.\" Template groff 4 MEDI(A)TECA .\" version 10.06.04 .\"iPONTE ponte@ecn.org .\" titolo sezione data sorgente manuale .TH "" A "FEBBRAIO 2006" "MEDI(A)TECA #000" "MEDI(A)TECA" .\" CAPITOLO .SH STRAGE DI STATO. .SS "" .SH Controinchiesta a Giuseppe Pinelli, ferroviere a Ottorino Pesce, magistrato. .SH Nota editoriale La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d'Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la "strategia delle stragi", prolungatasi fino al 1980 - quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più "coperti" dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti - senza alcuna eccezione, fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione. Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la "mentalità della sinistra", ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un "riflesso d'ordine" nel paese, chiudere il biennio rosso '68-'69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell'inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo. Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto? Con l'inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una contro inchiesta, più precisamente. Ma andiamo con ordine. Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l'Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli "estremisti di sinistra" che quotidianamente attraversavano in corte le strade della penisola. I più deboli tra quegli "estremisti" - sul piano politico, delle allenze o anche solo nell'immaginario sociale - erano gli anarchici. Loro - fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante - dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un'azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C'è un legame di continuità - ma anche una decisa rottura - con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del '47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, "i comunisti" in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel '69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell'immaginario popolare. Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l'idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci - altrettanto immediatamente aggregatosi tramite il proprio quotidiano, l'Unità, al coro dei reazionari che gridavano al "mostro Valpreda". Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l "'inchiesta" poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate "a colpo sicuro" sugli anarchici. L'altro elemento che scombina il "piano" di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all'interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli "inquirenti" milanesi fanno ricorso a una massa di "giustificazioni ad hoc" che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola un ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della "verità di Stato' che doveva seppellire gli anarchici - e con loro il '68-'69 - sotto l'infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell'intelligenza politicamente orientata; niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l'ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all'interno dello stesso "disegno criminoso", indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage). Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un "malore attivo"; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all'impunità dei funzionari dello Stato, all'ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l'archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D'Ambrosio è la chiusura di un cerchio - logico e politico - non un "incidente di percorso". Certo, oltre D'Ambrosio, alcuni altri "santi" dell'iconografia ufficiale escon male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto d un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di "democratici". Ma questo è un problema di chi nel "doppio Stato" crede. Non degli antagonisti. La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili "manovali" di una strage decisa "nelle alte sfere". È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l'attenzione alla verità per come è. Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo - cioè mentendo - che "la violenza è solo fascista". Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c'è conflitto - sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un'eresia - i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella sub-cultura della "teoria del complotto universale" fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del "doppio Stato", cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno" Stato buono" che conviveva conflittualmente con quello "cattivo". Lo Stato era ed è soltanto uno: l'apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell'apparato i "sinceri democratici" o semplicemente i funzionari onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell'azione generale dell'apparato. Senza teoria del "doppio Stato" non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel '69, ma con in più una fetta consistente dell'ex Pci) e un ministro dell'interno ex "comunista:" (Giorgio Napolitano) non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l'inattendibilità stessa della "teoria". In questo senso La strage di Stato è un libro sull'irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione. Senza illusioni su una sempre invisibile "parte buona dello Stato", insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Màrcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i '70 e gli '80. Dopo trent'anni le stragi sono ancora e sempre "impunite". È un'espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del "pentimento" e l'approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro? Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista - qualcuno anche armi alla mano - sono stati tutti ,e più che duramente "puniti". E oltre duecento prigionieri politici di Sinistra, e altrettanti esuli, a vent'anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati - e scontati - per il sequestro di Aldo Moro? Come non veder che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politica mente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L'evoluzione degli avvenimenti a partire dal '69 non lasci molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni '7O, è storicamente certo - evidente, diremmo - che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi. Un libro, dunque, non per "ricordare". Leggere La strage di Stato serve a capire l'oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l'esercizio della "memoria" costa moltissimo e dura sempre troppo poco - ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un interrogarsi costante. Guardare con gli occhi ben aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l'agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l'antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di "rabbia" è fin troppo pieno questo schifo di mondo. Odradek Il "gruppo dei compagni/compagne che indagarono e scrissero 30 anni fa per smascherare la strage di Stato" ci ha chiesto di rieditare questo aureo libretto e farlo uscire in tempo per il 12 dicembre, rispettando il loro anonimato. Il libro esce con la firma di Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini, deceduti in questi anni, ma che peraltro furono gli animatori del gruppo e gli estensori del testo. Nella nota che precede abbiamo spiegato le ragioni politiche che ci hanno spinto a corrispondere al loro desiderio; qui accenniamo brevemente ai criteri seguiti nel preparare il materiale per questa edizione. Premesso che il pochissimo tempo a disposizione ci ha impedito di preparare quell'edizione critica che il libro meriterebbe, ci siamo basati sulla V edizione dell'ottobre 1971 (la I edizione è del giugno 1970) ma dalla quale, per motivi di spazio, non abbiamo ripreso la prefazione. Abbiamo del pari evitato di riprodurre le foto che corredavano la I edizione, per le difficoltà che l'operazione comportava. Nella I Appendice di questa edizione abbiamo riprodotto i materiali che corredavano la V edizione. Nella II Appendice abbiamo inserito una cronologia e qualche scheda di aggiornamento, richieste ad alcuni giornalisti "specializzati" - che hanno preferito rimanere anonimi, nello spirito dell'iniziativa, ma che qui ringraziamo a nome di tutti. Abbiamo inoltre tratto dalla "Ristampa per il 12 dicembre 1993", supplemento al n° 48 di Avvenimenti - che uscì a firma di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini - "Processi a un libro" e "Come importammo la controinformazione"; riproduciamo quest'ultimo testo con la firma di Edgardo Pellegrini, anche lui scomparso lo scorso anno. In questa ennesima ristampa, proponiamo come III Appendice il testo dell'intervista del giudice Guido Salvini che compare nel video "12 dicembre. Critica allo Stato dei misteri" realizzato da SUTTVUESS. Resta il disappunto per la contraddizione che siamo costretti a registrare. Il giudice Salvini, tra i pochi a continuare le indagini sulle stragi di Stato, dimostra con la sua azione di essere persona onesta e coscienziosa, sia pure avvalendosi di tutte le scorciatoie meno presentabili che la legislazione gli mette a disposizione, come "pentiti" e intercettazioni. Vede con chiarezza i blocchi politici frapposti alle indagini per 30 anni; vede che persino la sedicente "sinistra di governo" ha rapidamente depennato dalla sua agenda (ma non dalla propria retorica) la "ricerca della verità" sulle stragi pur di sedersi senz'altri intoppi sulle più scomode poltrone ministeriali (interni, giustizia, presidenza del consiglio). Eppure, Salvini - forse per la solitudine in cui lo ha condotto il suo indagare - è costretto a sperare in un soprassalto di dignità della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi. Ovvero nell' "onestà" dell'organismo che da quasi 20 anni, peggio che il "porto delle nebbie" della procura di Roma, gestisce l'occultamento di ogni verità possibile sotto un cumulo di ipotesi perennemente riformulate e programmaticamente non verificabili. .SH Nota degli autori nel trentennale della strage 1) Il titolo di questo libro non a tutti piacque. Anche nella sinistra extra-parlamentare nella quale militavamo, molti pensavano - contro ogni evidenza, secondo noi - che la strage fosse fascista, forse con qualche copertura o complicità di apparati statali. La storia ha dimostrato che non era così. Anche le successive stragi degli anni '70/80 (piazza della Loggia, Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli; ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis; crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio. 2) L 'inchiesta fu militante/collettiva e così la diffusione del libro. Fu anche una indicazione di metodo che oggi vogliamo/dobbiamo rilanciare. Tanto più che se alla fine degli anni '60 e inizio dei '70 ancora esistevano taluni spazi d'informazione più o meno liberi, oggi si sono ridotti al lumicino. Difficile credere che qualche giornalista "normale" oggi indagherà sui delitti/bugie di Stato (la guerra '99 della Nato, per dire il fatto più grave) e comunque che queste inchieste avranno un'eco. Non possiamo però tacere che molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate. 3) In coda al libro trovate le prefazioni (Aldo Natoli, Lelio Basso, Alessandro Natta e Ferruccio Parri) che allora chiedemmo a 4 esponenti, seppure un po' atipici, della sinistra tradizionale. Perché noi - extraparlamentari -sentimmo il bisogno di coinvolgere persone da cui eravamo più o meno lontani come prassi politica? In parte fu per dare copertura politico/giudiziaria a un libro che temevamo fosse bloccato e/o passato sotto silenzio; in parte (ben maggiore) perché la gran parte di noi era allora convinta che, per quanto grandi fossero le distanze dalla "vecchia" sinistra, c'era un terreno minimo (di difesa delle regole democratiche uscite dalla Resistenza, di opposizione al fascismo vecchio/nuovo) su cui comunque ci saremmo potuti trovare insieme. Fu questo un grave errore d'analisi, come infatti successivi dimostrarono; al di là di singole persone infatti, tutta la "vecchia" sinistra (intendiamo con ciò il Psi, la Cgil, il Pci e i suoi vari figlioli Pds, Ds/Ulivo) non si è schierata per "far luce", come all'epoca si diceva, e con triste coerenza ha tradito persino una delle pagine fondanti della Costituzione, quella che ripudia la guerra come strumento d'offesa. Esistono fra noi - che oggi siamo politicamente impegnati in luoghi assai diversi - divergenze di idee sulle ragioni e sui passaggi di questa "devastazione" della sinistra, come di altri nodi storici. Al di là però di queste diverse valutazioni, tutti noi abbiamo la certezza che oggi la sinistra vera può essere solo extra-parlamentare, che i meccanismi del potere impediscono ogni possibilità d'accesso democratico/elettorale a chi vuole scardinare le ingiustizie (italiane e mondiali), che i veri utopisti sono coloro che non sentono la necessità di una rivoluzione dal basso. Curioso che noi - extraparlamentari ieri - siamo oggi al fianco degli "extra-comunitari" (che noi preferiamo comunque chiamare migranti); ci dev'essere in questo "extra" qualcosa che ci sfugge, al di là delle sprezzanti definizioni di chi è "dentro". Forse essere "fuori" (dai meccanismi) è l'unico modo d'agire nel profondo, il che spaventa i cani da guardia dell'ingiusto ordine costituito. 4) In copertina a La Strage di Stato ci sono i gendarmi di Pinocchio o forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e debole con i forti. Viviamo sempre più all'interno d'una nazione-poliziotto e in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno 4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di un'organizzazione del lavoro criminale; c'è anche chi vorrebbe sempre più portare il poliziotto/prete dentro le nostre camere da letto. Trent'anni dopo abbiamo la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continum fra lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi trafficanti d'armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano le "missioni Arcobaleno") e il tentativo di controllare e/o ingabbiare le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso che, come altri, qui accenniamo solo. Noi crediamo che questo filo vada spezzato, ovunque sia possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo. Anzi, come direbbe Totò, "alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata debolezza". Però lo faremo e invitiamo a farlo ogni giorno: ci si chiami tute bianche o rete Lilliput, centri sociali o Greenpeace, lavoratori auto-organizzati o Cantieri Sociali, zapatisti o sem-terra di ogni parte del mondo, "Dire mai al Mai" o altro ancora, i nomi contano poco, è come s'agisce quel che fa la differenza. Se un anello della catena dello Stato poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino. E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di "un altro/a", perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850 leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un 'idea) e che hanno 50 mila "luogotenenti" per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord (se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con "le politiche di aggiustamento strutturale" della Banca mondiale). Oggi come ieri, lo ripetiamo: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario. 5) Ovviamente questo libro non ha copyright: non crediamo alla proprietà privata delle idee, figuriamoci se pensiamo che la memoria possa essere registrata con diritto d'autore. Chiunque può, se crede, riprodurlo. V'invitiamo però, oggi come ieri, a diffidare di chi sui libri s'arricchisce: non pagare un libro più del dovuto è un atto di elementare giustizia, sabotare chi sul caro-sapere s'arricchisce (ed esclude i più) è un irrinunciabile dovere. 