.\" Template groff 4 MEDI(A)TECA .\" version 10.06.04 .\"iPONTE ponte@ecn.org .\" titolo sezione data sorgente manuale .TH "" A "GENNAIO 2007" "MEDI(A)TECA #000" "MEDI(A)TECA" .\" CAPITOLO .SH Valpreda.Processo al processo .SS "" Valpreda - Processo al processo di Marco Fini e Andrea Barbieri L'imputato 1 Mostro su misura Milano, 15 dicembre 1969. Mentre in piazza del Duomo una folla immensa assiste ai funerali dei morti di piazza Fontana e alle dieci di mattina il cielo è così nero che sono ancora accesi i lampioni e l'albero di Natale in mezzo al sagrato, Pietro Valpreda, 37 anni, ballerino e anarchico, entra nell'ufficio del consigliere istruttore del tribunale, Antonio Amati. La convocazione dovrebbe riguardare una denuncia vecchia di mesi per un opuscolo contro il papa. Ma nel frattempo è scoppiata la bomba a piazza Fontana e la polizia ha cominciato, come sempre negli ultimi tempi, la caccia all'anarchico. Sono passati tre giorni e parecchi dei suoi compagni sono stati fermati. Attraverso la porta, la nonna Olimpia Torri, che lo ha accompagnato in tribunale, sente la sua voce concitata che dice no, no, e quella imperiosa di Amati che detta a verbale e, dopo un rumore di pugni sul tavolo, più alta insiste: "Voi anarchici, volete sangue, sempre..." Me lo ammazzano, pensa nonna Olimpia che pure è una donna coraggiosa, moglie di un vecchio militante socialista, madre di un ragazzo morto a venti anni in Grecia. Quando finalmente Pietro esce dall'ufficio del consigliere, ha la faccia sconvolta, non fa a tempo a dire neppure una parola che due agenti in borghese gli si avvicinano, lo stringono fra loro e, senza una spiegazione, lo trascinano via, fuori dall'anticamera e poi su per le scale che portano ai piani superiori del tribunale. Olimpia Torri li segue a precipizio, fa anche lei qualche gradino, inciampa, cade. Angosciata, cerca il giovane procuratore che li ha accompagnati in tribunale, Luigi Mariani. A loro si unisce l'avvocato Luca Boneschi, che assiste Valpreda per la questione dell'opuscolo. Battono il tribunale in lungo e in largo, dall'ufficio di polizia giudiziaria alla stazione dei carabinieri, alla procura. Stentano a calmare la nonna ("Se trovo chi me l'ha portato via, gli torco il collo"). Alla fine tornano nell'ufficio di Amati, ci trovano il cronista giudiziario Giorgio Zicari, fedele portavoce delle tesi di Amati sul "Corriere della Sera." L'irritazione aumenta. Chiedono spiegazioni ad Amati. Il consigliere è teso, dice soltanto: "Da qui Valpreda è uscito con le sue gambe." Nel pomeriggio i due avvocati telefonano all'ufficio politico della questura: non ne sanno niente. Leggeranno dell'arresto dell'anarchico sui giornali del giorno dopo, quando hanno già firmato un esposto alla procura della repubblica per protestare contro quel fermo che assomiglia molto a un sequestro di persona. "Questo non sciupatemelo, mi occorre," raccomanda con un mezzo sorriso il commissario Luigi Calabresi a quelli dell'ufficio politico che stanno interrogando l'anarchico appena arrivato in questura. Alle quattro del pomeriggio, finito l'interrogatorio (di cui non c'è traccia negli atti del processo) Valpreda parte per Roma, in automobile. Il brigadiere Pagnozzi che lo scorta riferirà che durante il viaggio si preoccupa di sapere che cosa lo aspetta e lui secco risponde: "L'ergastolo." Arrivano a Roma la sera, gli danno un caffè, lo portano dal sostituto procuratore della repubblica, Vittorio Occorsio, che lo interroga a lungo. Ripete il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre, descrive per l'ennesima volta tutti i suoi movimenti, quei pochi che ha compiuto a letto dove si è messo perché stanco del viaggio da Roma e febbricitante. Ricorda il caffè che ha bevuto, il panino e la mela per cena, il chinino, l'aspirina che gli ha dato la vecchia zia. Tutto inutile. Dopo ogni protesta, puntuale Occorsio gli dice: "Le contestiamo la morte di 14 persone e il ferimento di altre ottanta." Poi, alle tre di notte, il sopralluogo sulla via Tiburtina, alla ricerca di un fantomatico deposito di esplosivo. La mattina dopo, 16 dicembre, altro interrogatorio di ore, per due pagine di verbale. E' il pomeriggio avanzato quando Valpreda arriva al palazzo di giustizia: sono ormai trentasei ore che quasi non mangia, ogni tanto riposa su tre sedie messe in fila, solo la tensione lo tiene sveglio. Siamo nella vecchia procura romana: corridoi alti, porte incorniciate, stanze poco illuminate da lampadine a basso voltaggio. Gli dicono di nominarsi un avvocato. Lui sceglie Guido Calvi, che l'ha assistito quando, un mese prima, è stato arrestato per una rissa a Trastevere. L'avvocato Calvi, 31 anni, docente di filosofia alla università di Camerino, riceve la telefonata della questura nel primo pomeriggio. Già sbuffa per la siesta interrotta, quando dall'altro capo del telefono gli dicono che si tratta del riconoscimento del maggiore indiziato per la strage di Milano: "Si chiama Valpreda, lo conosce già." Proprio mentre sta per avviarsi alla procura, Calvi viene a sapere che a Milano, il giorno prima, un tassista di nome Rolandi ha dichiarato di avere trasportato l'attentatore e l'ha riconosciuto in una fotografia di Valpreda; gliela hanno mostrata nell'ufficio del questore Guida. Arriva al palazzo di giustizia con il codice di procedura penale in mano, il segno sull'articolo relativo alla "ricognizione di persona." Il sostituto procuratore Occorsio è nervosissimo, si ostina a mettere ordine fra le sue carte sul tavolo. Il commissario di PS Umberto Improta fa entrare nella stanza quattro poliziotti vestiti da libera uscita, scarpe lucide, capelli tesi di brillantina, poi Valpreda. L'anarchico è disfatto, chiede con aria stralunata a Calvi: "Guido, ma che succede? Cosa vogliono?" "Stai calmo," gli risponde l'avvocato, "stanno facendo delle indagini. Sei solo uno dei tanti compagni arrestati per le bombe. Occorsio fa disporre Valpreda in mezzo ai poliziotti in borghese. La "diversità" salta agli occhi, Calvi ottiene che almeno sia spostato di un posto, verso un'estremità della fila. Dal corridoio giunge il rumore come di una squadra di soldati in marcia. Calvi si affaccia: vede un uomo con il giaccone di pelle dei tassisti, sembra portato di peso da ufficiali dei carabinieri in alamari d'argento e funzionari di polizia in cappotti, cappelli, e cravatte scure. La tensione è palpabile. Il plotone sta per entrare nella stanza ma Calvi, codice alla mano, chiede a Occorsio se al tassista sono state rivolte le domande di rito che devono precedere qualsiasi ricognizione. Il magistrato, sorpreso, dice di no: "Le faccia lei, avvocato." Rolandi viene fermato nel corridoio, faccia alla parete perché non veda prima del tempo Valpreda. "E' già stato sottoposto a confronti, le sono state già mostrate delle fotografie, ha già visto immagini dell'uomo che è chiamato a riconoscere?" Per tre volte Rolandi risponde no, e Calvi per tre volte gli ripete la domanda. Al terzo no, l'avvocato leva di tasca un foglietto con l'appunto sulla notizia del riconoscimento fotografico di Milano. Un ufficiale dei carabinieri batte sulla spalla di Rolandi: "Su, Rolandi, fai uno sforzo di memoria, rispondi all'avvocato. "Ah sì, a Milano mi è stata mostrata una fotografia e mi è stato detto che era quello che dovevo riconoscere." Il tassista, adesso, può voltarsi e entrare nella stanza. Di fronte ai cinque uomini schierati non ha esitazioni: "l'è lü," dice in milanese indicando l'anarchico, con la faccia scura di barba, i capelli arruffati sopra la stempiatura, il cappotto un po' grande stretto in vita dalla cintura. "Io? ma guarda bene. Io non ho mai preso il tuo taxi in vita mia. Ma guarda bene," fa Valpreda toccandosi le guance magre. "Beh, se non è lui, qui non c'è, sbotta Rolandi, fradicio di sudore, un tic nervoso che gli scuote il braccio destro. Quest'ultima frase non passa a verbale: Occorsio non l'ha sentita. Rolandi esce, in mezzo a poliziotti e carabinieri. Valpreda si avvia (senza un accenno a quelle crisi isteriche che Rolandi descriverà alla stampa l'indomani) per un breve colloquio con l'avvocato. Poi uscirà nella notte romana, tirato per le manette da Improta, nei lampi dei flash. Dalla folla che stringe d'assedio il palazzaccio si leva il grido di un paparazzo: "Alza la capoccia, mostro!" Gli italiani che l'indomani vogliono sapere chi è il "mostro" non hanno che l'imbarazzo della scelta. Mentre, con sorprendente rapidità, i muri di parecchie città si tappezzano di manifesti con la fotografia di Valpreda - giubbotto aperto sul torace, medaglione con l'A dell'anarchia, il pugno chiuso levato in alto - e la scritta "Assassino," la stampa benpensante si scatena in ritratti a tutto tondo, di una ferocia e di un livore reazionario senza precedenti. Il presunto responsabile della strage viene presentato come un uomo ai margini del sistema civile, vagamente di sinistra, un contestatore da strapazzo. Il titolo più significativo è quello in prima pagina nel quotidiano monarchico "Roma": "Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima." Il missino "Secolo d'Italia" lo definisce "una belva oscura e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista." Il "Corriere d'informazione," sotto il titolo La furia della bestia umana, fa un ritratto esemplare: "La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata... non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere... ora si comincia a respirare... Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S'è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette... un mestiere corto, infelice, di pochi soldi... Di più questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe... Un passo dietro l'altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia... Chissà come si incolla, come coagula questa sciagurata umanità: parlano, parlano, fanno finta di leggere o d'aver letto, si ritrovano, oziosi, nei caffè, giocano a scopa, si ubriacano, ogni due o tre settimane presentano ai compagni una 'moglie' nuova, scendono in piazza obbedendo a un misterioso ordine di rendez-vous. qualche volta, anzi spesso, hanno guai con la polizia... Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro." Con insistenza sadica è descritto il morbo di Bürger (diventerà in pochi giorni "il morbo di Valpreda") la malattia che avrebbe trasformato un ballerino velleitario nell' "uomo che odia il mondo" ("Epoca"): si arriva fino a inventare l'amputazione di un alluce. Si scoprono, naturalmente, tendenze omosessuali. Secondo "Il Messaggero" Valpreda è meglio noto come Cobra perché "durante uno spettacolo borghese a Milano gettò in sala alcuni rettili provocando il terrore tra i presenti." Insomma, per la stampa, l'autore del più scientifico e organizzato massacro della storia del terrorismo in Italia non può che essere un disadattato, un sottoproletario che l'impossibilità di accedere al paradiso del successo borghese ha trasformato in un mostro vendicativo. E contro gli altri potenziali mostri, anarchici o sovversivi in genere, viene chiesta a gran voce (e promessa, da ministri in carica) una "repressione infallibile." 2 La famiglia di Pietro Nell'appartamento di viale Lucania a Milano, dove la famiglia Valpreda abita dal dopoguerra, Pietro ha passato gli anni dell'adolescenza. "Allora era periferia qui," ricorda la madre, Ele Lovati, "era bello, quasi aperta campagna. Non c'era la sopraelevata, la strada giù era chiusa, i bambini ci giocavano al pallone o ci andavano sui pattini. Prendevamo l'insalata e pomodori grossi cosi negli orti delle cascine qua attorno." Ele Lovati è una donna di alta statura, impetuosa. Al marito, Emilio, più fragile, lascia poco spazio. Quando non è sopraffatto dalla moglie, il padre di Valpreda si dimostra arguto, ricorda volentieri la gioventù. E' stato padrone di una bottega di vino, di un bar, poi, dopo qualche difficoltà economica, è entrato a lavorare in un'azienda farmaceutica. Gli piacciono la storia, la mitologia greca e romana, il ballo. Da giovane era un campione del "liscio," spopolava nelle balere in riva al Lago Maggiore, a Cannero, dove ha incontrato e sposato Ele, la madre di Pietro. Per le nozze, qualcuno gli regalò un grammofono con una raccolta di classici sudamericani e gli ultimi successi di Carlo Buti. In casa Valpreda si ballava spesso, in famiglia e con gli amici. Pietro è ancora un ragazzino quando impara i segreti del tango, della romba e del fox-trot. La sorella si chiama Maddalena, è sempre stata molto legata a Pietro. Per lui è Nena o Nenin. Gli assomiglia molto, ma ha i lineamenti più sottili e occhi chiarissimi. Insieme, da bambini, vanno a pesca di arborelle sul Lago Maggiore; insieme vanno alle prime feste di tredicenni e poi nei locali milanesi del boogie-woogie e del rock. E' lei ad assisterlo in gara quando vuole tentare il ciclismo da corsa, ad applaudirlo al debutto sul palcoscenico del varietà, ad accompagnarlo anche a qualche riunione anarchica. C'è una fotografia incorniciata nella casa di viale Lucania che li ritrae insieme, guancia a guancia: sembrano due fidanzati. Di politica, Pietro comincia a sentir parlare in casa dei nonni materni. Il nonno Paolo Lovati è sempre stato socialista, anche sotto il fascismo. A Pietro, che va a trovarlo spesso, e per un certo periodo si stabilisce in casa sua, in via Cividale, nei quartieri popolari di San Siro, racconta delle angherie subite durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale ogni volta che il duce arrivava a Milano, degli assalti squadristici all' "Avanti!" Con il nonno, Pietro frequenta la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui Paolo Lovati ha comperato negli anni qualche azione. Sono i tempi del Fronte Popolare: ogni rifugio antiaereo nelle case popolari a Milano diventa una cellula del PCI o del PSI. La sera ci tengono improvvisate lezioni di storia del partito, di politica, di ateismo. Pietro si forma lì, nelle cantine umide, dove s'impara a discutere e a stare in gruppo. Alla domenica si balla nella cooperativa; e, se è estate, anche nei cortili delle case popolari, con lampioncini di carta e giradischi a manovella. Pietro e Nena non mancano mai e alle gare di ballo figurato vincono spesso il primo premio. Un giorno gli capita in mano un giornale anarchico, "Il libertario," ne discute appassionatamente con gli amici, poi scopre i libri di Bakunin, Malatesta, Cafiero. Gli piace soprattutto il loro gusto per la libertà individuale, la polemica anticonformista. La sua cultura di base è modesta. Ha studiato fino alla terza media in istituti religiosi: prima all'istituto Zaccaria dei padri Bamabiti, poi nel collegio San Celso. Abbastanza per detestare divise e gerarchie. Deve lavorare presto, diventa apprendista cesellatore nella piccola officina artigiana di argenteria del fratello del nonno (la madre conserva orgogliosa il suo primo manufatto, un grazioso vassoio con qualche rosa incisa), la sera frequenta la scuola d'arte applicata del Castello. Sceglie scultura, abbozza un paio di statue, il maestro è soddisfatto, ma lui non vuole completarle per ottenere il diploma perché i capolavori devono rimanere "incompiuti." Di quella esperienza gli resta l'atteggiamento un po' narcisistico dell'artista di via Brera e il gusto della bohème tra soffitte e caffè. Pietro Valpreda si ribella alla vita convenzionale ma non rinnega gli affetti