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Da "Umanità Nova" n. 23 del 28/6/98

Borse: il gioco perverso

Una nuova ondata speculativa si è abbattuta sui mercati finanziari, come già era accaduto alla fine dello scorso ottobre ed alla fine dello scorso aprile. In entrambi i casi precedenti l'innesco della crisi era partita dalle economie in crisi dell'Estremo Oriente: Hong Kong, Corea del Sud, Indonesia, Tailandia, Malesia. Questa volta il manifestarsi della crisi ha cominciato ad avvertirsi intorno ai gravissimi problemi dell'economia giapponese ed alla conseguente caduta dello yen sui mercati valutari, con il corollario inevitabile di una profonda svalutazione di tutte le monete dell'area ed il terrore di una crescente competitività delle loro merci a buon mercato capaci di sommergere i mercati forti del Nord e dell'Ovest del mondo. Per “facilitare” ancora di più la situazione sono intervenuti elementi nuovi:

- la tensione crescente nei rapporti India-Pakistan conseguente ai rispettivi esperimenti nucleari, come risvolto e prova generale di uno scontro potenziale ancora più terribile tra i due giganti asiatici (Cina e India), capace di destabilizzare tutta l'area e far saltare gli esili equilibri residui;

- l'approfondirsi della crisi interna del Giappone, gli inequivocabili segnali di una recessione auto-avvitantesi, l'inadeguatezza della classe dirigente nel farvi fronte e la massiccia svalorizzazione del capitale in questa area (si calcola che il sistema bancario valga il 20% del suo valore del 1990);

- la caduta dello yen oltre le soglie di sicurezza stimate (-20% in poco meno di 3 mesi), al punto da far intravedere a Blair il pericolo di una recessione profonda, a livello di anni ‘30.

- la crisi indonesiana, che sembra essersi risolta senza bagno di sangue solo per l'abdicazione di potere della famiglia Suharto, non certo la sua uscita di scena definitiva, né la restituzione dei beni rubati alla nazione in oltre 30 anni di regime e la rinuncia alla mastodontica presenza nelle leve di comando della struttura economica;

- la crisi della Russia, con scioperi durissimi dei minatori, salari in arretrato da mesi, difficoltà a far funzionare la macchina statale e fiscale, blocco del processo di privatizzazione, sia per la resistenza delle mafie interne, che per la crisi di sfiducia internazionale sull'affidabilità della situazione politica nel lungo termine;

- la crisi del Sudafrica e del rand, in vista di una transizione difficile al dopo-Mandela, con una crisi di consenso dell'Anc e la possibilità di un governo di transizione Anc-Inkata per garantire la governabilità di qui a un anno;

- infine, come causa e conseguenza di tutto questo, la crisi di fiducia rispetto a tutti i paesi emergenti ad alto indebitamento, Messico, Brasile, Argentina in testa.

Era evidente che l'accumularsi della tensione non poteva restare privo di conseguenze. In un primo tempo gli Usa hanno lasciato agire i “meccanismi di mercato”, dichiarando di voler lasciare lo yen al suo destino. In un secondo tempo hanno fatto una rapida marcia indietro, la Federal Reserve ha cominciato un intervento di sostegno sulla divisa nipponica ed i mercati hanno capito l'antifona, puntando alla stabilizzazione ed al rasserenamento. Nel giro di un pomeriggio si è così recuperato gran parte dello storno dei giorni precedenti.
Il quadro d'insieme a livello internazionale che abbiamo provato a descrivere ha provocato una forte caduta dei corsi azionari anche per la borsa italiana, che anzi ha amplificato le spinte di ripiegamento anche con fattori propri interni. Hanno pesato nell'ordine:

- il ritorno dell'instabilità politica, con il fallimento di D'Alema nel portare a buon fine la bicamerale ed il progetto di riforma istituzionale, nonché le tensioni interne alla maggioranza legate ai nodi della concertazione, degli interventi sull'occupazione e la fase post-convergenza europea;

- il notevole volume di collocamenti ed aumenti di capitale in agenda a giugno (Beghelli, Buffetti, Snia Bpd e soprattutto Eni 4), che dreneranno liquidità per oltre 12.000 miliardi;

- la crisi di management che ha investito Telecom, con lo scontro Rossignolo-Gamberale, la definitiva archiviazione dei programmi Fido e Socrate e la presa d'atto finale dello sperpero ormai irrecuperabile di svariate migliaia di miliardi;

- l'incertezza che continua a circondare l'avvio della tassazione sul capital gain, con risparmiatori assai confusi sulle alternative possibili, le banche impreparate ad affrontare le innovazioni e il panico incombente di vedere molti piccoli azionisti disfarsi dei propri portafogli a ridosso del nuovo regime fiscale, in modo da evitare un nuovo balzello tributario.

Alla fine è possibile che l'ennesima tempesta passi senza lasciare traccia, tuttavia qualche dubbio è lecito. L'andamento dei tassi nella seconda parte dell'anno potrebbe essere in rialzo e quindi non più favorevole al volo senza freni delle borse degli scorsi anni. La crisi del Giappone potrebbe essere in procinto di allargarsi, anziché di risolversi. La fuga verso la qualità degli investimenti, che ha sostenuto i listini europei e americani, potrebbe interrompersi e la gente potrebbe decidere di tenere i propri soldi sempre più liquidi, oppure di tornare ad investirli nel mattone, come molti segnali, non solo in Italia, sembrano preannunciare. L'inflazione è sempre in agguato e potrebbe ritornare di gran carriera, magari innestata da un rialzo improvviso del prezzo delle materie prime, dopo anni di continui cali: il prezzo del petrolio, ad esempio, sembra aver superato ormai il suo punto di minimo ed essere tornato a salire.

Il tran-tran della borsa ha un aspetto bifronte: speculazione e guadagno per un verso, licenziamenti e miseria per l'altro. E' un gioco infernale, soprattutto se lo valutiamo su scala globalizzata e pensiamo al Chiapas, all'Indonesia, alla Corea. E' un gioco a cui molti si sono già stufati di giocare...

Renato Strumia



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