6) Anche questa ri-edizione è firmata solamente dai nomi di due compagni, (Edoardo e Marco) che nel frattempo sono morti; perché materialmente ne scrissero gran parte, ma anche per ricordarli. Nel '98 è morto anche Edgardo Pellegrini, uno dei tanti/tante che ci diede una mano: per lui - scrive la sua compagna Elettra Deiana -"il metodo che portò alla stesura di Strage di Stato fu sempre un punto di riferimento, una memoria feconda anche per l'oggi". Gli altri e altre "co-autori" non ci tengono a far sfoggio dei loro nomi, anche se sono orgogliosi di aver preso parte a quest'impresa. La ragione di questo essere "anonimi" ben la spiega Sarina (la poetessa del gruppo): "nel regno dell'avere, al tempo della ufficializzazione del nulla, chi aspira a essere non può che essere clandestino". O, se preferite! una versione più politica, noi comunque (con il triste privilegio dell'età, in parole povere pur invecchiati e ingrassati), continuiamo a sentirci parte d'un grande movimento, ad aver senso/ragione solo dentro questa mobile, eterogenea folla che combatte "lo Stato presente delle cose". 7) Non siamo dunque pentiti di questa contro-inchiesta (anzi ne siamo assai fiere/i), come non siamo pentiti d'aver lottato e di continuare a farlo (ognuno/a a suo modo), dopo 30 anni. Ci sentiamo di sottoscrivere quanto, nel '95; scrisse un "pazzo" compagno statunitense, Albert Hoffman, in prima fila nel movimento degli anni '60-70: "Certo, eravamo giovani. Certo, eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, sciocchi. Ma avevamo ragione". Avevamo ragione noi, anche su questo: la strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che "per quanto vi crediate assolti", come cantava allora Fabrizio De Andrè, "noi verremo ancora a bussare alle vostre porte", perché siete sempre - e per sempre - tutti coinvolti. Un gruppo dei compagni/compagne che indagarono e scrissero 30 anni fa per smascherare la "strage di Stato" .SH Nota dell'editore. Questo libro è il frutto di un lavoro paziente e sistematico di un nutrito gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare, che hanno - spinti dal desiderio di accertare i fatti e di risalire alle responsabilità politiche - raccolto informazioni e testimonianze, messo a confronto dichiarazioni pubbliche di funzionari di polizia e altri personaggi implicati nelle vicende, ricostruito le attività e gli spostamenti di ben individuati personaggi, fornendoci, alla fine, attraverso notizie in parte già note, in parte inedite, un quadro certo impressionante di una realtà politica (quella dei fascisti e dei loro collegamenti nazionali e internazionali, delle altre forze politiche reazionarie che hanno in quei fascisti un loro strumento), con una ricchezza di dati e una capacità di persuasione fino ad oggi difficilmente raggiunte. Il lavoro - è giusto dirlo - è stato svolto in modo del tutto indipendente dalle organizzazioni della sinistra, senza nessun aiuto politico e finanziario. Solo quando il manoscritto era completato, l'editore ha preso l'iniziativa di chiedere ai rappresentanti dello schieramento politico-parlamentare di sinistra un giudizio e un avallo. Ciò non perché si sia ritenuto necessario riproporre in questa sede un dibattito fra diverse forze politiche della sinistra, che già si svolge altrove: ma perché ci è sembrato che il tipo di battaglia, nel quale si inserisce il testo che qui presentiamo al lettore, richiedesse - al di là delle divergenze politiche che pur permangono e che traspaiono dalla lettura e del libro e dei giudizi espressi in fondo da Basso, Natoli, Natta, Parri - l'unità di uno schieramento di sinistra che, quali che siano gli errori o le manchevolezze di questi o quelli, rimane l'unico strumento valido per opporsi concretamente alle mene reazionarie degli autori degli attentati di Roma e Milano e dei loro complici consapevoli o inconsapevoli. L'editore .SH NOTA DEGLI AUTORI Questa controinchiesta - condotta da un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con il pretesto degli attentati dei 12 dicembre, si scatenava la caccia all'"estremista di sinistra" - non nasce da esigenze di legittima difesa: per denunciare "le disfunzioni dello stato democratico" o "la violazione dei diritti costituzionali dei cittadini". Sappiamo che questi diritti, quando esistono, sono riservati esclusivamente a chi accetta le regole del gioco imposto dai padroni: l'unanimismo dei servi o l'opposizione istituzionale dei falsi rivoluzionari. Per noi, "giustizia di classe" e "violenza di stato" non sono definizioni astratte o slogan propagandistici, ma giudizi acquisiti con l'esperienza: gli operai, i contadini, gli studenti, li verificano ogni giorno nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, nelle piazze e non soltanto nelle "situazioni di emergenza". La repressione preferiamo chiamarla rappresaglia. Essa rappresenta un parametro di incidenza rivoluzionaria: sappiamo che il sistema colpisce con tanta più virulenza quanto più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti, e che l'unica, vera, amnistia che conti, sarà promulgata il giorno in cui lo stato borghese verrà abbattuto. Per questo non ci stupisce ne' ci indigna il ricorso dei padroni alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo; ne' che l'apparato ne copra le responsabilità con l'assassinio e con l'incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai "democratici" il compito di scandalizzarsi, di chiedere accertamenti e indagini parlamentari, di gridare: "Questo non deve accadere! Qui non siamo in Cambogia" come se esistessero tanti imperialismi anziché uno solo, come se i sistemi che esso usa abitualmente in Asia, Africa, America Latina o in Medio Oriente, fossero privilegio esclusivo dei popoli di colore o sottosviluppati: inammissibili per un "paese di alta civiltà", come il nostro. Fin dall'inizio eravamo coscienti che non avremmo potuto fornire agli altri militanti molto di più di quanto essi già sapevano sulle responsabilità dirette e indirette che stanno dietro la strage di Milano. Prima ancora che i giornali progressisti definissero "oscuro suicidio" la morte di Giuseppe Pinelli, sui volantini alle fabbriche e all'Università, sui giornali rivoluzionari e sui muri delle città italiane, i colpevoli venivano indicati con nome e cognome. Quando i deputati della sinistra ufficiale denunciavano "l'oscura manovra reazionaria" rivolgendo appelli di unità antifascista a quegli stessi settori politici che di questa manovra, nient'affatto oscura, erano i gestori e i portavoce ufficiali, migliaia di militanti si scontravano in piazza con la polizia gridando esplicitamente i risultati della loro analisi di classe. Il significato di questa contro-inchiesta, quindi, è quello di offrire ai compagni un modesto strumento di lavoro per l'approfondimento e la diffusione a livello popolare dell'analisi sullo stato borghese; perché, come ha detto Lenin prima di Gramsci, la verità è rivoluzionaria. Siamo convinti, nello stesso tempo, che essa fornisca la dimostrazione di quanto e meglio avrebbero potuto fare - se solo lo avessero voluto - le forze della sinistra istituzionale, politiche e sindacali. Le quali però non hanno voluto perché il farlo significava dimostrare che dietro le bombe di Milano e di Roma, dietro la morte di Giuseppe Pinelli, esistono complicità che non lasciano spazi riformistici. L'abbiamo dedicata a due compagni: Giuseppe Pinelli e Ottorino Pesce. Il primo, un operaio, è rimasto ucciso per predisposizione storica, come i suoi compagni che quasi ogni giorno muoiono nei cantieri e nelle fabbriche dei padroni; il secondo giacché aveva scelto di mettersi dalla parte degli sfruttati anziché degli sfruttatori, pretendendo di rifiutare il ruolo sociale che gli era stato assegnato. Lo ha fatto dichiarando - proprio quando la sinistra ufficiale assisteva pressoché impassibile alla caccia all'"anarchico" e al "maoista" che la giustizia italiana è una giustizia di classe: la stampa "indipendente" lo ha linciato, i magistrati "progressisti" lo hanno invitato alla prudenza e al tatticismo. E' morto d'infarto il 6 gennaio 1970. Un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare 13 dicembre 1969-13 maggio 1970 .SH I CAPITOLO Le bombe del 12 dicembre -- La morte di Armando Calzolari - Venerdì 12 dicembre - Italia 1969, un attentato ogni tre giorni - Si tirano le somme della "strategia della tensione" - I profeti del 12 dicembre - Riunioni segrete - La confessione di Evelino Loi. .SH Premessa Strage di Stato si apriva con la morte di Armando Calzolari, già uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese. Sono passati due anni dal giorno di Natale del '69, quando scomparve per essere ritrovato, qualche tempo dopo, ucciso. Sono passati molti mesi dall'uscita della prima edizione di Strage di Stato. E l'inchiesta su Armando Calzolari non è ancora a punto. Il magistrato che si occupa del caso non ritiene evidentemente sufficienti gli elementi raccolti nella istruttoria. Il giudice De Lillo, lo stesso che conduce le indagini sul fallito tentativo golpista dell'anno scorso, è stato più volte al Nord e nel corso di uno di questi viaggi ha potuto interrogare Maria Piera Romano, la vedova del Calzolari. La deposizione della donna è stata definita "sconcertante". Parlando di lei, il libro ne riporta una frase: la non archiviazione del caso la danneggerebbe economicamente. Commentano gli autori: "fatto inspiegabile, visto che Armando Calzolari non risulta assicurato: a meno di pensare che qualcuno abbia promesso alla vedova di aiutarla economicamente, nel suo silenzioso dolore, solo quando e a condizione, che il caso fosse stato definitivamente archiviato". Qualcuno l'ha aiutata prima: Maria Piera Romano vive ora in Piemonte, aiutata con un assegno da un noto carrozziere. E il caso è ancora aperto. E le sue dichiarazioni sono sconcertanti. La fine di Armando Calzolari resta, come avevano intuito gli autori dell'inchiesta, una delle tessere decisive del lugubre mosaico. Qualche altra tessera, come pure era stato dichiarato in apertura del libro, la possiede Evelino Loi. Anche qui, i fatti hanno confermato molte delle rivelazioni. Sulla figura del giovane sbandato sardo, Strage di Stato formulava tre ipotesi: si tratta di un mitomane; è un confidente, pilotato dalla polizia; è un provocatore. Quale delle tre? Possiamo aggiungere che si tratta di un personaggio a molti scomodo, probabilmente ad altri assai comodo. Il suo posto di dentro-e-fuori nel meccanismo dell'indagine giudiziaria è quanto meno singolare. Gli autori avevano sottolineato che, dopo una sua visita all'Espresso, la cassaforte del giornale era stata rubata. Aggiungiamo che, dopo una sua visita alla casa editrice che ha pubblicato Strage di Stato, gli uffici editoriali sono stati oggetto di un immediato tentativo di perquisizione notturna, ad opera di ignoti. Il giudice Cudillo non interroga Loi perché "irreperibile". Ma Loi si vede facilmente in giro e quando, un giorno, si presenta di nuovo alla casa editrice, passano soltanto pochi minuti e suonano alla porta gli agenti dell'ufficio politico della questura. Loi è dunque pedinato (salta dalla finestra, fugge); ma se è pedinato, come sostenere che è irreperibile? Quando, finalmente, Loi si reca "di sua volontà" dal giudice Cudillo, ad aspettarlo fuori dell'ufficio ci sono ancora gli agenti della "politica". Non riescono prenderlo, perché viene fermato - con un istante di anticipo - dai carabinieri. I militari gli contestano l'infrazione al foglio di via; Loi afferma, lo documenta, di trovarsi a Roma con un foglio di via per Roma, perché doveva essere interrogato dal giudice. Tuttavia lo tengono dentro quattro o cinque giorni. Quando esce, nuovo fermo e successivo arresto: è imputato di aver fatto circolare piccoli assegni di provenienza furtiva. Almeno per ora, Loi non può più parlare. Eppure risulta che dirigenti della "politica" romana hanno dovuto confermare molte delle cose che Loi aveva detto nella "confessione" a Strage di Stato. Le riunioni segrete: ecco un altro paragrafo di questo primo capitolo che ha suscitato apprensioni e reazioni. Gli ex generali dei paracadutisti Caforio e Frattini, per esempio, hanno querelato gli editori: Caforio dice che non c'era, alla riunione del 15 novembre. Ha un alibi: era a Reggio Calabria (sic!). Nella denuncia, afferma di poter agevolmente provare ciò che dice: il volo lo ha fatto con un aereo militare. Vedremo in sede processuale (il processo è in corso) come stanno esattamente le cose; vedremo e diremo se si tratta di uno sbaglio nella datazione. Ma non è questo il punto. Ci chiediamo quanti pensionati, in Italia, abbiano la possibilità di vedersi mettere a disposizione un aereo militare. Anche su questo sarebbe bene fare luce. Forse si potrebbe chiedere qualche cosa, in proposito all'ex tenente dei paracadutisti Succucci, che il pensionato Caforio conosceva bene. Il tenente, segretario dell'associazione paracadutistica di viale delle Milizie, covo dei "duri" oppositori del "caos dilagante", è d'altra parte facilmente reperibile. È in galera, imputato per il tentativo golpista del Fronte nazionale. È notevole che in tutte le inchieste che ad un ceno punto la magistratura è stata costretta ad aprire sui gruppi fascisti appaiano elementi che provengono dalle fila dei 'paras" italiani: a Roma come a Foggia, a Bari come a Verona e così via. Questi sono fatti, e i generali (in pensione o in servizio) hanno un bel pontificare sul "lealismo" dell'arma! D'altra parte, riunioni segrete non ci sono state soltanto prima della strage di Stato. I giornali, riferendo sulle inchieste aperte dalla magistratura, hanno fornito nuovi particolari; molti giornalisti sanno altre date. Nessuno però ha ancora parlato delle riunioni che si sono tenute, nel periodo pre e post elettorale, in una villa disabitata di un complesso residenziale vicino a Velletri. Riunioni ristrette e riunioni allargate, con mogli, amici e rinfresco. E con una saletta appartata, in cui alcuni dei partecipanti si riunivano nel bel mezzo della festa. Elementi in borghese ed elementi in divisa. Erano presenti anche elementi della "politica"? Erano presenti agenti del SID? Se c'erano, sarà bene che facciano rapidamente il loro rapporto. In quelle riunioni sono state messe a punto, verosimilmente, alcune linee