familiari. Alla sorella della nonna, la prozia Rachele, è legato dall'infanzia. E' lei che l'ha cresciuto fino ai nove anni a Cannero Riviera, sul Lago Maggiore ("c'era un bel giardino, la stanza di Pietro aveva due finestre sul paese e sul lago, un grande albero di canfora ed un eucalyptus entravano con le foglie fin dentro la camera"). A Cannero, Bartolomeo Torri, padre di Rachele, dirige una fabbrica di spazzole, importante per l'economia della zona. E' cavaliere per merito di lavoro. Perde un figlio nella prima guerra d'Africa, e poi sul fronte greco anche il nipote (figlio di Olimpia, nonna di Pietro). Quando muore, Rachele ha 38 anni. E' sola e senza mezzi, viene a Milano, fa la dama di compagnia in famiglie ricche, poi la guardarobiera in una casa di stranieri in zona Magenta. Serena e tenace, segue da vicino il nipote Pietro, gli paga le prime lezioni di ballo professionale, poi quelle di Ugo Dall'Ara, ballerino della Scala. Né lei né i genitori vedono volentieri questa scelta di Pietro che, insofferente del lavoro chiuso dell'officina e dell'atelier d'artista, smania per muoversi, per conoscere un po' di mondo. Ma lui riesce a convincerli: la danza può diventare un mestiere, può aiutarlo a uscire dal giro pericoloso dei bar di periferia o dei locali notturni. Anche molti anni più tardi, a Licia Pinelli che lo prende in giro per la mania della danza, Valpreda dirà: "Se non fosse per questo mestiere, sarei un balordo." Zia Rachele nel 1957 decide di investire i suoi risparmi comprando un piccolo appartamento a Milano. Pietro contribuisce finanziariamente (guadagna già con la professione di ballerino), sceglie la casa in via Orsini, una zona di media residenza a Baggio, pensa all'arredamento. La considererà poi la sua base, il punto d'appoggio nei momenti difficili. E' una casa che testimonia della sua vita, dei suoi interessi e delle sue contraddizioni. In un'ambientazione di gusto piccolo-borghese, in un ordine meticoloso, ha raccolto tutti i suoi libri, la sua biblioteca di strenuo lettore autodidatta di letteratura anarchica: negli scaffali del salottino dove ha dormito il drammatico pomeriggio del 12 dicembre, e che zia Rachele ha serbato intatto per il suo ritorno, ci sono Bakunin e Proudhon, Pisacane e Malatesta, Voline e Andrejev, Stirner e Kropotkin, gli albi dell'anarchia spiegata al popolo e i volumi rari delle prime editrici anarchiche e delle biblioteche libertarie del Sudamerica. Ci sono anche gli spartiti musicali di molti dei suoi balletti, e uno schedario alfabetico per autore e titolo dei volumi della sua biblioteca. Dal salottino si esce su una terrazza che Pietro ha attrezzato come veranda coperta e piccola palestra domestica. Quando è a Milano, infatti, fa ginnastica tutte le mattine, racconta la zia, che considera con molta indulgenza questa come le tante altre piccole manie di Valpreda: la pulizia personale ("ha sempre avuto l'hobby del bagno"), le scarpe (ce n'è ancora un cassetto pieno nella stanza da bagno: i poliziotti che sono venuti a sequestrare il suo guardaroba hanno rinunciato a portarle via tutte), la salute, mania questa che è diventata angosciosa dopo l'attacco del morbo di Bürger e le operazioni chirurgiche del 1965 ("era guarito perfettamente ma andava in continuazione dal medico a farsi controllare"). In casa della zia la biografia esteriore di Valpreda è ricostruibile quasi al completo attraverso l'album di fotografie. Lo si vede bambino, coscienziosamente vestito da cresima e da comunione (per la soddisfazione della zia profondamente cattolica), ragazzo sulla bicicletta da corsa o in tuta nell'officina dello zio, poi non ancora ventenne in tournée con la compagnia di operette di Raffaele Trengi a Malta, a Tripoli. Ci sono le foto del debutto ne La Scugnizza a Livorno e poi tante altre, quelle professionali un po' patetiche, in frack che fa la passerella, in calzamaglia che tiene per la vita la prima ballerina, in spaccata, in costume tzigano, in maglia alla gondoliere, nelle pose standard che gli servono a vendere la propria immagine agli impresari. La zia conserva anche qualche cartellone dei suoi spettacoli dove appare col nome d'arte di Piero Hennes, sempre discretamente in evidenza, insieme a molte firme dell'avanspettacolo di lusso e della commedia musicale: Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Walter Chiari, Nuto Navarrini, Pinuccia Nava. Poi gli ultimi contratti, i più seri, quelli a cui Valpreda tiene di più e per cui si esercita strenuamente: il Teatro Comunale di Bologna, stagione 1968-69, l'Arena di Verona e il Festival di Losanna nel 1969. La zia, quando può, va a vederlo nelle varie città dove si esibisce, gli arriva nel camerino senza preavvertirlo, e lui un po' è contento che sia lì, un po' forse si vergogna del trucco e dell'ambiente. Meticoloso come un impiegato di banca, quando parte lascia scritto a casa tutte le date delle sue torunée, con gli indirizzi delle pensioni e dei teatri in cui lavora. Spesso parte con l'attrezzatura necessaria per farsi un minimo di cucina da solo. Tiene anche scrupolose agende con le entrate e le uscite mensili e annuali. Ha parecchi amori nel giro delle ballerine, e per anni è quello il suo vero mondo: l'impegno politico verrà più tardi. Sulla credenza del soggiorno di zia Rachele c'è una fotografia incorniciata di Pietro caporale, con i gradi e la bustina. Quanta pazienza c'è voluta per fargli fare la foto in divisa." Valpreda ha odiato il servizio militare; per convincerlo a non piantare tutto appena richiamato, zia Rachele è dovuta andare fino a Rovigo. Il foglio matricolare di Valpreda ("60 chili per 1 e 66 di altezza, viso giusto, naso greco, dentatura sana") registra una licenza-premio per aver donato il sangue a un commilitone ferito e numerose punizioni per atti d'indisciplina. Di quel periodo i familiari ricordano bene i racconti che Pietro fa delle sue disavventure col tenente Locati. Giulio Locati conosce i Valpreda da anni, ma tra lui e Pietro non c'è mai stata simpatia. Locati una sera arriva alla mensa ufficiali fuori orario, dove Valpreda è di servizio come furiere. Chiede di mangiare, lo accontentano con una certa riluttanza, data l'ora. Finito il pasto, Locati vuole anche che i soldati lavino i piatti, Valpreda si oppone: gli uomini devono andare in libera uscita. Il tenente Locati lo insolentisce, Valpreda gli rovescia un piatto in testa. Rischia la corte marziale, poi tutto finisce con una punizione. Quasi un anno dopo, una notte a Milano, Locati trova Valpreda che lo aspetta sotto casa. Racconterà di aver avuto paura, ma Valpreda gli tende la mano: "Me l'hai fatta grossa, ma è andata bene." A distanza di 15 anni da quell'episodio, Locati, chiamato dai giudici a puntellare la tesi di un Valpreda amante degli esplosivi, aggiungerà, per il piacere di certa stampa, che Valpreda amava anche "travestirsi con abiti e trucco femminili" (senza precisare che si trattava di recite per militari). Dopo tredici mesi di servizio militare, Valpreda viene improvvisamente arrestato e tradotto a Milano. L'hanno incriminato per una rapina tentata molti anni prima nella periferia milanese dalla cosiddetta banda di San Siro, dodici ragazzi che tra il 1950 e il 1955 danno parecchio da fare alla polizia. Al processo, la parte di Valpreda, all'epoca dei fatti neppure diciottenne, risulta marginale: la condanna è di un anno e dieci mesi di carcere. Valpreda non ha mai cercato scuse per quel fatto. Erano gli anni dei primi successi nelle balere, delle amicizie facili in un quartiere (San Siro) che aveva una tradizione in fatto di bande e di teppismo giovanile. "Una bausciata," la chiama più tardi, che gli costerà cara. Il precedente penale da minorenne, infatti, ha dato alla polizia uno strumento di ricatto su Valpreda adulto e anarchico. E' zia Rachele a dare a Pietro l'alibi per il giorno delle bombe. Quel venerdì 12 dicembre Rachele Torri, l'ha descritto molte volte. Valpreda arriva da Roma alle 7 di mattina dopo aver viaggiato tutta la notte; sulla sgangherata 500. E' stanco e con un po' di febbre addosso. Entra nell'appartamento di via Orsini che la zia sta uscendo per andare al lavoro. "Prendi un caffè." "No. Ne ho già presi tanti." Si butta sul divano-letto del soggiorno, carica due sveglie e dorme fino a mezzogiorno. A quell'ora va dall'avvocato Luigi Mariani per informarsi sulla convocazione di Amati. Torna in via Orsini verso le ore 14. "Si mise sotto le coperte e ci rimase fino alla mattina dopo," dice Rachele Torri. "Gli portai aspirina, chinino e camomilla e tornai nel tinello a finirgli un paio di calze di lana per quando sarebbe ripartito. Di tanto in tanto andavo a guardarlo anche nel buio; respirava forte, segno che stava male. Gli chiesi se voleva qualcosa. Bevve solo dell'acqua. Verso le quattro del pomeriggio gli provai la febbre infilandogli il termometro sotto l'ascella senza svegliarlo. Aveva trentotto, pensai 'Come farà domani ad andare dal giudice?' " Secondo la polizia, in quel momento, Valpreda compie, a bordo del tassi di Rolandi, l'insensata corsa di 600 metri nel traffico del centro per andare a deporre la bomba della strage. Anche i giorni 13 e 14 dicembre l'anarchico li passa a Milano: in casa dei nonni Lovati, con la febbre influenzale che va e viene. Riceve le visite della sorella, della madre, di un'amica, Elena Segre. Quando la polizia trova nel giro dell'avanspettacolo romano i testimoni disposti a giurare che Valpreda è stato a Roma il 13 e 14 dicembre, scatterà l'incriminazione delle parenti per falsa testimonianza. Lo scopo è chiaro: se mentiscono per i due giorni successivi alla strage a maggior ragione possono aver mentito per la decisiva giornata del 12 dicembre. Il 12 dicembre 1969 per la famiglia Valpreda è l'inizio di un incubo. Polizia che si presenta a tutte le ore, magistrati che convocano nel pieno della notte, perquisizioni, sequestri. Nonna Olimpia che difende il marito malato di cuore con la scopa in mano ("Se mi volete, mandatemi una carta"), i giudici Occorsio e Cudillo che fanno il giro dei negozi sotto casa per indagare nel passato della famiglia, i Valpreda che per andare a lavorare devono uscire da una porta secondaria su un'auto di amici, perché la folla dei cronisti e dei fotografi è in agguato ventiquattro ore su ventiquattro. L'episodio che più li ha colpiti, fra i tanti: Enzo Tortora, ex presentatore di varietà televisivo passato alla cronaca della "Nazione," che il 16 dicembre si insinua su per le scale di viale Lucania, suona alla porta e per farsi aprire dichiara: "Sono Tortora, della televisione, ho qui una scrittura per suo figlio, fatemi entrare." Pietro è stato appena arrestato, lo cacciano in malo modo. Sulla zia, Rachele Torri, polizia e magistratura si accaniscono particolarmente: è lei infatti la prima a confermare, punto per punto, l'alibi di Pietro Valpreda a letto con la febbre nel pomeriggio del 12 dicembre nella casa di via Orsini. La zia di Valpreda ha lo sguardo chiarissimo, è una donna serena, ma capace di lucide invettive. Racconta che il 15 dicembre, all'alba, suonano alla sua porta. Ci sono tre tipi in borghese, il cappello calcato fino agli occhi. "Muoio di paura, che bisogno c'è di mettersi il cappello in quel modo. 'Polizia,' dice uno. È un certo Mainardi, poi ho imparato a conoscerlo, uno dei pochi alla questura che parla lombardo, poi vai a dir male dei meridionali. Vengono a cercare Pietro, tornano più di una volta a mettere a soqquadro la casa, sequestrano carte, manifesti (si salva soltanto quello che era in salotto, la vignetta di Anarkik, nemico dello Stato, tutto nero nel suo mantello con una A sul petto, e il fumetto dalla bocca 'Farò del mio peggio')." Questura e magistratura s'impegnano a fondo per far cadere la testimonianza di Rachele Torri, per coglierla in contraddizione. Ma lei tiene duro. La volta che il brigadiere Mainardi le fa in tono amichevole delle domande insidiose, tronca subito: "Lei è qui per perquisire o interrogare? Faccia il suo dovere." Tocca invece al brigadiere Vito Panessa (uno dei denunciati insieme a Mainardi per la defenestrazione di Pinelli) di andare a casa sua il 16 dicembre: "Sono qui per avvertirla che suo nipote ce l'abbiamo noi. Mi dispiace, ma sono un rappresentante della giustizia." "Quale giustizia?" risponde zia Rachele e gli chiude la porta in faccia. Rachele Torri non dimentica neppure l'interrogatorio con la coppia di giudici Vittorio Occorsio e Ernesto Cudillo. "Li vedevo come attraverso una nebbia. Alla fine ho chiesto a Cudillo, solo a Cudillo perché l'altro mi trattava come un nemico: 'Lei, almeno, mi crede?' e lui senza alzare la faccia ha sospirato: 'Signora, credo alla sua buona fede, sennò dovrei farla arrestare.' " Anche la nonna Olimpia Torri, la madre Ele e la sorella Maddalena sono chiamate in causa dalla magistratura e travolte dalla superiore "necessità" che Valpreda non abbia alibi, sia colpevole. La complicata alchimia delle tardive testimonianze romane permette al giudice Occorsio di accusare tutte le parenti di Valpreda di aver deposto il falso. "La Notte" esce col titolo Incriminate le donne di Valpreda. È il commento che, a detta della sorella, più offende l'anarchico. Ma "le donne" reggono: nonna Olimpia esce dall'interrogatorio decisivo dopo l'incriminazione col pugno chiuso nel saluto anarchico ("per dargli una lezione a quelli lì e per far ridere il mio Pietro"). Alla loro presa di coscienza contribuisce Valpreda con le sue lettere dal "carcere del sistema" - come intesta tutto quanto scrive in quel periodo: "...cercate solo di capire che è una ben precisa volontà politica, di una classe, che vuol farci risultare colpevoli per la sua sopravvivenza." 3 Anarchico a Milano A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l'anarchia o, come lui la chiama, "l'ideale." Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come "il ballerino." In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell'ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l'Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei "covi" di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni '50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l'anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui. Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei "botti" davanti a Palazzo Marino e all'Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve. Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l'autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c'è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l'imperialismo americano dell'inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell'anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. È durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L'amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l'avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l'inverno. Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all'insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa "provo-cazione" olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di "Noir et Rouge," la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di "Socialisme ou Barbarie" in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio '68. Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. È il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l'omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all'ortodossia bakunista e all'empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri ("anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione," come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l'intellettuale gira il ciclostile e l'operaio scrive il volantino. S'incontrano lì, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali. Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all'ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all'anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Bürger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: "Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcüs [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia." La passione per la "democrazia diretta" e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un'invettiva in dialetto contro "il mito dell'organizzazione" nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l'abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco. Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il "sequestro" all'università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all'Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1'8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all'assalto del "Corriere della Sera" fortifìcato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento. Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all'esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell'anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l'inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche. La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell'istruttoria Valpreda, c'è un rapporto particolareggiato sull'andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E' fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per "la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato." Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: "Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione." I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Lì, l'incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c'è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa. La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. "Di certo c'era anche Valpreda," mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l'intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l'anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile. Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo - La Comune - in via Scaldasole: un'ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E' lì che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. È già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di "quel pazzo di Valpreda.") La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell'occupazione e dell'autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi. In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all'internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell'apertura verso l'estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia: I gruppi extraparlamentari, intanto, sono i protagonisti di quello che la stampa definisce "maggio strisciante." La protesta giovanile trova sbocchi sempre nuovi proprio come i suoi cortei che nascono e muoiono senza itinerari e parole d'ordine prefissati. Il 28 novembre 1968, il Movimento Studentesco, allora assai eterogeneo, occupa l'ex albergo Commercio di piazza Fontana, trasformandolo subito in Casa dello studente e del lavoratore. È la provocazione più grave al sistema milanese, una sfida permanente che finirà solo nove mesi più tardi con lo sgombero da parte della polizia e con la demolizione dell'edificio. L'odio suscitato da quel "covo di maoisti," come lo chiama subito il "Corriere," è tale che c'è un momento - lo dichiarerà un fascista di Lotta di Popolo - in cui un gruppo di agrari cerca concretamente squadristi che ci mettano le bombe. L'ex Commercio, inizialmente controllato da gruppi marxisti-leninisti, finisce in mano degli anarchici, che vi organizzano una specie di comune. Ci vivono stabilmente operai immigrati, studenti e, inevitabilmente, qualche confidente della polizia. Ci lavorano un po' tutti gli anarchici di Milano. Valpreda si occupa volentieri della propaganda (ogni giorno la Casa dello studente e del lavoratore affigge, a pochi metri dall'Arcivescovado, violenti tazebao anticlericali e antiborghesi) e fa spesso i turni di notte in portineria. E' di turno, per esempio, la notte del raduno generale del MSI al cinema Ambasciatori, quando i fascisti arrivano con le molotov: una bottiglia gli passa a pochi metri dalla faccia andando poi ad ustionare gravemente due passanti. Con lui, quella notte, c'è Leonardo Claps, detto Steve, 18 anni, nato in provincia di Potenza, figlio di un falegname e di una bracciante. Claps è salito al Nord nel 1966 ed è subito entrato nel movimento. Esile, i capelli lunghi, i baffi spioventi, è uno dei migliori amici milanesi di Valpreda. Quando lo interrogano dopo le bombe del 12 dicembre 1969 (sfugge per un soffio all'incriminazione), dirà di Valpreda: "E' un tipo alla buona, estroverso, col quale è facile fare presto amicizia. Provai per lui una simpatia immediata." Al Commercio si è sistemato anche Aniello D'Errico, detto Cap, 16 anni, terzo di sette figli di un muratore napoletano, immigrato a Rozzano, una delle periferie più povere di Milano. Il giorno che la polizia sgombera il "forte Mao," lui e Claps sono fra i denunciati per furto continuato di energia elettrica e acqua potabile e per "conduzione abusiva di esercizio alberghiero." Secondo il giudice Antonio Amati, il trio Valpreda, Claps e D'Errico costituisce un commando sovversivo estremamente pericoloso, dal nome drammatico, gli Iconoclasti. La polizia li tiene d'occhio, sposta dietro di loro i suoi uomini migliori. Quando Valpreda e Cap con altri compagni, vanno a San Remo a fine gennaio 1969, si scomoda perfino il commissario Luigi Calabresi. A San Remo c'è il festival della canzone, una delle manifestazioni più reclamizzate della "società dello spettacolo" così irrisa dagli arrabbiati francesi e dagli anarchici italiani. Gli anarchici milanesi annunciano che andranno a contestare il festival, la polizia blocca gli accessi alla citta ligure e presidia ferrovie e strade: ci sono anche postazioni di mitragliatrici. Gli anarchici riescono ad entrare in San Remo attraverso le vie della montagna. Valpreda e Cap si accodano agli altri gruppi di sinistra che sfilano in silenzio davanti al casinò con le fotografie dei quartieri poveri di San Remo. Il contro-festival finisce a Villa Armond dove Dario Fo e Franca Rame organizzano spettacoli e dibattiti. In sostanza, la "contestazione" degli anarchici milanesi, guardati a vista dagli agenti in borghese, si risolve in "un lavoro di ricerca sulle condizioni di vita del borgo La Pigna nella San Remo dei calabresi" (come dirà Valpreda al consigliere Amati nel drammatico interrogatorio del 15 dicembre 1969). A Milano nel 1969 linea moderata e linea avanzata si confrontano in ogni gruppo. Anche al Ponte della Ghisolfa la vecchia guardia si scontra con i giovani "arrabbiati"; Giuseppe Pinelli non è d'accordo su alcuni opuscoli che vengono ciclostilati al circolo e distribuiti nella zona di Brera. Sono firmati dagli Iconoclasti e costano a Valpreda, Claps e D'Errico una denuncia per istigazione al sabotaggio industriale e offese a capo di stato estero, che in questo caso è il papa. L'opuscolo incriminato s'intitola Terra e Libertà, dalla testata di una tradizionale pubblicazione anarchica in lingua spagnola. E' una collazione di brani roboanti e ingenui tratti da alcune celebri autodifese di martiri dell'anarchismo, come Emile Henry (1894), e di citazioni più serie dai documenti degli arrabbiati di Nanterre sui consigli operai (1968). L'articolo Ravachol è risorto, specificatamente attribuito a Valpreda, contiene, oltre una serie di apprezzamenti negativi per il papa e il "Corriere della Sera," una teoria della violenza anarchica come risposta alla violenza del sistema che viene ampiamente citata da Occorsio nella requisitoria e da Ernesto Cudillo nella sentenza di rinvio a giudizio. Le denunce per l'incauta pubblicistica degli Iconoclasti sono allegate, non si sa per quale ragione, all'istruttoria per gli attentati alla fiera e alla stazione centrale di Milano del 25 aprile 1969. Scoppiano, quel giorno, ordigni potenti, che fanno 21 feriti ma potevano provocare un massacro. Un gruppo di anarchici milanesi viene immediatamente arrestato e incriminato per tentata strage. Quelli della Comune di via Scaldasole sono i primi a essere fermati. Pinki Gallieri, Jo Fallisi, Edy Ginosa, Franco Bertoli e Giorgio Cesarano vengono scaraventati ai "topi," le celle d'isolamento di via Fatebenefratelli. Interrogati personalmente da Antonio Allegra e Beniamino Zagari, sono posti di fronte alla solita falsa alternativa: denunciare qualcuno dei compagni o farsi un anno a San Vittore in attesa di un processo che poi, troppo tardi, li scagioni. Tutti hanno solidi alibi e nessun indizio a carico; possono quindi non cedere al gioco dell'ufficio politico. Dopo cinque giorni escono tutti prosciolti in istruttoria. Finisce subito in via Fatebenefratelli anche il gruppo Materialismo e Libertà. Esso fa capo all'architetto Giovanni Corradini e all'antiquaria Eliane Vincileone, anarchici da sempre, gli unici con collegamenti internazionali ad alto livello. Insieme ai Corradini sono arrestati Paolo Braschi, Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Giuseppe Norscia, Claudia Mazzanti. In istruttoria il giudice Amati li accusa non solo delle bombe del 25 aprile ma anche di altri 17 attentati terroristici, in pratica tutti quelli che a partire dal 1968 la polizia italiana non ha saputo o voluto identificare. Fermati tra i primi, gli Iconoclasti Pietro Valpreda, Leonardo Claps e Aniello D'Errico hanno un buon alibi ma sono trattenuti a lungo in questura. L'unico verbale firmato da Valpreda in quella circostanza è lungo dieci righe: l'anarchico si dichiara completamente estraneo agli attentati. Quando torna a casa, tuttavia, sembra molto preoccupato. Alla zia e ai compagni dice che il vicecommissario Raffaele Valentini l'ha congedato con queste parole: "Vada, vada per ora, ma stia tranquillo, ci rivedremo. Altro che caroselli e balletti." Valpreda non sa che cosa abbia voluto dire. Si sente minacciato, vuol partire in tutta fretta per Roma. Intanto in questura stanno interrogando Claps e D'Errico. Steve risponde solo a qualche domanda sugli opuscoli degli Iconoclasti e viene rilasciato. Cap, invece, dopo un primo interrogatorio, il 27 aprile, di poca importanza, il 28 aprile davanti ai commissari aggiunti Calabresi e Pagnozzi comincia a raccontare di Valpreda (a quell'ora già libero perché risultato estraneo ai fatti). "Alla vigilia del Festival di San Remo," dichiara Cap, "io e il Pietro, insieme ad altri, si decise di andare a contestare il festival. A San Remo proposi al Pietro che sarebbe stato più efficace compiere un'azione di protesta più energica contro le autorità dello stato con attentati compiuti da commandos... Il Pietro mi rispose di no, sostenendo la nostra inesperienza in materia e spiegandomi che gli attentatori devono essere degli artificieri nel vero senso della parola... Un commando serio, mi disse, esisteva in San Babila a Milano composto da tre persone da me conosciute... trattasi di Paolo Braschi... e di due giovani da me notati in casa Braschi... Continuando il nostro discorso il Pietro mi disse che il commando aveva assunto la denominazione 'Barcellona 39' e che aveva compiuto attentati dinamitardi prima a Genova e successivamente a Milano, e che l'esplosivo lo avevano sottratto in una cava nei pressi di Bergamo e lo tenevano custodito in un campo senza precisarmi dove. Disse pure che l'esplosivo era stato rubato prima di Natale..." Nello stesso giorno, poche ore più tardi, viene interrogato Paolo Braschi (citato da Cap come membro del commando "Barcellona 39" e già arrestato con il gruppo di Materialismo e Libertà). Paolo Braschi, un ex provo livornese di 25 anni, che ha conosciuto il gruppo Corradini e Valpreda nel quartiere di Brera, è già stato interrogato il 27 aprile 1969 a Livorno: tono disteso, nessuna ammissione, ma a una strana domanda risponde: "Non ho mai fatto uso di alcuna baita in alta montagna né sono a conoscenza se ne abbiano o ne facciano uso i miei amici di Milano e di Livorno." Il 28 aprile alle ore 17,30, Braschi è a Milano. Lo interrogano Calabresi e il brigadiere Vito Panessa: il livornese dà il via ad una serie di stupefacenti confessioni. Dice: "Nel novembre scorso io e Angelo Piero Della Savia rubammo in provincia di Bergamo una rilevante quantità di esplosivo in una cava incustodita... tutto il materiale fu da noi posto in due zaini... saliti in vespa cosi pesantemente affardellati siamo tornati a Milano depositando il tutto in casa di Della Savia... poi temendo che potesse esplodere ci siamo decisi a trasferirlo in una località più sicura, e sotterrarlo presso una casa di campagna di proprietà di Pietro Stoppani, sita nel comune di Cunardo (Varese)." Più tardi, continua il Braschi, sciupatisi i rapporti con Della Savia, decidono di spartirsi l'esplosivo. Ma quando Braschi va a ritirare la sua parte, non ne trova più traccia. Della Savia gli spiega che dal momento che è andato a Cunardo in compagnia di una terza persona, "questa poteva essere tornata da sola nella località di montagna." Il 29 aprile alle 16,30, interrogato dal dottor Raffaele Valentini, il livornese conclude il suo delirio auto-accusatorio: "...verso la fine del mese di gennaio, in un bar della zona di Brera, parlando con Valpreda gli lasciai capire che io ero stato l'autore dell'attentato a Livorno e credo di avergli parlato anche di quello di Genova. Nella stessa circostanza gli dissi anche apertamente che ero in possesso di una quantità di esplosivo che nascondevo nella zona di Varese presso il confine svizzero; al che lui mi chiese se per caso tale zona non fosse il confine svizzero di Cunardo. Dopo qualche tempo, verso il 20 febbraio, sempre in Brera, gli chiesi di accompagnarmi a prelevare una parte di quell'esplosivo e lui non accettò perché mi disse che non se la sentiva di rischiare di tornare in prigione...," fino all'affermazione finale, che è quella che conta: "...il giorno successivo però, avendolo di nuovo incontrato, gli dissi che nella stessa mattinata ero stato a prendere l'esplosivo e che questo era scomparso." Braschi spiega e sviluppa D'Errico: a sottrarre l'esplosivo dalla baita di Stoppani a Cunardo non può essere stato che Valpreda. L'istruttoria per gli attentati del 25 aprile a Milano (più gli altri diciassette in tutta Italia) si chiude con una requisitoria del giudice Antonio Amati che serve anche a dare un Valpreda già pronto per le bombe del 12 dicembre. L'anarchico sa come si fabbricano ordigni esplosivi e ha contatti con gruppi terroristi organizzati (dal verbale di D'Errico), si è addirittura procurato l 'esplosivo sottraendo una parte di quello rubato a Grone da Della Savia e Braschi (dai verbali di Paolo Braschi). Altro tratto non secondario del ritratto di Valpreda firmato da Amati: è uno di cui anche gli anarchici farebbero bene a non fidarsi perché si vanta in giro di conoscere gli