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Da "Umanità Nova" n. 30 del 11/10/98

Kosovo: "ingerenze umanitarie"
Venti di Guerra

Quando il papa comincia a lanciare appelli a favore della cosiddetta ingerenza umanitaria nel Kosovo c'è da preoccuparsi seriamente. Le parole pronunciate da Wojtyla in Croazia riecheggiano infatti quelle profferite poco prima dell'intervento militare in Bosnia che impose la pacificazione funzionale agli interessi dei vari imperialismi. E per inciso, ricordando il ruolo attivo avuto dal Vaticano nell'opera di disgregazione della Jugoslavia, che ha dato vita ad una serie di guerre particolarmente infami, viene da ridere a pensare all'impegno giubilare di riconoscere le proprie mancanze...passate (molto passate).

L'opera di riassetto dell'area balcanica va dunque avanti. La NATO sta scaldando i motori dei suoi super aviogetti perché, come dice Solana, il segretario generale dell'alleanza atlantica, "il tempo é ormai scaduto". E la minaccia deve essere tanto grave se Eltsin ha deciso di inviare improvvisamente ben due ministri a Belgrado per colloquiare con Milosevic e soprattutto dargli un segnale forte di amicizia e di sostegno politico. In effetti i due leaders hanno di che essere preoccupati.

Milosevic per essere diventato (anche con il suo volenteroso concorso) il capro espiatorio del processo sanguinoso di ridefinizione dei confini balcanici, verso il cui regime si scatenano attacchi impensabili per altri paesi (basti pensare all'oppressione turca sui curdi o a quella israeliana sui palestinesi). Eltsin per il ruolo sempre più decisionista ed aggressivo della NATO che, sganciandosi dalle decisioni dell'ONU, vanifica di fatto la volontà russa, e quindi la sua potenza, in seno al Consiglio di Sicurezza. Non solo: trasformando (anche formalmente) il suo carattere di alleanza da difensiva ad offensiva, la NATO viene di fatto percepita dalla Russia come una minaccia diretta e crescente dopo che paesi dell'ex Patto di Varsavia, se non addirittura dell'ex URSS (vedi l'Ucraina) sono stati inglobati (o sono in procinto di esserlo) in essa. L'attacco NATO, fortemente voluto dagli angloamericani, si sta quindi profilando all'orizzonte, o perlomeno viene agitato come unica soluzione possibile per ridimensionare duramente la Serbia, prendendo a pretesto la situazione del Kosovo. D'altronde la "retrovia" albanese é stata normalizzata anche per questo, liquidando il governo legittimo di Fatos Nano, colpevole di essere semplicemente a rimorchio della lotta indipendentista degli albanesi kosovari contrariamente a quel Sali Berisha che proprio sulla lotta armata dell'UCK ha giocato le sue carte per riprendersi ampi spazi di movimento. Così un responsabile del grandioso saccheggio nei confronti del popolo albanese operato grazie al fallimento delle piramidi finanziarie, per il cui allontanamento c'è voluta un'insurrezione popolare, si ritrova omaggiato dalla comunità internazionale per la spallata, a suon di lanciagranate, rivolta contro Nano. Quel Nano che aveva avuto la colpa di pensare di favorire le imprese greche, inglesi e tedesche nella costruzione del cosiddetto corridoio balcanico - la grande arteria che unirà il Mar Nero all'Adriatico passando per la Grecia - urtando così gli interessi di italiani e americani interessati invece ad un percorso che privilegi Bulgaria e Macedonia per sbucare infine in Albania

La sostituzione di Nano con Majko, già leader dei movimenti democratici studenteschi del 1990, per il momento non garantisce un'inversione di tendenza su questo piano, in considerazione della fedeltà più volte proclamata da Majko nei confronti di Nano.

Mentre sul versante dell'attacco alla Serbia il giovane capo del governo di Tirana ha immediatamente fatto capire di essere in sintonia con le volontà della NATO dichiarando di voler rispondere alle stragi addossate alle forze di sicurezza serbe, all'origine della nuova fase di crisi. Questa accelerazione disturba la diplomazia italiana, assai poco turbata dalle vicende kosovare, ma ben più interessata a sostenere la penetrazione economica del capitale nazionale, in Albania, in Croazia, nella stessa Serbia e che preferirebbe una situazione di stabilità senza quelle pericolose ingerenze militari angloamericane che supportano poi di fatto concorrenzialità produttive e finanziarie. Non a caso da parte di Prodi e di Dini sono aumentate le pressioni su Milosevic affinché riconosca i diritti dell'etnia albanese kosovara .

Intanto nessuna pressione viene effettuata sulle milizie albanesi. La cosa ovviamente non ci sorprende, come non ci sorprende il silenzio che circonda il destino di 40.000 serbi cacciati a forza dalle loro case, come pure le numerose stragi che hanno avuto come obiettivo civili serbi e albanesi jugoslavi. Ci sono delle morti che contano ovviamente di più e che sono funzionali alle strategie imperialiste.

Per noi che continuiamo a ritenere il nazionalismo uno strumento di oppressione dei popoli, le vittime della violenza del potere sono tutte eguali. Così come non possiamo tacere di fronte alle pratiche di pulizia etnica e di terra bruciata messa in atto dalle forze di sicurezza serbe, altrettanto facciamo nei confronti degli assassinii in nome della Grande Albania.

Solo l'unione degli sfruttati serbi ed albanesi può rappresentare la via d'uscita dai massacri del nazionalismo: é questa una strada lunga e sicuramente difficile ma che possiamo contribuire a costruire denunciando, sabotando ed impedendo le iniziative belliciste delle forze armate della NATO nella regione.

M.V.



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