della prossima strategia della destra. Dopo Milano, sappiamo bene che cosa ciò significhi. Non vorremmo che questo libro dovesse passare alla storia come l'inchiesta sulla "prima strage di Stato". .SH La morte di Armando Calzolari L'uomo scompare la mattina di Natale 1969, a Roma. E' uscito come al solito alle otto con il suo cane, un setter inglese di nome Paulette, dicendo alla moglie che sarebbe tornato verso le dieci, per la messa. A mezzogiorno la donna comincia a preoccuparsi, si è accorta che il marito ha dimenticato a casa il portafoglio con i documenti. All'una scende in strada, vede che la "500" bianca non è al parcheggio e prega un vicino di accompagnarla al parco di Villa Doria Pamphili: ma i guardiani quella mattina non hanno visto l'uomo e il suo cane. Nessun altro nei dintorni li ha visti. La donna telefona agli ospedali. Avverte un amico, un monsignore del Vaticano, perché si informi in questura. In serata denuncia la scomparsa ai carabinieri. Il giorno dopo i quotidiani romani danno la notizia in poche righe di cronaca. Il cadavere dell'uomo viene scoperto più di un mese dopo, la mattina di mercoledì 28 gennaio, dall'operaio di un cantiere edile che lo scorge in fondo a un piccolo pozzo, affiorante nell'acqua insieme alla carogna di Paulette. Il pozzo è alla periferia di Roma, in località Bravetta, e i carabinieri non si sono spinti sin qui perché la moglie ha escluso che questa fosse una meta delle passeggiate con il cane, su strade fangose per la pioggia e troppo lontane da casa. Il corpo è in stato di avanzata decomposizione ma l'autopsia esclude che siano presenti tracce di violenza. L'orologio da polso è fermo sulle 8,34. Chi conduce le indagini parla subito di disgrazia: forse l'uomo, per salvare il cane caduto nel pozzo, vi è caduto a sua volta e non è più stato capace di uscirne; ha chiamato ma nessuno, dato che il luogo è isolato - un terreno da costruzione, con alberi e canneti - ha sentito le sue invocazioni di aiuto. L'uomo è Armando Calzolari detto Dino, nato a Genova 43 anni fa. Ex ufficiale di coperta della marina mercantile, poi commissario di bordo. Da otto anni non navigava più. Il suo lavoro dichiarato era di addetto alle pubbliche relazioni per una impresa di costruzioni di strade e ponti. In realtà procurava e in parte amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Le numerose amicizie all'estero, specialmente negli Stati Uniti, la conoscenza di diverse lingue e la facilità con la quale stringeva rapporti, oltre alla sua provata fede di ex marò della Decima Mas, facevano di lui un personaggio prezioso per le attività del "principe nero". L'ipotesi di un delitto, e per giunta di un delitto politico. Viene avanzata esplicitamente per la prima volta a soli nove giorni dalla scomparsa di Calzolari, il 2 gennaio 1970, con un articolo del quotidiano filofascista di Roma Il Tempo. L'articolo sottolinea che il lavoro per il Fronte Nazionale "aveva evidentemente portato (Calzolari) a conoscenza di alcune situazioni i cui particolari potrebbero interessare gruppi organizzati di avversari politici. Qualcuno, infatti, ha detto che negli ultimi tempi in cui lavorava per il Fronte il Calzolari aveva ricevuto delle minacce: per esempio, era stato visto rispondere al telefono ed impallidire". Tuttavia Il Tempo non lancia accuse contro la sinistra: "gli avversari politici" di cui parla potrebbero benissimo essere identificati nella tormentata geografia delle organizzazioni di estrema destra che sono proliferate in Italia negli ultimi anni. Molto diverso, dodici giorni dopo, l'atteggiamento dell'organo ufficiale del MSI, Il Secolo d'Italia. Il giornalista Sergio Tè insiste sull'ipotesi del delitto politico e parla esplicitamente di estrema sinistra. Ma è molto vago quando si tratta di definire l'attività della vittima: tra i molti a "pare" il Fronte Nazionale è scomparso, si parla solo di un indefinito "gruppo politico". L'articolo di Sergio Tè, ex militante del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, si chiede inoltre se la inchiesta senza risultati dipenda solo da una eccessiva lentezza nelle operazioni di ricerca "oppure da una troppo efficiente organizzazione interessata a " far sparire" certe persone dopo essersene servita per sottrarre loro importanti informazioni". Ma di quali informazioni poteva essere in possesso Armando Calzolari, tanto importanti da costargli la vita? Che di delitto si tratti, è difficile dubitare. Il pozzo della Bravetta è nascosto agli sguardi da una scarpata sopraelevata e da un canneto, in mezzo a un ampio terreno recintato. reso fangoso dalle piogge: un posto tutt'altro che ideale per una passeggiata col cane, in una mattina di dicembre. D'altra parte è molto difficile cadervi dentro, per un uomo e tanto più per un cane da caccia. La buca, del diametro di circa m. 1.50, è ben visibile e protetta da una spalletta di mattoni alta 40 centimetri. Il punto più profondo misura un metro e 76 centimetri, cioè poco più della statura di Calzolari, e !'acqua stagnante non supera gli 80 centimetri. Inoltre le pareti offrono molti appigli. Improbabile morire d'inedia lì dentro, come afferma chi ha assistito all'autopsia, specie per un uomo come Armando Calzolari, un atleta robusto, campione di lotta giapponese ed esperto nuotatore subacqueo. Tre giorni dopo la sua scomparsa, il 28 dicembre, mentre i cani poliziotto seguono inutili piste, la "500" bianca di Armando Calzolari viene improvvisamente ritrovata in un parcheggio a 200 metri dalla sua abitazione. La moglie e i vicini escludono di averla notata prima. Il giorno successivo la donna, Maria Piera Romano, riceve la visita di alcuni "amici del partito". Dice loro che vuole dichiarare a qualche settimanale di conoscere i rapitori e le loro intenzioni, ""per impaurirli e impedire che facciano del male a Armando". Gli amici, dei quali la donna non vuole fare i nomi, la sconsigliano dicendo che la sua iniziativa "potrebbe avere l'effetto contrario". Il 4 gennaio la signora Calzolari riceve un'altra visita: questa volta è il capitano dei carabinieri Castino il quale, nel corso di un lungo colloquio, cerca di convincerla a scartare l'ipotesi del delitto politico adombrata dal Tempo e la consiglia di aver fiducia nel ritorno del marito. L'unica persona, a parte carabinieri e camerati, che sino a oggi è riuscita ad avvicinare Maria Piera Romano, racconta così l'incontro: "La stanza di questo appartamento al quarto piano di via Baglioni, al Quartiere Gianicolense, è modesta e impersonale: una piccola libreria, una scrivania, una poltrona, un paio di tavolinetti e poche altre cose. Mi colpisce una serie di volumi con legature nuovissime delle quali non riesco a decifrare i titoli in carattere dorati, poi mi accorgo che i volumi sono tutti capovolti. Altra cosa che mi sembra strana, una serie di frasi di Kipling chiuse fra parentesi e tradotte in italiano su un foglio dattiloscritto. La signora mi dice che conobbe Calzolari dieci anni fa e che si sposarono quando lui era ancora commissario di bordo, la qual cosa contrasta con quanto afferma il portiere che sostiene che non sono legalmente marito e moglie. E' agli ultimi due anni di navigazione che risalgono tutte le "importanti amicizie" contratte dal Calzolari. Si sono trasferiti a Roma da Genova solo due anni fa e adesso l'attività principale del Calzolari consisterebbe in un lavoro di pubbliche relazioni presso una ditta che costruisce strade e ponti, della quale però la signora non vuole fare il nome. Questo lavoro lo interessava moltissimo perché lo portava a fare quella vita mondana che aveva sempre amato. La sua grande passione era la gente importante, con la quale amava stringere amicizia che poi coltivava anche a distanza di anni e di continenti. Amava tutti gli sport praticandone parecchi, in particolare la lotta giapponese nella quale era abilissimo. Il suo lavoro consisteva quasi essenzialmente nel coltivare e aumentare le relazioni e i contatti della "ditta" anche a livello ministeriale. Quasi tutte le occasioni per questi incontri erano offerte da pranzi sapientemente organizzati, quasi sempre in un ristorante assai noto (Ville Radieuse, via Aurelia 641). Intervenivano principalmente industriali, uomini politici e prelati. La signora ricorda di una volta in cui, lei presente, c'erano il carrozziere Zagato e il cardinale Tisserant.(1) "Certo mio marito era un nazionalista", dice la signora Calzolari che preferisce usare questa parola per dire che C. era per un governo forte e che ammirava i colonnelli greci nonchè gli israeliani. Naturalmente non gli piacevano gli arabi e tantomeno i negri, esseri incapaci e inferiori. La grande ammirazione per Mussolini lo portava spesso a violente discussioni in luoghi pubblici, anche dal giornalaio se capitava. C. partecipava anche alle manifestazioni ma pare che non abbia mai picchiato nessuno; anzi una volta disse che stava per scattare contro la polizia ma pensando alle sue qualità di lottatore si era frenato in tempo. Non aveva mai fatto vita di sezione e non aveva la tessera del partito (il MSI). In quanto a lavoro politico, la signora non esclude che ne abbia svolto ma dice di non saperne nulla. Oltre ai rapporti con prelati del Vaticano, C. frequentava assiduamente la confraternita di San Battista dei Genovesi in via Anicia in Trastevere e la messa della domenica era solito ascoltarla in Sant'Andrea della Valle. In merito alla scomparsa del C., l'opinione della signora è molto vaga. Non esclude che suo marito, quella mattina, sia stato avvicinato da persone che potrebbero averlo convinto con ricatti o promesse a seguirlo per partecipare a un lavoro connesso con qualcuna delle tante conoscenze che C. aveva all'estero e che potrebbe anche essere legato a fatti politici: un lavoro forse per il quale lui era stato individuato come l'uomo adatto.(2) E' escluso che sia stato portato via con la forza date le sue qualità atletiche e data anche la presenza del cane. Mi dice che in questi giorni cerca di controllarsi molto allo scopo di non cadere nella disperazione. E nel silenzio pensa di trovare la verità. A volte crede di esserci vicina: ci sono tre nomi, dice, sui quali mi sono fermata e uno in particolare. Si tratta di un industriale che non è a Roma, di cui non fa il nome, il quale avrebbe mandato a suo marito un regalo il cui valore sembra del tutto sproporzionato. trattandosi di una comune conoscenza limitata allo scambio di biglietti da visita. Le chiedo perché non sia andata a trovare questa persona e mi offro anche di farlo io per lei, se crede Ma non sembra propensa, dice che ci penserà e in caso mi telefonerà". Dopo questo incontro. avvenuto verso la metà di gennaio, nessuno riesce più a entrare in contatto con la moglie di Calzolari. E alla fine di quel mese, trovato il cadavere nel pozzo della Bravetta e emessa la versione ufficiale di morte accidentale, la donna si dice soddisfatta di queste conclusioni dell'inchiesta e parte per Torino. Passano due mesi e di nuovo avvicinata, questa volta telefonicamente, dalla stessa persona, la vedova di Calzolari le confida di essere preoccupata perché la magistratura non ha ancora archiviato la pratica. il che "la danneggia economicamente". Fatto inspiegabile, visto che Armando Calzolari non risulta assicurato: a meno di pensare che qualcuno abbia promesso alla vedova di aiutarla economicamente, nel suo silenzioso dolore, solo quando, e a condizione che il caso fosse stato definitivamente archiviato. .SH Venerdì 12 dicembre Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L'attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell'esplosivo sotto il tavolo al centro dell'atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L'esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un'altra banca distante poche centinaia di metri. in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E' la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il "timer" del congegno d'innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l'hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca. E' una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori.(3) In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il "timer" di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l'esplosivo è anch'essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all'operazione di un dinamitardo esperto. Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell'Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell'Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri. La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.(4) .SH Italia 1969, un attentato ogni tre giorni Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l'intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro. Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe. ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell'8-9 agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla "strategia della tensione" che sta maturando a più alto livello politico. .SH Si tirano le somme della "strategia della tensione" Cosa significhi in concreto questa "strategia della tensione" lo dice questo secondo elenco di fatti. anch'essi noti, che accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre. Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I., Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana - fascista "di sinistra" - distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli ex-combattenti a "non farsi strumentalizzare per un colpo di stato reazionario". Il 10 novembre, in un discorso a Roma, il presidente del partito socialdemocratico Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al PSU: "O il centrosinistra pulito o lo scioglimento delle Camere", con conseguenti elezioni anticipate. Cinque giorni dopo a Monza il colonnello comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del procuratore della Repubblica: "Stante l'attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l'esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del Paese: l'esercito è l'unico baluardo ormai contro il disordine e l'anarchia". Nel corso dello sciopero generale nazionale per la casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratori in via Larga a Milano e un agente, Antonio Annarumma rimane ucciso in uno scontro tra due automezzi della stessa polizia.(5) Si diffonde la versione dell'assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali di destra. Lo stesso presidente della Repubblica, in un telegramma trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornata del 19 e del 20 novembre, oltre ad anticipare una sentenza di "barbaro assassinio", afferma: "Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare. e mettere in condizione di non nuocere, i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita. e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà per coloro che difendono la legge e le comuni libertà". Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul Secolo d'ltalia: "L'assassinio dell'agente di P.S. a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor Presidente della Repubblica se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente qualificati "assassini" i responsabili. Ora occorre individuare e colpire i mandanti" Ma chi sono i responsabili, gli "assassini", i "delinquenti"? Secondo la CISL "L'intervento della polizia non legittimato da fatti obiettivi non favorisce l'ordinato svolgersi delle manifestazioni e come, per altro, l'insistenza provocatoria di gruppi estremisti - la cui provenienza diviene sempre più dubbia - provoca effetti negativi nell'azione dei lavoratori". Contro i gruppi estremisti si scagliano anche Gian Carlo Pajetta, che li definisce "massimalisti impotenti", e l'Unità che commenta così gli incidenti di Milano nel suo articolo di fondo: "Mai come in questi giorni è apparso chiaro che l'avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario. La sostituzione della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano in un'occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di destra". In questo crescendo di clima da caccia alle streghe si inserisce il giornale ufficiale del PSU che però approfitta dell'occasione per allungare il tiro: "L'assassinio di Annarumma chiama in causa la responsabilità diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI, nella DC e nei sindacati". La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di Pubblica Sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte, vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la città a fare piazza pulita degli "estremisti delinquenti"(6). Il giorno dei funerali dell'agente il centro di Milano è teatro di gravi disordini provocati dai fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale Italiana. I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi di isteria collettiva: sotto i portici di corso Vittorio Emanuele quel giorno è presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede "il sangue dei rossi": signori distinti, bottegai arricchiti, pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno "la faccia da comunista". Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi lanciano un duro attacco contro i sindacati che stanno vivendo, sotto la spinta operaia, i giorni più caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque milioni di lavoratori mobilitati. Nello stesso giorno, 21 novembre, un comunicato della Confindustria: "... il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento ed a stabilire un rapporto diretto con il potere esecutivo. Ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico". Sul settimanale Oggi il deputato della destra democristiana Guido Gonella lancia un appello alla "reazione del borghese timido contro i picchetti degli scioperanti". Da Londra il settimanale The Economist rivela l'esistenza di un documento "segreto solo a metà" in cui un gruppo di giovani industriali italiani proclama la necessità di un "governo forte". Pietro Nenni, in una intervista al Corriere della Sera, traccia un paragone tra la situazione attuale e quella del 1922. Intanto è stato dato il via alla serie di arresti e condanne per reati di opinione: il primo a finire in carcere è Francesco Tolin, direttore di Potere Operaio. Ai primi di dicembre, a rendere più precario l'equilibrio parlamentare, e come prima avvisaglia della dura campagna che sarà scatenata tra poco, compare sull'Osservatore Romano, organo del Vaticano, un attacco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio. In un paese della Lombardia, il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi operai in sciopero. Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell'ufficio diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all'ambasciatore greco a Roma. Contiene allegato il rapporto segreto sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, inviato dagli agenti dei servizi di spionaggio dei colonnelli. "Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali", scrive The Observer, "sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l'incoraggiamento e l'appoggio del governo greco e del suo primo ministro, l'ex colonnello Giorgio Papadopulos" (Vedi testo integrale del dossier greco) .SH I profeti del 12 dicembre Mancano pochi giorni allo scoppio delle bombe. Sabato 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, rilascia al settimanale Gente questa dichiarazione: "O il quadripartito o le elezioni anticipate". La decisione di scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato che ne ha il potere previsto dalla Costituzione... e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato". Domenica 7 dicembre, in un discorso a Alessandria, Ferri ribadisce il leitmotiv socialdemocratico: "Quadripartito o elezioni anticipate" e fa un nuovo, esplicito richiamo al presidente Saragat. Due giorni dopo, in un'intervista a La Stampa di Torino, Ferri afferma che "non è aberrante" l'ipotesi di una collaborazione tra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si presenti la "drammatica necessità" di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio '60". Mercoledì 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel pubblica una dichiarazione del segretario del MSI, Almirante: organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile in Italia; nella lotta contro il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve essere più distinzione tra misure politiche e misure militari. Di fianco a Almirante, il dirigente confindustriale Ferruccio Gambarotti specifica ancora meglio: "Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani. Occorre una organizzazione sovrapartitica, una coalizione dai monarchici sino ai socialdemocratici con una fede mitica nell'ordine". Giovedì 11 dicembre: lo stesso "fiuto" dimostrato da Mauro Ferri (che ha parlato di "drammatica necessità di garantire la libertà" tre giorni prima delle bombe) lo dimostra anche il settimanale Epoca. Mancano ventiquattro ore alla strage di piazza Fontana e il giornale appare nelle edicole con una vistosa copertina tricolore. l'articolo è di Pietro Zullino e conclude così: "...se la confusione diventasse drammatica, e se - nell'ipotesi di nuove elezioni - la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze Armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia... Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. La situazione generale è terribilmente intricata... Come si può garantire un minimo di stabilità al potere economico?... Questa Repubblica, così com'è, funziona ancora? La confusione che stiamo vivendo non sarà dovuta al fatto che le sue istituzioni sono ormai insufficienti e superate? Perché i costituenti crearono l'articolo 138. che prevede la possibilità di riformare la carta fondamentale della Repubblica? Chi ci impedisce di utilizzare l'articolo 138 per sorreggere i difetti ormai evidenti delle nostre istituzioni? Perché non possiamo imparare qualcosa dalle grandi democrazie dell'Occidente? Perché non ci poniamo seriamente il problema della Repubblica Presidenziale, l'unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo? Vi sono giorni in cui la storia impone riflessioni di questo tipo. Forse questi giorni sono venuti. Questi giorni, forse, noi li stiamo già vivendo".(7) .SH Riunioni segrete Riletti oggi, questi fatti noti fanno pensare che la data tragica del 12 dicembre ha avuto molti profeti, consapevoli e no. E poi ci sono alcuni fatti ignoti che diciamo adesso, per quello che possono significare. Questi: Roma, 15 novembre: in un appartamento nei pressi di piazza Tuscolo si svolge una riunione alla quale partecipano Michele Caforio (generale di divisione, paracadutista), il "comandante" Bianchini (ex Decima Mas e uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese nel Fronte Nazionale), un tale Buffa detto il Lupo di Monteverde (membro dell'associazione paramilitare Europa Civiltà), un gruppo di paracadutisti tra i quali alcuni ex repubblicani della Nembo, ed altri militanti di gruppi di estrema destra, dei quali un paio provengono dalla vecchia Avanguardia Nazionale. Presente anche Armando Calzolari come membro del Fronte Nazionale. Il tema da discutere è la situazione politica italiana alla vigilia dello sciopero generale del 19 per la casa. Tutti sono sostanzialmente d'accordo sulla necessità di opporsi al "caos dilagante" ma non sulla scelta dei mezzi da usare. Si crea una frattura tra "duri" e "moderati" e questi ultimi, tra i quali c'è Armando Calzolari abbandonano la riunione dopo un violento alterco. Roma, 6 dicembre: i "duri" si riuniscono nella sede della Associazione Nazionale Paracadutisti in viale delle Milizie 5. Vi partecipa, sembra, anche Junio Valerio Borghese. Milano, 11 dicembre, sera : riunione di ufficiali dei servizi segreti; riunione di alti ufficiali dell'esercito, "in previsione di qualcosa di grosso che sarebbe successo l'indomani". Roma, 12 dicembre, primo mattino: attorno alla capitale viene segnalato un movimento di truppe e carri armati. Roma, 12 dicembre, tardo pomeriggio: alla notizia dei gravi attentati di Milano e di Roma, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat convoca il ministro degli interni Restivo, il generale Forlenza comandante dei Carabinieri e altri. Si discute sull'opportunità di proclamare lo stato di emergenza. Si oppongono quasi tutti i presenti. Interviene, al fine di dissuadere, il ministro del lavoro Donat Cattin. Nello stesso senso si pronuncia l'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. Roma, 15 dicembre: il tenente G.A., appartenente al Fronte Nazionale, riceve alcune confidenze da Armando Calzolari, del quale è molto amico, circa alcune minacce che l'uomo avrebbe ricevuto negli ultimi giorni. Roma, 20 dicembre: nell'appartamento di un funzionario di banca, il signor D., in via degli Appennini, ha luogo una riunione alla quale partecipano Junio Valerio Borghese, il comandante Bianchini, tre deputati del MSI, due greci e alcuni ufficiali, dei quali due dei carabinieri e uno di pubblica sicurezza. L'argomento in discussione non è noto. Arrnando Calzolari scompare cinque giorni dopo, la mattina di Natale. .SH La confessione di Evelino Loi Il cadavere di Armando Calzolari viene ritrovato oltre un mese dopo la sua scomparsa, il 28 gennaio. Verso la metà dello stesso mese un uomo si era presentato nella redazione di un settimanale romano e aveva rilasciato una lunga dichiarazione, registrata su nastro magnetico alla presenza di alcuni testimoni. Il suo racconto finiva con questa frase: "Ho deciso di parlare con voi perché mi sono accorto di avere sbagliato a frequentare gli ambienti di destra e poi perché ho paura. Non vorrei fare la stessa fine di Calzolari". L'uomo si chiama Evelino Loi, è un sardo disoccupato e ha 25 anni. Al suo arrivo a Roma era stato protagonista di una clamorosa protesta: salito sul Colosseo aveva minacciato di gettarsi nel vuoto se non gli veniva dato un lavoro. Lo assumono in Vaticano, come uomo delle pulizie in casa di un monsignore. Dopo qualche giorno Loi si licenzia e comincia a frequentare i portici della stazione Termini in compagnia di un gruppo di sottoproletari meridionali e sardi. Vive di espedienti. Quando nell'inverno del 1968 il movimento studentesco occupa la facoltà di Magistero in piazza Esedra, di fronte a Termini, Evelino Loi, che proviene da una famiglia di comunisti, chiede di partecipare alle lotte degli studenti e viene accolto. La facoltà occupata gli serve anche come asilo notturno. Nel giro di pochi giorni organizza una squadra coi suoi amici meridionali che aiutano gli studenti a respingere gli attacchi dei fascisti. Il 3 febbraio 1969, durante la visita del Presidente Nixon a Roma, i fascisti danno l'assalto alla facoltà con razzi e bombe incendiarie. Un anarchico, Domenico Congedo, precipita dal quarto piano e muore. La polizia, che ha assistito all'attacco senza intervenire, coglie il pretesto per sgomberare l'edificio. Gli studenti continuano l'occupazione alla città universitaria, dove si trasferisce anche Evelino Loi col suo gruppo. Dopo qualche giorno 3.000 poliziotti e carabinieri irrompono all'alba: nelle aule sono presenti solo sette ragazzi, che vengono malmenati e arrestati Tra essi c'è un operaio meridionale del gruppo di Loi. Il movimento studentesco organizza una colletta e Loi è uno degli incaricati: raccoglie circa 400.000 lire. Quando i sette escono dal carcere si scopre che quei soldi non gli sono mai stati consegnati. Evelino Loi confessa il furto e viene immediatamente allontanato. Poco dopo, il quotidiano di destra La Luna pubblica una sua intervista nella quale egli accusa il movimento studentesco di "teppismo" e di "fregarsene degli operai". In cambio di quelle dichiarazioni ha ricevuto 100.000 lire. Da quel momento Evelino Loi diventa uno dei tanti mazzieri dei fascisti, partecipa in prima fila alle loro manifestazioni vestito della divisa di Volontario del MSI. Nell'autunno 1969 tenta di riavvicinarsi agli ambienti di sinistra offrendo informazioni sui fascisti ma è guardato da tutti con sospetto: a parte i suoi precedenti, sono molti i compagni che, fermati nel corso di qualche manifestazione, se lo sono ritrovato nella stessa camera di sicurezza della questura a fare domande, chiedere nomi, episodi. Inoltre, nonostante gli sia stato consegnato più volte il foglio di via obbligatorio. ha sempre contravvenuto alla diffida riuscendo a rimanere a Roma. E' questo tipo d'uomo che, un giorno di metà gennaio 1970, si presenta nella redazione di un settimana!e della capitale per rilasciare una lunga confessione. Per prudenza, non è mai stata pubblicata. Tuttavia, credibile o no, oggi è doveroso renderla nota. "Alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre fui avvicinato dal comandante Bianchini e dal vicecomandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla decima Mas e attuali collaboratori di Valerio Borghese nell'organizzazione di estrema destra Fronte Nazionale.