) è
di fatto negato agli stranieri. Nei ranghi delle polizie si dice sottovoce
che è piuttosto raro, ma è risaputo, che alcuni hanno l'abitudine di
"rincarare la dose", di usare metodi illeciti. Il recente scoop del
giornalista E. Gatti del "Corriere della Sera", che si è fatto passare per
clandestino ed è finito al Centro per espellendi di via Corelli di Milano,
conferma - se ce ne fosse stato bisogno - le testimonianze raccolte tra
immigrati, operatori sociali e operatori di polizia in questi anni. Le
violenze, gli abusi, i maltrattamenti, dai più banali ai più orribili, sono
all'ordine del giorno. Tuttavia, oggi la diffusione di comportamenti
discriminatori tra le polizie, come tra magistrati, operatori sociali e
altre categorie professionali, sembra essere dovuta innanzi tutto al
crescente consenso che riscuote la definizione dell'immigrazione come reato
di fatto e all'enfasi sulla criminalità attribuita agli immigrati. Stando a
varie testimonianze, in molte città le violenze nei confronti di prostitute
e immigrati e la distruzione dei documenti di identità o del permesso di
soggiorno sono in crescita.
«In questo paese la polizia fa quello che vuole. Ti metti a sedere in un
giardino pubblico, cinque minuti dopo arriva una pattuglia dei carabinieri o
della polizia, cominciano a guardare di qua e di là e se trovano qualcosa o
se qualcuno di loro mette qualcosa, sei fregato, ti portano via e ti
attribuiscono tutto come se t'avessero visto tirar fuori dalle tasche droga
o cose rubate o documenti falsi o armi. È vero che tanti immigrati vendono
droga e io sono contro perché fa male e non bisogna uccidere nessuno, ma su
dieci arrestati per spaccio almeno sette non c'entrano per nulla.»
«Mi hanno arrestato perché ero in un bar dove alcuni amici sono stati
coinvolti in una rissa. La polizia ha arrestato tutti. Dopo due giorni mi
hanno rimesso in libertà. Io ero in regola e hanno dovuto riconoscere che
non avevo nulla a che fare con la rissa. Al processo hanno detto che ero
innocente, ma non mi hanno più restituito il permesso di soggiorno e ora sono
clandestino! La polizia mi ha trattato come un criminale. Sono stato
picchiato e insultato come gli altri. Sono andati a casa mia e hanno buttato
tutto all'aria. Per fortuna non hanno arrestato mio fratello. Gli hanno
detto che ero un criminale, che tutti gli albanesi sono criminali. Noi
albanesi siamo considerati i più cattivi.»
A conferma di varie testimonianze di operatori delle unità mobili di ONG che
si occupano di tossicodipendenti o di prostitute, ecco qualche brano di
interviste a stranieri, ma anche a italiani tossicodipendenti e spacciatori incalliti".
«Dieci anni fa ti buttavano la roba e ti lasciavano andare, oggi ti becchi
un sacco di mazzate, e poi ti denunciano pure. Sono stato arrestato tre
volte, e fermato ho perso il conto. La prima volta per un furto in
flagranza: mi hanno beccato; sono scesi dall'auto, hanno tirato fuori la
pistola e uno ha iniziato a darmi schiaffi e calci senza chiedermi niente. È
sempre così. Prima menano e poi ancora menano. A Milano c'è uno sbirro per
ogni albero delle piazze, e poi girano un sacco di volanti. Con il fatto che
gli spacciatori sono stranieri prendono due piccioni con una fava.»
Discutendo con alcuni operatori di polizia del fenomeno della diffusione di
atteggiamenti sprezzanti e persino violenti nei confronti degli immigrati,
ma anche degli italiani "irriducibili" (a cominciare dall'insulto e dal
piccolo spintone, sino allo schiaffo e alla pedata, e cosi di seguito),
sembra che esso si spieghi sia con l'indifferenza, l'abitudine a lasciar
correre, a banalizzare o riderne. In effetti tali comportamenti
corrispondono spesso alla sensazione di godere di un potere indiscusso,
tanto più nei confronti di soggetti a cui non si riconosce alcun diritto.
