Da "Umanità Nova" n.18 del 23 maggio 1999
13 maggio
Sciopero contro la guerra
Firenze: tremila persone in corteo
Perfettamente riusciti la manifestazione e lo sciopero generale
convocati da tutte le realtà del sindacalismo di base con folto e
partecipato corteo di lavoratrici e lavoratori che non ha mancato di farsi
notare con un lungo percorso cittadino conclusosi davanti al consolato
statunitense.
Il successo dell'iniziativa e la massiccia presenza di manifestanti di fronte
ai cordoni di polizia e carabinieri ha evidentemente dato ai nervi ai vari
livelli dei servi del regime. Improvvisa e violentissima la carica dei militari
con pestaggi col calcio dei fucili, lacrimogeni e numerosi contusi. Una parte
del corteo si è ricompattato ed ha raggiunto la sede provinciale dei DS
occupandola brevemente ad indicare la pesante responsabilità del governo
nel mantenimento di questo stato di guerra. Un altro grave fatto a conclusione
del corteo quando un'auto guidata da un militare è piombata sui
manifestanti investendo una ragazza che è finita in ospedale con una
gamba rotta. Nel pomeriggio, con una conferenza stampa, gli organizzatori hanno
ribadito che la premeditata ed immediata carica di polizia e carabinieri (poi
gabellata come - inesistenti - "guerriglie" o "tafferugli" nei titoli di
cronaca) era mirata, senza riuscire, a silenziare la piena riuscita della
manifestazione, contro la guerra e chi la governa.
Red. FI
Bologna 13 maggio 1999: riuscito lo sciopero generale contro la
guerra.
Oltre 2000 persone sono partite da Piazza Maggiore per sfilare lungo le
vie del centro e giungere davanti al Palazzo del Governo dopo aver protestato
di fronte all'ufficio di rappresentanza dell'ATC ed al Provveditorato agli
Studi di Bologna.
La protesta all'ATC (l'azienda dei trasporti ex municipalizzata) si spiega con
il fatto che la direzione di tale azienda (presieduta da Ugo Mazza esponente
della "sinistra" DS) ha intentato provvedimento disciplinare contro una decina
di autisti perché nelle settimane scorse avevano esposto sul mezzo
pubblico da loro condotto dei cartelli contro la guerra. Un episodio analogo
aveva visto un dirigente ATC (e dirigente CGIL) minacciare un lavoratore
precario, assunto da una agenzia interinale alla quale l'ATC appalta la vendita
dei biglietti, perché questi, sul posto di lavoro esponeva un adesivo
contro la guerra.
La protesta nei confronti del Provveditorato si spiega con il fatto che tale
ente ha diffuso in tutte le scuole di ogni ordine e grado una circolare di
servizio con la quale intima al personale docente e non docente di attivarsi
per la raccolta di fondi a sostegno della campagna governativa "Missione
Arcobaleno" la quale, lungi dall'essere umanitaria, serve a rastrellare fondi
per finanziare le strutture militari e paramilitari (protezione civile e ong)
inviate dal governo italiano sul fronte di guerra.
La protesta di fronte alla prefettura dimostrava che anche a Bologna,
nonostante il pesante clima di censura e intimidazione contro il movimento che
si oppone alla guerra, lo sciopero, promosso da USI-AIT, RdB-CuB, Cobas scuola,
Slai Cobas, al quale avevano aderito il comitato cittadino contro la guerra ed
innumerevoli lavoratrici e lavoratori senza tessera, era ben riuscito con una
massiccia presenza di lavoratori (circa un quarto del corteo era composto da
studenti universitari, tre quarti da lavoratori in stragrande maggioranza del
pubblico impiego).
Stime di difficile verifica ci inducono a pensare (facendo somme ed
estrapolazioni dalle testimonianze dirette delle persone che erano in piazza)
che nella provincia di Bologna abbiano scioperato circa 5000 persone. Al corteo
erano presenti anche persone che vivono o lavorano nelle cittadine della
provincia (Sasso Marconi, Pianoro, S.Giovanni in Persiceto, Zola Predosa,
ecc.). Erano presenti alcune compagne e compagni dei gruppi anarchici di Modena
e di Imola oltre che del circolo Berneri di Bologna.
Rebd
Torino, giovedì 13 maggio
La costruzione dello sciopero contro la guerra a Torino ha visto le
difficoltà generali che si possono facilmente immaginare.
