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Da "Umanità Nova" n.15 del 2 maggio 1999

Guerra: da dietro le linee
Il Bollettino di collegamento Zaginflatch

Zaginflatch è un periodico curato da un gruppo di compagni di Zagabria, Croazia, che alcuni lettori di U.N. conosceranno per averne letto i materiali tradotti in italiano pubblicati su "Germinal", il periodico anarchico e libertario che si pubblica a Trieste.

Da anni questi compagni stanno cercando di tessere una rete di contatti fra tutti i libertari sparsi sul territorio della ex Jugoslavia proprio con l'intento di superare le barriere che si sono venute innalzando a partire dai primi anni '90, in una prospettiva internazionalista.

Mettendo a frutto il lavoro di relazioni fin qui intraprese, avendo a disposizione varie caselle postali elettroniche e qualche sito su Internet, a partire dal giorno stesso in cui i bombardamenti sono cominciati su Belgrado, i collaboratori di Zaginflach si sono messi al lavoro per fornire quotidianamente per via informatica un Bollettino che raccogliesse le varie voci presenti nelle più diverse situazioni: dalla Serbia e dal Kosovo, dalla Croazia, dal Montenegro e da vari emigrati ex jugoslavi all'estero, tradurle in inglese, e rinviarle così ad una più ampia palestra internazionale.

Se la logica delle bombe e della guerra è quella di costringere a schierarsi per l'uno e contro l'altro, cioè di generare un appiattimento delle posizioni e una semplificazione, proprio lavori come Zaginflatch contengono in sé un forte potenziale che ribalta questa logica (pur nei margini imposti dall'estenuante continuo lavoro di traduzione e dal limitato numero di persone che vi si sono potute dedicare). Infatti esaminando anche solo sommariamente le 20 edizioni uscite fino a questo momento, la percezione più immediata che se ne ricava è proprio quella della complessità, delle variegate e infinite sfaccettature di cui è composta la società jugoslava. Il conflitto fra serbi ed albanesi è un frammento, destinato ad assumere maggiore o minore rilievo a seconda dell'attenzione che i media su di esso richiamano, e al suo stesso interno vede una varietà di casi che non possono essere semplicemente ricondotti alla soluzione del problema con la violenza.

L'estensione degli argomenti trattati rende impossibile riassumere nell'insieme i Bollettini; esaminarli uno per uno supererebbe lo spazio di questo giornale. Pertanto ci limitiamo a segnalare qua e là qualche brano che ci è parso più significativo, elencare qualche titolo o argomento, invitando chi fosse interessato a procurarselo direttamente.

Sul n. 20, del 31 marzo, Mirko dice: "quando il fumo delle bombe si dirada, le differenze sociali appaiono aumentate, la povertà peggiore, le autorità più inflessibili". Fin dal primo numero si è affermato l'effetto delle bombe è rafforzare Milosevic, e ci si domanda se non sia questo il vero scopo dell'operazione.

Numerosi sono i messaggi di persone preoccupate per i renitenti alla leva, che in regime di guerra diventano disertori, si nascondono, fuggono verso le frontiere, in qualche caso vengono consegnati al servizio dalla folla incitata dall'immancabile "patriota". Delle Donne in Nero vengono ripresi vari comunicati e appelli a cessare i bombardamenti onde consentir loro di continuare a svolgere il paziente lavoro che per anni sono andate tessendo contro ogni discriminazione e violenza.

Sul n. 22 del 3 aprile vi è un discreto resoconto sul bombardamento del palazzo del Ministero degli Interni e Centrale di Polizia. L'edificio era stato evacuato già nei giorni precedenti. I compagni serbi rimpiangono - per ora - di non essere in grado di fare un bel manifesto a circolazione internazionale dell'immagine della Centrale sventrata.

Un corrispondente si domanda: "Mi si deve dimostrare che la morte di un bambino a 200 km dal luogo del conflitto è positiva, mentre una nel Kosovo è negativa". Poi una riflessione sui campi profughi: in Serbia hanno funzionato per anni quelli che accoglievano gli ungheresi del '56, poi i cecoslovacchi del '68; in Ungheria un campo ha visto passare dai primi '90 in qua, a turno, quasi tutte le etnie di cui sono popolati a Balcani.

Sul n. 27, del 7 aprile, viene riportata una scritta murale: "Se trovate un localizzatore, mettetelo a Dedinje". Il localizzatore serve ad indirizzare i missili sul bersaglio; a Dedinje vi è la residenza di Milosevic. Il numero contiene anche una approfondita analisi di Slavoj Zizek sulle cause ed effetti dei bombardamenti.

Sul n. 29 del 10 aprile, vi è una sorprendente descrizione del passaggio ed abbattimento di un missile come se si trattasse di una partita di calcio, con gente schierata sui terrazzi ed ovazioni.

Il n. 30, del 12 aprile registra l'esecuzione, sulla porta del suo appartamento, del giornalista del principale strumento di opposizione Slavko Curuvija.

Il bombardamento della fabbrica di automobili Zastava (200 morti) è riportato sul n. 32. Già in precedenza un interlocutore si era chiesto: "Quali sono gli obiettivi militari? Siccome i militari calzano scarpe, bombarderanno le fabbriche di scarpe?".

Gli appelli a carattere internazionale sono numerosi: oltre a vari delle Donne in Nero, vi sono lettere alla comunità accademica internazionale (n. 30), del "grupa484" (n. 33), di 27 personalità di rilievo del mondo della cultura, della scienza, dell'arte, del giornalismo, di sociologi, avvocati, professionisti (n. 34), delle associazioni non governative più varie, dal Comitato di Helsinki, all'associazione studenti (n. 35). Possibile che restino tutti inascoltati, che nessuno degli enti e delle personalità a cui sono indirizzati riesca a fare nulla per arrestare l'assurda macchina della guerra?

Il n. 35, del 21 aprile segnala la catastrofe ecologica conseguente ai due consecutivi bombardamenti dell'impianto chimico a Pancevo. La fabbrica produceva anche diserbanti e resine. La nube tossica è stata cercata, gli effetti immediati sono risultati attenuati da un forte vento che l'ha dispersa; vi saranno comunque le conseguenze a lungo termine.

In un Bollettino precedente, si racconta il seguente aneddoto: "Rientravo dal Kosovo verso Belgrado su un autobus carico di gente. Era sera. Ad un certo punto vi è un posto di blocco. Subito si sparge la voce che sono kosovari e metà della gente che è sul mezzo freme ed è al limite del panico. Una perdita di mezz'ora e poi si riparte. Tutti tirano il fiato. Poco più avanti, un altro blocco. Questa volta si dice sono serbi. L'altra metà del carico è in ansia. Ma dopo un po' anche questa volta si riparte."

A cura di A. Nicolazzi

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