«C'è un collega che da tempo ogni tanto tira fuori un coltellaccio a scatto e
ridendo dice ai colleghi: "ecco il mio sgozzanegri!". Quasi tutti gli altri
o restano indifferenti o si mettono a ridere e finisce lì, ma nessuno s'è
impuntato a dire che questa è una cosa gravissima e che a forza di lasciar
correre non ci si accorge neanche di avere tra noi gente come quelli della
'Uno bianca'.»
Parte dei vertici delle polizie e i ministri Napolitano e Jervolino
sembravano aver avvertito il pericolo della diffusione di tali comportamenti
e avevano diramato alcune direttive interne richiamando l'attenzione di
prefetti, questori e comandanti dei carabinieri che, in diverse circostanze,
hanno effettivamente cercato pubblicamente di calmare le acque. Tuttavia,
se alcuni dirigenti, in certi momenti, mostrano di avere appreso una sorta
di linguaggio politically correct, nella prassi quotidiana di molti
operatori di polizia si riproducono inesorabilmente comportamenti
discriminatori, proprio perché questi non discendono
da atteggiamenti ideologici, ma da una situazione pratica, in certi casi
legale, di discriminazione oggettiva di soggetti che possono essere
considerati, dal punto di vista dei loro diritti, di seconda categoria o
senza diritti. È anche questo che spiega perché il comportamento anomico o
deviante di alcuni immigrati (quasi sempre giovani) appare a volte come
reazione non solo alla delusione rispetto alle aspirazioni e ai miti che la
società di destinazione induce a inseguire, bensì alla negazione violenta
dell'accesso anche alle loro più elementari aspettative.
A conclusione di questo capitolo mi preme sottolineare che la diffusione di
abusi, violenze e persino di comportamenti razzisti tra gli operatori di
polizia è un fatto che si può considerare "inevitabile" in un contesto
sociale e politico in cui prevale la tendenza alla discriminazione e
all'ostilità nei confronti dei soggetti indesiderati. Tuttavia, in Italia,
la debolezza se non l'assenza di una tradizione liberal-democratica di
difesa delle libertà e dei diritti mi sembra aggravi questa tendenza
dell'attuale congiuntura. È anche questo che sembra affliggere oggi tanti
operatori democratici delle forze di polizia che spesso si sentono
terribilmente isolati.
Fonte: Salvatore Palidda, Polizia post-moderna, Feltrinelli, 2000
di Salvatore Palidda
Tratto dal libro Polizia post-moderna, Feltrinelli, 2000
(L. Chevalier)
(Un cittadino partecipante a una protesta
contro l'insicurezza)
Questa tesi,
marcata da una visione meccanicistica e utilitarista si fonda su un'idea
dello sviluppo ancorata al modello tradizionale. Nulla permette di affermare
infatti che il mantenimento degli standard di vita dei paesi ricchi implichi
la stabilità demografica. D'altra parte, in Europa la diminuzione della
popolazione e dell'intensità delle strutture produttive sarebbe del tutto
auspicabile dal punto di vista di uno sviluppo ecologicamente sostenibile.
Sulla base dei risultati di alcuni studi, si potrebbe comunque dire che la
domanda di manodopera immigrata potrebbe tendere a ridursi con il
superamento della congiuntura di passaggio al nuovo assetto postmoderno.
È
anche probabile che essa finirà con l'attestarsi su quantità limitate a
particolari segmenti e attività soggette alla precarietà,
all'inferiorizzazione e a un forte ricambio, mentre si svilupperà
ulteriormente la delocalizzazione di ogni sorta di attività produttiva nei
paesi non dominanti. L'accesso effettivo all'integrazione resterà limitato e
non costituirà più, come è stato in passato, il "modello di riuscita" a cui
concretamente la maggioranza degli aspiranti alla migrazione possa far
riferimento. Anche oggi, la chirurgia sociale che il governo italiano
pretende applicare, sbandierando l'equilibrio tra misure per l'integrazione
e misure per la repressione dell'immigrazione clandestina, finisce con il
tradursi in una prassi che di fatto è dominata dalla gestione poliziesca
dell'immigrazione. Come mostrano vari indicatori, l'Italia è il paese in
cui la regolarità risulta spesso precaria a causa delle difficoltà di
accesso all'alloggio e al lavoro regolari, nonché la prassi spesso
arbitraria delle polizie. L'integrazione che una minoranza di immigrati
riesce faticosamente a conquistarsi è dovuta innanzitutto ai costi morali e
materiali che essa ha sostenuto e all'intesa, a volte interessata, con una
minoranza di italiani.