(8) Mi accennarono all'eventualità di compiere azioni terroristiche simultanee a Roma e Milano e mi chiesero se, dietro pagamento, fossi disposto a parteciparvi. Compresi che doveva trattarsi di qualcosa di grosso e rifiutai. I due non insistettero e passarono circa dieci giorni finchè, subito dopo la manifestazione dei metalmeccanici a Roma, il 29 o 30 novembre, si misero di nuovo in contatto con me su questo argomento. Mi riproposero di partecipare ad azioni terroristiche molto importanti e alla mia richiesta di maggiori chiarimenti dissero che "poteva scapparci anche il morto". Mi promisero però molti soldi. Io mi spaventai e rifiutai ancora. "Dopo un paio di giorni mi presentai in Questura, a San Vitale, e chiesi di parlare con il capo dell'ufficio politico, dott. Provenza. Mi rilasciarono un regolare "passi" e fui ricevuto dal dott. Improta a cui raccontai tutto. Mi sembrò molto scettico e mi disse di ripassare il giorno 5. Il 5 dicembre tornai in Questura, mi feci rilasciare il a "passi" e fui ricevuto dal dottor Improta e dal dott. Provenza. Mi chiesero se sapessi dove tenevano l'esplosivo e alla mia risposta negativa minimizzarono la cosa e mi congedarono. Ritornai spontaneamente una terza volta, 9 dicembre, mi feci rilasciare il "passi"(9) ed andai dal dottor Provenza. Il suo atteggiamento era sempre scettico. Il giorno 12 dicembre ci furono gli attentati di Roma e Milano. "Il giorno successivo, sabato 13, seppi da alcuni iscritti alla Giovane Italia che il dottor Improta mi aveva fatto cercare nella sede di via Firenze che io frequentavo abitualmente. Telefonai al dottor Improta il quale mi disse di passare direttamente da lui senza farmi rilasciare il "passi", entrando dall'ingresso secondario di via Genova. In Questura c'era una grande confusione, mi fecero attendere un po' in una stanza da solo e poi fui ricevuto da Improta. Improta mi chiese di rifargli il racconto delle proposte che avevo ricevuto in merito alle bombe. Poi mi congedò raccomandandomi di non parlarne con nessuno. In particolare mi disse: "E' meglio per te. Non passi guai . Poi mi fece uscire, in fretta, dalla stessa uscita secondaria. Da allora non mi hanno più cercato." "Il vicecomandante Santino Viaggio lo avevo conosciuto ad un comizio di ex combattenti tenutosi al cinema Quirinale. In quella occasione mi condusse con sé nella sede del Fronte Nazionale e volle che gli raccontassi dei particolari sulle mie precedenti esperienze politiche. La sede del Fronte era in via XXI Aprile. Gli dissi che avevo fatto parte del movimento studentesco di Magistero ma che poi. deluso dalle sinistre, ero entrato nella Giovane Italia. Gli dissi anche che ero in grado di mobilitare un discreto numero di disoccupati disposti ad azioni anche pericolose. In effetti io assolvevo il compito di reclutatore per la Giovane Italia. In alcune occasioni reclutai tra i sardi e i calabresi disoccupati che frequentano la Stazione Termini e vivono di espedienti, spesso prostituendosi, alcuni elementi per azioni violente come quelle davanti alla RAI-TV. Santino Viaggio mi promise dei soldi e infatti il giorno dello sciopero generale del 19. Mi diede 50.000 lire perchè portassi della gente, cosa che feci.(10) In più di una occasione accennò con me all'eventualità di affittare un locale nei pressi della stazione e di farci dormire dentro questi ragazzi disoccupati in modo da averli sempre a portata di mano per eventuali azioni. Un giorno sentii Santino Viaggio e Bianchini parlare di fare un'azione al Parlamento con dei gas per addormentare tutti i deputati. Mi pare che qualcuno mi disse poi che l'azione non era stata fatta per l'opposizione di alcuni deputati del MSI. "Dopo lo sciopero generale del 19, Viaggio, nella sede del MSI in via Quattro Fontane, ebbe un violento litigio con Almirante. Credo che poi si siano riappacificati perchè al comizio tenuto al Palazzo dello Sport da Almirante, una settimana dopo gli attentati, c'era anche Viaggio. Qualche giorno dopo gli attentati telefonai a Viaggio chiedendogli notizie sull'attività del Fronte Nazionale e lui mi disse che non ne faceva più parte perchè aveva litigato con gli altri. Non mi risulta che Viaggio e Bianchini siano stati interrogati dalla polizia dopo gli attentati. Personalmente non sono più stato nella sede del Fronte Nazionale". "Quando mi staccai dalla sinistra (.. ) ricominciai a frequentare i portici della stazione ed un giorno fui avvicinato da un certo King, che io sapevo essere un poliziotto abituale frequentatore di quella zona. Egli si congratulò con me per l'intervista (rilasciata a La Luna, n.d.r.) e mi disse più o meno: "Bene! Hai capito finalmente di che razza sono i comunisti! ". Mi propose quindi di entrare nella Giovane Italia e la sera stessa mi portò nella sede centrale di via Firenze 11 dove mi presentò ad un certo Franco De Marco, allora presidente dell'associazione. Fui accolto molto bene e non mi facevano mancare i soldi; si fidavano molto di me. Io procuravo dei ragazzi per le azioni e ricevevo, a seconda dei casi, tra le cento e le 300.000 lire che poi distribuivo in parte ai reclutati. Quelli della Giovane Italia parlavano molto ma mancavano di coraggio. Le bottiglie molotov alla sede della RAI-TV le fecero tirare ai sardi portati da me. Io partecipavo alle discussioni e all'organizzazione ma non agivo materialmente perchè ero troppo conosciuto e inoltre avevo una diffida. Conobbi personalmente, in quel periodo, l'onorevole Caradonna e Massimo Anderson, dirigente del MSI. In varie occasioni vidi fra i frequentatori delle sedi missine dei greci, degli spagnoli e dei portoghesi". "Franco De Marco mi portò un giorno nella sezione del MSI del quartiere Trionfale. Quando arrivammo il locale era pieno di attivisti. C'erano due greci, uno dei quali (sui trent'anni) stava tenendo una conferenza sul colpo di Stato dei colonnelli. Tra le altre cose disse che per arrivare al colpo di Stato occorreva fare continue aggressioni e attentati contro le sinistre per provocarne le reazioni e suscitare il caos. Ci fu un dibattito molto vivace durante il quale gli fecero molte domande. Il greco sosteneva che i colonnelli erano troppo democratici e che lui avrebbe preferito un regime più autoritario. Alla fine del dibattito si erano tutti scaldati e alcuni tirarono fuori dei manganelli. Uno di loro disse: "Uscite in piccoli gruppi. La direzione già la sapete". Franco DeMarco mi prese con lui in macchina e si diresse alla sezione PCI del Trionfale che stava poco distante da quella del MSI. Aspettammo li e dopo qualche minuto arrivarono gli altri tutti in gruppo. Franco De Marco scese e diede il via all'azione (segue la descrizione dell'assalto che, a una verifica, si è rivelata fedele: n.d.r.)". "In varie occasioni ho conosciuto degli ufficiali di polizia, dei carabinieri e dell'esercito che frequentavano le sedi del MSI. Nella sede nazionale, in via Quattro Fontane, veniva spesso il maresciallo Scarlino, sottufficiale della squadra politica, a portare informazioni. Il 28 novembre, giorno della manifestazione dei metalmeccanici, ci disse che se gli operai si fossero mossi, loro avrebbero fatto una carneficina perché avevano l'ordine di usare le armi. Varie volte ho visto, nel corso di manifestazioni, dei carabinieri e dei poliziotti in divisa che avevo già visto in borghese nelle nostre sedi. Ricordo il capitano dei carabinieri Servolino, che in più occasioni ho visto parlare con alcuni funzionari della sede di via Quattro Fontane. Credo che appartenga al comando carabinieri di viale Mazzini. Tra i frequentatori del Fronte Nazionale conosco: tenente colonnello dell'esercito Giordano; tenente colonnello Lilli; capitano Nobili, comandante la compagnia carabinieri di piazza Venezia; generale Della Chiesa". "La lunga dichiarazione di Evelino Loi si presta a diverse ipotesi e merita alcune considerazioni. Prima ipotesi: Loi è un mitomane, un pazzo irresponsabile. In questo caso si capisce perché i dirigenti dell'ufficio politico della questura romana non hanno tenuto in nessun conto le sue denunce. Se è così passerà i suoi guai. Tuttavia non si è inventato tutto: alcuni episodi da lui citati (il poliziotto King,(11) la meccanica dell'assalto fascista alla sezione PCI del Trionfale, il ruolo svolto da Franco De Marco, il reclutamento dei sardi e dei meridionali, ecc.) sono risultati autentici a una successiva verifica. Seconda ipotesi: Loi è un confidente della polizia e viene da essa strumentalizzato per rilasciare certe dichiarazioni. onde sviare i sospetti su falsi colpevoli. Ma questo significherebbe una precisa complicità della polizia italiana negli attentati, o quanto meno una sua funzione di copertura. Resta da spiegare però la convenienza di coinvolgere in questa provocazione poliziesca i dirigenti dell'ufficio politico di Roma. Terza ipotesi: Loi è un provocatore che, al soldo di chissà chi ritenta un gioco già attuato in questi mesi. Si veda l'episodio dell'ex legionario che rivela all'Espresso come la Legione Straniera addestra in Corsica i giovani squadristi fascisti, salvo poi ritrattare tutto e coinvolgere il settimanale in un processo diffamatorio. Dalla seconda e dalla terza ipotesi discende questa conclusione logica: ammesso che l'operazione tentata da Evelino Loi sia quella di far sorgere precisi sospetti su polizia e fascisti, per poi smentire e quindi da un lato scagionare automaticamente chi ha incolpato e dall'altro far perdere ogni attendibilità presso l'opinione pubblica a quei giornali che seguono queste piste, che senso avrebbe tutto ciò se chi muove Evelino Loi è davvero estraneo agli attentati? A che scopo tentare queste provocazioni, col grosso rischio che comportano di essere smascherate. se chi le organizza ha davvero mani pulite? La dichiarazione di Evelino Loi.(12) rilasciata verso la metà di gennaio, fu registrata su un nastro magnetico. Il nastro fu riposto in una delle due casseforti del giornale. Circa due settimane dopo ignoti ladri sono penetrati negli uffici e hanno asportato una cassaforte: il nastro però era custodito nell'altra. .SH II CAPITOLO Gli anarchici -- Colpevoli, subito - Perché proprio gli anarchici - Gli attentati del 25 aprile - Il circolo 22 Marzo - Mario Merlino fascista - Mario Merlino fascista e provocatore - Mario Merlino prima delle bombe - Mario Merlino delatore. .SH Premessa Gli anarchici della FAI hanno distribuito Strage di Stato con un allegato in cui formulavano un'interpretazione diversa del secondo paragrafo di questo capitolo. È un esempio di correttezza: comprendendo la grande importanza che gli elementi di questa inchiesta venissero a conoscenza di un pubblico il più vasto possibile, l'hanno diffusa; avendo perplessità, su un punto che li riguardava, le hanno indicate. È anche una lezione nei confronti di chi, in disaccordo non coi fatti ma con le interpretazioni politiche qui contenute, ha boicottato il libro e ha così collaborato, non incoscientemente, alla congiura di silenzio che si voleva organizzare attorno ai fatti di piazza Fontana; congiura, d'altra parte, miseramente fallita. "Ma perché scelgono proprio gli anarchici?" era il titolo del secondo paragrafo di questo capitolo. La risposta partiva dall'osservare che essi sono "la parte più debole dello schieramento di sinistra... pressoché privi di organizzazione... due caratteristiche che permettono ogni tentativo di in filtrazione e di provocazione alloro interno...". Gli anarchici della FAI non sono d'accordo: le osservazioni non hanno nulla a che vedere con il nostro effettivo funzionamento, hanno detto. Gli editori non hanno difficoltà, dal canto loro, ad ammettere che il capitolo non riguardava la FAI ma alcune caratteristiche dell'anarchismo generico, che tra l'altro è sempre sfruttato dagli organi di stampa per la denigrazione di molti movimenti composti da seri militanti ed è usato da centrali di provocazione che strumentalizzano il clima così creato. Il paragrafo, dunque, non voleva in alcun modo offendere le idee dell'anarchismo e le organizzazioni che vi si richiamano, soprattutto in un momento in cui molti aderenti a tali organizzazioni si trovano tra le mani della "giustizia" borghese. Ma veniamo a un punto cruciale del capitolo: gli attentati del 25 aprile. È su questo punto che, nei mesi successivi alla pubblicazione della Strage di Stato, sono avvenuti alcuni dei fatti più clamorosi. Nel corso del processo è stata chiesta l'incriminazione della "supertestimone" Rosemma Zublena, per falso, e quella del commissario Calabresi per subornazione della stessa teste. E la Zublena ha ammesso che le sue affermazioni le erano state "suggerite" dal Calabresi. L'imputato Braschi ha rivelato che lo stesso commissario Calabresi, durante un interrogatorio, aveva aperto la finestra dell'ufficio e l'aveva invitato a buttarsi giù; ciò accadeva mesi prima della morte di Pinelli. Nel corso del processo c'è stata anche la clamorosa deposizione del teste inglese Leslie Finer, su cui ritorneremo più avanti. Ma devono essere svolte alcune osservazioni: il pubblico ministero ha dovuto accettare l'evidenza, la montatura poliziesca, facendo cadere le più gravi imputazioni; e tuttavia gli anarchici sono stati condannati, a pene più severe di quelle richieste nella requisitoria, anche se è stata loro concessa la libertà in attesa del processo d'appello. È comunque caduta l'accusa di strage; sono cadute le accuse riguardanti 16 dei 18 attentati, tra cui quelli alla Fiera di Milano. Ma allora, questi attentati, chi li ha eseguiti? Quel che è caduto, in realtà, è il senso unico impresso alle indagini dagli inquirenti, dal commissario Calabresi e dall'ex carabiniere giudice Amati (lo stesso che intervenne, per far interrompere le indagini della questura romana che aveva individuato come autori degli attentati al Senato, alla Pubblica Istruzione e al Palazzo di Giustizia tre noti fascisti). Il secondo asse del presente capitolo riguardava Mario Merlino. È risultato, e lo stesso Merlino lo ha ammesso, che egli era un informatore dei fascisti specializzato in "gruppi di sinistra" È così smentita la tesi dei magistrati Cudillo e Occorsio, secondo cui si trattava del principale sobillatore, che agiva su un gruppo né anarchico né fascista ma di ideologia incerta (questa la versione rabberciata, dopo le rivelazioni di Strage di Stato). L'ammissione che si trattava di un uomo di fiducia dei fascisti, al contrario, dà forza alla tesi degli autori: Merlino era la pedina chiave per suggerire attentati e, poiché non riusciva a farli compiere, per propagare informazioni tali da spostare importanti settori di opinione pubblica, al momento giusto, contro la "dinamitarda" nuova sinistra. Così Mario Merlino diventava un personaggio chiave nella costruzione del capro espiatorio su misura, cioè per permettere l'accusa al circolo XXII Marzo quando l'atteso attentato venisse compiuto per davvero e all'oscuro dei membri del gruppo. Stando alle notizie di stampa, un ruolo analogo di stimolatore prima e informatore poi giocava l'agente di PS "Andrea" (Salvatore Ippolito). Fino a che non fosse maturo, per essere incolpato di qualcosa di veramente clamoroso, il XXII Marzo era dunque tollerato dalla questura (e dal SID, verosimilmente), nonché "cresciuto" dai fascisti su indicazione degli agenti di Atene. Il secondo capitolo di Strage di Stato rappresenta così un momento particolarmente acuto dell'inchiesta condotta contro la "non inchiesta" ufficiale. Non sono qui le rivelazioni più clamorose ma è proprio in queste pagine che si delinea il meccanismo articolato della strategia della tensione; qui appare l'intreccio di connivenza e provocazioni, di strani silenzi che appaiono meno strani se collocati in un disegno politico mirante a spezzare, con le armi tradizionali dell'intrigo e della brutalità, quell'ascesa della classe operaia e del movimento popolare in Italia che, anche al termine dell'autunno caldo, continuava ad affollare di incubi i sonni dei padroni e dei loro rappresentanti, parlamentari e no. .SH Colpevoli, subito Invece, della strage del 12 dicembre vengono incolpati gli anarchici. L'accusa è immediata e esplicita. I più zelanti a lanciarla sono, a Milano un giudice istruttore del tribunale e un commissario politico della questura: Antonio Amati e Luigi Calabresi.