Rifondazione
svegliati !!!
La
prospettiva del ritorno al proporzionale, voluto da chi fino a ieri ha difeso
il maggioritario, rappresenta una strada lungo la quale i leaders del PD e FI
puntano a essere i soggetti escusivi della scena polica. I compiti del Prc e
della Sinistra. Di Maurizio Attanasi. Reds - Dicembre 2007
L’italia
della seconda Repubblica, quella che usciva da tangentopoli, sembrava ormai
avviata verso un sistema politico all’americana, basato sul bipolarismo/bipartitismo
tanto amato dai politici nostrani a stelle e strisce e ritenuto la panacea
di tutti i mali.
Anche il PRC aveva calibrato le sue strategie prendendo atto che si andava
in quella direzione.
Per il partito guidato all’epoca da Fausto Bertinotti, con la caduta
del ’96 di Prodi, la successiva vittoria della Casa delle Libertà
e con il sistema politico che si allontanava a furor di popolo dal proporzionale
per tuffarsi in un convinto maggioritario, significava la sicura scomparsa
se fosse rimasto all’angolino a fare la mosca nocchiera.
E allora pian piano, ecco Rifondazione riprendere i fili del discorso con
gli ex alleati, formare coalizioni occasionali (sempre di programma, si diceva),
arrivando alla fine al tavolo dei volenterosi con le discussioni sulla Gad
che diventava poi Unione, cioè alleanza stabile, duratura e di governo
in una eterogenea coalizione che comprendeva dagli ex cossuttiani a Dini,
Mastella e tutto il variegato mondo clericale presente nella Margherita.
Ma il tentativo di praticare la strategia di “partito di lotta e di
governo” ha trasformato il PRC nel più più fido alleato
del Presidente del Consiglio.
Le minaccie di crisi, seguite da puntuali ripensamenti e rientri docili nella
casa del governo hanno rappresentato il teatrino patetico in cui Rifondazione
ha fatto bella mostra della sua azione politica.
Una strategia che ha invece messo in evidenza come i più pericolosi
alleati (per la stabilità del Governo) non sono i comunisti di Giordano
e Bertinotti, ma gli uomini del paludoso centro (Dini, Mastella, Di Pietro)
capaci di allearsi con il centro destra su alcune singole questioni e, loro
sì, capaci di votare contro il governo.
Ma tutti questi giochini tutti finalizzati alla conquista di visibilità
e popolarità di bassa lega stanno mostrando la corda. Perché
con la nascita del Partito Democratico, e il processo avviato nel centro destra
di una operazione analoga, con protagonista Berlusconi, il concretizzarsi
del bipartitismo stà diventando un fatto molto reale e i confronti
incrociati sulla riforma della legge elettorale stanno dando una accellerazione
in questa direzione, con l’obbiettivo non troppo nascosto di estromettere
dalla scena politico-istituzionale chi viene ancora percepito come non affidabile
per un sistema democratico e parlamentare.
È sulla base di queste considerazioni che i rappresentanti delle forze
politiche alla sinistra cosiddetta radicale hanno avviato un percorso definito
della “Cosa Rossa” , vista come unica possibilità per non
essere schiacciati dall’elefante Partito Democratico e nel contempo
occupare lo spazio elettorale che Veltroni e soci hanno lasciato libero nel
momento del matrimonio con Marini, Rutelli e amici.
In questo contesto, è arrivata a metà novembre la doppia bomba
del Cavaliere.
La prima: stanco (dice lui) di subire i continui ricatti degli alleati, piccoli
e grandi, ha lanciato la proposta di sciogliere sciogliere Forza Italia e
di farla confluire in un nuovo soggetto politico che nei suoi intenti dovrebbe
attrarre e contenere le diverse anime del centro destra e dei moderati del
centro sinistra, che vedono il PD troppo spostato a sinistra; il nome, sembra,
sarà “Partito della Libertà” (o qualcosa di simile).
La seconda: l’abbandono del sistema elettorale attuale estremamente
pasticciato, l’archiviazione del maggioritario non più ritenuto
vangelo e simbolo di novità e cambiamento, ma la riproposizione del
buon vecchio proporzionale, con sempre, però, all’orizzonte il
perseguimento del bipartitismo.
L'aver reso di dominio pubblico queste scelte alcuni giorni dopo che la politica
ha vissuto uno dei suoi momenti più topici, vale a dire la difficile
e contrastata votazione al Senato della la finanziaria del governo Prodi,
non è un fatto casuale.
Berlusconi, contando su l’insofferenza di un drappello, che poi si è
sempre più assottigliato, di senatori centristi al limite tra Unione
e Casa delle Libertà, era pressochè convinto che Prodi sarebbe
caduto; ma la spallata, come trionfalmente ha commentato il leader della coalizione
dell’Unione, non c’è stata e l’Unione sembrerebbe
più forte di prima.
Diciamo “sembrerebbe” perché nei fatti è pesato
come un macigno il discorso al senato di Lamberto Dini, che senza troppe perifrasi
ha fatto intendere che per il futuro si ritiene libero da impegni di coalizione,
che il governo Prodi ha cessato la sua funzione, che sono necessari nuovi
governi per il paese che annaspa e che, dulcis in fundo, vedrebbe bene un
governo istituzionale guidato ad esempio dal presidente del senato.
