unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n.15 del 2 maggio 1999

Un primo maggio di guerra

Ipocrisia e retorica la fanno da padroni, in questo drammatico Primo Maggio di guerra. L’ipocrisia di chi vuol mascherare il proprio contributo attivo alla demolizione della Jugoslavia dietro la mobilitazione di piazza dei propri militanti (PDS, Verdi, Comunisti italiani). La retorica di chi si fa sostenitore di un umanitarismo fasullo che ha l’unico sbocco di incrementare lo sforzo bellico (e quindi il numero delle vittime, presenti e future).

Ipocrisia e retorica tentano di occultare un fatto evidentissimo: la guerra in atto è funzionale alla modifica degli assetti imposti alla fine della seconda guerra mondiale dalle potenze vincitrici, al ridisegnarsi delle aree di influenza, alla consacrazione della leadership all’interno del primo mondo.

Già la caduta del muro di Berlino aveva segnato una tappa fondamentale in questa direzione: la conclusione della guerra ‘fredda’ aveva sancito la resa del totalitarismo burocratico a capitalismo di Stato di fronte all’aggressività dinamica dei meccanismi economici dell’occidente industrializzato basati su un sostegno reciproco tra grande capitale e Stato. L'allargarsi della sfera d’influenza occidentale divenne tangibile con la secessione della Cecoslovacchia, la riunificazione tedesca, il progressivo disgregarsi dell’Unione Sovietica, l’inizio delle guerre di secessione in Yugoslavia. Intere aree dell’Europa orientale sono entrate di fatto nel sistema monetario prima tedesco, poi dell’euro; sono diventate cioè colonia economica, zone ad alta produttività e a basso reddito, sottoposte a ricatto occupazionale e prive di qualsivoglia diritto. Migliaia sono già le imprese italiane operanti a Est, sicuramente altrettante saranno quelle tedesche, francesi, ecc.

L’ingresso nella NATO di Ungheria, Cechia e Polonia, le missioni militari operanti in Albania, Croazia ed in altri paesi dell’area hanno sancito lo spostamento della linea di frontiera del ‘pensiero unico’. La Jugoslavia, paese leader del Movimento dei non allineati ai tempi della contrapposizione dei due blocchi , è quella che ha pagato di più - e forse proprio per questo - per tale spostamento. Le diversità culturali ed etniche divennero allora barriere insormontabili, dietro la spinta convergente delle cricche di potere interne prontamente riciclatesi sul versante nazionalista e soprattutto dietro la spinta dei potentati economici e di quelli culturali (il Vaticano) dell’ovest.

Chi oggi blatera contro il nazionalismo e l’etnocentrismo del serbo Milosevic dimentica di aver spinto il piede sull’acceleratore del conflitto etnico per poter smembrare il paese. Chi solo l’anno scorso ha beatificato un fiancheggiatore dei criminali di guerra ustascia, come il cardinale Stepinac, nei loro massacri antiserbi, non può atteggiarsi a mediatore al di sopra delle parti.

La guerra di secessione yugoslava è lungi dall’essere conclusa. Potrà esserci una tregua, una sospensione tattica, ma il lavoro da compiere è ancora molto. La formazione di microstati su base etnica è appena avviata così come è appena avviata la grande truffa del nazionalismo odierno: il sentirsi cioè padroni del proprio destino in un territorio che ha destino solo in quanto subalterno alle volontà dei padroni del mondo. Volontà che fanno carta straccia di trattati, di accordi, di proclami, di carte costituzionali; volontà che manovrano a piacimento tra principii e fatti, sviluppando crociate e guerre ‘giuste’ secondo la convenienza; volontà che utilizzano tutti i mezzi, dalla propaganda ideologica alla deformazione della realtà , dalle armi ‘intelligenti’ ai soccorsi ‘umanitari’, con il solo unico scopo di dilatare il proprio potere.