Basta pensare al blocco dell'informazione sullo sciopero stesso, al fatto che
l'area della sinistra CGIL sia nella variante di Alternativa Sindacale che in
quella del Coordinamento RSU ha lanciato una "giornata di mobilitazione" per il
21 maggio con l'effetto di fornire ai settori meno decisi del movimento una
sorta di giustificazione alla loro passività e di far pensare ad una
"divisione" del movimento, alla prudenza del PRC intenzionato a tenere i piedi
in tutte le scarpe possibili e, soprattutto, a non infastidire troppo la
CGIL.
Nella nostra bella città, inoltre, il SIN Cobas ha ritenuto di non
mobilitarsi il 13 e di attendere il 21 per "fornire una copertura" alle RSU e i
Centri Sociali non si sono impegnati per la riuscita della sciopero.
Se si considera, infine, il fatto che le forze che si sono impegnate
soggettivamente per lo sciopero erano volenterose ma non maestose si comprende
come non fossero scontati risultati significativi.
E , nonostante tutto ciò, il 13 mattina alla manifestazione erano
presenti circa 2000 persone, quasi tutti lavoratori, con una presenza
significativa ma di minoranza di studenti e membri della sinistra dispersa. Un
risultato che, viste le premesse, è stato decisamente ottimo.
In estrema sintesi, si è dimostrato che esiste un'area sociale, politica
e culturale che sul tema dell'opposizione alla guerra è disposta a
mobilitarsi in maniera seria, che quest'area, senza avere necessariamente
maturato convincimenti radicali, è indipendente da indicazioni di
partito, che la rete della sinistra sociale è più ampia di
quanto, di norma, appaia.
Vanno, a questo punto, segnalati alcuni limiti della mobilitazione:
- il rapporto con le aree studentesche si è dato sulla scadenza ma non a
sufficienza sui contenuti della mobilitazione. Si è, infatti, avuta
l'impressione che i settori studenteschi del corteo non cogliessero appieno i
caratteri specifici della mobilitazione e il dato politicamente importante del
suo essere uno sciopero e non solo una manifestazione;
- lo sciopero ha visto la presenza quasi esclusiva di lavoratori del settore
pubblico e ha toccato poco le fabbriche. È chiaro che oggi fare uno
sciopero politico in fabbrica è straordinariamente difficile ma non
possiamo dimenticare che si tratta di un terreno di intervento di straordinario
rilievo;
- sempre a questo proposito, sarebbe stato forse opportuno fare lo sciopero
contro la guerra il 14 maggio e non il 13 per non entrare in "concorrenza" con
quello dei metalmeccanici per il contratto. Il non averne tenuto conto segnala
un limite di analisi che va recuperato.
Detto ciò, si tratta ora di riprendere l'iniziativa sui temi della
guerra raccogliendo le fila del lavoro sinora svolto.
CMS
Circa duecento lavoratori hanno risposto, giovedì 13, all'appello dei
sindacati di base e sono scesi per le strade di Livorno a protestare contro
l'aggressione nei Balcani e la politica guerrafondaia del governo
italiano.
Si tratta di un risultato particolare, in primo luogo perché a
Livorno lo sciopero è stato indetto e organizzato unitariamente dai
sindacati di base presenti sul territorio, Cub, Sincobas-Arca, Cib
Unicobas-Arca, Cnl, che hanno promosso volantinaggi, assemblee, lo sciopero e
infine la manifestazione, superando i limiti dell'indizione nazionale. In
secondo luogo perché rappresenta un importante momento di crescita del
sindacalismo di base nella nostra zona: è stata la prima occasione in
cui i sindacati di base hanno tenuto unitariamente la piazza con un
appuntamento intercategoriale, una piazza che è stata sempre
condizionata dalla forza e dalla presenza del sindacalismo di Stato. Infine
perché il 13 maggio ha visto l'adesione anche del Comu e di settori
della Cgil, dimostrando, quando ci si muove su obiettivi chiari e con un metodo
corretto, la capacità di attrazione dell'area che ha indetto lo
sciopero.
L'iniziativa, supportata dall'impegno dei compagni della FAI, ha superato
l'ostilità larvata di Rifondazione e l'indecisione di quei settori, come
la dirigenza Sincobas, che con i loro appelli e l'accodamento alle Rsu, sperano
di smuovere i sindacati di Stato.