Lamberto Dini, già esponente di Banca d’Italia, ministro con
Berlusconi e poi presidente “tecnico” del consiglio di transizione
tra il primo governo Berlusconi e il primo governo Prodi, fine conoscitore
del mondo politico di centro destra e centro sinistra, non controlla un gran
numero di sostenitori in senato (forse 5/6 oltre lui stesso) ma è un
punto di riferimento importante dell’estamblishiment capitalistico e
ha teso a rendere più esplicita questa sua funzione dando vita a un
nuovo gruppo politico autonomo: i Liberal Democratici (“LD” che
non sta per Lista Dini, movimento disciolto nei democratici poi margherita
o Lamberto Dini) .
Se questo è lo scenario dell’attuale fase politica, quali potrebbero
essere le conseguenze per le strategie e le scelte tattiche del Prc?
L’avvento di una legge elettorale proporzionale non può che essere
salutato positivamente, al di là di chi lo appoggerà o di chi
l’abbia proposto e delle motivazioni che sono alla base di questo passaggio.
In passato, quando la Casa delle Libertà stava lavorando sulla nuova
legge elettorale (quella che sarebbe poi diventata la legge Calderoli), il
Prc, da sempre proporzionalista, ebbe il “coraggio” di sollevare
dubbi, arrivando a parlare di minacce alla democrazia e, di fatto, a schierarsi
per la difesa del sistema maggioritario.
Pensiamo che questa volta sia proprio il caso di sostenere “senza se
e senza ma” la proposta proporzionalista, che pure al momento è
oggettivamente molto vaga e contraddittoria.
Si parla di sistema alla tedesca, ma, nello stesso tempo non si esclude il
sistema spagnolo; altri, rivendicando l’originalità del genio
italico, pensano che il politico-legislatore del Bel Paese sarà in
grado di elaborare una legge ad hoc, capace di recepire il meglio dei due
sistemi con innovative trovate tricolori.
E’ vero che, nell’elaborare il testo sulla legge elettorale, su
pressione dei vari alleati presenti al momento in entrambi gli schieramenti,
si potrebbero aggiungere postille e codicilli molto pericolosi e che, in qualche
modo, attenuano la portata del proporzionale (dalla soglia di sbarramento,
alla sfiducia costruttiva, ai vincoli di coalizione), ma proprio per questo
motivo occorre non abbassare la guardia e cercare di fare in modo che la legge
che dovrebbe essere approvata consenta una maggiore rappresentativa della
volontà popolare e permetta l’espressione di posizioni e idee
non allineati al pensiero unico dominante filocapitalista e filoliberista
presenti sia nella CdL che nell’Unione.
Non ci dobbiamo nascondere che il PD e Berlusconi oggi vogliono il propozionale
come fatto assolutamente transitorio e strumentale e che dovrebbe servire,
in questa fase, a misurare il peso reale del consenso alle nuove formazioni
politiche che si vanno formando, e in prospettiva, con il gioco degli sbarramenti
e della riduzione del numero dei parlamentari, a ridurre il numero dei partiti,
specialmente quelli che hanno dimostrato di avere un forte potere di condizionamento
sulle scelte politiche dei governi.
Sembrerebbe che chi oggi propone un sistema elettorale più democratico,
lo faccia in realtà per esercitare poi, una volta al potere, una sorta
di dittaura, azzerando l’esistenza dell’opposizione nelle istituzioni.
Ciò detto, è innegabile che lo spiraglio aperto da Berlusconi
e Veltroni, in tema di riforma elettorale, permetterebbe a Rifondazione e
all’area alla sinistra del PD di dare una migliore e più coerente
rappresentanza a quel settore di popolo che fino a oggi ha sotenuto suo malgrado
il governo Prodi come fattore meno peggiore rispetto le possibili alternative.
Si creerebbero le condizioni per il Prc di smarcarsi dall’abbraccio
soffocante stretto con Prodi e i sui alleati, in quel progetto (l’Unione)
che, abbiamo toccato con mano, non ha nulla di alternativo, di comunista,
ma nemmeno di sinistra; e che ha scritto una delle pagine più grigie
della storia del Partito della Rifondazione Comunista, costretto ad appoggiare
e a difendere di fronte alla propria base sociale, scelte sbagliate, e a spacciare
per vittorie quelle che sono state autentiche e dolorose sconfitte, schiacciato
tra un settore di stampa che strumentalmente ha raccontato i cosiddetti successi
della sinistra radicale o estrema e l’altro che ha messo in luce i successi
di sostanza per la classe dominante, accontentata in tutti i suoi desideri
(precarietà, flessibilità, scuola privata, sanità privata,
riduzione di fatto degli stipendi, sudditanza al vaticano).
È auspicabile che il ritorno di un più forte proporzionale spinga
i compagni di Rifondazione e non solo, ad affermare senza compromessi la propria
identità e la propria missione nella storia, anticipando così
le vuote dichiarazioni di Veltroni, Rutelli e i loro accoliti, sulle alleanze
future, e i discorsi campati per aria del Cavaliere sulla “Grande Coalizione”,
mettendo fuori gioco i vari Prodi, Dini e Mastella e rivendicando la necessità
di una politica veramente alternativa e di percorsi diversi, per tentare quella
scalata al cielo, tentata novanta anni fa e conclusasi tragicamente, e costruire
quel mondo possibile indicato a Genova nel 2001 e rimasto in quelle strade
e in quelle piazze.