Morti sul lavoro: che fare?
Sul nostro sito teniamo, per quanto possibile, la situazione delle morti sul lavoro, aggiornata; è una strage che si compie quotidianamente passando sotto il silenzio dei mass media, forse perché si dà per scontato che quello che accade altro non è che il prezzo che dobbiamo pagare per il progresso economico del paese, per la modernità. Di Duilio Felletti. Reds - Dicembre 2007


TyssenKrupp: 4 operai morti, bruciati vivi, altri 3 in condizioni gravissime con ustioni sul 90% del corpo.
Quanto è accaduto è solo la punta di un iceberg di episodi altrettanto gravi, ma meno visibili, che accadono in tante altre fabbriche, dove i padroni, spesso con la complicità delle strutture sindacali, che firmano accordi volti a evitare situazioni peggiori (almeno così loro dicono), impongono turni di lavoro di 12 ore e oltre, per coprire la carenza di organico derivante da processi di ristrutturazione odi progressiva dismissione degli impianti.
Questo semplice fatto di dover lavorare di più, si sa, renderebbe chiunque più stanco, meno reattivo alle situazioni di emergenza che si verificano improvvisamente, come è accaduto agli operai della TissenKrupp, uccisi mentre lavoravano con 4 ore di straordinario alle spalle.

Come era stato deciso con un accordo sindacale qualche mese prima, questa fabbrica stava procedendo verso la chiusura di cui era stata fissata la data (settembre 2008), e il clima di smobilitazione aveva portato la Direzione a risprmiare sulle spese di manutenzione e sulla sicurezza.

Il clima del “si salvi chi può” e del “fuggi fuggi” dei lavoratori verso soluzioni alternative, aveva determinato una situazione degli organici tirata all’osso, al punto che i 200 operai rimasti producevano come i 385 presenti in fabbrica alla fine di luglio.
La multinazionale ThyssenKrupp con questa azione di spremitura incrementava i propri profitti con turni anche di 16 ore.

Sul nostro sito teniamo, per quanto possibile, la situazione delle morti sul lavoro, aggiornata; è una strage che si compie quotidianamente passando sotto il silenzio dei mass media, forse perché si dà per scontato che quello che accade altro non è che il prezzo che dobbiamo pagare per il progresso economico del paese, per la modernità.
Ma questo “incidente” , che ha colpito l’opinione pubblica per le modalità con cui è avvenuto (parliamo di operai bruciati vivi) ci porta invece indietro nel tempo come se fossimo ancora nell’800.

Ora tutti piangono lacrime di coccodrillo e tutti si indignano per l’accaduto; si sprecano gli appelli affinchè “ognuno per la sua parte” faccia il possibile “affinchè questi luttuosi fatti non debbano più accadere”.

Trasudano di ipocrisia le frasi che in questi giorni abbiamo sentito attraverso i principali mass media.
I padroni, definiscono questa ennesima strage un “fatale incidente” e tra le righe delle loro dichiarazioni lasciano intendere che tutto sommato anche i lavoratori hanno delle responsabilità in merito all’accaduto.
I politici borghesi parlano di “piaga inaccettabile” ma dimenticano di dire che nel 2006, mettendo nell’indulto l’omicidio colposo per cause di lavoro, hanno garantito l’impunità ai padroni e ai loro dirigenti.
I sindacati maggiormente rappresentativi, che non si sognano minimamente di mettere in discussione la legittimità del profitto e a questo subordinano ogni piattaforma sindacale e ogni legge sul lavoro, siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro.
Come sempre succede in questi casi, finito il clamore e la protesta operaia, i padroni se la caveranno con un risarcimento pagato dalle assicurazioni.
I dirigenti della Thyssenkrupp, recidivi e già condannati 4 anni fa per incendio colposo, allora se la cavarono con due patteggiamenti .

Portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.
Nel 2006, sono stati 1.302 i lavoratori morti per arricchire i loro padroni, 28 in più del 2005 e nel 2007 si prevede un nuovo “record”. Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento, dal 71% del 2002 all’ 83% del 2006.

Dietro ai morti sul lavoro c’è la brutalità e la violenza del sistema capitalista.
I padroni, protetti dalle leggi che garantiscono loro il diritto di esercitarle lo sfruttamento della forza lavoro per il perseguimento dell’accumulazione del profitto, hanno reso i posti di lavoro, i cantieri e le fabbriche, recinti dove l’individuo lavoratore non ha più diritti.
Non ha diritto a un contratto a tempo indeterminato, non ha diritto a un orario di lavoro definito, non ha diritto a un salario degno di questo nome, non ha diritto a una pensione vera e non ha, nei fatti, diritto alla tutela sindacale. Questo perché questi diritti costano troppo in termini monetari e se venissero, al contrario, presi in debita considerazione, a pagarne lo scotto sarebbe il livello di competitività dell’impresa; si alzerebbe troppo il costo del lavoro, il maledetto costo del lavoro.