In generale, il principale elemento caratterizzante delle migrazioni
dell'era postmoderna è da individuare nel fatto che esse sono proibite, sono
cioè perseguitate sia dai paesi d'origine, sia dai paesi di immigrazione
(con sempre più numerosi accordi di cooperazione poliziesca tra i due). La
violazione di questo divieto genera i rischi della migrazione clandestina
(il rischio di morte durante il tragitto e quello derivante dall'essere alla
mercé di trafficanti a volte improvvisati, altre volte criminali), i rischi
connessi alla repressione delle polizie dei paesi d'origine e dei paesi di
arrivo, i rischi dovuti a condizioni di nuova schiavitù, i rischi
dell'espulsione.
Di fronte ciò, la scelta di migrare viene presa solo da una
ristretta minoranza di persone, particolarmente spinte dalla necessità e dal
desiderio di fuga rispetto alla situazione in cui vivono. Non è un caso che
la stragrande maggioranza degli immigrati clandestini di questi ultimi anni
sia appunto costituita da persone che fuggono dalla guerra, dalle violenze,
da sistemi dittatoriali o dal degrado più orribile, che nelle società di
emigrazione si aggrava come effetto della globalizzazione, del liberismo e
della protezione dei privilegi dei paesi dominanti. I kosovari, i kurdi e
coloro che provengono dai diversi paesi dell'Est, dei Balcani, dell'Africa o
dell'Asia migrando perdono tutto. Il volto brutale della logica di dominio
dei cosiddetti "paesi democratici" si manifesta anche nel negare a queste
persone il diritto all'asilo umanitario o politico e nel trattarle come
delinquenti, alla mercé dell'ampia discrezionalità delle polizie e di "norme
amministrative" che di fatto creano nuove situazioni di non diritto, come
testimonia l'esistenza dei centri per espellendi. L'azione di polizia nei
confronti dei migranti non riguarda solo la repressione dei clandestini, ma
anche una costante sorveglianza e persecuzione nei confronti di tutti gli
immigrati, sia nel quotidiano urbano, sia nella gestione dei permessi di
soggiorno. È il trattamento quasi esclusivamente poliziesco riservato innanzi
tutto ai giovani migranti originari delle società situate nell'immediata
periferia dell'Unione europea a mostrare la coerenza della "guerra alle
migrazioni", che nei paesi di "vecchia" immigrazione come la Francia
colpisce "les enfants illégitimes" e nei paesi di immigrazione recente i
giovani delle periferie europee. Sollecitati a conformarsi ai modelli dei
paesi ricchi, questi giovani sono spesso destinati a essere criminalizzati o
a finire per autocriminalizzarsi, se non a distruggersi con le droghe, così
come è stato - e in parte è ancora - per i giovani delle classi subalterne
europee e i neri negli Stati Uniti.
I. Dalla tolleranza alla criminalizzazione delle migrazioni
«Mia moglie mi ha rimproverato perché non trova più sotto casa il suo
marocchino abituale fornitore di sigarette» (un dirigente di polizia)
«Quei ragazzi maghrebini sono tutti clandestini e abitano in quella casa a
due passi dalla caserma dei carabinieri che li vedono tutti i giorni. Tutti
sanno in quali fabbrichette lavorano qui intorno, ovviamente al nero; ogni
tanto si vede arrivare qualche amico loro che probabilmente spaccia o
traffica in cose rubate, ma non danno fastidio a nessuno e qui neanche il
sindaco leghista, siamo in un piccolo comune, si sognerebbe di chiederne
l'arresto» (un testimone di un comune della periferia milanese).
