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Palermo a Trento decine di atenei sono in agitazione, e una mobilitazione
così diffusa non si vedeva dai tempi di Ruberti. Ciò fa presagire e
sperare in un autunno caldo per l'Università, che rompa il silenzio e
l'empasse di un lungo periodo di sonno. Non è ininfluente la spinta
esercitata in questi mesi dai movimenti, a partire da quello in difesa
della scuola pubblica. Ma indubbiamente l'opposizione a questa riforma si
impianta su un sistema universitario pubblico già dequalificato e
precarizzato dalle politiche precedenti, e dunque su una situazione che
oggettivamente presenta il conto delle scelte di questi quindici anni.
Scelte prevalentemente concertate da una lobby accademica, che
trasversalmente è seduta fra i banchi del Parlamento, e che è stata
responsabile delle pessime riforme fatte fin qui.
Questa mobilitazione contro l'ennesimo atto di smantellamento del
sistema pubblico dell'istruzione è destinata a durare, se come pare,
riuscirà a connettere in una unica lotta diverse soggettività del mondo
accademico, studenti, ricercatori, docenti, e a non accettare la logica
concertativa delle lobby accademiche, peraltro già tentata in questi mesi
dalla Conferenza dei rettori. Non è una battaglia categoriale ciò che
caratterizza questa mobilitazione. Ma la messa in discussione del valore
stesso dell'università e della ricerca pubblica. E ciò ha a che fare
almeno con due generazioni di studenti e di ricercatori oggi precari, che
rischiano di essere espulsi da un sistema che riproduce una visione
escludente, mercificata e gregaria della produzione dei saperi.
Non a caso la novità più rilevante ed interessante di questa
mobilitazione è rappresentata dalla rete nazionale dei ricercatori
precari, intrecciata alla lotta più generalizzata del precariato cognitivo
che abbiamo visto produrre con la Mayday un percorso che esce dalla
frammentazione, e ripropone la centralità del conflitto sociale. E' dunque
sul modello di università pubblica, sul suo valore, e sulle sue finalità
che si gioca la partita. Sapendo che questo modello è stato trascinato
dalle politiche neoliberiste degli ultimi dieci anni dentro la dinamica
della competizione, competizione che ha prodotto una torsione dei
fondamenti etici e civili della funzione culturale della produzione dei
saperi. Sacrificata la partecipazione sociale alla loro costruzione,
ristretti gli spazi di democrazia dentro gli atenei, il valore della
conoscenza è stato ridotto ad interessi di parte, piegato alla logica dei
brevetti e della privatizzazione delle produzioni scientifiche.
Ciò che le politiche neoliberiste non tollerano è l'eccedenza della
produzione culturale, la sua finalità pubblica ed extraeconomica. Ne
consegue che sull'istruzione e la ricerca bisogna risparmiare, delineando
la costruzione di pochi poli di eccellenza strettamente legati ai profitti
dei sistemi produttivi territoriali. La spesa statale per l'università è
la metà di quella investita in Francia e in Inghilterra, la spesa pro
capite per studente è la metà di quella degli altri paesi europei, il
numero di dottorandi ogni 1000 abitanti fra i 25 e i 35 anni è di 0,75 in
Germania, 0,63 in Francia e Inghilterra, in Italia appena di 0,17. A ciò
si aggiunge che l'età media di un ricercatore italiano e di 50/55 anni e
la durata media del precariato di 8 anni. Da questo punto di vista la
finanziaria che ci apprestiamo a discutere chiude il cerchio. Riduzione
delle risorse e blocco delle assunzioni precipiterà il sistema
universitario al collasso.
Per queste ragioni alla battaglia sociale e parlamentare per il ritiro
del ddl Moratti uniamo l'iniziativa politica sulla finanziaria proponendo
alle altre forze delle opposizioni un salto di qualità, cioè di praticare
un percorso che si misuri con la possibilità di delineare una proposta
alternativa condivisa su scuola, università e ricerca, in sintonia con la
lotta dei movimenti e la loro elaborazione. Un pacchetto di emendamenti
comuni su temi nevralgici della manovra, a partire dalla stabilizzazione
dei precari, il diritto allo studio, nuove politiche sociali di sostegno
agli studenti, lo sblocco delle assunzioni, le immissioni in ruolo, un
forte rilancio dell'investimento pubblico su questi settori strategici.
Già oggi un primo incontro dei capigruppo di Camera e Senato per avviare
il lavoro. All'orizzonte la manifestazione unitaria del 6 contro la
finanziaria dove una centralità questi temi dovranno averla, e lo sciopero
generale della scuola del 15 novembre, che sarebbe importante estendere
anche all'Università, proprio perchè la connessione di questi movimenti
rappresenterebbe il punto di forza più grande per fermare la Moratti.
Titti De Simone
da Liberazione
del 14 ottobre
2004 |