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Da "Umanità Nova" n. 35 del 15/11/98

CronacAnarchica

Imola: presidio antimilitarista
In occasione della festa delle forze armate gli anarchici imolesi hanno tenuto un presidio e distribuito un volantino di cui riportiamo il testo:

"4 novembre 1998
Oggi lo stato italiano celebra, per l'ottantesimo anno consecutivo, la "Festa delle Forze Armate", nell'anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale che la retorica nazionalista chiama a tutt'oggi "vittoria".
Solo qualche settimana fa, nel giro di pochi giorni, l'Italia si è trovata sull'orlo di una guerra contro la Jugoslavia di Milosevic.
Due avvenimenti così lontani hanno in realtà legami profondi ma solidi nella loro tragicità. La Prima Guerra Mondiale, immensa carneficina voluta dagli stati e dai poteri economici in concorrenza per il dominio sul mondo intero, regalò morte, distruzione, miseria quanto mai si era visto prima, minando anche le speranze di chi, le classi popolari, nella guerra era stato costretto a combattere spesso perdendo tutto: le rivoluzioni che vedono la luce nel lungo dopoguerra vengono schiacciate dalla reazione totalitaria dei fascismi o soccombono all'attacco dello stalinismo.
Di fronte a tanta tragedia, voluta dai governanti dei paesi in guerra, non è possibile parlare di vittoria, tantomeno di festa: gli unici gesti onorevoli che pensiamo debbano essere ricordati sono quelli di chi disertò la guerra e cercò di contrastarla sia attraverso un antimilitarismo coerente sia in migliaia di piccoli gesti di insubordinazione spesso pagati con la fucilazione.
A tanti anni di distanza sembra che i lutti di ieri non abbiano insegnato nulla: più grande ancora è la diffusione di armi su tutto il pianeta, più florida e redditizia la loro fabbricazione e commercio, immensamente più grande il potenziale distruttivo. Non solo: la guerra ormai, diluitasi in decine di conflitti cronici, è ormai ovunque: senza spazio e senza tempo, non risparmia nessuno. Anche in Italia assistiamo ad una crescente militarizzazione del territorio, con l'utilizzazione dell'esercito in funzioni di ordine pubblico in tutto il Sud, o nella creazione della nuova Cortina di ferro dell'Europa di Schengen contro gli immigrati, vittime di guerre che continuiamo direttamente a fomentare attraverso il costante terrorismo economico delle nazioni ricche e la produzione ed il commercio di armi ai paesi del Sud del mondo. L'aumento delle spese militari, la professionalizzazione dell'esercito che va sotto il nome di Nuovo modello di difesa e persino la riforma dell'obiezione di coscienza con la prossima creazione del Servizio Civile Nazionale, complementare a quello militare, vanno nella stessa direzione: quella di Forze Armate aggressive, proiettate a difesa degli interessi economici e politici dei potenti del mondo occidentale: non, come ci vogliono far bere, "efficienti forze di intervento umanitario" al servizio della giustizia nel mondo. Le missioni "di pace", dalla Guerra del Golfo, alla Somalia, alla Ex-Jugoslavia, all'Albania, stanno a dimostrarlo con i loro orrori di parte "umanitaria", per quanto si voglia nasconderli, con il fallimento - ma poteva essere altrimenti? - dell'obiettivo di creare pace e giustizia, con la costruzione di "paci" fondate sul riconoscimento dello sterminio e dell'ingiustizia.
Il terrorismo di chi pratica l'oppressione come costante politica trova la risposta nel terrorismo - nell'ultimo caso in ordine di tempo fortunatamente virtuale - di chi risponde sullo stesso piano dopo aver contribuito a creare e mantenere i fantasmi che ora dice di voler combattere: è successo con Saddam, con Berisha, ed ora con Milosevic: che aiuto è stato dato a chi in Serbia combatteva il regime da posizioni antimilitariste o da chi praticava la disobbedienza civile in Kosovo prima che la situazione precipitasse? Non può essere altrimenti: le logiche di potenza degli stati funzionano così, ed è illusorio aspettarsi dagli eserciti che pongano fine all'ingiustizia, o dalla guerra che porti la pace, se non quella dei cimiteri.
Il militarismo corrode a fondo la società diffondendo il cancro della sottomissione e dell'obbedienza a chi detiene il potere, del nazionalismo e del razzismo. Converte le persone in numeri, carne da macello senza i più elementari diritti. Nelle giornate di ansia che sembravano preludere all'attacco della NATO contro la Jugoslavia, chi di noi ha avuto la possibilità di decidere, o solamente di discutere collettivamente, se era d'accordo o meno con l'entrata in guerra? Forse i dibattiti televisivi sostituiscono la nostra dignità di esseri liberi?
Noi non pensiamo di avere soluzioni pronte, semplici, immediate: la complessità dei meccanismi dell'oppressione e delle guerre non ha soluzioni miracolose, come vogliono farci credere i profeti dell'intervento militare. Ma di una cosa siamo profondamente convinti: che l'unica possibilità concreta per contrastare la guerra e l'ingiustizia sia quella della disobbedienza, della non collaborazione con chi prepara e combatte le guerre: disobbedienza nei confronti dell'esercito, delle spese militari, della produzione e del commercio di armi, diserzione dalla cultura della guerra che sprizza a piene mani dai giornali e dalla televisione, sempre pronti ad allinearsi alla retorica militarista del potere. Se cominciamo a decidere in prima persona sulla nostra vita, a non delegare le scelte politiche ai signori del Palazzo, ci accorgeremo che le nostre opportunità di disobbedienza civile sono molto ampie. Solo se agiamo per trasformare la società, solo se saremo capaci di contrastare gli eserciti, il potere politico statale e quello economico capitalista potremo garantirci contro le barbarie della guerra."



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