Sarebbe veramente ora che noi lavoratori cominciassimo a diffidare e a sentire puzza di bruciato (e di morte) ogni qualvolta sentiamo alla televisione, o leggiamo sui giornali, frasi che suonano più o meno così:
… dobbiamo rilanciare l’economia ridando competitività alle nostre imprese…
… il cuneo fiscale che separa il salario che i lavoratori percepiscono dal costo che le imprese sostengono è intollerabile, deve essere ridotto nell’interesse dell’intero sistema produttivo…
… i lavoratori devono rendesi conto che è anche nel loro interesse essere più produttivi e rendere più forte la propria azienda…
… basta con i contratti, i lacci e lacciuoli che impediscono all’impresa di premiare chi veramente merita…
… basta con il posto di lavoro garantito, occorre maggiore flessibilità e più capacità da parte di tutti di aggredire le opportunità offerte dal mercato …

Dietro a queste frasi pronunciate da intellettuali ed economisti strapagati, che non hanno mai lavorato in vita loro e che, al massimo, una fabbrica l’hanno vista in cartolina, si vuole nascondere la realtà vera che ne consegue dall’applicazione di queste sui posti dove gli uomini e le donne (loro sì) lavorano per avere una qualità della vita a livelli dignitosi.
E’ chiaramente visibile sotto gli occhi di chi vuole vedere che negli ultimi anni la condizione operaia è costantemente peggiorata a causa dei livelli di sfruttamento spinti all’inverosimile.
Con il ricatto del posto di lavoro e la riduzione dei salari reali, subordinati alla produttività, i padroni costringono gli operai a lavorare sempre di più e sempre peggio.
E i nostri fratelli morti alla TyssenKrupp e gli oltre mille lavoratori che ogni anno si recano al lavoro per non ritornare più, sono lì tristemente lì a testimoniare quanto sia vero quello che stiamo sostenedo.

Cosa fare?
Innanzi tutto occorre denunciare l’insipienza di tuti coloro che dicono che non occorrono nuove leggi ma che semplicemente basta applicare quelle che già esistono: semplice…
Ma se è così semplice, perché (come giustamente osserva Zipponi – deputato prc – su un articolo apparso su Liberazione) non c’è un padrone in galera per questi omicidi? Come è possibile che nonostante le migliaia di morti e milioni di infortuni, anche molto gravi, verificatisi negli ultimi 10 anni, non vi sia un imprenditore, un alto dirigente a scontare la giusta pena nelle patrie galere?
La ragione ci pare abbastanza ovvia ed è sostanzialmente questa: perché chi dovrebbe denunciarli è oggettivamente in condizioni di debolezza. Una condizione di debolezza che deriva dal fatto di non poter godere della necessaria tutela nel momento della denuncia, prima che il fatto debba accadere.

I morti sul lavoro sono inevitabili se non si agisce con interventi di prevenzione.
Ma solo il lavoratore è in grado di svolgere questa azione preventiva, per la ragione molto semplice che è lui a rimetterci la pelle.
Ma se le cose stanno così e si vuole veramente mettere la parola fine alle morti sul lavoro, il legislatore dovrebbe mettere in condizione il lavoratore di potere portare alla luce e denunciare le situazioni a rischio, liberamente e senza che ciò abbia delle ripercussioni sulla sua condizione sul posto di lavoro.

Il legislatore dovrebbe capire che finchè sul lavoratore pende la spada di Damocle del possibile licenziamento o del mancato rinnovo del contratto o dell’insufficienza del salario o semplicemente dell’emarginazione, questi è in condizione di oggettiva debolezza e quindi nell’incapacità/impossibilità di denunciare gli abusi padronali sul piano della sicurezza.
Ma se il legislatore ritiene che: il lavoratori delle piccole aziende possono essere tranquillamente licenziati (art. 18), che i lavoratori possano operare in condizione di flessibilita/precarietà (legge Treu, legge Biagi), che per avere salari più alti debbano lavorare di più senza andare troppo per il sottile; con che faccia di bronzo, quel legislatore può indignarsi per le morti sul lavoro, e con che faccia di bronzo si presenta ai funerali ed esprime cordoglio alle famiglie?

La questione è sempre quella, la questione è quella dei diritti. Un lavoratore che sa di poter godere di una serie di diritti fondamentali (stabilità del posto, un giusto salario, un orario di lavoro esigibile, l’agibilità sindacale) è più cosciente e, in definitiva, è più forte. Pertanto solo una classe lavoratrice più cosciente e più forte è in grado di porre un serio argine alla sequela dei lutti.
Gli ispettori vanno bene ma solo in seconda istanza; prima i diritti.

Ecco perché devono tornare le lotte dei lavoratori, con al centro non questioni trascendentali, o la rivoluzione socialista, semplicemente le questioni tradizionali: contratti, salute, occupazione, riduzione dell’orario, pensioni. Non c’è niente da inventare, occorre fare quello che i lavoratori hanno fatto per decenni e che forse da troppo tempo non fanno più, o in misura minore.
Di chi è la responsabilità? Dei padroni, dei sindacati, dei partiti della sinistra, del Governo….del profitto?
Sarebbe molto interessante se attorno a questa domanda si sviluppasse un sereno ma franco dibattito.
Ne va della nostra vita.