esplosivi e fa nome e cognome di compagni indicandoli come autori di attentati (sempre dai verbali di D'Errico). È Allegra in persona (lo dichiara in questura Licia Rognini vedova Pinelli, l'8 gennaio 1970) a "preoccuparsi" di mettere in guardia Pinelli contro Valpreda. Nella requisitoria, Amati dice che Pinelli ha addirittura in mano il verbale di un suo interrogatorio come prova contro Valpreda. Le confessioni di D'Errico e di Braschi sono state estorte. Aniello D'Errico smentisce i suoi verbali del 28 aprile nei giorni successivi agli attentati del dicembre 1969 quando la polizia lo cerca proprio per fargli sottoscrivere ancora quel "ritratto" di Valpreda. Ai giornalisti dice: "Quei tre giorni in questura mi sono bastati. Avrei detto qualsiasi cosa pur che mi lasciassero libero." Ai compagni precisa di aver dovuto scegliere tra il riformatorio e la conferma di una lista di indiziati. Paolo Braschi smentisce i suoi verbali su Valpreda appena passa dagli interrogatori davanti alla polizia a quelli davanti ai magistrati. Poi, in aula, al processo per i fatti del 25 aprile, dichiara di essere stato sottoposto a minacce e ricatti da parte di Calabresi e Panessa. Prima dell'interrogatorio conclusivo del 29 aprile - precisa - l'hanno fatto rimanere sveglio e digiuno due giorni e due notti. Anche altri imputati accusano esplicitamente l'ufficio politico milanese di aver usato percosse e sevizie. Chiamato a deporre, il commissario Calabresi in persona ammette che l'ufficio era "costretto a non verbalizzare tutti gli attentati che gli imputati volevano attribuirsi perché francamente impossibili." Valpreda può vedere il verbale di D'Errico solo il I5 dicembre 1969. Glielo presenta il consigliere Amati prima che alla sua porta due agenti in borghese fermino l'anarchico. Valpreda smentisce punto per punto le affermazioni di Cap. Deve difendersi con violenza dalle gravi accuse di Amati: sono le urla che Olimpia Torri sente venire dall'ufficio del consigliere. I verbali di Braschi non gli vengono mai contestati. Ma in aula al processo del 25 aprile (depone il 7 aprile 1971) nega con decisione di aver mai ricevuto le confidenze, in cui Braschi si autoaccusa, degli attentati di Livorno e di Genova. Al tribunale illustra i metodi della questura: "Spiego io alla giustizia democratica come avvengono gli interrogatori della polizia. Ci sono di solito tre tipi di persone: uno che interroga con fare urbano, un secondo sarebbe il duro e un terzo che fa l'insinuante. E poi la provocazione classica 'basta che tu affermi qualcosa, al resto pensiamo noi.' " L'esplosivo è una delle tracce più evidenti della cospirazione contro l'anarchico Valpreda. La polizia suggerisce, sulla base dei verbali di Braschi, che può essere stato lui a portarlo via da Cunardo. Il perito balistico di Amati, Teonesto Cerri (diventato famoso per aver fatto tempestivamente scoppiare la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana di Milano - unico indizio utile a individuare gli attentatori del 12 dicembre) fa di più: calcola quanto ne avrebbe sottratto. Il perito inizia dal quantitativo del primo supposto furto, quello di Grone, sottrae l'esplosivo usato dagli anarchici per i loro presunti attentati e il resto lo addebita pari pari a Valpreda e compagni. I suoi calcoli fanno testo anche per l'istruttoria delle bombe del 12 dicembre. Il giudice Ernesto Cudillo infatti così conclude il capitolo sull'esplosivo usato in quegli attentati: "...potrebbe anche trattarsi di parte dello stesso materiale esplodente, consistente in 280 candelotti di esplosivo, in 24 detonatori e in due rotoli di miccia, sottratto da Angelo Piero Della Savia e altri nel novembre 1968 da una cava sita in Grone (Bergamo) e successivamente occultato a Cunardo (Varese) nei pressi di una baita di tale Pietro Stoppani..." Cudillo non tiene in nessun conto un dato di fatto acquisito durante il processo del 25 aprile: tecnici ed operai della cava di Grone hanno escluso di aver mai subito un furto di candelotti, detonatori e miccia. Ma il giudice istruttore di piazza Fontana va oltre: "...baita e terreno nella disponibilità di Russo Giovanni, conoscente di Nino Sottosanti, Paolo Braschi, Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli." E qui si vede dove sbocca la pista dell'esplosivo che si è aperta il lontano 27 aprile 1969 a Livorno quando la polizia chiede a Paolo Braschi se conosce una baita nella zona di Varese. Quella baita è abitata da Giovanni Russo, detto anche Papalino, uno strano tipo di beatnik cinquantenne originario di Canosa di Puglia che si è trasferito a Milano nel 1967 e poi a Cunardo ad allevare polli e conigli in società con Pinelli. Con un colpo solo, gli inquirenti potrebbero coinvolgere nel traffico e nella detenzione dell'esplosivo servito alla strage di piazza Fontana non solo Valpreda, Della Savia e Braschi, ma anche Pinelli. Magari con l'ambiguo tramite di Sottosanti, un anarchico dell'ultima ora, meglio noto come "Nino il fascista" che ha incontrato Valpreda sul set del film I cannibali, (lui fa il poliziotto e Valpreda l'anarchico morto) e Pinelli al Ponte della Ghisolfa. Solo che quell'esplosivo non è mai arrivato a Cunardo semplicemente perché non è mai stato rubato a Grone. L'istruttoria per gli attentati del 25 aprile a Milano (e gli altri 17 in tutta Italia) è importantissima perché rivela il gioco della polizia e della magistratura milanese. Calabresi e Allegra gettano la maschera di poliziotti democratici, aperti al colloquio con i gruppi della sinistra (Pinelli e gli anarchici inclusi), per impegnarsi in una monomaniacale caccia all'anarchico. Il processo, avvenuto a due anni di distanza, dovrà scagionare gli anarchici da qualsiasi responsabilità per gli attentati più gravi (il 25 aprile alla fiera e alla stazione milanesi, per cui, invece, emergono precisi indizi contro i fascisti greci), ma intanto per tutto il 1969, gli accusati per quelle bombe sono gli anarchici, e dietro di loro, imputata di tentata strage è la sinistra. Si prepara cioè il clima per la strage riuscita del 12 dicembre, con i responsabili già pronti. Molti segni fanno pensare che anche l'esecutore materiale sia scelto in quella occasione: Pietro Valpreda. Non si spiegano altrimenti l'insistenza con cui commissari di PS e magistrati raccolgono dagli interrogatori degli imputati per le bombe del 25 aprile, elementi contro Valpreda, che per quelle bombe non è neppure indiziato (almeno una domanda su di lui si trova in tutti i verbali di quell'istruttoria, alcuni gli sono dedicati in esclusiva). Non si spiegano altrimenti gli ingegnosi calcoli del perito Teonesto Cerri o le manovre di Allegra e Amati per screditare Valpreda agli occhi degli anarchici. Pietro Valpreda, insomma, fra i numerosi candidati possibili all'ingrato ruolo di dinamitardo per il 12 dicembre, offre requisiti ideali: secondo il ritratto che di lui faranno i giudici Occorsio e Cudillo, egli è un uomo senza partito, senza famiglia, senza avvenire. Può essere colpito impunemente. 4 Anarchia e polizia Valpreda va a Roma per sottrarsi alle attenzioni dell'ufficio politico milanese (ai compagni del circolo Bakunin dirà spesso: "Me l'hanno giurata"). Per capire il clima che gli uomini della polizia riescono a creare intorno alle "persone sospette" basta leggere la lettera che Pinelli di lì a poco scrive a un compagno italo-americano dell'Adunata dei Refrattari. Scrive Pinelli: "Tanto per dare un esempio: verso le due di notte mi squilla il telefono, mi alzo e chiedo chi parla; mi risponde una voce (penso al dottor Allegra, capo della polizia politica di Milano): 'Polizia, questura centrale. Hanno buttato una bomba in sede e bisogna constatare i danni.' Capirete il mio orgasmo. Telefono immediatamente a due altri compagni e con essi ci rechiamo in sede, immaginandoci la folla, le donne e i bambini fuori dal caseggiato e impauriti dallo scoppio; invece vi regnava un silenzio sepolcrale, davanti al portone due macchine della polizia che ci mostrano un mandato di perquisizione, cosa che lasciamo fare non avendo nulla da nascondere, dopo aver fatto le nostre rimostranze..." Pinelli, inoltre, è pedinato quasi costantemente; Allegra lo ammette con tranquillità davanti ai giudici. Di queste telefonate nel cuore della notte, di questi falsi allarmi, pedinamenti e perquisizioni ingiustificate Valpreda ne ha abbastanza. A Roma, pensa di stare tranquillo per un po' e di trovare lavoro. Vi si è trasferito da poco anche il suo maestro di ballo Sabino Riva, uno che gli è amico, che tenta di trasformarlo da solista di avanspettacolo in ballerino classico di fila, un "tersicoreo" come è scritto nelle qualifiche sindacali. Il primo maggio 1969 Valpreda è a casa di Rossana Rovere. L'ha conosciuta anni prima nella compagnia di Pinuccia Nava, hanno vissuto assieme, sono rimasti buoni amici. Pietro frequenta piazza Navona, dove si dà convegno la società internazionale degli "emarginati": hippies americani, capelloni che fabbricano monili di gusto orientale, poeti avventizi, eccentrici di tutti i tipi, ma anche giovani della contestazione fuori dai ranghi, esistenzialisti e libertari di varia estrazione. Ci sta di casa anche il Cobra, cioè Antonio Serventi, che avrà senza volerlo un posto importante nella vicenda degli anarchici romani quando terrà, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, una conferenza in via del Governo Vecchio, sede del circolo 22 Marzo. Il Cobra, ex missino d'assalto, un po' sbiadito dalla droga e dall'alcool, insegna ai ragazzi di piazza Navona i culti esoterici dell'antica Roma, e a qualcuno appare come un intellettuale rivoltato e non integrabile. In piazza Navona, Valpreda incontra gli anarchici più giovani (quelli vecchi li conosce da anni), che da pochissimo tempo sono usciti dalla tutela della federazione anarchica ufficiale per costituire un loro circolo, il Bakunin, aderente alla FAGI. Non è una scissione ma la solita separazione per incompatibilità fra generazioni, tanto è vero che la nascita del nuovo circolo è annunciata sulla rivista ufficiale della FAI, "Umanità Nuova." Al Bakunin approdano in molti: hanno in comune solo la giovane età, la poca esperienza politica e la voglia di farsene una fuori dei partiti e dei gruppetti già troppo organizzati. La FAI romana si regge su una famiglia di antichi libertari, i Rossi. Il padre Aldo è una istituzione, anche se contestata, e a lui tutti si rivolgono in caso di bisogno o di pericolo. È lui che ospita i compagni di passaggio (come Pinelli) e che tiene i collegamenti con gli anarchici di tutta Italia. Il figlio Raniero è nel Bakunin (le due stanzette di via Baccina, unite da una scala ripida e stretta, sono state affittate a suo nome), ma mantiene le distanze dalle frange troppo estremiste. I giovani del Bakunin lavorano quasi tutti nelle borgate povere di Roma, a Borghetto Latino, al Tufello o in val Melaina: doposcuola, "sensibilizzazione politica," come dicono. Molti sono di estrazione borghese: Emilio Bagnoli, 24 anni, orfano di un ufficiale di aviazione, è studente di architettura; Roberto Mander, 17 anni, figlio di un direttore d'orchestra, è liceale; il padre di Emilio Borghese, 18 anni, studente di istituto tecnico, è un alto magistrato; quello di Roberto Gargamelli, 19 anni, istituto tecnico, fa il cassiere alla Banca nazionale del lavoro. Tra i simpatizzanti ci sono un impiegato delle poste, un gestore di baracconi, alcuni studenti di scuole tecniche, un paio di studentesse di liceo artistico. I più attivi sono Bagnoli e Mander, che lavorano fuori dal circolo, a stretto contatto con i gruppi extraparlamentari di sinistra, le federazioni giovanili dei partiti, i comitati operai di quartiere. Partecipano all'occupazione di case popolari, manifestano con i baraccati davanti al Campidoglio e Montecitorio. Gli anziani della FAI li guardano mischiarsi con gli altri gruppi con una certa apprensione. Li esortano anche a un po' di vigilanza nei confronti dei neofiti troppo entusiasti. Per esempio, tra i più assidui nel lavoro tra i baraccati c'è un certo Andrea, capelli corti, Fiat 850 coupé, e "una faccia da poliziotto" che ai Rossi non piace per niente. Dice di venire da Genova, parla poco di politica, rende mille piccoli servizi ai compagni, trasportandoli avanti e indietro nella sua due-posti. Alle ragazze del gruppo non piace, con le sue "galanterie piccolo-borghesi." Ma gli anarchici del Bakunin non si preoccupano molto, e poi non hanno niente da nascondere. Solo verso la fine, quando diventa chiaro che fra loro c'è una spia, cominciano a sospettarsi reciprocamente, senza tuttavia puntare specificamente su Andrea. A processo istruito, quando le altre prove a carico degli imputati delle bombe del 12 dicembre vacillano, la polizia si deciderà a rivelare che Andrea non è altri che Salvatore Ippolito, agente di PS in servizio come informatore tra gli anarchici. Il circolo Bakunin è in via Baccina, rione Monti, al centro di un nodo di strade leggermente ondulate della Roma settecentesca. Valpreda lo frequenta poco, nei primi tempi. Ha una breve scrittura nel balletto di Don Lurio alla televisione, si trasferisce alla "pensione per artisti" del capocomico Armando Caggegi, in via Giolitti, vicino al teatro Ambra-Jovinelli dove ha lavorato in altri tempi. E' il mondo dell'avanspettacolo, dove la polizia andrà a pescare i suoi compiacenti testimoni per puntellare l'istruttoria contro il ballerino-dinamitardo. Un giro di comici, travestiti, sfruttati e sfruttatori, di cui Valpreda non può fare a meno per motivi di lavoro e dove ha sempre trovato facili amori. Con i colleghi dello Jovinelli non parla di politica. Né si rivela come anarchico alla palestra del Sindacato Ballerini di via Montezebio, dove Sabino Riva lo fa esercitate gratuitamente nella danza. E' puntiglioso nell'allenamento e riservato con i compagni di palestra. Un paio di colleghi dirà malignamente alla polizia, che vuole per la sua ricostruzione dell'attentato un dinamitardo zoppo e minato dal morbo di Bürger, che Valpreda doveva far molte pause negli esercizi ma più per i suoi limiti tecnici che per i crampi della malattia. Inizialmente, Valpreda a Roma si sente un po' isolato. Viene una volta Leonardo Claps, il fedele Steve. Dorme da padre George, noto come "il prete dei capelloni," o nelle grotte di Villa Borghese. S'incontrano in piazza Navona, si scambiano notizie sugli amici milanesi, poi Steve riparte, Pietro è di nuovo solo. Ma a giugno il Bakunin si anima. In via Baccina si fa vedere spesso Cohn-Bendit, il protagonista del maggio francese. Un giorno lui e Oreste Scalzone, esponente del Movimento Studentesco romano, portano quelli del Bakunin al teatro Eliseo dove è in programma una conferenza di Herbert Marcuse, il saggista americano che ha teorizzato la protesta giovanile. C'è anche Valpreda. "Il padre della contestazione è contestato dai giovani," scrivono i quotidiani il giorno dopo. L'avvenimento è scrupolosamente registrato dalla polizia ed è agli atti del processo Valpreda. Il dottor Spinella, quello che già fa un circostanziato rapporto sul congresso di Carrara, ricostruisce al minuto tutti i movimenti del leader del 22 Marzo francese: il 9 giugno Cohn-Bendit è entrato nel Bakunin alle 17,40 per uscirne alle 19,45 con Scalzone. La spedizione anti-Marcuse all'Eliseo dura esattamente dalle 18 alle 19 del 19 giugno. Gli