Come per i nazionali, la polizia colpisce generalmente chi non rispetta
neanche le regole del disordine, o chi è socialmente designato come capro
espiatorio da punire, avvalendosi della stessa collaborazione del
deviante-confidente o "professionalizzato". Sino a quando l'immigrazione non
è stata considerata come la più grave minaccia per la
società e l'Europa intera, a livello locale le polizie hanno continuato,
anche per inerzia, a occuparsi soprattutto della cosiddetta "criminalità più
nostrana". L'attuale accanimento repressivo contro gli immigrati è dovuto,
secondo quanto dicono numerosi operatori di polizia, «alla necessità di
accontentare l'opinione pubblica", oltre che alla facilità di arrestarli
giungendo così alla produttività richiesta. Ma un input determinante per la
diffusione dell'ostilità nei confronti dell'immigrazione è stato fornito
dalla concezione poliziesca della costruzione dell'Unione europea, con la
relativa definizione delle minacce e dei nemici, adottata dai servizi
segreti e dalle varie autorità politiche e amministrative europee e
nazionali. L'impegno dei servizi segreti, delle forze di polizia e in parte
anche delle forze armate nell'opera di contrasto dell'immigrazione
clandestina è stato crescente e si è esteso progressivamente sino ad alcuni
paesi di emigrazione quali il Marocco, la Tunisia, l'Albania. Sono infatti
stati recentemente stipulati accordi di cooperazione tra la polizia italiana
e le polizie di questi paesi, sulla scia dell'esempio tedesco. Secondo
varie associazioni, i paesi sopra citati accetterebbero espulsi anche se di
nazionalità non certa grazie a una vera e propria 'monetizzazione' di questo
'servizio'.
Ciò si è tradotto nella repressione sempre più efficace dell'immigrazione
clandestina (alle frontiere e anche più a monte), in un controllo sempre più
serrato della presenza immigrata sul territorio e in una gestione
amministrativa che di fatto ha avviato una selezione e una regolazione
sociale via via più precisa degli immigrati. L'immagine, strumentale,
dell'Italia come il paese dalle frontiere più vulnerabili, incapace di
controllare con rigore l'immigrazione, è stata brutalmente cancellata
dall'escalation delle attività repressive di questi ultimi anni.
L'affondamento del barcone Kader I Rades il 27/3/97 e la morte dei suoi 105
passeggeri può essere considerato l'atto più grave della nuova politica
migratoria italiana. La responsabilità politica di questa strage è palese e
secondo alcuni appare evidente che, in quanto a prassi di occultamento delle
responsabilità, nulla è cambiato rispetto ai periodi delle stragi e dei
complotti. Da quel momento, la prima preoccupazione del governo è sempre
stata quella di vantare l'efficacia della repressione dell'immigrazione
clandestina in termini di numero di respingimenti alle frontiere,
espulsioni, internamenti nei centri espellendi e arresti. Gli stessi dati
statistici sull'evoluzione del numero di immigrati in Italia mostrano in
modo esplicito quanto il contrasto dell'immigrazione sia stato efficace:
anche se si somma ai permessi di soggiorno validi la stima più accreditata
degli irregolari, si constata che la presenza straniera viene mantenuta
entro dimensioni piuttosto irrisorie: circa 1.300.000 persone, ossia il 2,3%
della popolazione residente. Solo lo 0,7% dei permessi validi a fine 1998
è stato concesso per motivi di asilo a extra comunitari (in totale 6240).