(13) Da un articolo del Corriere della Sera: subito dopo l'esplosione il giudice Amati telefona in questura per informarsi sull'accaduto. Gli rispondono che, forse, è saltata la caldaia di una banca in piazza Fontana, che ci sono alcuni morti e numerosi feriti: si avanza anche l'ipotesi di un attentato terroristico. "Sono dell'idea che si tratti di un attentato", replica il magistrato, e consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici". Il commissario Calabresi non è meno chiaro. All'invito della Stampa di Torino, la sera degli attentati dichiara che i responsabili vanno cercati tra gli estremisti di sinistra e, per non lasciare nessun dubbio, emette il suo verdetto: "E' opera degli anarchici". Anche il questore di Milano Marcello Guida(14) fa la sua parte. A un giornalista che quella sera stessa gli chiede se vi è una connessione con gli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione centrale del 25 aprile dice di "non escluderlo". A questa sicumera di alcuni personaggi della polizia e della magistratura milanesi fa invece riscontro un atteggiamento molto più cauto del potere centrale. Il ministro degli Interni Restivo si limita a dichiarare: "Abbiamo iniziato indagini in tutti i settori..." .SH Perché proprio gli anarchici Ma perché si scelgono proprio gli anarchici? Per diversi motivi, alcuni dei quali possono essere così riassunti per il momento. Innanzitutto gli anarchici rappresentano la parte più debole dello schieramento di sinistra, perché priva di protezione, senza amici, di fatto isolata politicamente. Inoltre sono pressoché privi di organizzazione, e seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilità di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i cui obiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a nessun'altra forza di sinistra, sia parlamentare che extraparlamentare. Da non sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della maggioranza dell'opinione pubblica, la più sprovveduta, facile preda di ogni tentativo di manipolazione "culturale": per l'italiano medio, gli anarchici rappresentano le forze scatenate e disgregatrici dello Stato, il rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese. senza idee o alternative precise; "fanno paura", una paura generica e indefinibile, che di conseguenza impone il ricorso a forze che siano in grado di ristabilire l'ordine e l'autorità minacciati dal nichilismo. Infine gli anarchici, abilmente "pubblicizzati" da una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e a mitizzare questo loro ruolo negativo, consentono anche una escalation della repressione che si attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando i tempi lunghi, le stesse forze della sinistra più solide e organizzate (sindacati e PCI), senza provocare traumi né nell'opinione pubblica moderata né nelle forze politiche costituzionali.(15) Quanto succede in Italia in tutto l'anno 1969 è esemplificativo di questa manovra. Ecco alcuni casi. Tra aprile e maggio, a Palermo, vengono attuati numerosi attentati: contro la chiesa Regina Pacis, le stazioni dei Carabinieri di Castellammare e Pretoria, una caserma dell'esercito e il carcere dell'Ucciardone. La responsabilità viene attribuita, con grande clamore di stampa, agli anarchici. E non conta che poco più tardi il 15 maggio, siano rintracciati i veri colpevoli: sette neofascisti della Giovane Italia i quali però, guarda caso, si erano dimessi dall'organizzazione proprio alcuni giorni prima degli attentati. Lo stesso avviene a Roma, nell'inverno 68-69, per i 12 attentati ai distributori di benzina e nel dicembre '69 per quelli a una caserma dei C.C. e per l'ordigno in una cassetta postale; a Reggio Calabria. in dicembre, per gli attentati all'ufficio della SIP ad una chiesa ed alla Questura. Fatti analoghi avvengono un po' dappertutto nelle città italiane. Come a Legnano, dove due giovani fascisti compiono degli atti vandalici, come firma una A cerchiata e la scritta "Viva Mao" a Reggio Emilia, dove un altro fascista è autore di un attentato contro la Questura; a Terni, dove i muri di alcune chiese vengono profanati con scritte blasfeme. E si tenta di attribuire agli anarchici la responsabilità della catena di attentati dinamitardi compiuti sui treni tra 1'8 e il 9 agosto, anche questi di chiara marca fascista come verrà dimostrato poco dopo. (vedi IV capitolo - Chi è Bruno Giorgi) Per capire la complessità della manovra che si andava preparando sulle spalle degli anarchici. serve rileggere, fra i tanti, questo brano di un articolo della Stampa di Torino che esce in quei giorni. Sotto il titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori", il quotidiano della Fiat scrive: "Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi. per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dall'estrema destra totalitaria e dall'estremismo di sinistra". Come si vede, il pogrom antianarchico è già giustificato e programmato e nello stesso tempo si è aperto quel discorso sugli opposti estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle forze moderate per invocare il ripristino dell'"ordine" turbato. .SH Gli attentati del 25 aprile Ma il caso più clamoroso resta quello degli attentati del 25 aprile a Milano, i più gravi di questo mese che è il più "caldo" di tutti: 45 attentati sui 145 dell'anno l969. Quel pomeriggio di festa, nel padiglione Fiat alla Fiera campionaria e nell'ufficio cambi della Stazione centrale scoppiano due bombe che provocano alcuni feriti (ma solo per una serie di fortunate coincidenze il bilancio delle vittime è rimasto modesto: una strage poteva avvenire anche stavolta). Vengono subito fermati una quindicina di anarchici, indicati come colpevoli da una isterica campagna di stampa condotta da tutti i giornali dell'arco borghese, da quelli dichiaratamente di destra a quelli considerati moderati. Altre indagini in direzioni diverse non vengono nemmeno tentate. Eppure i fascisti a Milano non scherzano nel maneggiare l'esplosivo: nelle settimane precedenti hanno lanciato bombe a mano e incendiarie contro tre sedi del PCI, ordigni vari contro l'Unità, I'ANPI, un circolo di sinistra e una galleria d'arte, hanno sparato contro una sezione comunista e, il 12 aprile, hanno gettato due bottiglie Molotov contro l'ingresso dell'ex albergo Commercio, occupato e trasformato in Casa dello studente e del lavoratore, colpendo due ragazzi che hanno rischiato di morire bruciati vivi. Degli anarchici arrestati, alcuni vengono rilasciati. Gli altri - Paolo Braschi, Paolo Faccioli, l'architetto Giovanni Coordini e sua moglie Elbane Vincileone - rimangono in galera. Si aspetta un mese per controllare i loro alibi e interrogare i testimoni; cinque mesi prima di interrogare gli stessi imputati. Il giudice istruttore è Antonio Amati, il funzionario di polizia che più degli altri segue le indagini è Luigi Calabresi: gli stessi accusatori del 12 dicembre. Non emergono né prove né indizi eppure si respingono tutte le istanze presentate dagli avvocati dei coniugi Corradini con delle ordinanze di rigetto abnormi proprio perché sprovviste della lista degli indizi a carico. Il caso supera i confini nazionali, se ne occupano i giornali stranieri, il tribunale per i Diritti dell'Uomo. Ma gli anarchici rimangono in galera.(16) E ai loro compagni che in quei mesi hanno dato vita a una serie di manifestazioni di piazza e di scioperi della fame per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, si risponde con la violenza, le cariche di polizia e le incriminazioni. Il 26 settembre cinque cittadini denunciano il questore di Milano Marcello Guida, il vicequestore, i commissari Calabresi e Pagnozzi e alcuni agenti per attentato ai diritti politici dei cittadini, abuso di ufficio (Calabresi ha inseguito e malmenato un fotografo durante una manifestazione), omissione in atti di ufficio, concorso in percosse e lesioni. Il quotidiano di destra La Notte (17) apre tra i suoi numerosi lettori una sottoscrizione a favore della polizia: soldi per i "tutori dell'ordine che di questi tempi hanno tanto da fare e da rischiare e sono così mal pagati". Le bombe del 25 aprile sono scoppiate tre giorni prima che alla Camera dei deputati iniziasse il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico una proposta che fa sorridere, con l'aria che tira. Ma se non sono gli anarchici, chi sono gli attentatori del 25 aprile? Quando la stampa inglese pubblica il famoso e già citato rapporto inviato dal ministero degli Esteri di Atene al proprio ambasciatore a Roma, sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, tra le altre cose vi si legge: "Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l'accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto". .SH Il circolo 22 marzo A poche ore dagli attentati del 12 dicembre non solo si è stabilito con grande sicurezza che la loro matrice politica è anarchica ma si sta già cercando l'ideatore, l'organizzatore e l'autore della strage di Milano: Pietro Valpreda, 37 anni, di professione ballerino, disoccupato.(18) E' milanese ma vive soprattutto a Roma dove frequenta, come anarchico, il circolo 22 marzo in via del Governo Vecchio Viene riconosciuto dal supertestimone Cornelio Rolandi come "l'uomo con la borsa nera" che egli dice di aver trasportato, pochi minuti dopo le quattro di quel pomeriggio di sangue, vicino alla banca di piazza Fontana. Con Pietro Valpreda sono coinvolti, sotto l'imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage,(19) altri cinque ragazzi del circolo 22 Marzo: Roberto Mander, 17 anni, studente di secondo liceo, figlio di un direttore d'orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro dove è scoppiata una delle bombe; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente d'architettura. Il sesto imputato è Mario Merlino, classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia romana; il padre, avvocato, è impiegato all'organizzazione cattolica Propaganda Fide. Passata la confusione frenetica dei primi giorni d'inchiesta, quando si comincia ad andare a guardare con calma la biografia politica degli imputati, la presenza fra essi di Mario Merlino fa tirare un sospiro di sollievo ai cronisti dei giornali di sinistra. Merlino è un ex fascista, si è recato recentemente in viaggio nella Grecia dei colonnelli ed è il fondatore del 22 Marzo: ergo, invece che a degli anarchici, qui si è di fronte a degli "anarco-fascisti", "più vicini a Goebbels che a Bakunin", secondo quanto scrive frettolosamente il settimanale comunista Vie Nuove. E già che c'è, per definire meglio l'ambiente, il giornalista ci aggiunge anche il solito pizzico di droga. I conti a questo punto, oltre che alla polizia e al pubblico ministero, quasi tornano anche alla sinistra italiana: in fondo se le cose stanno davvero così, se non si tratta nemmeno di anarchici ma di anarco-fascisti perché Pietro Valpreda non potrebbe davvero essere l'autore della strage di Milano? Salvo ad accorgersene subito dopo, quando i particolari si definiscono meglio, che si è fatta una grande confusione, si è rischiato di cadere nella trappola: neanche più quella dell'estremismo anarchico, di sinistra, colpevole, ma l'altra trappola. ben più pericolosa, della colpevolezza dei due opposti estremismi, di destra e di sinistra, anarchia e fascismo, che ormai si sono compenetrati, e assieme hanno ucciso. Perché non ci siano dubbi, per fare opera di chiarezza assoluta, è necessario qui definire esattamente chi è Mario Merlino e quale ruolo egli ha svolto nel piano di preparazione degli attentati. .SH Mario Merlino fascista Gli anni dal 1962 al 1968 vedono Mario Merlino militare attivamente nei gruppi di estrema destra: Avanguardia Nazionale, Giovane Italia e Ordine Nuovo. In prima fila nel corso di innumerevoli azioni squadristiche, egli nutre tuttavia ambizioni intellettuali.(20) Passa ogni anno l'estate in Germania, di preferenza a Monaco e Francoforte. Tra il '65 e il '66 vi rimane sei mesi; al suo ritorno racconterà di aver frequentato un campo clandestino di addestramento organizzato dai neo nazisti tedeschi di "Nazione Europea".(21) In questi anni stringe stretti rapporti, tra gli altri, con Stefano Delle Chiaie, Pino Rauti e con il deputato del MSI Giulio Caradonna. Mario Merlino compare per la prima volta mescolato alle forze di sinistra durante la battaglia di Valle Giulia che si combatte tra studenti e polizia ai primi di febbraio 1968, davanti alla facoltà di Architettura. Per Merlino, che è presente tra le fila di un gruppetto di picchiatori fascisti di Avanguardia Nazionale, gli scontri di Valle Giulia sono due fronti: i camerati cercano di bastonare in parti uguali poliziotti e studenti. l'importante per loro è provocare il massimo degli incidenti. Il neofascismo romano a quella data è infatti ancora incerto: con la esplosione dell'"anno degli studenti" sono finiti i bei tempi in cui dominava incontrastato con le sue squadre di manganellatori nell'università romana. Che fare quindi? La nuova tattica della infiltrazione tra i gruppi di sinistra, il momento in cui i "nazimaoisti" tenteranno di confondere le acque coi loro slogan "Hitler e Mao uniti nella lotta" sono ancora lontani. D'altra parte l'attacco frontale come una volta è ormai impossibile. Ci riprovano, certo, e il 17 marzo un manipolo di duecento picchiatori giunti da ogni parte d'Italia, gli onorevoli Almirante, Caradonna e Turchi in testa, dà l'assalto alla facoltà di Lettere occupata dagli studenti e provoca gravi incidenti (lo studente Oreste Scalzone ha la colonna vertebrale fratturata). Anche in questa occasione Mario Merlino marcia coi fascisti. Tuttavia questa fase sta per chiudersi: il viaggio in Grecia che i giovani fascisti italiani compiono nell'aprile 1968 segna una svolta definitiva. Il viaggio è promosso dall'ESESI, (vedi IV Capitolo - L'ESESI) la lega degli studenti greci fascisti in Italia, ed è organizzato dal giornalista Pino Rauti del Tempo di Roma e da Stefano Delle Chiaie i quali scelgono fra i militanti di Nuova Caravella, Ordine Nuovo e dell'ex Avanguardia Nazionale una quarantina di giovani che si sono particolarmente distinti nell'attività a favore del regime dei colonnelli. Giunti a Atene, i fascisti romani si recano in delegazione all'ambasciata italiana per presentare una nota di protesta "contro il modo in cui la RAI-TV diffama il regime greco". Qualche giorno dopo appendono sul petto del ministro Pattakos un distintivo di Nuova Caravella: nella foto ricordo della cerimonia si vede anche Mario Merlino (Merlino quando sarà interrogato dal giudice dichiarerà che "non vi furono conferenze e non fummo ricevuti da personalità"). Ad Atene i giovani fascisti italiani prendono anche contatti col movimento nazista greco "4 Agosto" diretto da Costantino Plevris. Da quel momento, tornato a Roma, Mario Merlino cambia pelle. La cambia fisicamente, perché comincia a vestire in modo dimesso e si fa crescere i capelli, poi anche barba e baffi. E la cambia politicamente: non sono passati quindici giorni dal rientro da Atene