anarchici, insomma, sono già attentamente controllati dalla polizia nel giugno '69. Forse con l'aiuto di Andrea. Ai primi di luglio, Valpreda rivede Ivo Della Savia, reduce da un lungo periodo di prigionia in Francia, dove è stato condannato per una serie di furti ideologici (rubava, cioè, ha sostenuto davanti ai giudici di Strasburgo, per finanziare il movimento dei provos). Appena rientrato in Italia il 30 aprile è stato arrestato per renitenza alla leva e ha fatto un paio di mesi di carcere. Ora appare teso e amareggiato. Ha alle calcagna il commissario di PS Umberto Improta. Per vivere Ivo Della Savia decide di aprire un piccolo laboratorio per la fabbricazione di lampade in stile liberty. Sono le bengales di vetro multicolore, specialità dei giovani anarchici. Con un po' di fantasia, un saldatore elettrico, del filo di ferro e molti vetrini colorati fanno tutto. Hanno cominciato i fratelli Della Savia e Paolo Braschi a costruirne a Milano con l'aiuto dei Corradini, ora è un mestiere che si insegnano l'un l'altro nel gruppo. Ivo Della Savia è già esperto e propone a Valpreda di lavorare con lui. Pietro è cesellatore e scultore, potrà occuparsi dello stelo in metallo delle lampade. II negozio, in via del Boschetto, una stradina che sbuca sulla piazza della Madonna dei Monti, a pochi passi da via Baccina, è male illuminato: Ivo e Pietro lavorano accosciati sul pavimento intorno alle forme di argilla in cui crescono, giorno dopo giorno, le lampade a cupola. Ivo dorme in casa dei Rossi, il negozio è vicino al Bakunin: i rapporti con il gruppo degli anarchici romani diventano più frequenti. Sono quasi sempre quelli del Bakunin a fermarsi nel negozietto Tiffany. Una sera Valpreda interviene a una riunione del circolo. Racconta delle esperienze di Pinelli e del circolo del Ponte della Ghisolfa a Milano, con i comitati unitari di base della Pirelli e dell'ATM. I più giovani sono molto interessati, chiedono di risentirlo. Parla non come uno studente che cerca di proletarizzarsi, ma come un operaio che ha letto e studiato a forza di volontà. Una delle sere in cui torna in via Baccina, Valpreda vi incontra una ragazzina con le trecce e i calzettoni. Si chiama Laura, dimostra non più di 15 anni. Vuole porre delle domande agli anarchici prima di decidere se simpatizzare o no. Valpreda la guarda ironico, scherza, spezza una mela a metà con la sola forza delle dita. La ragazzina rimane suo malgrado impressionata dal personaggio. Si vedranno poi molte volte, per trattorie o cortei o al circolo, sempre litigando, lei fissata su Brecht e l'antimperialismo, lui individualista, pronto all'esibizione. A metà luglio in via Baccina c'è il congresso delle federazioni giovanili anarchiche. Arrivano i compagni milanesi: Cap, Steve, poi due della Comune di via Scaldasole, Franco Bertoli e "Pinki" Gallieri. Pinki interviene duramente contro il formalismo della FAI che tuona contro Stalin ma poi si dimostra autoritaria nei confronti dei dissidenti giovani. Valpreda è d'accordo. Al Bakunin cominciano a guardarlo come un fomentatore di polemiche, uno che vuol fare il suo gruppetto a parte. Viene l'8 agosto. Nella notte, su nove treni che viaggiano in diverse zone dell'Italia, anche molto lontane tra loro, scoppiano delle bombe. Dopo poche ore le questure di Milano e di Roma si riempiono di anarchici, anche se fin dall'inizio è chiaro che per compiere quegli attentati in simultanea occorre una organizzazione terroristica vera e propria. Come per le bombe del 25 aprile, verrà infatti fuori che la pista da seguire può essere un'altra, quella che porta al gruppo di neonazisti veneti capeggiati da Giovanni Ventura e Franco Freda. Il 9 agosto, a Roma, Valpreda e Della Savia hanno un appuntamento con Pinelli (che è venuto a portare lo stagno per saldare i vetrini delle lampade): vogliono passare una giornata al mare. Ma la polizia li ferma per le bombe sui treni. Gli alibi sono ineccepibili e vengono rilasciati dopo poche ore. La persecuzione, tuttavia continua per almeno quindici giorni. Quelli del Bakunin ricordano di avere visto molto spesso in quel periodo i poliziotti nel negozio di via del Boschetto. I discorsi, che Vai preda ha ricostruito in una lettera clandestina dal carcere, sono sempre gli stessi: "Sappiamo benissimo che non c'entri, eri a Trastevere, il tuo alibi è perfetto, ma con i tuoi precedenti penali possiamo darti fastidio lo stesso. Tu hai le carte in regola per entrare nei vari gruppi di sinistra, vai, cerca di sapere qualcosa, poi riferisci, basta un nome, non è necessario che tu tradisca un compagno, poi ci pensiamo noi a trovare micce o qualcosa del genere." Il giorno dopo sono minacce: "Vuoi lavorare in pace? vuoi poter restare a Roma, senza fogli di via perché non hai fissa dimora? Allora collabora." Infine le promesse: "Se hai bisogno di soldi, di un lavoro fisso, sai come fare." Lo pedinano, vanno alla pensione di Caggegi dove dorme, dicono di essere della televisione, ma poi chiedono informazioni, fanno capire che si tratta di un sospettato. Finisce che Caggegi gli dice di cercarsi un'altra sistemazione. Una notte, per evitare l'ennesimo informale interrogatorio in questura, Valpreda non rientra e dorme nella sua 500. Così Valpreda racconta, nella lettera sfuggita alla censura di Regina Coeli, l'ultimo decisivo "contatto" con la questura romana: "Un giorno fui condotto in macchina alla fermata della metropolitana al Colosseo e il commissario Improta mi fece la proposta di lavorare per la polizia e il ministero degli interni, mi offrì 800.000 lire, una macchina nuova e un contratto fisso per tre anni alla TV. Lo mandai a farsi fottere e mi presi pure alcuni schiaffi in macchina. All'appuntamento mi condusse il brigadiere Remo Marcelli e un altro agente." Gli stessi sistemi sono stati usati con Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, una soubrette che ha conosciuto Valpreda nell'avanspettacolo anni prima e che gli fa compagnia nell'estate del '69. Racconta Valpreda: "Ermanna me lo confermò alla trattoria 'da Antonio,' presenti due attori e un suo amante, il siciliano Cannelo. Ermanna disse che il brigadiere Marcelli le aveva proposto di andare a letto con lui che l'avrebbe protetta." Il commissario Umberto Improta è sentito su queste circostanze il 30 giugno 1970: "Desidero precisare che successivamente agli attentati ai treni proposi al Valpreda di collaborare con la polizia per l'identificazione degli autori ma il Valpreda rifiutò sdegnosamente. Analogo tentativo feci con la Ughetto la quale non solo si rifiutò di collaborare ma seppi che aveva informato della cosa il Valpreda; infatti il Valpreda parlando con il brigadiere di PS Remo Marcelli nel mio ufficio si fece sfuggire di essere a conoscenza di tale tentativo nei confronti della Ughetto." Che cosa si debba intendere per "collaborare con la polizia" il commissario Improta non lo dice, ma l'ha spiegato Valpreda nella lettera dal carcere. Per colpa della polizia, Valpreda a Roma vive in un incubo continuato. Non può avere più dubbi sull'esistenza di spie e provocatori tra i compagni: l'ufficio politico si dimostra al corrente di ogni minimo dettaglio della sua giornata. Improta lo convoca giorno e notte e quando ce l'ha davanti gli riferisce fatti e episodi anche insignificanti della sua vita quotidiana: per esempio che è andato al cinema con Laura, e lei non l'hanno fatta entrare perché il film è proibito ai minori, oppure che è andato con Ermanna a Ostia e si è appartato a prendere il sole in una spiaggia isolata. Quando deve lasciare la pensione di Caggegi, Valpreda si trasferisce nella baracca di Giorgio Spanò, in via Prato Rotondo, nella zona dei Prati Fiscali. La baracca è di due stanze, con uno sgabuzzino esterno che funziona da gabinetto. L'arredamento è costituito da un tavolaccio e da un paio di brande, ma spesso gli occupanti si portano dietro il sacco a pelo. Umidissima e piena di scarafaggi, non è certo una casa ospitale. Valpreda contribuisce all'affitto con 2.500 lire al mese. Andrea la spia l'aiuta con la sua 850 a traslocare. Valpreda ci porta il guardaroba un po' ricercato rispetto a quello dei compagni, le sue manie di ordine e di igiene. Cerca di migliorare la situazione dipingendo le porte di celeste e scarabocchiando slogan sulle pareti dove altri hanno già disegnato e lavorato di fantasia e d'inventiva. Quelle scritte, che quasi sempre colpiscono per l'ingenuità, hanno un peso sproporzionato nelle sentenze dei giudici istruttori. Occorsio le ha fatte diventare un indizio della natura sanguinaria di Valpreda. Eppure "La rivoluzione si fa con il pensiero, la penna e la dinamite" è uno slogan di Cafiero, un vecchio maestro dell'anarchismo, primo traduttore italiano del Capitale di Marx. "Né dio, né stato, né servi, né padroni" è il motto degli Iconoclasti milanesi (a Milano, due di loro erano soprannominati - a riprova della loro innocuità - uno "né dio né stato," l'altro "né servi né padroni"). "Bombe sangue e anarchia" è il più truculento e Valpreda ai giudici ha detto di preferirgli quello "Satana, Lucifero, Belzebu" decisamente fuori moda. Ma la scritta che più ha colpito Occorsio è "Viva l'anarchia, la rivoluzione, l'orgasmo e la dina" dove non si sa quale termine l'abbia irritato di più, se "orgasmo" o "dina," parola di gergo che ai suoi occhi testimonia evidentemente grande familiarità con l'esplosivo. La baracca serve come dormitorio per Valpreda, cosi spesso a corto di denaro, e per i compagni di passaggio. Di giorno è la base di appoggio per il lavoro che Bagnoli, Spanò, Di Cola e gli altri conducono nella zona. Verso settembre arriva alla baracca Ivo Della Savia, con Muki, una ragazza tedesca, bionda e poco appariscente, che ha rapidamente fraternizzato con gli anarchici del Bakunin. Muki si chiama in realtà Annelise Borth e ha 18 anni. In Germania l'hanno messa in un riformatorio perché non pagava i conti dei ristoranti. E' scappata ed è finita a Marsiglia, dove - informa un rapporto della polizia tedesca chiamata in causa da quella italiana - "vive tra gli arabi" Con questo pericoloso precedente e senza passaporto entra in Italia e si ferma a Roma dove vive vendendo quadri nelle osterie. La stampa ne ha fatto una rivoluzionaria, compagna di barricate di Rudi Dutschke, una che strappa il passaporto in piazza Navona pur di guadagnarsi una patente di cittadina del mondo. In realtà - dicono gli anarchici del Bakunin - Muki non si è mai interessata di politica. Frequenta gli anarchici solo perché le piace il loro modo di vivere. Con la fine dell'estate arrivano al Bakunin i comitati dei quartieri popolari, gruppi di marxisti-leninisti, cattolici del dissenso, giovani comunisti. Lo scontro con il purismo anarchico è spesso violento. Valpreda è, con i più giovani, per l'apertura. Si fanno vedere spesso anche quelli del Movimento Studentesco e tra i nuovi arrivati c'è Mario Michele Merlino, 25 anni, barbetta a incorniciare il viso, intelligenza vivace, fama di duro contestatore alla facoltà di lettere e filosofia. E' stato per anni con i fascisti di Stefano Delle Chiaie, l'ideologo della strategia della tensione all'università e fuori all'università l'hanno visto tutti, lui peso leggero, all'ombra dei superpicchiatori del FUAN-Caravella o nei disordini organizzati da Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Ma gli anarchici non si informano mai troppo a fondo su chi chiede di impugnare la loro bandiera. Così Merlino, buona dialettica e solida cultura rivoluzionaria, è accettato dai più giovani senza molte perplessità: solo "i capi" del Bakunin hanno qualche obiezione ma non sono ascoltati. L'isolamento degli anarchici fa il resto. Nessuno che si ricordi della strana crociera nella Grecia dei colonnelli fatta da noti fascisti nella Pasqua del 1968. Merlino c'era e al ritorno ha messo in piedi un circolo che per un breve periodo dell'estate del '68 ha agitato le bandiere nere dell'anarchia. Erano tutti camerati e su quelle bandiere c'era la scritta del XXII Marzo libertario di Cohn-Bendit. Secondo Occorsio chi porta Merlino al circolo di via Baccina è Mander, il più giovane degli anarchici e uno dei più impegnati. Alto, biondo, bravo a scuola, amato dai compagni, in famiglia non lo aiutano a uscire dall'infanzia. La perizia psichiatrica voluta dalla legge per gli imputati minorenni lo definisce "immaturo" soprattutto per le notizie che di lui dà la famiglia: Roberto - dice la mamma ai giudici - è molto affezionato a un pupazzo che si chiama "la mia infanzia serena." L'anarchismo, il lavoro di gruppo nei quartieri più poveri e ribelli di Roma, l'amicizia con i compagni, tutto questo può essere per lui un modo per emanciparsi da una famiglia che per controllare la sua attività politica lo fa seguire da un detective di Tom Ponzi. Mander a 17 anni è curioso di tutto. A piazza Navona, le conferenze improvvisate di Serventi lo affascinano, anche se il "Cobra" è un fascista, lo sanno tutti. Mander e Merlino si conoscono durante una manifestazione del Movimento Studentesco di piazza Santi Apostoli. Si danno appuntamento per la sera stessa al Bakunin. Poi insieme agli altri vanno in trattoria, dove Valpreda fa i "numeri" soliti, Laura lo prende in giro e tutti parlano un po' confusamente di rivoluzione e riformismo. A fine settembre torna a Roma Leonardo Claps con altri del gruppo milanese. Per otto giorni gli anarchici protestano contro il lungo carcere preventivo dei compagni milanesi accusati per le bombe del! 25 aprile, facendo lo sciopero della fame sulle gradinate del palazzo di giustizia. Valpreda e Steve, insieme a Enrico Di Cola, capelli spinosi sulle spalle e grandi occhiali, sono gli animatori della manifestazione. Di notte dormono sui gradini del palazzaccio, di giorno discutono con giuristi e avvocati che hanno solidarizzato col loro sciopero. Ogni tanto ricevono qualche soccorso alimentare dalle compagne anarchiche. I fotografi stazionano davanti al palazzo di giustizia riprendendo a ripetizione gli anarchici con e senza cartelli, Di Cola e Claps con l'aria mogia, Valpreda ironico e sfottente a pugno alzato o avvolto in coperte di lana per proteggersi le gambe dall'umidità. Da quella documentazione fotografica la stampa attingerà a piene mani per diffondere l'immagine di un Valpreda più esibizionista che anarchico. La polizia invece prende molto sul serio quello sciopero della fame. Enrico Di Cola (buon amico di Valpreda e uno degli anarchici più presi di mira: il 13 dicembre la polizia gli proporrà di mettere a verbale che ha visto Valpreda partire per Milano con una scatola da scarpe piena di esplosivo) racconta che davanti agli anarchici ogni tanto sfilavano le pantere della polizia: "Una mattina verso l'alba fui svegliato da alcuni rumori vicino a me, aprii gli occhi e vidi un carabiniere graduato che stava frugando tra i manifesti e le nostre cose e prendendo frettolosi appunti in un suo quadernetto. Appena si rese conto di essere visto, senza una parola si girò e corse verso la pantera che lo aspettava a motore acceso. La cosa mi sorprese anche perché i cartelloni erano visibili a tutti ed erano anche fotografati e pubblicati sui giornali." Qualche giorno dopo si sparge la voce che sono in arrivo i soliti fascisti ansiosi di menare le mani. Gli scioperanti a digiuno da quasi una settimana non se la prendono troppo calda, ma Andrea, il poliziotto in missione tra gli