In
Colombia non ci sarà resa.
Nel
corso del programma “Aló Presidente” di domenica 8 giugno,
Chávez si è rivolto alle FARC ed in particolare al nuovo Comandante
del loro Stato Maggiore Centrale, Alfonso Cano, esternando alcune richieste
e prese di posizione a dir poco sconcertanti. (riceviamo da "Associazione
Nazionale Nuova Colombia"). Reds - Luglio 2008
IN COLOMBIA NON CI SARA’ RESA, E ANCOR MENO PACE DEI SEPOLCRI!
Prendendo decisamente le distanze da se stesso, ossia da mesi e mesi di una
politica di riconoscimento dell’insorgenza colombiana come forza belligerante
il cui agire armato è legittimo, e di apprezzabile vigore nella denuncia
del regime narco-mafioso colombiano, il Presidente Chávez ha recentemente
rilasciato alcune dichiarazioni sulla questione colombiana che hanno generato,
rispettivamente, costernazione nel campo rivoluzionario e compiacenza nelle
fila imperialiste ed oligarchiche.
Nel corso del programma “Aló Presidente” di domenica 8
giugno, Chávez si è rivolto alle FARC ed in particolare al nuovo
Comandante del loro Stato Maggiore Centrale, Alfonso Cano, esternando alcune
richieste e prese di posizione a dir poco sconcertanti.
Per maggiori chiarezza e precisione, ne enucleiamo il contenuto e ne dimostriamo
l’infondatezza e l’erroneità, alla luce della storia, del
presente e delle prospettive del processo rivoluzionario colombiano.
DICHIARAZIONI VERSUS REALTA’
1. Chávez ha chiesto di liberare unilateralmente tutti i politici e
militari detenuti in modo incondizionato, e senza alcuna contropartita: “E’
arrivato il momento che le FARC liberino tutti quelli che tengono sulle montagne…”,
aggiungendo che “sarebbe un gran gesto, in cambio di niente”.
Secondo il Presidente venezuelano, per il quale stare in prigionia nella selva
sarebbe molto peggio che trovarsi in un carcere “vero e proprio”,
questa liberazione potrebbe essere il primo passo verso la fine della guerra.
· Tale richiesta è inaccettabile nella misura in cui sollecita
all’insorgenza un gesto unilaterale ed incondizionato. Quando le FARC,
sovranamente, hanno deciso nei mesi scorsi di effettuare liberazioni unilaterali
di prigionieri (come Clara Rojas), hanno poi ricevuto dal governo Uribe ulteriori
ed ennesime dimostrazioni di intransigenza guerrafondaia: solo per citarne
alcune, l’arresto dei messaggeri umanitari che si stavano recando a
consegnare al governo venezuelano prove di sopravvivenza di altri prigionieri,
l’illegale bombardamento in territorio ecuadoriano dell’accampamento
diplomatico di Raúl Reyes (responsabile dei contatti per una trattativa),
con l’assassinio a sangue freddo dello stesso Comandante fariano e di
diversi combattenti e civili, e l’estradizione negli USA del guerrigliero
Iván Vargas (che si aggiunge a quelle precedenti di Simón Trinidad
e Sonia).
Non si dimentichi che in Colombia sono rinchiusi nelle prigioni del regime
circa 500 guerriglieri delle FARC, e che la loro libertà è per
la guerriglia un imperativo morale irrinunciabile. Fare come se non esistessero,
non solo non aiuta a trovare una soluzione al problema, ma allontana drasticamente
ogni possibilità che i detenuti che si trovano nella selva recuperino
la libertà. Chávez , che fino a poche settimane fa era un paladino
dell’accordo umanitario tra le parti, dovrebbe saperlo bene.
Come complemento su questo tema specifico rammentiamo che i prigionieri in
potere delle FARC, seppur nelle condizioni dure e spesso insalubri proprie
delle foreste tropicali umide, ricevono una discreta alimentazione, le cure
mediche possibili e soprattutto un trattamento decoroso. Nelle galere dello
Stato colombiano, in cui il sovraffollamento è cronico, i prigionieri
insorgenti e politici sono spesso torturati, vessati e maltrattati: sono frequenti
i casi in cui vengono gettati in pasto nei bracci dominati dai paramilitari,
o perseguitati senza ricevere alimentazione o assistenza sanitaria di base.
2. Secondo Chávez, l’attuale situazione in America Latina e negli
Stati Uniti “sembrerebbe creare condizioni favorevoli ad un processo
di pace in Colombia”. Il Presidente venezuelano ritiene che un gruppo
di paesi ed organismi internazionali potrebbe dare garanzie reali ad un accordo
di pace tra governo colombiano e guerriglia, “come avvenne in Centramerica”.