Per chi non ha ancora consegnato il cervello all’ammasso gli esempi non mancano: dalla condizione dei curdi ai conflitti su base nazionale nel cuore della vecchia Europa (dai sud-tirolesi ai corsi, dai baschi ai nord-irlandesi , ecc.), per non parlare dei palestinesi, di Timor-Est, dell’America Latina ed in genere di tutte quelle popolazioni che, vittime del sistema di sfruttamento coloniale, hanno visto i loro territori divisi e sezionati in base agli interessi dei paesi invasori: sempre e ovunque il ‘diritto internazionale’, i ‘proclami umanitari’, sono stati piegati ad uso e consumo degli interessi del più forte, del più ricco, del più potente.

I bisogni dei popoli non ricadono negli interessi strategici di lor signori: la conferma ci viene quotidianamente data dal trattamento riservato su ogni suolo nazionale ai settori più deboli, più poveri, più emarginati. L’enorme quantitativo di risorse destinate agli strumenti di morte e sottratte al soddisfacimento dei bisogni parla da solo sulla sensibilità sociale nei ‘nostri’ governanti. E se tale sensibilità non la riscontriamo su di noi come possiamo pensare di trovarla nei confronti degli altri, delle popolazioni balcaniche in questo caso? Sarebbe bastato destinare una parte minima dei fondi utilizzati in questa guerra alle popolazioni serbe e albanesi-kosovare per innalzare immediatamente il loro standard di vita, e soffocare il virus nazionalista che si alimenta di differenze economiche e sociali. Non è stato fatto così nei confronti dei sudtirolesi in Italia? Ma sarebbe stato troppo semplice e soprattutto non confacente alle strategie in atto.

Primo Maggio di guerra, allora.

Nelle piazze udiremo ancora le ipocrite affermazioni di chi, al governo, in parlamento, nei sindacati di Stato, continua a giustificare l’intervento militare come misura necessaria per la pace. La pace degli imperatori romani, la pace imposta al vinto. Udiremo e leggeremo ancora la pietosa bugia di una guerra scatenata per salvare le vittime di un’oppressione etnica e che ora va condotta fino in fondo, a terra, per conferire ‘umanità’ agli invasori, come desiderano i Sofri ed i Cohn Bendit di turno. Vedremo l’osceno agitarsi dei pacifisti di una volta e dei contestatori di un tempo ormai remoto nel chiedere sempre più bombe , sempre più sangue. Perché questo è la guerra.

L’impegno che ci aspetta è enorme. Fare chiarezza sulla realtà degli interessi in gioco nei Balcani e rompere il muro della disinformazione, della mistificazione, dell’ipocrisia è assolutamente fondamentale per costruire forme di dissenso significativo, momenti di mobilitazione di piazza, scioperi.

La sensibilità antimilitarista anarchica si è subito manifestata all’indomani dell’inizio della guerra di secessione yugoslava nel 1991. Solidarietà ai disertori, convegni e manifestazioni, si sono succedute. I nostri giornali hanno seguito e a volte hanno preceduto gli avvenimenti. Molti compagni si sono recati in quelle terre, in Croazia, in Bosnia, nel Kosovo, a portare solidarietà umana e a testimoniare internazionalismo, ben prima che le trombe del regime pontificassero sull’intervento armato. Una nave porta containers, riempita dal sindacalismo libertario e dagli anarchici di vari paesi d’Europa, ha portato ai minatori della Tuzla multietnica un segnale della solidarietà di classe.

Quella stessa solidarietà che ad Aviano, davanti alla base NATO, a Rimini, per le strade della città che ospita un’importante struttura NATO, si è manifestata con i cortei ed i presidi voluti specificatamente dagli anarchici, nonostante il boicottaggio della stampa, nonostante la presenza soffocante delle forze del disordine, nonostante mille difficoltà d’organizzazione. Una solidarietà che non si può fermare e che deve vedere accomunati le vittime, serbe e albanesi, di uno stesso regime nazionalsocialista dispotico e oligarchico, di una stessa guerra scatenata dai padroni del mondo, dai signori della guerra.

Primo Maggio antimilitarista ed internazionalista allora. Per ritrovare nelle radici di una lotta condotta oltre le frontiere contro lo sfruttamento del lavoro e per la liberazione dal lavoro salariato, le motivazioni di un’unità proletaria che sappia rompere le barriere dei particolarismi e dei nazionalismi statolatri.

M.V.



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