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Da "Umanità Nova" n. 28 del 27/9/98

Lega contro Liga
Chi di nazionalismo ferisce

L'ormai avviata secessione del partito leghista ha colto di sorpresa molti, non certo i lettori di questo giornale. Paradossalmente, fin dal maggio '97 ossia nei giorni dell'assalto degli otto "Serenissimi" a Venezia, solo due testate - il New York Times e, appunto, UN - avevano ipotizzato che "lo sbarco e l'occupazione in armi del campanile di S.Marco col loro valore altamente simbolico, alla vigilia delle celebrazioni a 200 anni dalla caduta della Serenissima, dovessero essere l'esordio clamoroso di una nuova formazione politica indipendentista, erede della Liga Veneta ma in contrapposizione alla Lega Nord di Bossi, con un'azione che attraverso i media doveva raggiungere, piuttosto che il villaggio Globale dell'informazione, anche l'ultimo bar della provincia veneta dove si forma e si afferma il "pensiero leghista".

Quel sospetto oggi diviene quasi certezza e si può dire che senza tale sospetto oggi i "rifondatori" della Liga Veneta non potrebbero pensare di ribellarsi alla direzione politica della Lega Nord; infatti proprio quell'impresa, ha permesso il costituirsi nell'immaginario collettivo veneto di un'identità tanto forte da contrapporsi a quella fortemente carismatica e (nazional)popolare di Bossi, confermando peraltro la validità dell'intuizione di J.Baudrillard secondo cui "la rivoluzione sarà simbolica o non sarà".

Infatti, appena tutte le contrapposizioni politiche interne alla Lega Nord sono giunte ad un punto di non ritorno, sono tornati in scena proprio loro del Campanile, quelli del sedicente Veneto Serenissimo Governo (oggi "movimento d'opinione politica e culturale" legalmente registrato), rivolgendo un appello "ai militanti e ai dirigenti della Liga, e a tutti i veneti per "chiudere definitivamente con la Lega Nord e con Bossi, con la fantomatica Padania e con l'assurda secessione del Nord" e dare vita insieme ad un "partito dei veneti, al partito della nostra comune Patria veneta, che vogliamo libera e confederata all'Italia" (Da un'intervista a Fausto Faccia, capo del "commando" venetista, su Il Gazzettino del 19 settembre '98).

In questo modo, il prossimo 10 ottobre al previsto congresso regionale veneto, contemporaneo a quello nazionale della Lega Nord, il deposto segretario Comencini e i suoi fedelissimi potranno sancire la rottura con il partito di Bossi e la rinascita della Liga Veneta, ufficialmente rimasta solo una sigla dopo la sua confluenza nella Lega Nord avvenuta dieci anni fa, forti non solo di un buon 30% di consensi elettorali in Veneto e di una buona organizzazione militante, ma anche della bandiera della Serenissima sventolata sul blindato artigianale allora impiegato in piazza S.Marco.

Detto questo, la rottura tra le due fazioni, lombarda e veneta, della lega Nord appare come il risultato di diversi fattori, tra i quali la diversa identità nazionale è soprattutto un pretesto da dare in pasto alla dabbenaggine dei disorientati militanti che, in occasione della rituale adunata a Venezia del 13 settembre, hanno rispettivamente fatto a gara nell'agitare bandiere col sole celtico e vessilli del "Leon".

Ben altre sono invece le questioni all'origine della crisi: pesa la lotta per l'egemonia interna tra gruppi di potere ugualmente autoritari, fattasi ancor più acuta dopo il ripiegamento elettorale registrato nell'ultimo anno; contano i diversi interessi economici rappresentati e le divergenze tattiche sulle alleanze: si fanno sentire il montante malumore di una base delusa e la pressione degli "estremisti" che non hanno digerito l'abbandono del secessionismo, mentre ancora brucia il fallimento del Sindacato Padano; ma forse la contraddizione più devastante è da ricercarsi proprio nella natura stessa della Lega Nord, infatti quella che doveva essere l'alternativa, nata dalle ceneri della partitocrazia e di Tangentopoli, si è andata rivelando una specie di mostro di Frankestain in cui sono assemblate le peggiori caratteristiche dei peggiori partiti.

Esemplare in questo senso la vicenda della "camicie verdi" organizzate nella Guardia nazionale Padana, che in queste settimane si stanno muovendo come autentica polizia politica, chiudendo le sedi dei "traditori", minacciando e schedando gli iscritti dissidenti, esattamente con i metodi da sempre usati dagli sbirri fascisti o stalinisti.

A fronte di tale smascheramento, viene da chiedersi se qualche leghista comincerà ad aprire gli occhi; ma intanto uniamo il nostro sorriso a quello degli immigrati.

Corrispondenza da Venezia, 21 settembre 1998



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