anarchici, comunica di avere l'auto piena di sbarre di ferro e catene: potrebbero essere utili contro i fascisti. Valpreda, Claps e Di Cola gli chiedono se è matto e lasciano perdere. Lo sciopero della fame continua - dopo un indispensabile intermezzo nelle trattorie di Trastevere - a Milano davanti al palazzo di giustizia. Qui l'8 ottobre Valpreda rivede Pinelli e i compagni milanesi e fa in tempo ad assaggiare i manganelli della polizia intervenuta pesantemente a disperdere la manifestazione di protesta. Al Bakunin, intanto, i giovani cominciano seriamente a parlare di secessione. Bagnoli, Borghese e Gargamelli non accettano la rigida distinzione che i Rossi vogliono mantenere tra simpatizzanti e militanti (solo questi ultimi sono ammessi alle vere riunioni del circolo) e tra neofiti e gruppo dirigente, che decide tutto e tiene le chiavi del locale. Valpreda si inserisce nella polemica con toni accesi, anche senza volere ha ottenuto un certo seguito al circolo. I giudici lo accuseranno di esercitare il suo ascendente soprattutto sui più giovani del gruppo, Borghese e Gargamelli. Ma anche Emilio Bagnoli, che si definisce comunista libertario, già collaudato da anni di Movimento Studentesco e di lavoro nelle borgate, lo segue. Roberto Mander, che pure non apprezza il lato populistico e estroverso di Valpreda, si avvicina alle posizioni dei secessionisti tutte le volte che si tratta di mettere in discussione l'autoritarismo e la burocrazia. Quello che vogliono i secessionisti è soprattutto lavorare in gruppi autonomi senza delle direttive dal centro e senza pregiudiziali chiusure verso gli altri gruppi di sinistra. Un giorno Merlino, che sta subito con i secessionisti, arriva al Bakunin con la proposta di un volantino antimilitarista e antipatriottico, da distribuire in occasione di un raduno nostalgico dei paracadutisti di El Alamein a Porta Venezia. Il volantino è firmato "Gruppo Durruti" dal nome del più famoso dinamitero anarchico spagnolo e porta l'indirizzo del circolo di via Baccina. I vecchi del Bakunin si risentono di non essere stati interpellati e non vogliono l'indirizzo anarchico sul volantino. Neppure gli altri sono convinti del testo di Merlino, provocatorio e anacronistico, ma ormai ne fanno una questione di principio: non si può chiedere l'autorizzazione anche per fare un volantino. Questo incidente accelera il processo di scissione. Il 22 ottobre, a Roma, esce sul settimanale per giovani "Ciao 2001" un articolo intitolato Le guardie bianche di Hitler. Attingendo a una vecchia inchiesta dell' "Espresso" sulla destra extraparlamentare, i redattori di "Ciao 2001" parlano di Merlino come di un fascista e del suo XXII Marzo come di un gruppo di estrema destra ancora in attività. Merlino e i suoi nuovi amici vanno allora alla redazione del settimanale e chiedono una rettifica: quel XXII Marzo non esiste più e Merlino ora è un anarchico. La rettifica è concessa, e in più quelli di "Ciao 2001" che hanno in programma un'inchiesta sui gruppetti di sinistra propongono agli ex Bakunin, che ancora non hanno né nome né sede, di preparare un'intervista scritta. Questo testo è un documento importante per valutare i programmi del gruppo, perché anteriore ai fatti del 12 dicembre e non sospetto. Ci lavorano in molti, discutono prima di trovarsi d'accordo su come fìrmarlo: qualcuno vorrebbe chiamare il gruppo Durruti, Valpreda è per gli Iconoclasti, ma poi scelgono, su proposta di Merlino, la data ormai storica dell'assalto degli studenti francesi all'Università di Nanterre. La cifra del 22 Marzo è in numeri arabi per distinguerlo da quello di Merlino. Quel precedente non li preoccupa. Il sospetto di essere vittime di una provocazione non li sfiora nemmeno. Alla prima domanda della redazione, rispondono di non possedere né armi né esplosivo. Poi presentano il loro programma. "Noi vogliamo abolire la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, vogliamo che gli uomini uniti da una solidarietà cosciente e voluta cooperino volontariamente tutti al benessere comune; vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani il massimo benessere possibile, il massimo sviluppo morale e materiale, la massima felicità individuale e immaginativa. Vogliamo per tutti pane e libertà, amore e scienza. Ci battiamo per una società veramente senza classi, che integri il lavoro manuale con quello intellettuale. Per il raggiungimento di questi scopi sentiamo l'esigenza di una rivoluzione morale che miri alla formazione nell'uomo di una coscienza individuale e collettiva, che determini l'autogestione della società da parte del popolo, mediante il rovesciamento di ogni forma di potere e di autorità. Né Dio, né Stato, né servi, né padroni. La nostra matrice si rifà all'anarchismo, ma sentiamo la necessità di un aggiornamento dei metodi. Oggi è valida soltanto l'azione esemplare, l'azione cioè che anche partendo da un limitato gruppo di persone è superata nel momento stesso in cui viene compiuta perché indica a tutti quelli che vi hanno preso parte un'altra azione esemplare da compiere, che riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore di individui..." Questo testo è ripreso (ma solo nell'ultima parte) dal giudice Cudillo che collazionandolo alle scritte sui muri della baracca e al volantino degli Iconoclasti Terra e Libertà ne fa una specie di vangelo del terrorismo. Per lui l' "azione" anarchica equivale necessariamente all'attentato. Gli anarchici, invece, hanno sempre dichiarato, sia nell'istruttoria Valpreda che in quella Pinelli, il loro rifiuto dell'attentato che causa vittime innocenti e crea come unico risultato la caccia al rivoluzionario e l'odio popolare. Azione esemplare per loro può essere considerata il sequestro del console spagnolo a Milano che richiamò l'attenzione pubblica sui detenuti politici nel regime di Franco e può essere oggi l'occupazione da parte dei baraccati di case popolari vuote, come spiegherà Emilio Bagnoli (scampato all'incriminazione per strage ma ancora imputato per associazione a delinquere): "Ci fu una sola occasione per il 22 Marzo di compiere davvero quello che noi intendevamo come atto esemplare. Durante una manifestazione, passando davanti a una casa nuova non ancora affittata, abbiamo lanciato un po' timidamente lo slogan 'Occupiamola e diamola ai baraccati.' La situazione politica era matura ma la nostra azione non fu abbastanza efficace e non fu raccolta. Insomma il concetto di azione esemplare è lontano dall'esaltazione della violenza." Che proprio il problema della casa e l'occupazione delle abitazioni sfitte sia al centro degli interessi del 22 Marzo è dimostrato anche da un opuscolo scritto in olandese lasciato da due giovani provos di Amsterdam, che Mander e successivamente una ragazza francese, amica di Giorgio Spanò, cominciano a tradurre. Roberto Mander dice che l'opuscolo (in copertina, c'è una falce e un grimaldello) insegna come aprire una porta o una finestra limitando al minimo i danni, come comportarsi con gli inquilini dello stabile occupato e con la gente del quartiere. Gli inquirenti non se ne occupano un gran che, tant'è vero che l'opuscolo non è agli atti, ma per i giudici Occorsio e Cudillo, che si basano su una singola testimonianza, non verificata, esso è senza ombra di dubbio un manuale per confezionare ordigni esplosivi sul quale Valpreda avrebbe rinfrescato la preparazione acquisita durante il servizio militare. Altro punto frainteso del programma politico del 22 Marzo è lo slogan spontaneistico del maggio francese 1968 "la teoria nasce dalla prassi." Valpreda cerca di spiegarlo ai giudici nei suoi interrogatori: Noi - dice in sostanza -vogliamo elaborare una linea politica solo dopo aver fatto una concreta esperienza di lavoro fra le masse. Ma il concetto rimane ostico a Occorsio che almeno un paio di volte lo cita a sostegno della vocazione terroristica di Valpreda, come "la prassi nasce dall'azione," ignorando ostinatamente la tautologia (Valpreda in una lettera ha commentato: "sarebbe come dire che gli spaghetti nascono dalla pastasciutta"). L'intervista di "Ciao 2001" è un'altra kermesse fotografica, tutti si esibiscono davanti agli obiettivi con una disinvoltura che poco si addice a dei futuri "dinamitardi." Ci sono Mario Merlino, Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Salvatore Ippolito. Con i soldi dell'intervista (40 mila lire, un lancio insperato) decidono di prendere un locale in affitto per il nuovo circolo. Trovano a due passi da piazza Navona, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che è stata per anni un magazzino di frutta e verdura. Il "covo" si chiude con un malfermo cancello di legno e confina con un club-discoteca di giovani che alla domenica permettono agli anarchici di allacciarsi al loro impianto elettrico per farsi un po' di luce. Anche al 22 Marzo qualche volta si balla con le poche ragazze del gruppo. Interrogati dopo i fatti del 12 dicembre 1969, i vicini e i negozianti del quartiere, che hanno dato spesso da mangiare a credito agli anarchici, parlano del 22 Marzo come del solito gruppetto di "capelloni con chitarra." Il contratto d'affitto è intestato a Bagnoli, lo studente di architettura: il canone è di 18 mila lire mensili. A fine ottobre, arriva la notizia che a Reggio Calabria processano due compagni, Angelo Casile e Giovanni Aricò, per istigazione alla diserzione. Sono due anarchici che hanno partecipato al congresso della FAGI al Bakunin, nel luglio precedente. Valpreda, Bagnoli, Di Cola e la tedesca Muki decidono di andare ad assistere al processo. (Muki, nel frattempo, è rimasta sola, perché Ivo Della Savia è di nuovo espatriato per non rispondere alla chiamata di leva.) Il gruppo parte in autostop. A Nocera Inferiore, vicino a Salerno, succede un incidente che è un campanello d'allarme per Valpreda. Racconta Enrico Di Cola: "A Nocera Inferiore ci dette un passaggio un tizio che noi pensammo matto, costui ci fece prima proposte per prostituire la Borth, poi si disse disposto ad accompagnarci fino a Reggio Calabria dato che non aveva niente da fare: .noi accettammo. Saliti in macchina si offerse di pagarci il caffè, si diresse verso la stazione, l'unico locale aperto a quell'ora. Arrivati sullo spiazzo della stazione e vedendo parcheggiata una macchina della polizia, premette l'acceleratore e cominciò a scappare, con il logico i risultato di farsi rincorrere dalla pantera che ci sbarrò la strada costringendoci a fermarci. Quel tipo disse alla PS di non avere documenti né patente con sé, che la macchina era di un suo cugino che gliela aveva prestata, ma senza che questi lo sapesse. Poi cominciò a tirare fuori tessere di partiti di destra e di sinistra intestate a lui, santini e madonne varie. Noi mettemmo subito in chiaro che non lo conoscevamo, ma ci controllarono i documenti e chiesero via radio informazioni sul nostro conto, col risultato che grazie all'articolo 41 ci perquisirono alla ricerca di armi e di esplosivo, come ci dissero. Poi fummo accompagnati alla stazione e obbligati a prendere il treno. Mentre stavamo salendo, vedemmo che il tizio del passaggio adesso chiacchierava beatamente con i carabinieri, poi dopo averli salutati risalì in macchina e se ne andò. Alla prima fermata scendemmo perché non avevamo soldi per il viaggio in treno fino a Reggio, qui ci dividemmo in due gruppi. Valpreda con Bagnoli, la Muki con me. A qualche chilometro da Reggio mi accorsi che sull'altra carreggiata nascosta dietro un cartello pubblicitario, c'era la stessa macchina della polizia di Nocera Inferiore. Ma le sorprese non finiscono qui perché la mattina dopo quando ci recammo al tribunale di Reggio assieme ad altri compagni venuti da diverse parti d'Italia mi si avvicinò un uomo che Casile poi mi disse essere della squadra politica di Reggio e indicando Valpreda e Bagnoli mi disse: 'Voi siete i tre anarchici venuti da Roma, vero?' " Il gruppo è ormai sorvegliato da vicino. Nei documenti del fermo a Nocera Inferiore, regolarmente agli atti del processo, s'intravede già la rete che sta stringendo Valpreda. Alle informazioni chieste via radio dal carabiniere di Nocera, qualcuno a Salerno risponde che, del pericoloso quartetto di autostoppisti, Valpreda è schedato nella questura locale "con la formula due," per attentati dinamitardi perpetrati a Caserta. Un documento successivo, sempre agli atti, smentisce che Valpreda sia mai stato coinvolto nei disordini di Caserta e precisa che il ballerino anarchico è invece iscritto nella rubrica frontiera "per ritiro passaporto" e "impedire espatrio" avendo in corso un procedimento penale per, offese al pontefice. Ma intanto, nell'occasione specifica, la falsa informazione permette un controllo e una perquisizione (altrimenti ingiustificati) di Valpreda e compagni. Di ritorno da Reggio Calabria, Valpreda, Bagnoli, Di Cola si fermano a Carrara per il congresso FAGI. E' un altro congresso animato: i giovani della FAGI attaccano pesantemente il gruppo "Umanità Nuova", Falla, Marzocchi e gli altri "padri" della FAI. Questi reagiscono: è la rottura definitiva. La notte, i giovani occupano il teatrino degli Animosi, sede del congresso. Nei palchetti e nei corridoi Valpreda incontra i compagni milanesi: Fallisi, Cesarano, Pinki. Dopo essere vivacemente intervenuto alle battaglie congressuali agitandosi come "un peso leggero sul ring" (l'immagine è di un compagno che lo vide in quell'occasione), la notte, nel teatro occupato da giacigli e sacchi a pelo, Valpreda diverte tutti con canti e balli. E' uno dei pochi momenti sereni in un periodo pieno d'inquietudini e frustrazioni. Il giorno dopo a Empoli, dove si tiene il congresso dei GIA (Gruppi di iniziativa anarchica), Valpreda incontra per l'ultima volta Pinelli. E' l'episodio della saliera, che è servito molto a Occorsio e Cudillo per suffragare la tesi di una assoluta incompatibilità tra Pinelli (anarchia pura, non violenta, dialogo con i cattolici) e Valpreda (anarchia degenerata, iconoclasta e dinamitarda). Il verbale poliziesco del 15 dicembre 1969 fa dire a Pinelli che Valpreda gli ha gettato, in quell'occasione, una saliera addosso per la rabbia di un saluto non ricambiato. L'episodio è rilevante solo per i giudici istruttori. Comunque la versione di Valpreda è diversa da quella dei verbali della polizia. A quella tavolata di anarchici venuti da tutta Italia si ride e si discute rumorosamente. C'è una bella ragazza bionda che viene da Trieste e che richiama l'interesse generale. Sta parlando con Pinelli quando Valpreda, per attirare la sua attenzione, tira scherzosamente un cucchiaino che va a colpire un anarchico seduto accanto a Pinelli. Comunque sia andata, è indubbio che fra Pinelli e Valpreda, in quell'incontro a Empoli, non c'è stata la cordialità che caratterizzava i loro vecchi rapporti. Pinelli non si fida più di Valpreda, in qualche modo è caduto nel gioco dell'ufficio politico milanese. Non può sospettare che si stia già costruendo su Valpreda l'operazione che porta alle bombe del 12 dicembre '69. Rientrati a Roma, quelli del 22 Marzo si dedicano con fervore ad allestire la sede di via del Governo Vecchio. Nella breve vita del circolo è questo l'unico lavoro concreto portato a termine. Raschiano, puliscono, svuotano il vecchio magazzino del sudiciume accumulato per anni, spostando tutto a spalle su e giù per le ripide scalette dell'ingresso. Poi