Tiziano
Sciopero generale del sindacalismo di base a Genova
Abituati, da anni, a ritrovarci ai presidi organizzati dai sindacati di
base in occasione delle varie scadenze di lotta sindacali in non più di
trenta-quaranta persone e considerando che il tema della guerra non sembrava
accendere molte passioni, neppure tra i militanti più attivi, abbiamo
provato un notevole stupore quando, la mattina del 13 ci siamo ritrovati almeno
in trecento. Improvvisato un breve blocco stradale ci siamo poi diretti in
corteo verso Piazza De Ferrari dove, a Palazzo Ducale, maggiorenti e politici
nostrani e di Roma stavano presenziando ad un convegno di non ben chiara
natura. La protesta è dunque pienamente riuscita, al di là di
ogni più audace speranza, e in ciò c'è una piccola
lezione: l'opposizione alla guerra c'è ed è più diffusa di
quanto a noi stessi appaia. Molti lavoratori, disgustati dalle posizioni dei
confederali, aspettavano semplicemente un occasione - come lo è stata lo
sciopero di giovedì - per esprimere la loro protesta. I racket sindacati
confederali pilateschi nella forma e subordinati nella sostanza alle scelte
governative si stanno giocando le ultime briciole di credibilità
(davvero poche) in questa vicenda. Si giocano cioè, come si dice,
"l'osso del collo". Aiutiamoli a romperselo.
Un ultima nota di colore: la schifezza umana Ubaldo Benvenuti (segretario
genovese dei diesse), spione e delatore della polizia in quanto responsabile
della denuncia di 28 compagni, è transitato in prossimità del
presidio accolto da applausi ironici e dal grido "Slobubald" per le sue
affinità elettive con il dittatore serbo. Questo piccolo gerarca, questo
arrogante fascistello non merita di più. Per ora.
Guba
13 maggio a Milano: 10.000 in piazza
Un bel corteo, ricco delle diverse anime del sindacalismo di base, ha
attraversato il centro di Milano per manifestare la sua forte protesta contro
la guerra ed i suoi supporter interni ed esterni, in occasione dello sciopero
generale, indetto in città da una serie di organizzazioni (dalla CUB ai
Cobas, dall'USI Sanità al SdB, dalle RdB ad alcuni comitati locali - e
sicuramente ne abbiamo dimenticato qualcuno). Orologio alla mano il corteo ha
sfilato per quasi un'ora da Largo Cairoli a P.zza S.Stefano, passando per il
Consolato USA e la Prefettura, le centrali locali dei poteri maggiormente
impegnati nell'aggressione ai popoli balcanici, i governi statunitense e
italiano. Di fronte al consolato due secchi di vernice al sangue sono stati
rovesciati dai giovani dei centri sociali presenti (Conchetta e Garibaldi
soprattutto), mentre petardi e fumogeni arricchivano di colori (e di protesta)
la zona circostante, zeppa di poliziotti nell'ormai consueto abbigliamento
`antisommossa'. Un corteo composto nella sua gran parte da lavoratori, sia del
settore pubblico che privato, operai dell'Alfa di Arese, ospedalieri del
S.Carlo e di altre strutture sanitarie, dipendenti comunali, lavoratori della
scuola, dei telefoni, delle poste, delle ferrovie, precari e disoccupati, senza
alcuna prevalenza specifica a dimostrazione non solo della varietà della
composizione del mondo del lavoro della Milano odierna, ma anche della
ramificazione crescente del sindacalismo di base tra le varie categorie in
conflitto con le burocrazie sindacali. Un corteo al quale non ha voluto far
mancare il suo sostegno il numeroso spezzone raccolto dietro lo striscione
della FAI milanese.
Oltre la partecipazione numerica al corteo (tanto più significativa se
si tiene conto che anche in altre città lombarde si sono avute
manifestazioni di piazza) un dato che fa ben sperare per il futuro è
quello relativo alla partecipazione allo sciopero che sicuramente è
andato ben al di là degli aderenti ai singoli raggruppamenti sindacali.
Da molti dati raccolti ne risulta un quadro di opposizione crescente alla
guerra che attraversa il cosiddetto popolo di sinistra, diessini e confederali
compresi, diversi dei quali hanno visto nello sciopero una possibile
affermazione di identità al di là del vergognoso comportamento
dei propri dirigenti. Un dato questo su cui lavorare intensamente.
M.V.
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