2. La gestione della precariato
A sua volta, la precarietà della condizione degli immigrati regolari non
dipende solo dal fatto che buona parte di loro svolge lavori irregolari, ma
anche dalla gestione amministrativa arbitraria. Le testimonianze di
avvocati, volontari e immigrati che si occupano del rilascio e rinnovo dei
permessi e delle autorizzazioni al ricongiungimento familiare mostrano che
la gestione di queste pratiche è spesso caratterizzata da un alto grado di
discrezionalità e arbitrarietà. Questo, a detta di numerose testimonianze di
immigrati, ma anche di operatori della polizia e operatori sociali, ha
favorito lo sviluppo di un vero e proprio mercato nero delle
regolarizzazioni e del mantenimento della regolarità. Persone che rischiano
anche la vita per arrivare in Europa sono disposte a pagare prezzi alti per
conquistare il permesso di soggiorno: in occasione della sanatoria del 1998,
alcuni immigrati hanno pagato fino a tre milioni solo per comprare un
attestato di ospitalità rivelatosi in seguito inutile dopo gli accertamenti
della polizia. Ma, in alcuni casi, sono state regolarizzate persone da
tempo dedite ad attività devianti, sulla base di una documentazione dubbia.
Come afferma un dirigente di polizia:
«Ma credo che in tutta Italia i procedimenti a carico di colleghi che
cercavano di farsi i soldi stando all'ufficio stranieri siano ormai diverse
decine, ma ovviamente da noi non se ne parla, neanche quando è successo qui.
Si sa bene chi sono in questa città gli avvocati e i vari trafficanti
d'imbrogli (tra cui alcuni poliziotti in pensione) che hanno connivenze con
alcuni elementi in questura, anche se da noi i controlli ora sono più seri.
Ma chi fa serie indagini, per raccogliere le prove utili per incastrare
questa specie di iene che, com'è noto, approfittano di questi disgraziati? E
poi l'immigrato non può essere parte lesa perché di fatto rischia di essere
incriminato e perdere il permesso. Non conosco né associazioni cattoliche,
né altre, né sindacati disposti a fare casino su queste cose, perché,
diciamoci la verità, un po' di corruzione fa comodo a tutti.»
L'analisi di numerosi casi empirici mostra come le difficoltà nell'accesso e
nel mantenimento della regolarità riguardino quasi sempre i soggetti più
deboli, soprattutto perché sprovvisti del savoir faire migratorio. La
regolarizzazione è vissuta dagli stranieri come una sorta di terno al lotto;
anche se, come dicono alcuni di loro, la "fortuna accarezza solo chi sa
coglierla...". La normativa in vigore pretende comunque dagli immigrati una
regolarità (nel lavoro come in ogni sorta di relazione economica e sociale)
che non solo parte degli autoctoni non sarebbe in grado di rispettare, ma
che è ancor più difficile da raggiungere per degli stranieri esposti alla
condizione precaria, se non alla criminalizzazione tout court. Tutto ciò non
può che tradursi in un'inevitabile riproduzione dell'irregolarità. La
rappresentazione della legalità diffusa tra gli immigrati corrisponde così
all'idea che «tutto è un imbroglio» e che «la polizia fa quello che vuole»
(con evidente contrasto con la retorica secondo cui l'integrazione degli
immigrati si dovrebbe basare sul loro addestramento al rispetto delle norme
e della legalità). A conferma di questa sensazione, si deve osservare che,
quasi a due anni dall'entrata in vigore della legge Turco-Napolítano, ancora
non esiste la carta di soggiorno prevista per i soggiornanti da più di cinque
anni, malgrado le promesse a suo tempo fatte.
In un tale contesto alcuni immigrati percepiscono lo stato come
assolutamente ingiusto e indegno di meritare la loro lealtà, ciò che, ma
solo in alcuni casi, li fa sentire autorizzati a trasgredirne le norme:
«Ci chiedono di imparare a rispettare i doveri, ma di fatto non ci hanno mai
riconosciuto alcun diritto e non ce ne riconoscono neanche adesso dopo
questa nuova legge tanto sbandierata come la legge dell'integrazione.
Guardate cosa succede quando ci sono le sanatorie e ogni giorno nelle
questure, nei commissariati, nelle aule dei tribunali, per non parlare dei
luoghi di lavoro e nella strada quando ci fermano. C'è stata una regressione
anche perché adesso forse molta più gente sa che cosa vorrebbe dire
rispettare i diritti degli immigrati innanzi tutto come esseri umani uguali
agli autoctoni, ma, a parte gli amici, pochi sono i cittadini che accettano
l'uguaglianza, in effetti ci vogliono come una sorta di neocolonizzati.»