che ha già fondato il gruppo XXII Marzo (da non confondersi con il 22 Marzo, che verrà molto più tardi). Un volantino diffuso nella città universitaria rappresenta la sua prima carta politica: il gruppo proclama di "rifarsi alle esperienze del Maggio francese e, in particolare, alle sue punte più avanzate: Daniel Cohn Bendit e gli arrabbiati di Nanterre". L'esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all'ambasciata francese. Dietro a Mario Merlino, che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, ci sono gli esponenti più rappresentativi del gruppo, e del neofascismo romano: Stefano Delle Chiaie, Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e l'ex legionario e parà Buffa, detto il Lupo di Monteverde. Mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia. Il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il giorno dopo i quotidiani di Roma parlano in toni apocalittici di "piano preordinato", di "guerriglia cittadina", di "inutili vandalismi" e della "cieca violenza con cui i teppisti, manovrati dal PCI, hanno danneggiato e incendiato auto di privati cittadini" (Il Tempo) La provocazione non passa inosservata, gli studenti hanno riconosciuto fra i seguaci di Mario Merlino i più noti esponenti del neofascismo romano e il XXII Marzo, a neppure un mese dalla sua fondazione, cessa di esistere. Merlino non si scoraggia, da Cohn Bendit passa al libretto rosso del presidente Mao Tse Tung, da leader mancato si trasforma in semplice militante di base e avvicina un esponente del gruppo di sinistra Avanguardia Proletaria vantando certi contatti politici che egli dice di avere con la redazione dell'Etincelle, una rivista marxista-leninista svizzera. L'approccio fallisce: i suoi precedenti sono noti all'esponente di Avanguardia Proletaria. Merlino ci riprova con il Partito Comunista d'Italia (linea rossa).Qui non lo conosce nessuno e oltretutto lui si offre come semplice diffusore della rivista di Verona Lavoro Politico, in attesa di essere ammesso nel partito. Ma ancora una volta si tradisce. Viene fermato durante gli scontri con la polizia che seguono un tentativo di assalto contro la direzione del PCI in via delle Botteghe Oscure organizzato da diversi gruppi fascisti, al termine di un comizio di Arturo Michelini. Il nome di Mario Merlino compare nella lista degli arrestati pubblicata da tutti i giornali. D'ora in poi sarà più prudente nel mantenere i contatti con i suoi "ex" camerati. .SH Mario Merlino fascista e provocatore La pausa estiva, della quale Merlino approfitta per compiere uno dei suoi abituali viaggi in Germania, gli è utilissima per cercare di farsi dimenticare. Per la rentrée, nell'autunno-inverno 1968, sceglie la facoltà di Magistero occupata dal movimento studentesco. Il terreno è propizio essendo la facoltà di piazza Esedra decentrata non solo fisicamente ma, in parte, anche politicamente rispetto alla città universitaria. Mentre occupa, Mario Merlino collabora a qualche seminario sulla riforma dei piani di studio e intanto propone ad alcuni studenti di partecipare a un "corso" che egli sta organizzando. .SH Testimonianza n. 1: "Un giorno ci prese da una parte e ci disse che se volevamo lezioni sul modo di fabbricare ordigni esplosivi lui sarebbe stato in grado di darcele. Aggiunse che un suo amico di 35 anni, che abitava fuori Roma, aveva un deposito di armi, tritolo e gelatina esplosiva, e che sarebbe stato disposto a fornirceli e a partecipare lui stesso alle azioni, purché organizzate seriamente, dato che la polizia lo teneva d'occhio... ". Qualcun altro intanto teneva d'occhio Mario Merlino. Un giorno, mentre si sta formando un corteo del movimento studentesco, l'assistente universitario M. D. gli confisca una bottiglia molotov che gli spunta da una tasca dell'eskimo. La provocazione riesce poco dopo, durante la manifestazione di protesta contro la visita del presidente Nixon a Roma Merlino lancia una bottiglia incendiaria contro la vetrina della ditta americana Mlinnesota e la polizia, che segue da vicino gli studenti, dà il via alle cariche che si concludono con decine di fermi. Alla fine di febbraio 1969 Merlino si ripete in un altro "a solo": al termine di una protesta davanti alla sede della RAI-TV, quando già il corteo si sta sciogliendo, lancia con una fionda un bullone di ferro che infrange il parabrezza di una jeep della polizia. Seguono cariche, scontri, feriti. fermi e denunce. Fa il bis un mese dopo, nella manifestazione per i fatti di Battipaglia. Cambia solo il bersaglio, il parabrezza di un furgone della polizia invece che quello di una jeep, ma il risultato è identico. Questa volta però viene fermato anche lui, denunciato e processato per direttissima: esce di galera il primo aprile, con una assoluzione e un'ottima referenza che gli serve per entrare in un collettivo di studenti comunisti che stanno preparando un esame di filosofia. Nessuno sospetta di lui fino al giorno in cui smarrisce un'agendina che contiene tutti nomi e i relativi numeri di telefono dei più noti esponenti del neofascismo romano.(vedi il taccuino di Mario Merlino) Messo alle strette, Merlino fa una pubblica autocritica: ammette di aver svolto "per un certo periodo" il ruolo di provocatore ma sostiene di essersi pentito e di mantenere coi camerati solo rapporti di amicizia, non politici. Per rafforzare la tesi della "conversione" aggiunge: "Quando fui fermato per la manifestazione di Battipaglia un funzionario della squadra politica mi promise che non mi avrebbero denunciato e che, anzi, mi offrivano centomila lire al mese se accettavo di svolgere la funzione di confidente negli ambienti del movimento studentesco. Io rifiutai decisamente, preferendo la denuncia". Allontanato dal collettivo Merlino parte per Rimini, dove dice di avere una casa. Al ritorno avvicina alcuni iscritti all'Unione dei Comunisti Italiani. Si informa sul loro programma politico e consistenza organizzativa, chiede di entrare a farne parte. Ma ormai le notizie sulla presenza di spie e provocatori, veri e presunti, si sono moltiplicate e hanno creato allarme. La richiesta di Merlino viene accolta con riserva, si vuole prima accertare la consistenza delle voci che circolano sul suo conto. L'attesa non è lunga. Nel mese di maggio, subito dopo l'attentato al palazzo di Giustizia di Roma. Mario Merlino chiede ad un iscritto all'Unione un grosso favore: ha paura di subire una perquisizione e deve nascondere del materiale compromettente. E' disposto il compagno a tenerselo per qualche giorno, sino a quando si saranno calmate le acque? Quello dell'Unione dice apposta di si e Merlino gli consegna alcuni metri di miccia e un numero considerevole di detonatori. Due giorni dopo la polizia compie una perquisizione nella casa del compagno il quale però si era sbarazzato del materiale il giorno stesso in cui l'aveva ricevuto. Merlino con la sinistra marxista-leninista ha finito, I'Unione lo diffida dal presentarsi alla sede, dal frequentare le manifestazioni e dall'avvicinare i suoi iscritti. Ritenta con le briciole. Alla vigilia del 2 giugno si è aggregato a un gruppetto di radicali che ha un incontro con alcuni comunisti della Federazione Giovanile per concordare una azione di volantinaggio comune da farsi durante la sfilata militare ai Fori Imperiali. L'appuntamento è stabilito per l'indomani mattina alle 8, davanti alla sezione Campo Marzio. Ci va anche la polizia, che sequestra i volantini e porta tutti in questura. per rilasciarli solo a sfilata conclusa (e per provocare una interpellanza alla Camera dove i deputati comunisti denunciano questo inammissibile fermo preventivo). Merlino no, non si è presentato all'appuntamento, quella mattina si è svegliato tardi. Quando, precedentemente, era avvenuta la serie di attentati dinamitardi contro i distributori di benzina, proprio mentre era in corso un'aspra vertenza sindacale che opponeva i piccoli gestori alle grandi società petrolifere Mario Merlino venne invitato dalla polizia a a "collaborare" nelle indagini. Fece i nomi di F.P., L.R. e E.M.D., tre studenti che da tempo hanno abbandonato gli ambienti dell'estrema destra. I tre vennero subito arrestati ma alla fine risultarono totalmente estranei agli attentati. Come mai Merlino sempre così scrupoloso, quella volta ha messo la polizia su una falsa pista? La risposta salta fuori qualche tempo dopo, quando viene identificato il vero responsabile. E' Mario Palluzzi, organizzatore di un vero e proprio racket che estorceva denaro ai gestori che non partecipavano allo sciopero con minacce di rappresaglie dinamitarde. Ma Mario Palluzzi è anche qualcos'altro: è il capo dell'UNSI, il sindacato dei benzinai fascisti, ed è un ex di Avanguardia Nazionale, oltre che intimo amico di Stefano Delle Chiaie, a sua volta legato a Merlino. Il chiosco dove prestava servizio era, tra l'altro abituale luogo di riunioni per un gruppo di fascisti dell'ex Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Affrontato da uno degli studenti che ha denunciato. Mario Merlino si giustifica dicendo che la delazione gli è stata estorta dalla polizia durante una delle sue crisi di epilessia, e rilasciata anche una dichiarazione autografa in cui ammette di essere un confidente. Nel settembre 1969 a Mario Merlino, ormai definitivamente bruciato in tutti gli ambienti della sinistra extraparlamentare, sono rimasti solo gli anarchici come possibile terreno di infiltrazione e provocazione. Avvicina il giovane G., si fa passare per perseguitato dalla polizia e chiede di essere presentato al circolo Bakunin di via Baccina. .SH Testimonianza n. 2: "All'inizio aveva un atteggiamento riservato anche se cordiale. Si definiva anarchico ma non partecipava quasi mai alle discussioni sulle teorie e la prassi libertarie; mi sembrò che avesse nozioni molto vaghe sulla storia dell'anarchia. Era un abile parlatore ma quando si approfondiva questo argomento o lasciava cadere il discorso oppure si limitava a darmi ragione". Nel frattempo Merlino trova il tempo per partecipare ai convegno studi organizzato dal MSI al Terminillo, durante il quale Giulio Caradonna tiene una relazione sul tema "Genesi del colpo di stato" Quando Merlino arriva al Bakunin gli iscritti al circolo sono divisi in due frazioni. C'è una maggioranza, che è posta sotto accusa da un gruppo dei giovani, tra cui Pietro Valpreda e Emilio Bagnoli. Burocratismo, dirigismo, incapacità di cogliere le nuove prospettive politiche create dall'esplosione delle lotte operaie e studentesche: queste le accuse dei giovani che a loro volta vengono tacciati di avventurismo dai più anziani. L'ingresso di Mario Merlino, che si lega subito al gruppo degli "arrabbiati", contribuisce a peggiorare sensibilmente la situazione. Alle denunce di essere ancora in contatto coi fascisti e confidente della polizia, lui replica dicendo che "i vecchi" del Bakunin usano la calunnia per coprire le vere ragioni del loro dissenso, che sono politiche. Merlino è il primo a sostenere esplicitamente la necessità di una scissione, onde formare un nuovo circolo. Per questo si offre anche di reperire i fondi necessari, 150.000 lire che gli sarebbero state promesse da un imprecisato "gruppo cattolico". Nonostante la crisi, l'attività politica del Bakunin prosegue, tra i baraccati della periferia romana e gli operai della Fiat in sciopero. Merlino comincia a fare delle proposte. .SH Testimonianza n. 3 "Mi chiamò da parte e mi chiese se ero disposto a partecipare a una azione notturna contro la Fiat. Si trattava di lanciare delle bottiglie Molotov. Io avrei dovuto accompagnarlo con la mia macchina. Gli risposi che non ero d'accordo e lui non insistette. Mi disse tuttavia che gli dispiaceva di avermi sopravvalutato". Sempre assiduo della vita del circolo, solo il sabato e la domenica Merlino non si fa vedere, dice che va a trascorrere il week-end ai Castelli Romani per fare un po' di footing e ossigenarsi. Invece partecipa ai campeggi "a cielo aperto" dell'associazione neofascista e paramilitare Europa Civiltà nell'Alta Sabina e nel Parco Nazionale degli Abruzzi, organizzati dal suo vecchio amico Loris Facchinetti. Quando rimane a Roma, la domenica mattina va alla messa delle dieci nella chiesa del convento delle suore di via Montanelli, luogo di convegno di un gruppo di cattolici integralisti. Merlino è un fervido commentatore dei brani evangelici che vengono discussi collettivamente. Ma la sua fede non gli impedisce durante lo sciopero della fame degli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia, di esibirsi con in mano cartelli con lo slogan "Ne' dio né stato, né servi né padroni". Il lungo sciopero della fame è fatto, a Roma come a Milano, per protestare contro la carcerazione illegale degli anarchici incolpati degli attentati del 25 aprile. In quei giorni Merlino ripete le sue proposte ad altri giovani del Bakunin. .SH Testimonianza n. 4 "Merlino mi confidò che aveva intenzione di organizzare un corso per la fabbricazione di bombe e che di questo progetto aveva già parlato a R. Disse che Stefano Delle Chiaie, quando militavano assieme nelle organizzazioni fasciste, lo aveva istruito su questo argomento e che sarebbe stato in grado di farci delle lezioni. Aggiunse che aveva una pellicola da sviluppare dove erano illustrati vari modi di fabbricazione degli ordigni esplosivi". .SH Testimonianza n. 5 "Merlino una volta invitò me e altri due anarchici del circolo Bakunin in casa sua per discutere "alcune cose molto riservate". Non ricordo con esattezza il periodo ma credo che fossero gli ultimi giorni di settembre o i primi di ottobre. Quando arrivammo da lui lo trovammo assieme a un suo amico, un certo Roberto, che si presentò come un ex camerata convertitosi all'anarchia. Disse che aveva un'edicola di giornale all'EUR. Dopo un breve preambolo Merlino ci propose la costituzione di un commando terroristico, dicendo che una persona a lui molto vicina era in possesso di materiale informativo sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Il suo amico aggiunse che egli era in grado di procurarsi del "materiale". Merlino ci invitò a casa sua due volle. La prima volta ci propose una azione di sabotaggio alla Fiat di viale Manzoni, organizzata in questo modo: alcune auto avrebbero bloccato le vie adiacenti per ostacolare l'arrivo della polizia, mentre gli altri compagni sarebbero penetrati all'interno e dopo aver tagliato con dei coltelli i tubi dei distributori avrebbero appiccato il fuoco alla benzina fuoriuscita. Così - ci disse - sarebbe saltato tutto in aria. La volta successiva ci propose di assaltare una caserma situata nei pressi di casa sua, della quale diceva di avere una pianta dettagliata, per portare via armi e munizioni. In quella occasione era presente alla riunione un altro suo amico, che noi non conoscevamo, il quale disse di essere in possesso delle piante di vari tralicci della televisione che si potevano far saltare. Aggiunse che se le era procurate quando lavorava come disegnatore, presso l'ingegnere che aveva realizzato il traliccio Tv di Viareggio. Noi, comunque. lasciammo cadere queste proposte perché contrarie al nostro concetto di "azione esemplare". Infatti, l'unica azione esemplare che il gruppo di anarchici realizzò, è la costruzione, eseguita nottetempo, di un muro di mattoni in mezzo al cortile di un caseggiato popolare, i cui inquilini erano stati sfrattati a scopo speculativo.