· La possibilità che in Colombia si giunga ad una soluzione
politica del conflitto sociale ed armato dipende essenzialmente da due fattori:
il primo, la volontà o meno dell’oligarchia (e quindi del governo
di turno, che ne è espressione istituzionale) di accettare una serie
di riforme che modifichino segmenti sostanziali della struttura socio-economica;
secondo, la maturazione di determinati rapporti di forza sul terreno politico
e militare tra il movimento popolare ed insorgente e le classi dominanti.
Inutile dire che il primo fattore ha, come condicio sine qua non, la maturazione
del secondo in senso favorevole al campo rivoluzionario e democratico.
Inoltre, pur avendo un’importanza di primo piano la congiuntura mondiale
(e principalmente continentale) e il ruolo che potrebbe giocare una non meglio
precisata “comunità internazionale” , tali fattori non
bastano -da soli- a garantire ipotetici accordi. Che poi la situazione negli
USA possa essere propizia ad un accordo di pace in Colombia, è tutto
da dimostrare; ricordiamo, a chi si facesse illusioni su Obama, che il candidato
democratico alla Casa Bianca ha già assicurato che il Plan Colombia
verrà mantenuto e rafforzato senza soluzione di continuità.
Per di più, non possiamo ignorare la differenza tra poteri “transitori”
o delle sovrastrutture (come capi di stato, ministri, parlamentari, governatori,
ecc.) e poteri “permanenti” o delle strutture (come complesso
militare-industrial e, lobby del petrolio, banche, gruppi finanziari, ecc.):
non sono i primi a dettare la linea, e non sono i secondi a subordinarsi agli
umori di un presidente di turno, tanto più se di gringolandia parliamo.
Tra l’altro, non si capisce come l’America Centrale possa rappresentare
un esempio, o peggio ancora un modello cui ispirarsi. In paesi come El Salvador
o Guatemala, la smobilitazione dei movimenti guerriglieri contestualmente
ad accordi di pace coi rispettivi governi non ha prodotto un’ascesa
irresistibile verso una vera pace con giustizia sociale, ma solo alcuni ricami
di facciata ad un tessuto socio-economico e politico che è sempre più
a brandelli. O forse si ha l’ardire di affermare che la “riforma
agraria” pattata tra governo e FMLN sia stata applicata davvero nel
piccolo Salvador? O che la “comunità internazionale” avrebbe
garantito il rispetto della stessa in particolare e degli accordi in generale?
La verità è che oggi in quei paesi continuano ad aumentare degrado
sociale, violenza sistemica e putrefazione politica, così come sperequazione,
concentrazione delle ricchezze, asservimento all’imperialismo e miseria.
Di belle promesse di pacificazione e rispetto dell’opposizione è
lastricata la storia contemporanea colombiana, ma le uniche prove provanti
irrefutabili evidenziano un susseguirsi macabro di innumerevoli stermini per
mano dello Stato colombiano: l’omicidio del leader popolare liberale
Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, eliminazione di migliaia di guerriglieri
liberali smobilitatisi con l’amnistia di Rojas Pinilla nel 1953, l’uccisione
di centinaia di combattenti di diversi gruppi insorgenti (come EPL, M19, Quintin
Lame, ecc.) disarmati da dirigenze disfattiste e/o opportuniste e da accordi-truffa,
nonché il genocidio di un intero partito politico di opposizione, l’Unione
Patriottica, a partire dal 1985. E già, proprio l’UP, che le
FARC avevano lanciato per tentare di canalizzare l’opposizione al regime
liberal-conservator e su un piano legale e democratico- elettorale.
3. Il Presidente Chávez ha anche affermato che “a questo punto
è fuori luogo un movimento guerrigliero armato”, e che “questo
bisogna dirlo alle FARC, ed era quello che volevo dire a Marulanda”.
· E’ contraddittorio sostenere che un movimento guerrigliero
sia “fuori luogo” in un paese in cui ogni forma di opposizione
aperta e legale al regime narco-paramilitare colombiano viene perseguitata,
censurata, minacciata, repressa ed annichilita. Ed è sbagliato anche
alla luce della fase attuale nel continente, in cui le conquiste ottenute
previ successi elettorali progressisti sono minacciate o scardinate da tentativi
golpisti (Venezuela 2002, Bolivia 2008), da piani e manovre militari interventisti
e da martellanti tamburi di guerra (il ripristino della IV Flotta della Marina
militare statunitense) .
Affermare tout court che una forma di lotta come quella guerrigliera è
passata alla storia, o non è più attuale, è tanto semplicistico
e meccanico quanto dire che tale forma di lotta è applicabile in qualunque
contesto o latitudine, indipendentemente dalle condizioni oggettive e soggettive
che li permeano.