«I marocchini, gli algerini, i tunisini, sono decine di migliaia gli irregolari, i nullafacenti che vivono di... e poi non sottovaluti il fastidio estetico... perché può dire: "ma non sta facendo niente!" Ma da
fastidio semplicemente perché c'è! Cioè il clochard dà fastidio fino a un
certo punto, ma questi danno fastidio perché esistono. L'intolleranza che
poi si dice è razzismo; ma anche questo è un modo facile di risolvere il
problema; siete razzisti, ma [...] la gente non è razzista! Alle fermate
di alcune linee dell'Atm, a una certa ora, centinaia di marocchini prendono
i mezzi pubblici perché li vicino hanno alcuni punti in cui dormono, ecc. [...]
salgono 40-50 extracomunitari. La gente non sale su quell'autobus.
Perché sono razzisti? No, perché hanno una ragione. Primo, nessuno paga il
biglietto; secondo ne fanno di tutti i colori anche dentro l'autobus; terzo
puzzano; sin quando uno puzza e va bene, ma quando ce ne sono 50, non è più
carità cristiana, è suicidio! È poi lei che si sente fuori posto! Ha paura.
Io passo con la macchina dell'amministrazione e posso dire che fa paura. Mia
figlia o mio figlio non ce lo manderei su quell'autobus. Che poi quando sono
in tanti dovrebbe vedere che arroganza che hanno! Che poi non ci sono reati,
ma solo questo! E poi dicono intervenite...» (un dirigente).
Non si può nemmeno escludere che l'accanimento repressivo che si verifica
dall'inizio del 1999 in città come Milano possa condurre infine a
reazioni drammatiche. L'impossibilità di altre forme di reazione potrebbe
portare, come altrove, a un atteggiamento iperconflittuale, con un uso della
violenza istintivo e disperato nei confronti di "tutti gli altri" e a volte anche nei confronti di se stessi.
L'esito di una politica migratoria che fa del migrante il nemico principale dell'ordine sociale e
che allo stesso tempo lo relega a condizioni di lavoro e di vita
inferiorizzate è difficile che sia diverso, quando non peggiore, da quello
conosciuto dai neri in America.
Di fronte alle lamentele continue di cittadini angosciati dall'insicurezza,
il senso comune diffuso anche tra i Poliziotti si salda con la polemica nei
confronti dei magistrati:
«Ha ragione il celerino medio quando dice loro sono abituati a farsi tagliare
una mano se rubano, una denuncia a piede libero li fa ridere. Abituati alle
loro leggi, pensare che sfasci vetrine, picchi un passante, dai fuoco a un
cassonetto delle immondizie, stai dentro tre ore ed esci con un foglio con
scritto "denuncia a piede libero", oppure stai dentro una notte e dopo esci
con l'obbligo di firma, è come pensare "ma sono tutti pazzi in questo
stato". Questa situazione porta nel poliziotto medio a una situazione di
frustrazione, rabbia, violenza, depressione terribili. Considerando quel che
devono subire, la reazione della massa potrebbe andare peggio; la legge è
ingiusta, inconcepibile che sia così, fatta contro di noi. I magistrati sono
cattivi, sono tutti comunisti.»
«Il razzismo non c'entra per niente. Lei capisce, è gente che fa ribrezzo,
spesso fanno proprio schifo, per non parlare della paura di contagio, perché
sicuramente sono quasi tutti colpiti da malattie infettive e dall`AIDS.
Allora Lei capisce che la signora magistrato come anche qualsiasi persona
civile preferirebbe non vederli e siccome siamo costretti ad averci a che
fare, soprattutto noi operatori di polizia giudiziaria, cerchiamo di
sbarazzarcene il più in fretta possibile. Dovrebbero darci un'indennità in
più per aver sopportato di avere a che fare con questa gente.»
«Se riesco a fargli dare un po' di anni di carcere vero, sono almeno sicuro
di non ritrovarmelo domani tra i piedi. Poi è chiaro, io non mi sbatto per
nulla, se il magistrato non mi assicura che poi c'è la condanna seria non
comincio neanche.»