chiamano Oreste, un vecchio compagno muratore, a tirare su un tramezzo e a dare un'imbiancata. Si distinguono per lo zelo Andrea la spia, che con la sua coupé trasporta tavoli e sedie dalla baracca di Prato Rotondo in via del Governo Vecchio, e un impiegato della SIP, un simpatizzante che di recente si è avvicinato di più al gruppo, Umberto Macoratti è bene accetto perché contribuisce all'affitto, è servizievole, compra chiodi e calce. Cerca soprattutto l'amicizia di Mander e della Muki. Dopo le bombe sarà uno dei principali accusatori dei compagni, e rimarrà stranamente indenne da qualsiasi incriminazione. Il 13 novembre è il giorno in cui viene firmato il contratto d'affitto del locale di via del Governo Vecchio. Ma già prima, secondo la puntiglio sa ricostruzione del PM Occorsio, il 22 Marzo, anche se non al completo, s'impegna in massicce azioni di disturbo e di provocazione contro la polizia e contro le vetrine di aziende tipo la FIAT e di giornali tipo "Il Messaggero." Secondo il magistrato non avviene niente di grave solo perché Andrea puntualmente avverte il commissario Domenico Spinella che può bloccare in anticipo gli anarchici. L'unica "azione" andata a termine è quella compiuta da Merlino e Bagnoli contro la sezione del MSI a Colle Oppio, la sezione che ha visto gli esordi politici di Merlino. Buttano una bottiglia di birra piena di benzina che brucia senza scoppiare. A fare da palo c'è proprio Andrea che, chissà perché, questa volta non avverte i suoi capi. Il commando, secondo Occorsio, è ormai pronto per il 15 novembre 1969, giornata di manifestazioni di massa contro la guerra del Vietnam. Ci sono cortei dei partiti di sinistra e dei gruppi extraparlamentari. Il 22 Marzo si accoda, non senza contrasti, al Movimento Studentesco. Gli anarchici non sono neppure riusciti a racimolare i soldi per le aste delle bandiere e la stoffa nera acquistata da Macoratti rimane inutilizzata. Insoddisfatti di come è andato il corteo (troppi funzionari di partito e troppi "tromboni," dice Valpreda che si è quasi picchiato col servizio d'ordine del Movimento Studentesco, e Occorsio non si lascerà scappare l'occasione di iscrivere l'episodio tra gli indizi di natura rissosa e violenta a carico di Valpreda), quelli del 22 Marzo si ritrovano alla stazione Termini. Secondo Occorsio (che si basa unicamente sulle dichiarazioni di Andrea) è a questo punto che si scatena la guerriglia urbana del commando anarchico. Si decide di assaltare sedi delle società americane a Roma: l'unico risultato è un sasso che vola a infrangere la vetrina della Minnesota. Secondo Andrea, Valpreda ha dovuto rinunciare a qualcosa di più grosso per la presenza della polizia. E il commissario Improta confermerà, infatti, di essere uscito, quella sera, in missione speciale antianarchica (in pratica, a caccia della 500 di Valpreda). Il pacco con la stoffa nera per le bandiere rimasto sull'auto di Valpreda, per Andrea e per Occorsio contiene "manifestamente" esplosivo. La mattina del 19 novembre, data del grande sciopero generale per le riforme, Valpreda, Borghese, Bagnoli e gli altri si trovano in via del Boschetto per decidere a quale corteo associarsi. Merlino non si fa vedere, Mander (che del resto non ha mai aderito formalmente al 22 Marzo) è a scuola. Anche Andrea manca. Di lì a poco la stradetta si riempie di macchine della polizia. Le pantere sono andate anche in via del Governo Vecchio, ma lì non c'è nessuno: la cantina è ancora troppo umida. Senza mandato di perquisizione, gli agenti entrano, ispezionano: trovano candele, un fiasco vuoto e la cassa del gruppo, cioè 750 lire. Tutti in questura. Ennesimo rilevamento dei dati per l'ennesima schedatura, poi ad uno ad uno dal commissario Improta. Valpreda è trattenuto più degli altri, riceve la solita paternale. E' lasciato libero verso le due del pomeriggio. I cortei sono finiti, non ci sono stati incidenti - dirà la polizia - perché gli anarchici sono stati giocati d'anticipo. Quello stesso pomeriggio Valpreda, Roberto Gargamelli e Enrico Di Cola vanno a Trastevere. In una stradina sono aggrediti da una ventina di teppisti. Enrico Di Cola in una lettera a "Umanità Nuova" ha ricostruito l'episodio così: "Ricevetti un calcio nelle palle e svenni. Gargamelli si era ripiegato per proteggersi meglio dalle botte che gli arrivavano da tutte le parti, mentre Valpreda, in disparte, stava cercando di fare ragionare il caporione di quei fascisti. Quando intervennero due agenti in borghese, Valpreda e Gargamelli mi sollevarono e mi portarono a una vicina fontanella. Ma quei bravi ragazzi invece di fermare qualcuno degli aggressori si dirigono verso di noi e ci arrestano. Mentre ci portano alla vicina stazione di polizia ci dicono che hanno visto tutto, anzi già da due giorni sapevano che doveva succedere qualcosa. Ci proposero di dire che eravamo immischiati in un giro di droga, così ci avrebbero rilasciati. Naturalmente rifiutammo e finimmo a Regina Coeli per sei giorni." Anche la rissa del 19 novembre diventa presto un'occasione per completare il quadro di Valpreda provocatore e potenziale dinamitardo. Il "Corriere d'informazione" racconta il fatto con particolari inediti e mai confermati: "La rissa scoppiò quando si seppe degli incidenti di Milano e della morte tragica dell'agente Annarumma. Valpreda, raccontano alcuni suoi amici, si scatenò: disse che era il momento di muoversi, di scendere in piazza sul serio, che si vergognava a star lì a parlare con dei pecoroni. Qualcuno reagì e il ballerino cominciò a menar pugni." Più tendenziosa ancora la versione del commissario Domenico Spinella, interrogato nel corso dell'istruttoria per la strage di piazza Fontana. Secondo quanto riferito da Andrea - dichiara il commissario - le cose sono andate così: i giovani del 22 Marzo alcuni giorni prima a Trastevere sono stati sentiti mentre parlavano con entusiasmo di un attentato anarchico durante la guerra civile spagnola che fece 80 morti. Il 19 novembre, tornati a Trastevere sono stati riconosciuti e a questo punto è scoppiata la rissa. Di tutto questo non c'è traccia nell'istruttoria per la rissa. Nei verbali degli imputati, dei testi, dei poliziotti si legge semplicemente che si è trattato di due scontri in cui una volta hanno prevalso gli anarchici, un'altra i trasteverini. Gargamelli, Di Cola, Valpreda sono chiari sul fatto che si è trattato di "fascistelli" in entrambe le occasioni. Ma alla polizia serve accumulare il maggior numero possibile di indizi sulla pericolosa tendenza dinamitarda di Valpreda. (Il processo si concluderà 1'8 dicembre 1970 con la condanna a 4 mesi di Valpreda, Gargamelli e Di Cola per rissa aggravata dal fatto che Di Cola e Gargamelli hanno riportato ferite.) Valpreda esce dal carcere il 25 novembre 1969 con un occhio ancora nero dalle botte. Fa in tempo a sapere che hanno fermato Angelo Fascetti, un giovanissimo simpatizzante e suo amico personale. E' scoppiato qualche giorno prima un ordigno esplosivo contro la caserma dei carabinieri di piazza del Popolo. (Occorsio nella requisitoria fa notare la strana coincidenza: nello stesso periodo è sceso a Roma Claps, a informarsi sull'arresto dell'amico Valpreda.) Comunque Fascetti è fermato apparentemente senza altra ragione che quella di essere in rapporto con Valpreda. Poi si è saputo quale risibile indizio ha preso a pretesto la polizia per muoversi: il solito Andrea ha riferito che la sera dell'attentato al circolo 22 Marzo il pavimento è sporco di polvere nera e che c'è perfino un manico di scopa sporco di quella polvere. Bagnoli e Fascetli tentano di far sparire quei pericolosi reperti. Ovviamente si tratta del sudiciume accumulato nel vecchio ex magazzino e Fascetti è rilasciato dopo inutili interrogatori. Valpreda non è un militante a tempo pieno né ha la vocazione del martirio. Comincia a non poterne più delle persecuzioni. Un altro episodio si verifica di notte alla baracca di Prato Rotondo: lui e Di Cola rientrano molto tardi, hanno appena chiuso la porta quando sentono il rumore di un'automobile che si ferma lì vicino. Spengono la luce e rimangono immobili. Qualcuno bussa alla porta, poi tenta di forzare la finestra. A una certa ora arriva una seconda auto a dare il cambio alla prima. Questo dura fino all'alba con Valpreda e Di Cola che non chiudono occhio. Spanò, l'affittuario della baracca, che per un certo periodo è stato molto vicino a Valpreda e Della Savia ed è andato anche al negozio di via del Boschetto a imparare il mestiere delle lampade, molto irritato dell'incidente, rimprovera a Pietro di aver dato l'indirizzo di Prato Rotondo come suo recapito a Roma. "D'ora in avanti non ci sarà più pace," dice Valpreda, si difende, l'ha fatto per evitare il foglio di via, previsto per i senza fissa dimora. Ma deve ugualmente abbandonare la baracca. Spanò, come Macoratti, pur facendo parte del gruppo 22 Marzo, si salverà dall'accusa di associazione a delinquere solo grazie al ritratto che fornisce di Valpreda: è uno che parla sempre di bombe, scrive slogan terroristici sulle pareti della baracca, tiene comportamenti sospetti. Valpreda è di nuovo senza casa. Per una notte va a dormire in via del Governo Vecchio, ma l'umidità dell'ex magazzino è un pericolo per la sua salute. Chiede a Rossana Rovere, l'amica generosa di sempre, di ospitarlo ancora. Intanto cerca lavoro: trova una scrittura dignitosa con la coreografa torinese Fernanda Succo che cura i balletti della Forza del destino. Il debutto è previsto a Cagliari per i primi di gennaio del 1970. Valpreda medita di tornare a Milano per prepararsi in pace in casa della zia prima della tournée. Non ci sono più motivi per rimanere a Roma: non ha lavoro immediato e anche al 22 Marzo la situazione è delicata. In uno dei suoi interrogatori, Valpreda illustra così il clima di quegli ultimi giorni: "Per quanto riguarda la mia posizione nell'ambito del gruppo del 22 Marzo, debbo dire che io m'interessai per organizzarli in gruppo autonomo, per preparargli la sede, per arredarla, ma successivamente non intendevo mantenere una posizione di direzione nel gruppo. Notai che il vecchio gruppo di via Baccina o meglio alcuni di quel gruppo mi criticavano dicendo che io volevo fare il Cohn-Bendit della situazione..." Sono in molti in quel momento a contestargli la tendenza a fare il leader. Il più esplicito è il calabrese Angelo Casile, un anarchico rigoroso e impegnato: "Non fare il Raniero," gli dice, alludendo a Raniero Rossi del Bakunin. Valpreda capisce, si ritira, nelle ultime riunioni sta volutamente in disparte, propone che il 22 Marzo faccia un giornale, quando ci saranno i soldi, perché ognuno possa far sentire la sua voce. È anche molto preoccupato - ne parla Laura - che le attenzioni che gli riserva la polizia finiscano per "danneggiare i compagni." Ha la sensazione di essere ormai in mano alla questura. Lo scrive ai suoi avvocati milanesi Mariani e Boneschi il 27 novembre. È una lettera importante perché testimonia che al 22 Marzo si è sicuri, a quel punto, di ospitare una spia. Scrive anche: "...la situazione è brutta, abbiamo avuto notizia che ieri, anzi questa notte, si è tenuta a Roma una riunione segreta fra alcuni militari di carriera, forze di polizia, due cardinali, alcuni industriali e magistrati, per cercare di fare applicare alla lettera il codice Rocco..." Dirà poi al giudice che la voce viene da due paracadutisti. L'atmosfera è quella del colpo di stato: la sinistra extraparlamentare sa anche la data, il 12 dicembre. La psicosi è tale che una notte, a Roma, e non solo a Roma, molti esponenti dei partiti e dei gruppi di sinistra, si rendono irreperibili. Quando arriva inaspettata la convocazione del consigliere Amati per Milano, Valpreda decide di anticipare la partenza, La sera del 10 dicembre saluta gli amici, offre una pizza e un bicchiere di vino (segno, rileverà Occorsio, di una improvvisa e ingiustificata disponibilità di denaro). "Quella sera," racconta Valpreda, "il caro compagno Andrea, che aveva diviso con noi il lavoro politico, le sigarette, il vino, le poche lire, quella sera quando salutai i compagni annunciando che il giorno dopo partivo per Milano e che eventualmente ci saremmo visti al termine del mio contratto di Cagliari, Andrea da caro compagno, mi baciò." Con uno scritto filtrato attraverso la censura carceraria, l'anarchico si dirà sicuro che quella sera "ci fu una telefonata che avverti qualcuno a Milano di agire per il giorno dopo." L'11 parte per Milano. L'ultima telefonata è per Laura. L'uomo che, secondo l'accusa, il giorno dopo avrebbe messo le bombe in piazza Fontana, le propone di partire con lui per Milano e per Cagliari. Al no di Laura, Valpreda riattacca brusco il telefono e si mette in strada per Milano. Il 22 Marzo non ha avuto il tempo né la capacità di elaborare una precisa linea politica. Una linea unitaria era del resto impossibile per la composizione eterogenea del gruppo: una dozzina di ragazzi mossi da obiettivi molto diversi. "Alcuni," dice Emilio Bagnoli, "si riconoscevano nel modello dell'anarchico individualista, altri, come me, cercavano soluzioni nuove e nuove alleanze. Il punto d'incontro era forse la fiducia nel movimento operaio e nelle sue capacità di rinnovare sempre le forme di lotta." In quella fase di ricerca e di sperimentazione, chiunque poteva aderire senza dare prove di consistenza ideologica e di attendibilità culturale," spiega Bagnoli, alludendo ai due personaggi che hanno segnato il destino del 22 Marzo: Andrea e Mario Merlino. La maggior parte delle "prove" contro il circolo anarchico è stata portata ai giudici da Andrea. Ma l'anarchico-spia, in pratica, è stato testimone - a leggere i suoi verbali - solo di discorsi e non di fatti. Quasi sempre riferisce cose sentite dire. Dal carcere Valpreda scrive: ".... è inutile insinuare che la polizia aveva una spia tra noi e non è intervenuta per i suoi reconditi motivi e la spia stessa sarebbe perciò un correo; non sono intervenuti perché non c'era nessun motivo d'intervenire, la spia non ebbe nulla da soffiare perché non stavamo progettando nessun attentato. La novità è che la polizia sa con certezza che siamo innocenti e lo ha sempre saputo, da chiedere è solo perché ha lasciato che le indagini proseguissero per una falsa direzione..." Il caso Merlino è più complesso. La sua incriminazione come istigatore della strage serve ai giudici esclusivamente per dimostrare la validità della tesi sugli opposti estremismi: guardie rosse e guardie nere alleate nel crimine terroristico. Su questo punto Valpreda ha scritto dal carcere: "...il nostro gruppo era pulito, sapevamo, perché lui stesso l'aveva detto, che Merlino era stato fascista, ma che frequentasse e che tenesse ancora contatti con elementi fascisti i compagni e io l'abbiamo saputo dopo l'arresto. Non abbiamo molto da vergognarci come anarchici, se c'è stata solo un'infiltrazione di alcuni elementi provocatori di destra e nessuna simbiosi o altro: punto e basta." In realtà neppure i compagni di Merlino sanno valutare il suo ruolo nella vicenda del 22 Marzo: spia cosciente, oppure strumento inconsapevole nelle mani di Delle Chiaie? Certo, di fronte ai giudici, Merlino (ruolo di accusatore a parte) è molto più furbo di Valpreda. Dà un ritratto di se stesso lontano da quello duramente nichilista di Valpreda: "...io stesso," dice ad Occorsio, "frequento circoli cattolici pur