Oltre a tener presenti i precedenti storici propri della Colombia, ed enunciati
nel punto 2, va anche rammentato che la storia delle FARC in Colombia è
la storia della creativa e tenace combinazione di tutte le forme di lotta
possibili, nel quadro di un processo di accumulazione di forze in funzione
dell’obiettivo strategico. La lotta guerrigliera è e dev’essere
complementata da altre forme di lotta come gli scioperi, i blocchi stradali,
le occupazioni di terre ed università, la costruzione di potere popolare
locale, ecc., che però a loro volta non hanno sbocco senza la garanzia
(questa sì!) di uno strumento in grado di sorreggerle, farle avanzare
e coordinarle quando lo scontro diventerà generalizzato e l’oligarchia
parassita difenderà disperatamente (come già sta facendo) i
propri privilegi di classe.
4. Chávez ha assicurato che la guerriglia in Colombia fornisce il pretesto
all’imperialismo di “minacciare tutti noi”. “Il giorno
in cui si faccia la pace in Colombia la scusa dell’impero avrà
fine, la principale che hanno che è il terrorismo”.
· Come diversi intellettuali ed esponenti della sinistra antimperialista
-latinoamericani e non- hanno scritto negli ultimi giorni, gli USA ed i loro
alleati non hanno bisogno di pretesti in particolare per aggredire, occupare
e saccheggiare un paese o un popolo. Se non ce li hanno, li creano ad arte.
Sostenere il contrario, equivale a dimenticare le miriadi di montature ed
accuse che l’imperialismo ha rivolto ai propri bersagli, non ultimo
il Venezuela. Dire che le FARC devono smobilitarsi perché altrimenti
Washington può legittimare un eventuale attacco al Venezuela, è
un po’ come pensare che se Chávez fosse compiacente con il governo
Uribe, questi cesserebbe di agire come rampa di lancio delle continue provocazioni,
infiltrazioni di paramilitari e destabilizzazioni varie nei confronti del
popolo venezuelano.
Secondo il Pentagono, se il Venezuela non “appoggia il terrorismo”
stringe comunque “legami tenebrosi con i paesi dell’asse del male”,
e se Chávez non è un “dittatore che chiude arbitrariamente
i mezzi di comunicazione democratici” (come RCTV) è comunque
deprecabile perché vuole “imporre al proprio popolo un modello
castro-comunista” . Ogni pretesto è buono quando si tratta di
bloccare le nazionalizzazioni, le politiche favorevoli al recupero della sovranità
nazionale e popolare, le riforme che mettono in discussione gli interessi
voraci delle transnazionali e i passaggi d’integrazione latinoamericana,
come l’ALBA ad esempio.
IN CONCLUSIONE
Nessuno, nemmeno un leader indiscusso del processo bolivariano in America
Latina e del riscatto dei popoli oppressi dal capitalismo come il Presidente
Chávez, ha il diritto di chiedere all’insorgenza colombiana di
fare gesti incondizionati e sedersi a firmare accordi a qualunque costo. Un’insorgenza
che, come le FARC, sperimenta una crescita costante tanto sul piano militare
come su quello del lavoro di massa, checché ne dicano i mal informati
o i media dell’oligarchia, e che ha come obiettivo strategico non qualche
poltrona in parlamento (lo stesso Congresso colombiano paramilitarizzato)
, ma la trasformazione del paese in senso socialista.
Si illude chi sogna che la guerriglia di Manuel Marulanda si smobiliterà
presto a causa di una pressione militare nemica che produce soltanto vittorie
pirriche, ad uso e consumo della guerra psicologica dell’uribismo. La
scomparsa fisica di tre storici dirigenti fariani come Raúl Reyes,
Iván Ríos e Manuel Marulanda, non intacca la volontà
di lotta, la grande capacità logistica, l’articolata struttura
organizzativa e la crescita qualitativa e quantitativa di un esercito guerrigliero
che non lavora in base ad improvvisazioni ma piani, non delega le sorti della
lotta al singolo comandante (per quanto di altissima importanza sia), e non
si è mai allontanato dall’imprescindibile principio leninista
della direzione collettiva a tutti i livelli ed istanze.
E poi diciamola tutta: se in Colombia le FARC cessassero di combattere senza
quartiere -come fanno quotidianamente e con tenacia- il regime fascista e
paramilitare dei Santos e degli Uribe, questo avrebbe mano libera per concentrare
forze, energie ed aiuti militari del Plan Colombia nella guerra a morte contro
la Rivoluzione Bolivariana. Altro che pace duratura…
Le cause che hanno storicamente generato la sollevazione armata del popolo
colombiano, plasmata in decenni di battaglie nell’esercito guerrigliero
fariano, non solo non sono scomparse, ma si sono addirittura accentuate. Senza
la loro dialettica e materiale rimozione, l’unica pace che è
scritta nel vocabolario delle FARC, e cioè quella che ha come gemella
siamese la giustizia sociale, non è possibile. Ma chi ha a cuore le
sorti del popolo colombiano e della lotta antimperialista su scala mondiale,
può star tranquillo: in Colombia non ci sarà pax romana, e ancor
meno la resa di chi legittimamente combatte uno Stato terrorista ed un regime
mafioso.