«bisogna dare certi numeri, soprattutto, per
far vedere che siamo produttivi».
I principali attori del dramma repressivo
e giudiziario (operatori di polizia, magistrati, interpreti e avvocati)
recitano continuamente le stesse velocissime scene, di cui spesso l'imputato
non è consapevole. La condanna è quasi sempre condizionata da ciò che
l'operatore di polizia giudiziaria ha scritto 'a monte' secondo i
parametri più o meno standardizzati, che l'istanza giudiziaria adotta, con
il contributo a volte decisivo dello stesso interprete. Come testimonia un interprete sensibile al rispetto dei diritti:
«Da quando ci sono io la maggioranza degli imputati viene prosciolta o
comunque rimessa in libertà mentre con l'interprete di prima finivano tutti
dentro, condannati. È bastato che cominciassi semplicemente a fare
seriamente il lavoro di interprete per smontare ogni volta le imputazioni e
far riconoscere le attenuanti.»
«quando si liberano dei posti al Corelli [il centro
per espellendi] facciamo partire le retate.»
«Ci sono certi politici, e non solo parlamentari, che telefonano
direttamente al questore o al dirigente dell'ufficio volanti per chiedere
che da tale ora a tale ora vogliono una nostra presenza sotto casa perché
non sopporterebbero mai che la moglie o i figli possano trovarsi davanti
qualche nomade o immigrato.»
«A seguito di queste proteste, abbiamo dei cittadini, che poi sono quelli
confluiti nei comitati di quartiere, che chiamano più frequentemente sia per
fatti attinenti la sicurezza, sia per ben altro come i problemi che
riguardano l'amministrazione comunale quali risanamento di un parco, la
sistemazione di una zona, l'illuminazione ecc. Sono persone non direttamente
colpite da qualche reato, ma influenzate da questa preoccupazione per la
sicurezza. Qui non c'è una situazione problematica dal punto di vista
dell'ordine e della sicurezza pubblica, abbiamo un livello di reati che io
direi fisiologico. È questa sensibilità, non molto giustificata da dati
obiettivi, che porta a tanta richiesta di interventi. Sicuramente il
cittadino di qui è molto più evoluto di altri posti, ha più coscienza dei
propri diritti e doveri, è abituato a una qualità della vita superiore che
altrove. Si aspetta dunque che le istituzioni gli diano la possibilità di mantenere questa
qualità della vita. Per questo chiede l'intervento ma è anche disposto a
collaborare. Comunque il cittadino è molto sensibile all'idea che
l'extracomunitario possa fare qualcosa di illecito. Arrivano tante
segnalazioni perché per esempio vedono un capannello di extracomunitari e
allora chiamano dicendo 'stanno spacciando'. Arriviamo sul posto e troviamo quattro
nordafricani o africani che però, poveretti, sono regolari, dopo aver finito
di lavorare stanno chiacchierando, non fanno niente di male! C'è questa
pericolosa tendenza a generalizzare e questo può essere di disturbo diciamo
all'opera di integrazione del cittadino straniero che comunque è un'opera
che andrà fatta perché ormai... Qui l'area è ricca, c'è un economia che
tira, una disoccupazione del 4% circa, le aziende continuano ad assumere,
però il problema è che sono spesso posti di lavoro che gli italiani rifiutano
ed è per questo che arrivano gli extracomunitari.»
«Nessuno ne vuole sapere di denunce per reati inerenti il diritto del
lavoro. Arriva la segnalazione che c'è stato un infortunio sul lavoro, va il
commissariato, non la Squadra Mobile, anche se c'è il morto. Si informa
l'Ufficio del lavoro, che a volte va sul posto e a volte se la prende molto
comoda, però nessuno subito controlla tutto quello che c'è da controllare.
[ ...] Non parliamo poi di casi in cui si fa passare l'incidente sul lavoro
come incidente stradale o il morto viene addirittura buttato in qualche
canale o in una discarica e poi si dice il caso è chiuso, o casi per cui si
dice che si sono ammazzati tra loro.»
