Visita-denuncia al carcere di Rebibbia

Roma 1 dicembre 2000

Primo resoconto della visita alla Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, Roma effettuata il 1 Dicembre 2000, giornata mondiale di lotta all'Aids dal collettivo Liberiamoci del carcere di Roma.

Nel pomeriggio del 1 dicembre abbiamo effettuato una visita-denuncia al carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Siamo potuti entrare nella veste di accompagnatori del consigliere regionale del Lazio di Rifondazione comunista Salvatore Bonadonna che ha gentilmente fornito la sua disponibilità ad entrare insieme a due compagni del collettivo Liberiamoci del carcere. Al nostro arrivo non siamo stati ricevuti, come di prassi, dal direttore dell'Istituto perché impegnato in una riunione con il nuovo responsabile dell'ASL del territorio su cui sorge il carcere di Rebibbia. Argomento di discussione dell'incontro il controverso passaggio di competenze della sanità penitenziaria dal ministero di giustizia a quello di sanità, che, nonostante sia passato circa un anno dall'entrata in vigore della riforma, ancora risulta inapplicato. Siamo stati accompagnati nella visita da una vicedirettrice e un ispettore di polizia penitenziaria che si sono mostrati cortesemente disponibili a rispondere alle nostre domande e illustrarci la situazione del carcere di Rebibbia.
Appena varcato il cancello del carcere siamo stati messi di fronte alla drammaticità della questione salute in carcere: una grande agitazione regnava tra i corridoi per via di un ricovero d'urgenza di un detenuto al vicino ospedale Pertini. La meta della visita è stato il reparto clinico G14, da poco ristrutturato con una spesa miliardaria. Il centro clinico di Rebibbia si articola su tre piani: al piano terra sono presenti gli ambulatori, al primo piano c'è il reparto malattie infettive e quello di medicina generale, al secondo piano sono rinchiusi i tossicodipendenti in trattamento metadonico a scalare. Nove sono le persone detenute malate di Aids attualmente ricoverate nelreparto malattie infettive del G14, di loro sette sono in Aids conclamato.

La legge 231 del 1999 stabilisce che queste persone non debbano stare in carcere, ma la burocrazia, la mancanza di un alloggio esterno, l'assurdità di una giustizia che a distanza di anni infierisce su chi già ha ottenuto l'incompatibilità costringendolo a tornare dietro le sbarre, fanno sì che queste persone stiano in carcere nonostante le loro gravi condizioni di salute, ulteriormente aggravate dal regime detentivo. Abbiamo tragicamente riscontrato la presenza al reparto malattie infettive di un detenuto da noi già incontrato in precedenti visite, allettato da giugno 2000 dopo essere stato dimesso dal reparto malattie infettive dell'ospedale Spallanzani e rispedito in carcere per mancanza di una casa dove svolgere gli arresti domiciliari concessigli dal tribunale.

Nel reparto tossicodipendenti in trattamento metadonico del G14 ci sono una cinquantina di detenuti. Lamentano di dover sottostare ai rigidi ritmi della terapia a scalare, anche quando questa provoca pesanti crisi di astinenza da metadone, difficilmente gestibili per chi, come molti di loro, è anche malatodi Aids. Il reparto tossicodipendenti è a tutti gli effetti un reparto di transito perché le persone ivi detenute vengono dirottate verso gli altri reparti a conclusione del programma a scalare che dura dai quindici ai trenta giorni. Il carattere transitorio delle presenze fa sì che non esistano attività ricreative e socializzanti e le persone rimangano chiuse nella cella la maggior parte della giornata. Nel reparto di medicina generale del G14 sono rinchiuse persone in attesa di intervento chirurgico o visita specialistica, con patologie particolarmente gravi o con difficoltà deambulatorie. Molti provengono da altre carceri del centro Italia e vengono dirottate a Rebibbia che è considerato una punta di diamante dei centri clinici dell'Italia centrale. In questo modo alla malattia in stato di detenzione si aggiunge la lontananza dagli affetti familiari, nonché quel po' di assistenza materiale che proviene dai pacchi dall'esterno. L'attesa di interventi chirurgici, così come di visite specialistiche può durare mesi, se non anni, senza alcuna risposta da parte dell'autorità.

Terminata la visita del centro clinico G14 abbiamo avuto un incontro con i detenuti della biblioteca centrale Papillon che ci hanno aggiornato sulle iniziative di lotta all'interno del carcere. Da diverse settimane è in corsouna lotta pacifica, ma determinata che raccoglie un'adesione pressoché totale della popolazione carcerata a Rebibbia. I detenuti denunciano alcuni problemi caratteristici dell'Istituto di Rebibbia, la paralisi del Tribunale di Sorveglianza di Roma, il silenzio calato dopo quest'estate sulle condizioni di detenzione all'interno delle carceri italiane. La protesta ha già ottenuto alcuni risultati come la promessa di una maggiore presenza di personale medico, una maggiore apertura delle celle durante il giorno, la promessa di un incontro con magistrati di sorveglianza ed esponenti politici per l'inizio di dicembre 2000. I detenuti denunciano di aver subito numerose censure sulla corrispondenza con l'esterno e con altre carceri italiane. Hanno spesso dovuto ricorrere a un intervento diretto da parte della direzione del carcere per poter vedere garantita, almeno in parte, la loro libertà di espressione. I detenuti ricordano come nel mega-carcere di Rebibbia sia in atto un conflitto di potere tra direzione, di impostazione gozziniana con ambizioni di carriera ministeriale, e custodia, portatrice di un'idea custodialista.

Questa la cronaca della visita. Dal risultato delle altre iniziative tenutesi a livello nazionale nella giornata del 1 dicembre e dal confronto che ne seguirà speriamo riprenda un discorso di ampio respiro sul carcere che possa portare a interventi incisivi.

Saluti e libertà

Liberiamoci dal carcere - Roma

Fonte: Visita-denuncia al carcere di Rebibbia, comunicato diffuso l'1 dicembre 2000 da liberiamoci del carcere out.out@libero.it