conservando le mie tendenze libertarie, in quanto credo in un essere trascendentale..." I giudici hanno sul 22 Marzo un'opinione schematica e senza sfumature. Si legge nella requisitoria: "I frequentatori del 22 Marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell'odio per il sistema. Gli appartenenti al circolo sono individui che sotto l'etichetta anarchica nascondono spesso stati di esaltazione confinanti con la patologia: i più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari e rinnegano anche i vincoli di sangue. Tendenze narcisistiche sono presenti in tutti gli appartenenti al gruppo, che hanno la convinzione di essere destinati a una funzione importante. In contrasto a questi atteggiamenti di potenza c'è il grave squilibrio di una preparazione culturale settoriale nonché l'assenza di qualsiasi stabile attività lavorativa. Pietro Valpreda, in questo quadro, è particolarmente disprezzato. Oltre all'ovvia considerazione che egli "appaga la sua esistenza solo nelle bombe, la dinamite e il sangue," Valpreda, dice Occorsio, "vive almeno in parte coi sussidi della settantenne zia Rachele che gli invia i magri proventi del lavoro prestato presso la famiglia Falchetti." Per Mario Merlino "la sperimentazione di ogni forma di ribellione, dell'estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà solo la ricerca di emozioni sempre più violente." E Giorgio Spanò, figlio di un cancelliere di tribunale, non incriminato, è almeno colpevole, secondo Occorsio, di "aver abbandonato la famiglia benestante preferendo abitare coi baraccati." I criteri morali e sociali che muovono i giudizi di questo pubblico ministero richiamano irresistibilmente alla memoria quelli a cui obbedisce il consigliere Antonio Amati, autore di una memorabile galleria di ritratti di anarchici (imputati nel processo per i fatti del 25 aprile). Il suo capolavoro è Clara Mazzanti, che sembra parente stretta dei componenti più giovani del 22 Marzo. "Certamente il giudice istruttore," scrive Amati, "si è domandato come mai la giovane Mazzanti, figlia unica di bravissima gente toscana, si sia indotta a cooperare a così nefando crimine, vivendo a Milano una vita disagiata e misera, in unione a un uomo sposato e neppure di bello aspetto. Deve aver contribuito in maniera decisiva la soggezione tipica in cui la ragazza viveva succuba morale e fisica dello strano uomo, cui aveva sacrificato la sua giovinezza, la sua posizione sociale e l'affetto dei suoi genitori poveri che in Toscana giorno per giorno avevano indefessamente lavorato esclusivamente per lei." L'incomprensione dei giudici per le scelte di vita, le tensioni, le contraddizioni degli anarchici è totale. Il loro giudizio rispecchia crudamente la morale dominante. Gli anarchici sono "socialmente pericolosi" per il fatto stesso che non riconoscono la validità delle istituzioni sociali. E quando per dimostrare questa pericolosità mancano elementi oggettivi si ricorre al capo d'imputazione. Dice Occorsio: "La natura del reato è il primo elemento sintomatico delle loro capacità a delinquere e della loro pericolosità sociale." Il capo d'imputazione è servito anche a decretare l'infermità mentale di Emilio Borghese. Riconosciuto dalla perizia psichiatrica affetto da una lieve forma di epilessia, è in pratica definito paranoico perché espone senza entusiasmo le sue idee anarchiche ai periti. Per lui Occorsio conclude: "L'irreversibilità dello stato patologico e le azioni commesse - giusta l'imputazione - lo fanno ritenere persona socialmente pericolosa." Per Mander, minorenne all'epoca dei fatti, la perizia d'immaturità è arrivata puntuale dopo la conclusione di un confronto con la spia Andrea, da cui molte delle denunce della spia sono state nettamente ridimensionate. Con questa perizia Mander esce dal processo e non è più utilizzabile neppure come testimone. Mander ha scritto a Occorsio, dopo aver saputo del giudizio d'immaturità: "...nella nuova situazione che si è venuta a creare, per l'accusa è senz'altro più facile e conveniente farci passare per giovani ingenui e immaturi caduti, forse anche in buona fede, nelle grinfie di ben note figure della destra, che anarchici consapevoli del proprio operare: perché rimane certo una grave contraddizione il fatto che un disegno fascista venga eseguito materialmente da anarchici. Ed ormai non potete più dire che le bombe del 12 dicembre seguivano una loro logica anarchica. Non è giusto risolvere questo punto ricorrendo a strumenti pseudoscientifici come le perizie o altro. Lasci che anch'io, dopo tanti mesi di carcere e di silenzio, possa esprimere il mio pensiero in aula." Ma non è stato ascoltato. 5 Il carcere Entrato in carcere, Valpreda ha subíto, con più di 40 giorni d'isolamento e almeno 100 ore d'interrogatorio, una prova durissima. Appena ha potuto, ha fatto uscire da Regina Coeli il diario allucinante di quei giorni: "...un vero e proprio lavaggio del cervello. Vivevo in una cella senza finestre e con una lampadina accesa giorno e notte. Mi erano stati levati gli abiti e l'uniforme carceraria mi cadeva da tutte le parti. Avevo poco più di 15 minuti d'aria al giorno e in questo poco tempo dovevo lavare la gamella d'alluminio e il cucchiaio e fare le poche abluzioni personali permesse. Sono riuscito a fare una doccia solo dopo un mese e mezzo. Mi tenevo puliti i piedi sfregandoli con il limone. Non potevo incontrare nessuno. Non vedevo nessuno, lo spioncino di pochi centimetri era aperto solo nelle ore notturne. Parlavo solo con il secondino e con coloro che m'interrogavano anche di notte. Negli ultimi giorni quando mi conducevano davanti ai giudici, durante il breve tragitto non ce la facevo più a camminare diritto: dovevo chiedere al secondino che mi accompagnava di camminare adagio e di starmi vicino perché vacillavo e la luce mi accecava. Dal giudice, dopo pochi secondi ero in un bagno di sudore. "Finalmente uscii dal lungo isolamento, tremavo bevendo il caffè che mi fecero i compagni di cella, quella sera credo non mi addormentai, svenni come la prima sera che venni portato in isolamento dopo le 36 ore d'interrogatorio, dopo che spogliato nudo mi guardarono fin nei denti e nell'ano per controllare che non avessi nulla con me..." Possono cominciare le visite dei parenti: il padre, l'unico autorizzato a venire liberamente, le "donne," tutte incriminate, solo con permessi speciali. In lui cresce la rabbia contro il meccanismo che l'ha schiacciato. Alla zia Rachele che non riesce a farsi dare l'autorizzazione a un colloquio dal giudice Occorsio scrive: "...non devi piangere zia, l'istruttoria è chiusa, non vi era nessuna ragione ai fini della loro ingiustizia di casta, perché ti rifiutassero il permesso di vedermi, è solo una manovra psicologica dettata dai loro istinti sadici anche se loro avranno mille cavilli giuridici da giustificare appieno il loro operato. Non scoraggiarti, non avvilirti, non ne vale la pena, tu ed io sappiamo la verità, non quella che loro hanno costruito in istruttoria e attraverso i vari poteri, ma quella vera, reale e quella non potranno nemmeno scalfirla." In carcere Pietro Valpreda riceve anche le visite di Laura, la ragazza del Bakunin, che ora gli si è molto avvicinata e con le sue lettere e i colloqui l'aiuta a mantenere i collegamenti con la realtà esterna, a non sentirsi perduto. Laura, l'avvocato Calvi, i compagni, gli mandano libri, gli consigliano letture. Con Bakunin e Stirner ora Valpreda legge anche Gramsci, Marx e Lenin. La sua preparazione si è rafforzata, il suo carattere si è indurito in carcere, anche se - come testimoniano quei pochi che lo visitano - qualsiasi cosa gli ricordi la sua condizione di escluso (un poliziotto che lo rimprovera bruscamente durante un colloquio, un rinvio del processo, un articolo di stampa diffamatorio) lo mette in crisi, a volte fino alle lacrime. Divide la cella di tre metri per quattro con Roberto Gargamelli, o "Robertino," anche lui duramente colpito dalla prigionia (ha l'asma e sta perdendo i denti). Durante le notti di festa - scrivono i due anarchici - stanno a occhi spalancati aspettando di sentire i compagni che dal Gianicolo urlano i loro nomi insieme a grida d'incoraggiamento e a saluti. A Camilla Cederna, Valpreda ha scritto: "Passeggiare disperatamente fra quattro mura, a parlare e a fantasticare, sempre su un argomento, il cervello poco a poco fugge dalla realtà, abbiamo quasi sempre dolori alla nuca, la sovrastruttura e l'ambiente stanno avendo ragione di noi, ce ne stiamo andando, come si dice qui..." Un giorno - è d'estate - da Regina Coeli esce la notizia che Valpreda ha tentato il suicidio. È subito smentita ufficialmente, e invece è vera: Valpreda si è tagliato una vena del polso sinistro. Non l'ha fatto per uccidersi ma per attirare su di sé e sugli altri anarchici un'attenzione che sente venir meno. Non vuole che passino altri mesi prima di arrivare al processo. Pietro Valpreda, uomo di molte contraddizioni e molte debolezze, è cresciuto in forza e dignità via via che la prova per lui diventava più severa. I suoi verbali non hanno cedimenti, non fanno ammissioni, non denunciano mai un compagno. È l'unico caso in questo processo e negli altri che vedono coinvolti gli anarchici, così disarmati di fronte all'astuzia e alla violenza dell'autorità che interroga e scrive a verbale. Via via che passano i mesi in carcere, Valpreda vede sempre più chiaro nel meccanismo che l'ha stritolato: "Il disegno si delinea sempre più chiaro, la polizia politica ha fatto e sta facendo di tutto per trovare quello che più gli serve, una falsa accusa, ha mosso tutte le sue pedine non per avere informazioni e giungere alla verità, ma solo per trovare puntellature alle sue tesi precostituite. Ora i miei sospetti si fanno di giorno in giorno più seri, di ora in ora più inquietanti. Se la polizia ha costruito testimonianze, che il magistrato è stato ben felice di avallare, se ne ha accettate altre che sapeva false e ambigue e così la magistratura, il motivo non può essere che uno solo, coprire i veri colpevoli. Devo mettere da parte ogni ultima parvenza d'ingenuità e di fiducia ed essere concreto, cinico, obiettivo e pessimista. La polizia politica di Roma e di Milano, implicata negli attentati, è colpevole della morte di Pinelli; inoltre, avendo una spia nel gruppo era al corrente dei nostri movimenti, del mio ritorno a Milano e ha potuto scegliere il momento adatto per agire. Aveva gli uomini, le capacità, poteva crearsi l'impunità come effettivamente ha fatto, poteva scegliere tempo e luogo, ridurre rischi e indizi al minimo, cancellarne, falsarne se ne rimanevano, poteva disporre, con le sue notizie, della complicità, anche inconscia, di giornali, radio, televisione e così è stato. Anche politicamente essa aveva tutto da guadagnare da una sterzata a destra, sia economicamente, sia come ulteriore ampliamento del suo potere e anche ideologicamente perché è molto propensa per il mestiere stesso allo stato forte. Tutto era preparato in dicembre per un colpo di stato; perché falli, chi all'ultimo ritirò il suo appoggio, forse non lo sapremo mai. Di una cosa sono sicuro, loro furono gli organizzatori, gli esecutori, ma gli ideatori dell'attentato, legato al più vasto disegno politico, stanno molto più in alto. Se noi avessimo vacillato, se la classe operaia non fosse stata vigile, e la sinistra forte, il loro disegno sarebbe andato a compimento anche dopo. La parte del popolo più spoliticizzata, oppure qualunquista, era nella psicosi di accettare un governo forte, una repubblica di tipo gollista e una volta la virata a destra, saremmo salpati a gonfie vele verso un fascismo di tipo greco..." Questa analisi spontanea, dettata dall'angoscia nel fondo del pozzo di Regina Coeli, si collega idealmente alle dichiarazioni rese dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa-La Comune, all'indomani delle bombe, quando ancora il disorientamento è grande e nessuno riesce a vedere chiaro nella trama che ha portato alla strage. In un'improvvisata conferenza stampa, di fronte agli indignati e ironici cronisti del "Corriere della Sera" e di altri quotidiani, i vecchi compagni di Valpreda chiedono che l'ufficio politico della questura di Milano sia denunciato al completo per l'assassinio di Pinelli. Sostengono che non ci sono discriminazioni da fare fra Valpreda e Pinelli, entrambi vittime di una calcolata operazione di autodifesa della classe al potere: operazione che, attraverso le bombe del 25 aprile alla fiera e alla stazione di Milano, dell'8 agosto sui treni, del 12 dicembre fra i piccoli coltivatori della Banca nazionale dell'agricoltura, è passata sopra le teste degli anarchici, responsabili precostituiti. L'istruttoria 1 Dalle bombe al vetrino Un'ora esatta: dalle 16,30 alle 17,30 del 12 dicembre 1969. Cinque attentati, di cui uno fallito. 16,30: esplode una bomba nella Banca nazionale dell'agricoltura, in piazza Fontana, a Milano, facendo strage fra piccoli proprietari terrieri e modesti operatori economici, di quelli che suggellano gli affari con una stretta di mano. Sedici morti e 88 feriti. 16,55: esplode una bomba nel sottopassaggio della Banca nazionale del lavoro, via di San Basilio, Roma. Non ci sono morti, perché in quel momento, per un puro caso, nessuno è nel sottopassaggio. Sedici feriti, di cui due gravi. 17,22: esplosione al pennone alzabandiera, sul lato sinistro dell'Altare della patria. 17,30: esplosione davanti alla porta di accesso del Museo del Risorgimento, sul lato posteriore dell'Altare della patria. Quattro feriti. Al quinto attentato non si può dare un orario preciso. E' alle 16,25 che nella sede centrale della Banca commerciale di Milano, in piazza della Scala vicino ad un ascensore, il commesso Rodolfo Borroni trova una borsa di colore nero con dentro una cassetta metallica. La cassetta, per capire di chi possa essere ("Deve averla dimenticata un cliente," dicono tutti all'inizio), passa di mano in mano. C'è soltanto curiosità in chi la tocca. Più tardi, quando si viene a sapere della bomba esplosa alla Banca nazionale dell'agricoltura, arrivano la paura, il terrore. Un funzionario della banca, Antonio Danese, che è stato quello che più degli altri ha scosso la cassetta per sentire che cosa ci fosse dentro ("Si sentiva rotolare qualche cosa"), rischia l'infarto. Ad un funzionario di polizia, la prima cosa che s'insegna è raccogliere sul luogo del delitto il maggior numero di elementi che sia possibile: tracce dell'assassino, testimonianze, oggetti "pertinenti al reato." La scena alla Banca nazionale dell'agricoltura, dove era avvenuta la strage, era tale per cui qualsiasi dimenticanza può essere compresa. Alla Banca commerciale, invece, non c'era che una cassetta, pericolosa fino a che si vuole, ma che ormai, a sera, a distanza di ore dal ritrovamento, non poteva più esplodere. Materiale sul quale applicare le lezioni, dunque, ce n'era. Sono tutte norme che valgono specialmente se l'indagine si presenta difficile. Certo che se già c'è un colpevole a portata di mano, le indagini fatte sul posto diventano meno importanti. Guido Bizzarri, maresciallo della riserva d'artiglieria, ha disinnescato nella sua carriera 12.000 ordigni superiori al quintale. A 63 anni, tanti ne aveva nel 1969, Bizzarri era sempre pronto a intervenire. Sapeva che ogni volta poteva essere l'ultima e per questo aveva firmato un'ass