«Parlando con i colleghi, si diceva "se tutti i negri che sono al mercato a
vendere abusivamente si incazzassero e volessero picchiare i poliziotti, ci
farebbero un culo così". Ma per fortuna sono pacifici. Quando si scatenano
delle reazioni, c'è sempre una componente di intolleranza, di
prevaricazione. Noi siamo fatti così! Ti incazzi, hai il potere e te la
prendi con loro.»
«Non è molto difficile controllarli. Tanti nostri confidenti sono
extracomunitari, anzi, forse proprio perché hanno più bisogno dell'italiano
che comunque non rischia l'espulsione, hanno un motivo in più per dare
qualche notizia. È chiaro che poi chiedono qualcosa, un interessamento, un
permesso di soggiorno, se è possibile, si cerca di dare una mano. Sono loro a
offrirsi, soprattutto perché vogliono avere un rapporto con qualcuno che poi
comunque non li perseguiti, perché poi è chiaro che lo si protegge un po'
come succede con il confidente.»
Ecco alcuni brani di interviste a immigrati:
«Non ho mai commesso atti illegali, ma un giorno è arrivata la polizia nel
centro di accoglienza dove abitavo e mi hanno sequestrato tutte le cassette
video, il lettore di cd e i cd che da tempo compravo per portarli al paese
con il pretesto che non avevo le ricevute d'acquisto! Da allora tengo una
cassa presso amici italiani per conservare le mie cose. Voi non potete
immaginare cosa significa vivere sempre sospettati e trattati con disprezzo
e ostilità.»
«Sono stato fermato tante di quelle volte che ho perso il conto. Sempre lo
stesso. Cammini per strada, ti vedono la faccia da tossico, ti fermano alla
loro maniera, ti chiedono documenti, perquisa, e volano i primi schiaffi.
Poi se ti trovano qualcosa, anche la spada [siringa], ti tirano sempre lo
spaccio se non dici dove l'hai comprata. Tu non hai diritti.
Complessivamente mi sono fatto sei anni di carcere. Quasi sempre mi hanno
picchiato, qualche volta derubato, e qualche volta sequestrato la roba. Un
circolo vizioso. Gli sbirri seguono gli spacciatori, e questi scappano dagli
sbirri. Se non succede un caso eclatante, lo spaccio di piazza viene
tollerato. Appena succede qualcosa di forte, allora gli sbirri arrestano
tutti e menano di brutto. Almeno una volta al giorno mi capita che una
pattuglia mi fermi. Sono stato portato in via Corelli due volte. È il posto
più bestiale che ho visto da quando sono in Italia.»
In una situazione di etnicizzazione crescente di vari segmenti del mercato
del lavoro "legale informale e illegale" si afferma così anche la tendenza
di molti giovani immigrati a "scegliere" percorsi devianti. Come abbiamo
visto, l'azione della Polizia contribuisce involontariamente allo sviluppo
di questo fenomeno, a cui corrisponde una impressionante diffusione della
violenza agita e subita, a volte con esplicite connotazioni razziste. In
pochi anni sono aumentati l'alcolismo e la tossicodipendenza tra gli
stranieri. Benché non siano disponibili dati sugli stranieri morti per
overdose, numerosi indizi suggeriscono che il loro numero sia in aumento.
Vanno inoltre ricordati gli incidenti sul lavoro spesso misconosciuti, le
violenze, le torture e anche gli assassini di giovani prostitute, soprattutto nigeriane e albanesi.
Tuttavia, le denunce relative alla
vittimizzazione degli immigrati e le relative indagini delle forze di
polizia sembrano piuttosto rare malgrado il forte aumento di questi casi.
Alla domanda sull'eventualità che nella città in cui opera si siano
registrati episodi del genere, o casi espliciti di discriminazione e di
razzismo, un dirigente di polizia risponde:
«Ma guardi, c'è stata qualche cosa, ma siamo a livelli sporadici. Qualche
caso che è apparso sulla stampa, tipo il bar che mette il cartello fuori,
oppure il bar che serviva l'extracomunitario con il bicchiere di carta
invece che col bicchiere di vetro.»