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MASCHERE E PUGNALI POL POT VIVETroppo facile brindare per l'ennesima fine di Pol Pot, ricordando le montagne di teschi umani prodotte su scala industriale dal terrore di stato nella sua variante cambogiana; lo stanno facendo in troppi e non senza ipocrisia dato che, sulle stesse pagine e dagli stessi schermi, continuano a giocare con altri orrori a noi più vicini, compiuti in nome della pace, della civiltà e della democrazia. Combattuti tra il credere o meno alla notizia tante volte annunciata, i paragoni si sprecano: Hitler, Stalin, Mao... ma nessuno vuole andare oltre, preferendo nascondersi dietro il mito rassicurante della "nostra" ragionevolezza ed indiscussa umanità. Pol Pot ha solo portato alle estreme conseguenze la logica micidiale per cui il fine del dominio giustifica ogni violenza, rimandone egli stesso prigioniero tanto da sterminare per sospetto tradimento, oltre che il partito Khmer, pure la moglie e gli otto figli. Attirato e sprofondato in questa allucinata spirale di morte, che ha visto lo sterminio di massa dei "controrivoluzionari" (da 800.000 a 2 milioni, secondo una controversa quanto macabra contabilità), Pol Pot ha dimostrato in modo emblematico di come il potere, atterrito dallo spettro della sua negazione, possa divorare la società e persino se stesso. Scriveva già Rica di Luigi XIV: "Si dice che mentre faceva la guerra ai suoi vicini, che si erano uniti in lega contro di lui, era circondato nel suo regno da innumerevoli nemici. Si aggiunge che li ha cercati per più di trent'anni e non ne ha potuto trovare uno solo (...) Questi nemici vivono con lui: sono alla sua corte, nella sua capitale, nel suo esercito, nei suoi tribunali, e tuttavia si dice che avrà il dolore di morire senza averli trovati. Si direbbe che esistono in generale, ma non come individui...". Due secoli dopo, il Terrore è parte della società dello spettacolo. E viceversa. K.
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