(22) Il 23 ottobre 1969, per l'anniversario della battaglia di El Alamein, è previsto a Roma un raduno nazionale di paracadutisti e i fascisti si mobilitano per dare un tono nostalgico alla manifestazione. Gli "arrabbiati" del Bakunin decidono di diffondere un volantino di protesta e Mario Merlino si offre di stenderne il testo. Quando le copie sono già stampate e pronte per essere distribuite, vengono bloccate da alcuni anarchici che giudicano il contenuto politicamente scorretto e provocatorio, e impongono che sia tolta la firma "Circolo Bakunin". Il nuovo episodio esaspera la polemica all'interno del Bakunin. Negli stessi giorni poi esce sulla rivista giovanile Ciao 2001 una inchiesta sui gruppi minoritari di destra e fra essi è citato il "gruppo anarco-fascista XXII Marzo, fondato da Mario Merlino". Si tratta di una inesattezza, nel senso che il gruppo non esiste più da oltre un anno, ma è un'altra occasione (prefabbricata?) per aggravare i dissensi all'interno del circolo. Merlino fa l'indignato e cerca di coinvolgere altri nella sua protesta sostenendo che è giunto il momento di dare una forma consistente al loro dissenso. Inoltre dice. c'è la prospettiva di chiedere una smentita e un risarcimento danni alla rivista che lo ha "diffamato". Ciao 2001 per evitare noie, pubblica un nuovo articolo, consistente in una intervista collettiva al gruppo dei dissidenti del Bakunin con relative fotografie in cui abbondano i pugni chiusi e i medaglioni con la A cerchiata. Tutto viene ricompensato con 40.000 lire. I soldi serviranno per pagare il primo affitto di una sede e il circolo creato dagli scissionisti del Bakunin si chiamerà 22 Marzo, dove i numeri arabi sostituiscono quelli romani del vecchio gruppo fondato da Merlino nella primavera 1968. Con lui se ne vanno Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli. Emilio Borghese e un'altra quindicina di giovanissimi In attesa di trovare una sede decidono di riunirsi nel negozietto di lampade liberty di via del Boschetto che l'anarchico Ivo Della Savia, rifugiato all'estero renitente alla leva, ha lasciato al suo amico Pietro Valpreda. .SH Mario Merlino prima delle bombe Tra il 9 e il 10 novembre Mario Merlino parte per il Nord. Dice che va a Modena e poi a Venezia per partecipare ai lavori di coordinamento del gruppo di sinistra Lotta Continua. Ma è falso, la sua presenza a Venezia è esclusa. Il 18 novembre, vigilia dello sciopero generale nazionale per la casa (Merlino è tornato a Roma da due giorni), gli anarchici del nuovo 22 Marzo tengono due riunioni. La prima, allargata, per discutere i modi di partecipazione al corteo autonomo. organizzato dal movimento studentesco, la seconda ristretta, alla quale intervengono solo Merlino e altri due. .SH Testimonianza n. 6 "Merlino ci rivelò che, da fonti sicure, aveva appreso di una provocazione che i fascisti stavano organizzando contro il corteo. Bisognava prepararsi a respingerla, disse. Propose di preparare delle molotov da tenere a disposizione. durante il corteo, in caso di necessità. Ci lasciammo dandoci appuntamento la mattina successiva alle 8 nel negozio di via del Boschetto, dove dovevano trovarsi anche gli altri". Il mattino del 19 all'appuntamento in via del Boschetto ci sono tutti meno Mario Merlino che anche questa volta, guarda caso, non si è svegliato in tempo. Arriva, al suo posto, la polizia che perquisisce il negozio e ferma tutti i presenti. In questura. durante l'interrogatorio, agli anarchici viene contestata l'intenzione di aver voluto compiere attentati con bottiglie molotov.(23) Il 22 novembre Merlino si presenta nella sede del circolo in via del Governo Vecchio, appena inaugurata, con un nuovo personaggio. Si chiama Pio d'Auria, ha 24 anni, fa il venditore ambulante di libri per la casa editrice Rizzoli, è un fascista. Fisicamente ha una certa somiglianza con Pietro Valpreda.(24) Merlino lo presenta come "un ex camerata in crisi che guarda con simpatia all'anarchia". Il nuovo arrivato comincia a frequentare le riunioni del 22 Marzo ma si tiene in disparte, non partecipa alle discussioni. Si avvicina il giorno del grande raduno nazionale dei metalmeccanici: centomila operai sfilano per le vie di Roma. E' un momento di estrema tensione politica per l'Italia: i sindacati gestiscono le lotte contrattuali ma gli slogan delle avanguardie rivoluzionarie sono stati fatti propri da migliaia di operai. .SH Testimonianza n. 7 "Il giorno dello sciopero nazionale dei metalmeccanici, 28 novembre, ero assieme agli altri al corteo sindacale quando Merlino propose di andare a pranzo ai Castelli Romani. Partimmo con la mia macchina: Merlino, Pio d'Auria, Emilio Borghese e io. Merlino propose di andare a Frascati. Lì giunti telefonò a un suo amico. Dopo la telefonata ci disse di aspettarlo perché doveva andare a parlargli.(25) Stette via una mezz'ora. Quando ritornò andammo a mangiare in una trattoria e quindi ripartimmo per Roma. Durante il viaggio di ritorno Merlino ci propose: " è l'occasione giusta per scatenare un gran casino; fermiamoci a un distributore di benzina, facciamo il pieno, prepariamo quattro molotov e confondiamoci tra la folla del comizi (dei metalmeccanici in piazza del Popolo: n.d.r.). Appena capita l'occasione giusta, le tiriamo addosso a qualche camionetta della polizia". Pio d'Auria mi sembrò particolarmente entusiasta dell'idea. Io e Borghese rifiutammo giacché l'iniziativa ci parve assolutamente improduttiva dal punto di vista politico. Fummo comunque ostacolati dal traffico e quando arrivammo la manifestazione era finita" Da quel giorno Mario Merlino non si fa più vedere al circolo: strano, è sempre stato un frequentatore assiduo. Il 2 dicembre telefona a Emilio Bagnoli dicendogli di essere malato: però rifiuta, ringraziando, ogni visita dei compagni. Questi, preoccupati per la sua salute, sei giorni dopo vanno ugualmente a casa sua. Lo trovano in piedi, sanissimo. Sono appena guarito, dice Merlino, e si fa finalmente vivo, il pomeriggio di mercoledì 10 dicembre, nella sede di via del Governo Vecchio che è ancora in fase di allestimento. I compagni gli rinfacciano, scherzando, di essersi dato malato per non lavorare con loro. Merlino lascia 3.000 lire come contributo al circolo e se ne va dicendo che ancora per qualche giorno non si farà vedere perché si sta "lavorando" alcuni cattolici che dovrebbero dare dei soldi. Chiede anche notizie di Valpreda e gli rispondono che il Pietro è in partenza per Milano dove è stato convocato dal giudice per un certo processo, una vecchia storia. Siamo alla vigilia della strage del 12 dicembre. .SH Mario Merlino delatore Roma, verso le 9,30 di giovedì sera 11 dicembre 1969. Alla fermata di viale Manzoni vicino a via Liberiana, un ragazzo magro coi capelli lunghi e gli occhiali, infagottato in un eskimo color verde, aspetta il tram che porta verso via Tuscolana. Quando sale a bordo, tre passeggeri, giovani come lui, lo guardano incuriositi: a ognuno quella faccia sembra nota, ma sul momento non riescono a identificarla. Infine uno dei tre si ricorda. "Ahò, ma quello è Merlino". I tre lo chiamano e il ragazzo con l'eskimo si avvicina. Ma appare imbarazzato, nervoso e al loro tentativo di fare conversazione risponde ogni volta in modo da far cadere il discorso. E' strano: Mario Merlino, che di solito è così loquace, questa sera non parla, quasi fosse infastidito per l'incontro imprevisto. "Beh, come va col 22 Marzo?", gli chiedono. "E' un periodaccio, non si combina nulla", risponde. "Noi scendiamo. Tu che fai, dove vai?". "Niente, vado a trovare certi amici miei". I tre ragazzi scendono e il tram prosegue la sua corsa verso via Tuscolana con a bordo Mario Merlino. Dove sta andando? Chi sono gli "amici" con cui si deve incontrare? Dato che si tratta di stabilire come uno degli imputati ha trascorso la sera precedente gli attentati, sarebbe logico supporre che chi svolge le indagini abbia rivolto a Mario Merlino domande del genere. Invece, dai verbali di interrogatorio resi noti non risulta che gli sia stato chiesto nulla in proposito. Gli inquirenti, mentre sono stati molto scrupolosi nel porre a Merlino domande su episodi e circostanze che riguardano soprattutto gli altri cinque inquisiti (Valpreda, Mander, Bagnoli, Borghese e Cargamelli), lo sono stati molto meno nel chiedere sia ai cinque che a lui delle testimonianze sulla sua persona e sulla sua attività.(26) Sino dal primo momento, quando la sera di venerdì 12 dicembre viene fermato e interrogato dalla polizia, Merlino svolge la parte del delatore, parla e parla. e sarà soprattutto grazie alle sue "confessioni" che si arriverà a incastrare gli altri ragazzi del circolo 22 Marzo. Ma perché non si è cercato di scoprire fino in fondo chi è Merlino? Perché non si è andati a indagare nemmeno su cosa egli può aver fatto quella sera di giovedì 11 dicembre, dopo che è stato visto sul tram che porta verso via Tuscolana? Chi può avere incontrato in quella zona di Roma? Presumibilmente la sua meta avrebbe anche potuto essere una di queste tre. Primo: via Tor Caldara, che è nei pressi della via Tuscolana, dove abita Pio d'Auria, il suo amico fascista che è stato indicato come uno dei possibili sosia di Pietro Valpreda. Secondo: via Tommaso da Celano, che è sempre nei pressi di via Tuscolana, dove al numero civico 119 risiede Stefano Delle Chiaie, il più noto boss del neofascismo della capitale, anch'egli molto legato a Mario Merlino. Terzo: via Tuscolana n. 572, dove c'è l'abitazione di Leda Minetti. Lo stesso posto dove egli dirà di essersi recato il pomeriggio del giorno dopo, onde avere un alibi per il momento degli attentati, fornito dai due figli Minetti e dalla donna stessa.(27) Se anche il giovedì sera Merlino è venuto qui, può benissimo essersi incontrato con Stefano Delle Chiaie che da dieci anni è l'amico della Minetti e ne frequenta abitualmente la casa.(28) Insistere su questa possibilità ha un significato ben preciso. Vuol dire che, se le indagini su Mario Merlino fossero state più approfondite, sarebbe per forza venuta alla luce, spuntando da sotto la superficiale crosta dell'"anarchia", la sua vera figura di fascista e perciò di provocatore infiltrato con uno scopo ben preciso nell'ambiente del 22 Marzo. E a questo punto automaticamente, l'inchiesta non avrebbe potuto non tener conto della necessità di estendersi anche agli ambienti e ai personaggi del neofascismo della capitale. I fascisti, ma chi sono questi fascisti romani del dicembre 1969? Per capirlo bisogna fare un po' di storia, partendo dalla primavera .SH III CAPITOLO I fascisti -- La crisi del fascismo squadrista - Vita e opere di Stefano Delle Chiaie - Avanguardia Nazionale - I precedenti del luglio '64 - L'entrismo - La morte di Paolo Rossi - La morte di Antonino Aliotti - La nuova tattica: infiltrazione e nazimaoismo. .SH Premessa Lasciato in pace fino a quel momento, dopo l'uscita di Strage di Stato Stefano Delle Chiaie viene finalmente convocato dal magistrato ma, nel corso degli interrogatori, fugge e scompare dalla circolazione. È anche questo uno strano modo di sparire, se è vero che lo vedono a Milano con Cartocci e se le segnalazioni del suo passaggio sono troppe per essere sfuggite agli occhiuti uffici politici della penisola. Certo è che si tratta del personaggio più importante per far luce sulle vicende che, in questi ultimi anni, hanno visto convergere organi di polizia e squadracce di destra. In compenso sono scattate le operazioni contro elementi di Ordine nuovo e del Fronte nazionale. Dalle informazioni giornalistiche non sembra emergere un gran che, si ha più l'impressione di un colpo al cerchio, per poi darne un altro ben più vigoroso alla botte (i gruppi extraparlamentari di sinistra); si ha, ancor più, l'impressione che si colpiscano questi fascisti per lasciare spazio e respiro a quelli più organici, inquadrati nel MSI. D'altra parte la divisione non è mai stata netta e, diversamente da quanto accadeva nella fase ascendente del movimento di massa, non c'è più tanto bisogno di mascherarsi: l'azione fascista aperta "paga", attira borghesi grandi e piccoli, rianima, nella nuova congiuntura, vecchi cadaveri e capetti fino a ieri rintanati e tremanti. Nella premessa al V capitolo ritorneremo sul volto "nuovo" e sulla strategia "nuova" dei fascisti. Vorremmo però sottolineare, fin d'ora, due elementi: i fascisti hanno molti più soldi di prima, possono permettersi spese considerevoli, e tuttavia i picchiatori sono gli stessi che hanno agito regolarmente negli anni scorsi o disoccupati che si trasformano, a pagamento, in scherani momentanei. Un vero e proprio reclutamento di nuove leve squadriste non appare. In secondo luogo, più che l'infiltrazione, viene usata attualmente la contrapposizione alle forze della sinistra extraparlamentare; non si tratta tanto di inventare un nuovo 22 Marzo, ma di dar fiato alla tesi degli opposti estremismi. Certo, anche per realizzare un programma del genere è necessario inserire agenti provocatori nei gruppi di sinistra o creare appositamente centrali di provocazione. Nel rapimento di Sergio Gadolla e nelle connesse imprese genovesi, attribuite dai giornali borghesi a una "banda maoista", il cervello era il ben noto fascista Vandelli; ciò è estremamente indicativo. D'altra parte è abbastanza noto il programma di Almirante di estendere il controllo del MSI alle frange finora rimaste all'esterno. Coerente con la sua storia (ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, firmatario di proclami con cui si decideva la fucilazione di partigiani e soldati "sbandati", precedentemente giornalista fascista al Tevere e segretario di redazione della Difesa della razza), nel '46 Almirante aveva organizzato bande armate in funzione antioperaia, i FAR (fasci armati di combattimento), insieme con Roberto Mieville. Le dichiarazioni di Almirante alla stampa italiana ed estera sono assolutamente univoche: c'è uno spazio per la violenza fascista, e Almirante non vuole che sia coperto da qualcun altro; rivendica tale spazio per il suo partito, si presenta nei salotti della Milano bene, corteggia industriali e finanzieri assicurando che quello spazio lui lo sa coprire, e con una visione più organica di quei "bravi ragazzi nazionali", dotati di focose intenzioni ma non sensibili alle duttilità della politica. Duttilità, comunque, ben diversa da quella con cui il defunto predecessore di Almirante, Arturo Michelini, se da un lato aveva prestato costantemente i suoi servigi al potere, riuscendo a ottenerne uno spazio sproporzionato alla reale incidenza del partito nella vita italiana, dall'altro aveva disgustato i "duri", che sono invece al centro dell'operazione di recupero condotta dall'attuale dirigenza e sorvegliata paternamente dagli agenti della CIA greca. Anche gruppi che aveva